GRETINI, LA FINE È VICINA?

GRETA THUNBERG MOSTRA I PRIMI SEGNI DI CEDIMENTO E DAL PALCO DI TORINO TORNA A RIFILARCI LA PIPPA DELLA RAGAZZINA CHE VORREBBE VIVERE UNAVITA NORMALE”: “SONO STANCA. NON È GIUSTO CHE UNA PERSONA DELLA MIA ETÀ DEBBANO FARE TUTTO QUESTO” – MA POI PER EVITARE LA PIOGGIA DI CRITICHE RADDRIZZA IL COLPO: “NON È UN SACRIFICIO. SONO UNA PRIVILEGIATA, E SONO STATA IO A METTERMI IN QUESTA SITUAZIONE…” — VIDEO

Andrea Rossi per “la Stam­pa”

greta thunberg a torino 9GRETA THUNBERG A TORINO 9

La bam­bi­na che sfer­za i poten­ti del­la Ter­ra è arriva­ta esaus­ta alla sua pri­ma meta. «Sono stan­ca.

Non è gius­to che una per­sona del­la mia età, che per­sone del­la nos­tra età, deb­bano fare tut­to questo».

Dopo un anno da leader glob­ale ha imboc­ca­to la rot­ta di casa cer­can­do una par­ente­si di nor­mal­ità: «Anco­ra qualche tap­pa lun­go il tragit­to ver­so la Svezia, ma per Natale sarò a casa». E, forse, sarà di nuo­vo una ragaz­za del­la sua età, almeno per qualche giorno, pri­ma di ricom­in­cia­re il viag­gio.

greta thunberg a torino 8GRETA THUNBERG A TORINO 8

«Fer­mar­si non è un’ opzione», rac­con­ta Gre­ta Thun­berg. Ma anche andare avan­ti, par­lare davan­ti a migli­a­ia di per­sone, centi­na­ia di piazze, salire sul pal­co dei sum­mit inter­nazion­ali, con­frontar­si con i capi di Sta­to, è innat­u­rale per chi ha sedi­ci anni.

La fragilità è un dirit­to, anche — forse soprat­tut­to — per chi è mosso da una granit­i­ca deter­mi­nazione: «Se potes­si scegliere vor­rei vivere come un’ ado­les­cente nor­male, andare a scuo­la. Ma ques­ta non è una situ­azione nor­male. Tut­ti devono essere dis­posti a trovar­si in situ­azioni in cui non si sentono a pro­prio agio».

greta thunberg a torino 33GRETA THUNBERG A TORINO 33

Non ha scel­to di essere leader, tan­tomeno l’ ha volu­to. È un ruo­lo che le si cuce addos­so a fat­i­ca, la sem­bra qua­si opprimere. È facile immag­inare quan­to le costi essere una front woman. Per questo chi la accom­pa­gna in questo esten­u­ante tour in dife­sa del­la Ter­ra cer­ca di ritagliar­le fram­men­ti di nor­mal­ità.

Suo padre Svante è un muro gen­tile ma inf­lessibile.

Pro­va in ogni modo a regalar­le momen­ti di quo­tid­i­an­ità. Ad esem­pio una mat­ti­na­ta da tur­ista a Tori­no: la cap­pel­la del­la Sin­done, i musei reali, pran­zo con un pani­no e due banane den­tro il Teatro Regio, men­tre suo padre le mostra i volu­mi che rac­con­tano la sto­ria del­la musi­ca lir­i­ca.

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Era a Tori­no da giovedì sera Gre­ta, arriva­ta da Madrid a bor­do di un’ auto elet­tri­ca, una Tes­la, gui­da­ta da papà Svante, ma a tut­ti era sta­to det­to che sarebbe arriva­ta soltan­to ieri nel pri­mo pomerig­gio. Si fa anche questo per tute­lare una ragaz­za da ciò che rischia di opprimer­la.

L’assedio quo­tid­i­ano. «Quan­do sei una per­sona intro­ver­sa, preferiresti non essere trop­po al cen­tro dell’ atten­zione», spie­ga Gre­ta a chi le chiede come si con­vive con l’ idea e la con­cretez­za di essere un sim­bo­lo per migli­a­ia di ragazzi in tut­to il mon­do.

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«Ma non è un sac­ri­fi­cio. Sono una priv­i­le­gia­ta, e sono sta­ta io a met­ter­mi in ques­ta situ­azione. Dove­vo far­lo. Dob­bi­amo far­lo tut­ti: dipende da noi, dob­bi­amo lottare per il futuro finché i leader non capi­ran­no che è il momen­to di agire».

E così alle tre del pomerig­gio, dopo una mat­ti­na­ta da tur­ista, con suo papà — che per un’ ado­les­cente sarebbe la nor­ma ma per lei è qua­si qual­cosa di raro ed eccezionale — Gre­ta Thun­berg indos­sa nuo­va­mente i pan­ni del­la leader glob­ale: cap­pelli­no e tuta gri­gi, scarpe da gin­nas­ti­ca e l’ incon­fondibile imper­me­abile gial­lo che sem­bra qua­si risuc­chiar­la tan­to è più grande di lei. Non fos­se per quel­la cer­a­ta sarebbe invis­i­bile, tan­to è min­u­ta, tra le due ali di cara­binieri che la scor­tano men­tre va incon­tro alla fol­la che l’ attende.

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«Siete con me?». Sì, sono con lei. Anche ieri, anche a Tori­no, ne ha avu­to la pro­va. Ora, però, è tem­po di tirare il fia­to. «Farò una pausa, c’ è bisog­no di riposare ogni tan­to. Ma non mi fer­merò per trop­po tem­po. Il nec­es­sario per ripar­tire, almeno fino a quan­do i leader non faran­no quel che devono per il nos­tro piane­ta».

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LA BOLLA DELLA SINISTRA FUCSIA

Boris John­son e  con lui i con­ser­va­tori han­no con­quis­ta­to la mag­gio­ran­za persi­no nel­la Blyth Val­ley, des­o­la­ta pla­ga post-indus­tri­ale del Northum­ber­land in cui l’elettorato  vota­va “rosso” dal 1950:  e rossi duri. Il pro­gram­ma di Cor­by  era davvero social­ista,  a com­in­cia­re dalle nazion­al­iz­zazioni. –  Allo stes­so modo ha vota­to tories – inau­di­to  – il “paese nero”  –  dall’antico ricor­do del car­bone estrat­to che ali­men­tò la pri­ma  gigan­tesca riv­o­luzione  indus­tri­ale, Northum­ber­land, Stoke-on-Trent, Wolver­hamp­ton North East, West Bromwich East  Sedge­field  tradizionale feu­do di Tony Blair.

E’ più di “una   scon­fit­ta, ma una dis­as­trosa rot­ta, con il voto di Labour che pre­cipi­ta in col­le­gi un tem­po  sicuri”, scrive  il Tele­graph  esul­tante, “il muro rosso  che crol­la”.

(e il Reg­no Uni­to fa ciao-ciao)

Jean Qua­tremer

@quatremer

Pour ceux qui avaient encore un doute, les Bri­tan­niques veu­lent vrai­ment le . Le sec­ond référen­dum souhaitait par cer­tains a eu lieu ce jeu­di 12 décem­bre 2019 et il con­firme celui de 2016. Le aura lieu le 31 jan­vi­er, comme prévu.

Video incorporato

228 uten­ti ne stan­no par­lan­do

Ci sono analo­gie con le nos­tre regioni rosse? Vedremo. Ma una analo­gia è già vis­tosa: “la  bol­la psichi­ca di Lon­dra”, rad­i­cal chich  e “lib­er­al” fuc­sia,  anche  quel­li che  votano Tories  ma han­no guarda­to a Boris John­son come a un pit­toresco mat­toide  –  non ha vis­to arrivare la frana: né i sondag­gisti, né gli esper­ti da talk  show.

I  sondag­gisti si sono spin­ti a pro­fe­tiz­zare per Boris un suc­ces­so lim­i­ta­to,  alcu­ni anche un sostanziale tes­ta e tes­ta di Cor­byn,  che avrebbe dato al vinci­tore  un par­la­men­to metà e metà, che avrebbe  dovu­to obbli­gare  il bion­do a fare un gov­er­no di coal­izione.   Vedrete,  andrà così, dice­vano i poli­tolo­gi inter­pel­lati dal­la BBC.

Boris e la pre­da

Ricor­date? “Hillary in tes­ta” ci assi­cu­ra­va la cele­bre cor­rispon­dente  RAI da  New York. E’ il vizio del­la sin­is­tra fuc­sia: in fon­do  fan­no i sondag­gi chieden­do agli  ami­ci durante  l’apericena e  le riu­nioni di redazione  o  la man­i­fes­tazione per il Cli­ma e inter­rogano le sar­dine.

E’ la bol­la  in cui vivono.

In Inghilter­ra come da noi, a votare Brex­it o Salvi­ni la cemen­tizia con­vinzione che solo anziani di scarsa istruzione,”deplorevoli” e “sen­za den­ti”  pote­vano aver pau­ra del nuo­vo; i gio­vani voter­an­no Cor­byn, che sen­za dir­lo chiaro  face­va  balenare un  sec­on­do ref­er­en­dum, dove avrebbe vin­to il “remain”:  loro “sen­ti­vano” che sem­pre più ingle­si si era­no pen­ti­ti di aver vota­to Brex­it, ed ora vol­e­vano un nuo­vo ref­er­en­dum – per  restare in quel­la mer­av­igliosa gab­bia tedesca che è  la UE, con la sua cresci­ta letar­gi­ca.

Titolo di Repub­bli­ca giug­no 2017: gli ingle­si si sono pen­ti­ti
(Fassi­no, cele­bre per le sue pre­vi­sioni)

Se ques­ta era il sen­ti­men­to nel­la bol­la  di Lon­dra-City, inca­pace di sen­tire che nel paese nero  uno dei motivi che ha fat­to girare le spalle al Labour  è sta­to pro­prio la sua ambi­gu­i­tà  sul Brex­it  fig­u­rat­e­vi nel­la bol­la delle bolle, fra Brux­elles e  Berli­no.

Almeno non sen­tire­mo più cer­ti respon­s­abili euro­crati  a Brux­elles  che il Brex­it non avrà luo­go, che i bri­tan­ni­ci sono “prag­mati­ci” e  quel­li che aspet­ta­vano un sec­on­do ref­er­en­dum: il sec­on­do ref­er­en­dum è ques­ta votazione. Il Brex­it avrà luo­go il 31 gen­naio.

Le con­seguen­ze per l’eurocrazia  sono delin­eate con la  supre­ma lucid­ità da Ambrose Evans Pritchard:

Oggi, di colpo,  “la Gran Bre­tagna è  l’unico grande paese dell’Europa occi­den­tale con un gov­er­no per­fet­ta­mente fun­zio­nante, in gra­do di pren­dere mis­ure rad­i­cali e spaz­zare via ogni resisten­za.

Per con­tro, Fran­cia, Ger­ma­nia, Italia e Spagna sono tutte in tur­bolen­za politi­co-sociale  o han­no un diri­gente par­al­iz­za­ta. 

(a  propos­i­to, in Fran­cia…)

https://twitter.com/LPLdirect/status/1205400041495633920

Il cen­tro di gov­er­no si sta sgre­tolan­do ovunque, ma non in Gran Bre­tagna.  Ques­ta asim­me­tria polit­i­ca tra un gov­er­no bri­tan­ni­co uni­fi­ca­to, fiducioso e ben arma­to e un con­ti­nente demor­al­iz­za­to e fram­men­ta­to con­ta moltissi­mo. Brux­elles non può più gio­care a dividere e gov­ernare il gio­co a West­min­ster”, come ha fat­to fino a ieri. E a  propos­i­to delle sin­istre pre­vi­sioni di nazione rov­ina­ta dal­la sua  sep­a­razione dal­la UE, e sola solet­ta nel vas­to mon­do:

Gold­man Sachs –  per nul­la favorev­ole al  Brex­it – ha val­u­ta­to $ 150 mil­iar­di di flus­si di cap­i­tali glob­ali pron­ti ad inve­stir­si nell’economia del Reg­no Uni­to ora che  il Par­la­men­to ha  smes­so  di osta­co­lare. Si aspet­ta una “accel­er­azione retroat­ti­va” degli inves­ti­men­ti, por­tan­do la cresci­ta a un tas­so del 2,4% entro la fine del prossi­mo anno. Sta scom­met­ten­do su un’espansione di tre anni supe­ri­ore al 2% e su un’impennata di recu­pero delle attiv­ità depresse del Reg­no Uni­to.”

Una cresci­ta del 2,4% come effet­to ritarda­to del Brex­it.  Non  male, se lo con­fron­ti­amo col nos­tro  zero vir­go­la… Ma sarà anche di più. Come ha nota­to il nos­tro Bar­ra Carac­ci­o­lo, essendo il Reg­no Uni­to  un  con­trib­u­tore net­to al bilan­cio UE (come l’Italia…) ,  per effet­to del  meri Brex­it con il risparmio del con­trib­u­to, si tro­va ad avere uno spazio di manovra  aggiun­ti­vo di  10 mil­iar­di, poco meno del­lo 0,4% del Pil, che  può imme­di­ata­mente con­ver­tire in sgravi fis­cali  o  mag­gior spe­sa pub­bli­ca.

Inoltre, per il resto del­la con­tribuzione, dici­amo la parte a “prestazione cor­rispet­ti­va”, il Reg­no Uni­to dis­porrà di cir­ca 0,7 pun­ti di Pil di spazio fis­cale, che potrà comunque des­tinare diver­sa­mente da quan­to gli impone­va l’adesione ai pro­gram­mi di spe­sa vin­co­lati al bilan­cio Ue: potrà così, – e con l’aggiunta di 10 mil­iar­di di rispar­mi “cer­ti”, scegliere di incen­ti­vare mag­gior­mente la ricer­ca sci­en­tifi­ca, in finanzi­a­men­to di start-up, o di imp­rese già esisten­ti, nei set­tori, come quel­lo ener­geti­co e del­la mobil­ità, ritenu­ti strate­gi­ci, o poten­ziare il pro­prio sis­tema san­i­tario pub­bli­co o quel­lo infra­strut­turale, com­bat­ten­do la povertà medi­ante la creazione pub­bli­ca di posti di lavoro.

Ed infat­ti, Boris John­son, nel­la sua cam­pagna elet­torale ha molto enfa­tiz­za­to questi temi – in par­ti­co­lare quel­lo del raf­forza­men­to del­la san­ità pub­bli­ca…. Rel­a­tivi alla mag­gior capac­ità, derivante dall’uscita dall’Ue, di svol­gere politiche fis­cali e indus­tri­ali più estese e più mirate alle esi­gen­ze del Paese”.

http://orizzonte48.blogspot.com/2019/12/il-plebiscito-elettorale-favore-di.html?m=1

Sic­ché gli euro­crati che conta(va)no che “ Boris dovrà arren­der­si a tutte le richi­este di Michel Barnier  (che gui­da la task force  euro­crat­i­ca  per trattare i det­tagli dell’uscita con Lon­dra)  per ottenere accor­di com­mer­ciali con la UE alla svelta e a qualunque cos­to”, si fan­no delle illu­sioni, dice  Evans Pritchard :   Boris, come si vede, ha un tesoret­to e un cus­cinet­to finanziario,  “men­tre l’Europa è feri­ta ed esauri­ta; è peri­colosa­mente vic­i­na alla deflazione strut­turale ed  ha una soglia di dolore bas­sa.

” La Ger­ma­nia è in crisi indus­tri­ale ormai da sette trimestri. Non solo: sec­on­do Gold­man Sachs, in ques­ta cadu­ta  tedesca,  la prospet­ti­va del Brex­it (perdi­ta di un  grosso mer­ca­to delle sue auto,  crisi del­la catene di approvvi­gion­a­men­to,  chiusure di canali fidu­cia­ri)  ha avu­to l’effetto  deter­mi­nante”.

Una bel­lis­si­ma etero­ge­n­e­si dei fini:  tan­to più se si pen­sa che nei mesi scor­si,  l’oligarchia  di Brux­elles (vedi Mar­tin Sel­mayr, il badante di Junck­er ) ha cer­ca­to i  modo di  punire l’Inghilterra per la sua deci­sione, facen­dole pagare un prez­zo altissi­mo, anche per non  far ved­er ad altri che, fuori dal­la UE, si pros­pera:

La feroce umil­i­azione che  han­no inflit­to a There­sa May, obbli­gan­dola a pre­sentare al  Par­la­men­to un accor­do in tali ter­mi­ni che nes­suno sta­to sovra­no pote­va ragionevol­mente accettare”, ha avu­to anche questo effet­to col­lat­erale: di aggravare l’ultima reces­sione e spin­gere la zona euro in pro­fon­dità in una crisi strut­turale.

E  Junck­er e il suo badante han­no con­tin­u­a­to a strin­gere i cep­pi dei loro”strumenti di tor­tu­ra”, fino a  quan­do è sta­ta la Merkel  s’è accor­ta che la tor­tu­ra ave­va un effet­to sull’economia tedesca,  avrebbe det­to: “Non siamo capaci di inventare un testo  che John­son pos­sa fir­mare?”

Mar­tin Sel­mayr, il vero gov­er­nante dietro Junck­er. E’ sta­to lui a vol­ere ren­dere puni­ti­vo il Brex­it.

Si aggiun­ga che ques­ta geniale classe diri­gente UE-tedesca  si è pos­ta in rot­ta di col­li­sione con  l’America di Trump, men­tre ovvi­a­mente Boris ha rap­por­ti otti­mi.

Si aggiun­ga l’evidente cam­bi­a­men­to del  pen­siero francese – e  di Macron –  l’impazienza   ver­so  la UE fre­na­ta da Berli­no, e  la NATO in morte cel­e­brale.  Macron ha un inter­esse deci­si­vo a ten­er­si Lon­dra  – la sola che abbia un’altra decente forza arma­ta –  più vic­i­na pos­si­bile nel sis­tema europeo  di dife­sa e sicurez­za, che lui vuole  più autonomo da Wash­ing­ton.

Forse che albeg­gia nel­la oli­garchia di Brux­elles  e  nel­la  lead­er­ship tedesca  una con­sapev­olez­za del dis­as­tro a cui han­no ridot­to “il sog­no europeo”? Mac­chè. Dopo  l’alterco che han­no avu­to con Trump  al ver­tice NATO, la Von der LEyen e i suoi boys al  potere a Brux­elles   han­no con­cepi­to un piano grandioso: “I leader del­la UE riten­gono che è ora che l’euro deb­ba svol­gere un ruo­lo più ampio per com­petere con­tro gli Sta­ti Uni­ti e  la Cina”. Ne ha dato notizia il Finan­cial Times

https://www.ft.com/content/3165c19c-0ba0-11ea-bb52-34c8d9dc6d84

L’euro, mon­e­ta dis­fun­zionale per volon­tà tedesca, dovrebbe  diventare mon­e­ta di ris­er­va da  far pau­ra al dol­laro  e con­trastate pure  Pechi­no, già che c’è. L’economista Ashoka Mody,  di soli­to com­pas­sato,  si  è domanda­to quale sostan­za ille­gale stiano fuman­do negli uffi­ci di Brux­elles.

Ashoka Mody@AshokaMody

EU lead­ers believe the euro needs to play a larg­er role in order to com­pete against the US and Chi­na” What ille­gal sub­stance are euro lead­ers inhal­ing? https://www.ft.com/content/3165c19c-0ba0-11ea-bb52-34c8d9d­c6d84  via @finan­cial­times

Europe First: taking on the dominance of the US dollar

EU lead­ers believe the euro needs to play a larg­er role in order to com­pete against the US and Chi­na

ft.com

329 uten­ti ne stan­no par­lan­do

Forse è la chi­ave gius­ta per capire: la bol­la in cui  vivono i priv­i­le­giati, che anche in Italia   non ha  per­me­s­so di vedere il tri­on­fo di  Boris Johnson,come già pèrim a di Trump. Ma la dro­ga si chia­ma arro­gan­za e  delirio di poten­za.

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TUTTO IL MONDO E’ PAESE

IL SUCCESSO DI BORIS JOHNSON E DELLA BREXIT E’ DOVUTO AL VOTO IN MASSA DELLEX ELETTORATO LABURISTA SPAVENTATO DALLA CRISI E DAGLI STRANIERIGLI OPERAI: “GLI IMMIGRATI VENGONO QUI, SI FANNO CURARE DAL NOSTRO SISTEMA SANITARIO. NON SONO RAZZISTA, I MIEI AMICI SONO INDIANI, PACHISTANI E NORDAFRICANI MA ORA CI RIPRENDIAMO I NOSTRI CONFINI, LE LEGGI NOSTRE, NON QUELLE DI BRUXELLES…”

Alber­to Simoni per “la Stam­pa”

boris johnsonBORIS JOHNSON

La muraglia rossa si è sgre­to­la­ta, i bas­tioni laburisti nel Nord dell’ Inghilter­ra e nelle West Mid­lands sono saltati come tap­pi a un mat­ri­mo­nio: Blyth Val­ley con le sue ciminiere, Work­ing­ton, in Cum­bria, trasfor­ma­to dal think tank Onward nel pro­totipo del col­le­gio nel miri­no dei con­ser­va­tori. Qui l’ elet­tora­to è bian­co, mas­chio, e work­ing class.

E poi Bolsover e Vale of Clywd e anco­ra tan­ti altri dove Boris John­son e la sua arma­ta di can­di­dati fedeli alla Brex­it sono sta­ti lesti ad acci­uf­fare il popo­lo dei dimen­ti­cati, quel­li che nel 2016 ave­vano mar­ca­to la cro­cetta su Leave e che tre anni e mez­zo dopo si trovano impo­ten­ti e arrab­biati nelle pas­toie nor­mo-buro­crati­co-politi­co-leg­isla­ti­vo in cui è pre­cip­i­ta­to un Paese che chiede­va di mol­lare gli ormeg­gi e sbaraz­zarsi del­la Ue.

brexitBREXIT

Al Cor­ner bar, nel cuore di Han­ley, una delle sei local­ità che for­mano Stoke-on-Trent, Carl Smith sorseg­gia una pin­ta di bir­ra. Nel passeg­gi­no c’ è la figlia, nove mesi. Fa il costrut­tore e chiede di brindare a Boris il con­dot­tiero. È rag­giante. Rac­con­ta di aver vota­to per la pri­ma vol­ta nel 2016, ovvi­a­mente Leave, e di aver dato giovedì la sua pref­eren­za ai con­ser­va­tori.

«Ven­go da una famiglia laburista da gen­er­azioni, come molte qui, ma tan­ti han­no fat­to come me». E le con­seguen­ze le ha pagate Gareth Snell, dep­u­ta­to Labour, scon­fit­to e arrab­bi­a­to per la lin­ea «vaga del Par­ti­to sul­la Brex­it».

Carl è il pro­totipo del brex­i­teer del Nord del Paese: bian­co, classe opera­ia, ter­ror­iz­za­to da quel­la che chia­ma «l’ inva­sione dei migranti». Un «Work­ing­ton man» due­cen­to miglia più a Sud. Le sue parole ripor­tano le lancette a tre anni fa, toni e slo­gan da ref­er­en­dum Brex­it. Dice: «Gli immi­grati ven­gono qui, si fan­no curare dal nos­tro sis­tema san­i­tario, siamo la man­na per loro. Non sono razz­ista, i miei ami­ci sono indi­ani, pachis­tani e nordafricani». «Ora ci ripren­di­amo i nos­tri con­fi­ni, le leg­gi nos­tre, non quelle di Brux­elles».

BREXITBREXIT

Dietro il ban­cone del bar Emma Turn­er prepara i caf­fè: «Ho vota­to Leave, ma sta­vol­ta Labour. Temo per la san­ità, per il futuro dei nos­tri figli». Ma non sem­bra così delusa dall’ esi­to del voto. Emma è una mosca bian­ca fra queste strade nel cuore d’ Inghilter­ra.

Nei col­le­gi Leave a mag­gio­ran­za opera­ia i laburisti han­no per­so medi­a­mente l’ 11%, in quel­li con una forte pre­sen­za di classe media il 6%. I con­ser­va­tori invece nei dis­tret­ti Leave han­no con­quis­ta­to oltre 6 pun­ti. In un sis­tema mag­gior­i­tario uni­nom­i­nale è suf­fi­ciente per spostare la bilan­cia.

brexit 2BREXIT 2

Jeanne invece ha una cinquan­ti­na d’ anni, fedelis­si­ma laburista. E anche lei, tre figli, un mar­i­to pic­co­lo impren­di­tore, ha scel­to Boris John­son. «Ci darà final­mente la Brex­it e poi si tornerà a fare le scelte per il bene del Paese, seguen­do le nos­tre leg­gi non quelle dell’ Europa», spie­ga con una cer­ta foga.

Il pre­mier intan­to da Lon­dra ringrazia e invo­ca un Paese uni­to, par­la di una One Con­ser­v­a­tive Nation e in fon­do i numeri e la dis­tribuzione dei seg­gi sem­bra­no dar­gli ragione. La map­pa elet­torale è blu, chi­azze rosse nelle aree met­ro­pol­i­tane, qualche reduce al Nord, solo un seg­gio sot­trat­to ai Tory, Put­ney.

BREXITBREXIT

John­son vor­rebbe trasfor­mare i Tory in qual­cosa di nuo­vo, che ten­ga insieme le esi­gen­ze del­la work­ing class che l’ ha sospin­to a Down­ing Street, alle élite eco­nomiche del Sud.

Dif­fi­cile a pri­ma vista asso­cia­re l’ aris­to­crati­co dep­u­ta­to gaffeur Jacob Rees-Mogg, i man­ag­er del­la City, e la posh Kens­ing­ton con Carl, ma John­son, che ha fat­to il sin­da­co nel­la lib­er­al Lon­dra, sa mesco­lare ingre­di­en­ti diver­si. La Brex­it da fare è per ora il col­lante. Poi si vedrà. «Cheers, good­bye Eu», dice Carl.

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Le ragioni di una sconfitta

NICOLA MELLONI

jacobinitalia.it

Dire che Cor­byn è sta­to trop­po rad­i­cale è una scioc­chez­za. I risul­tati mostra­no che il con­sen­so si spos­ta su posizioni estreme e che clas­si sociali igno­rate per decen­ni si sono sen­tite defrau­date del ref­er­en­dum sul­la Brex­it. Ma la rad­i­cal­ità non bas­ta. La ricostruzione del­la sin­is­tra ha bisog­no di un lavoro quo­tid­i­ano nel­la soci­età.

Iseg­nali di una scon­fit­ta c’erano tut­ti, nonos­tante le illu­sioni det­tate dalle piazze piene e dalle lunghe file di gio­vani ai seg­gi. Ne ave­vo scrit­to qualche giorno fa, ben pri­ma delle elezioni: la nar­razione prin­ci­pale di ques­ta tor­na­ta elet­torale era sta­ta la Brex­it e su quel­lo si sono decisi i risul­tati. Il Labour ha per­so ter­reno nel Nord stori­ca­mente di sin­is­tra, il red wall non ha ret­to (anche se non è crol­la­to). Era­no seg­gi dove ave­va vin­to il Leave al Ref­er­en­dum, e han­no rib­a­di­to con­vin­ti il pro­prio voto: Don Val­ley, Labour dal 1922 ma dove i pro-Brex­it ave­vano pre­so il 69%; Great Grims­by, Labour dal 1945 ma 72% di Leave; o la Blyth Val­ley dove il 25% dei bam­bi­ni vive in povertà. A Put­ney, nel Sud di Lon­dra, invece, stori­co seg­gio con­ser­va­tore, il Labour ha facil­mente preval­so con 10 pun­ti di dis­tac­co. Sono diverse le zone di Lon­dra, Man­ches­ter e Liv­er­pool dove i laburisti han­no oltre il 70%. L’aritmetica è piut­tosto sem­plice: il fronte Brex­it si è com­pat­ta­to intorno ai Con­ser­va­tori (con l’aiuto deci­si­vo del Brex­it Par­ty che ha eroso con­sen­si ai Laburisti nel Nord); quel­lo Remain si è affida­to prin­ci­pal­mente, ma non uni­ca­mente, al Labour.

Cor­byn si è trova­to in una situ­azione impos­si­bile: sostenere un sec­on­do ref­er­en­dum è costa­to una quar­an­ti­na di seg­gi al Nord. Non lo avesse fat­to, avrebbe dato il via lib­era ai Lib­dem come uni­co par­ti­to del Remain: sen­za poi tenere in con­sid­er­azione che qua­si il 70% dell’elettorato laburista è con­trario alla Brex­it. Avrebbe forse allo­ra potu­to sostenere con anco­ra più con­vinzione l’opposizione all’uscita dall’Ue speran­do di spaz­zar via i Lib­dem? Pote­va forse guadagnare qualche seg­gio trat­te­nen­do quei 4 pun­ti andati ai Lib­dem ma non era cer­to pos­si­bile azzer­arne il con­sen­so; al con­trario di un par­ti­to mono-scopo come il Brex­it Par­ty che può sparire da un giorno all’altro, i Lib­Dem rap­p­re­sen­tano inter­es­si eco­nomi­ci e politi­ci ben defin­i­ti e una borgh­e­sia lib­erale spes­so asso­lu­ta­mente indisponi­bile a votare Labour. Insom­ma, qual­si­asi scelta sarebbe sta­ta per­dente. 

Dire che Corbyn è stato troppo radicale è una sciocchezza. I risultati mostrano che il consenso si sposta su posizioni estreme e che classi sociali ignorate per decenni si sono sentite defraudate del referendum sulla Brexit. Ma la radicalità non basta. La ricostruzione della sinistra ha bisogno di un lavoro quotidiano nella società

Iseg­nali di una scon­fit­ta c’erano tut­ti, nonos­tante le illu­sioni det­tate dalle piazze piene e dalle lunghe file di gio­vani ai seg­gi. Ne ave­vo scrit­to qualche giorno fa, ben pri­ma delle elezioni: la nar­razione prin­ci­pale di ques­ta tor­na­ta elet­torale era sta­ta la Brex­it e su quel­lo si sono decisi i risul­tati. Il Labour ha per­so ter­reno nel Nord stori­ca­mente di sin­is­tra, il red wall non ha ret­to (anche se non è crol­la­to). Era­no seg­gi dove ave­va vin­to il Leave al Ref­er­en­dum, e han­no rib­a­di­to con­vin­ti il pro­prio voto: Don Val­ley, Labour dal 1922 ma dove i pro-Brex­it ave­vano pre­so il 69%; Great Grims­by, Labour dal 1945 ma 72% di Leave; o la Blyth Val­ley dove il 25% dei bam­bi­ni vive in povertà. A Put­ney, nel Sud di Lon­dra, invece, stori­co seg­gio con­ser­va­tore, il Labour ha facil­mente preval­so con 10 pun­ti di dis­tac­co. Sono diverse le zone di Lon­dra, Man­ches­ter e Liv­er­pool dove i laburisti han­no oltre il 70%. L’aritmetica è piut­tosto sem­plice: il fronte Brex­it si è com­pat­ta­to intorno ai Con­ser­va­tori (con l’aiuto deci­si­vo del Brex­it Par­ty che ha eroso con­sen­si ai Laburisti nel Nord); quel­lo Remain si è affida­to prin­ci­pal­mente, ma non uni­ca­mente, al Labour.

Cor­byn si è trova­to in una situ­azione impos­si­bile: sostenere un sec­on­do ref­er­en­dum è costa­to una quar­an­ti­na di seg­gi al Nord. Non lo avesse fat­to, avrebbe dato il via lib­era ai Lib­dem come uni­co par­ti­to del Remain: sen­za poi tenere in con­sid­er­azione che qua­si il 70% dell’elettorato laburista è con­trario alla Brex­it. Avrebbe forse allo­ra potu­to sostenere con anco­ra più con­vinzione l’opposizione all’uscita dall’Ue speran­do di spaz­zar via i Lib­dem? Pote­va forse guadagnare qualche seg­gio trat­te­nen­do quei 4 pun­ti andati ai Lib­dem ma non era cer­to pos­si­bile azzer­arne il con­sen­so; al con­trario di un par­ti­to mono-scopo come il Brex­it Par­ty che può sparire da un giorno all’altro, i Lib­Dem rap­p­re­sen­tano inter­es­si eco­nomi­ci e politi­ci ben defin­i­ti e una borgh­e­sia lib­erale spes­so asso­lu­ta­mente indisponi­bile a votare Labour. Insom­ma, qual­si­asi scelta sarebbe sta­ta per­dente.

Cor­byn ha prova­to a trasfor­mare il «sec­on­do ref­er­en­dum» sul­la Brex­it in una elezione nor­male in cui si par­lasse di un pro­gram­ma vas­ta­mente apprez­za­to e met­ter fine a un dram­mati­co decen­nio di gov­er­no Con­ser­va­tore. Non c’è rius­ci­to, le carte le han­no date gli altri e il risul­ta­to è sta­to una scon­fit­ta di pro­porzioni storiche.

In molti si doman­dano come sia pos­si­bile che le zone più povere del Paese abbiano vota­to per un par­ti­to che le ha affa­mate e per un leader che con­sid­era la work­ing class con dis­prez­zo. Il pun­to, a mio parere, va val­u­ta­to stori­ca­mente.

Il pop­ulis­mo attuale non è altro che il frut­to di una pro­gres­si­va de-isti­tuzion­al­iz­zazione del­la polit­i­ca inizia­ta con la sta­gione neo-liberista. In questi decen­ni i par­ti­ti di cosid­det­ta sin­is­tra han­no per­so qual­si­asi capac­ità tan­to rap­p­re­sen­ta­ti­va che di mobil­i­tazione. Il red wall dunque esiste­va più come con­cet­to geografi­co che politi­co – un po’ come le regioni rosse in Italia. Se è vero che Cor­byn pro­pone­va, infine, un pro­gram­ma che parla­va anche e soprat­tut­to a quelle regioni, è però altret­tan­to vero che questo non è bas­ta­to. Anzi, è sta­to pro­prio igno­ra­to. Per gente e clas­si sociali che sono state igno­rate per decen­ni, ved­er mes­so in dis­cus­sione un voto inequiv­o­ca­bile come quel­lo del ref­er­en­dum è sta­to uno schi­af­fo inac­cetta­bile, l’ennesima con­tro­pro­va di come West­min­ster sia un mon­do a parte rispet­to ai bisog­ni del Nord. John­son ha gio­ca­to pro­prio su questo: ha offer­to il suo cor­pac­cione come scu­do con­tro il Par­la­men­to, «l’establishment» e in dife­sa del voto popo­lare. Ha impos­to la sua nar­ra­ti­va – d’altronde in Uk per tre anni si è par­la­to solo di Brex­it – e ha vin­to. Come ovvio, la capac­ità di attrazione su una fet­ta di soci­età frus­tra­ta e che si sen­ti­va defrau­da­ta del suo potere deci­sion­ale è risul­ta­ta molto più forte di quel­la nel fronte Remain (divi­so e non altret­tan­to agguer­ri­to).

A questo, ed è gius­to sot­to­lin­ear­lo, si è aggiun­ta una cam­pagna sen­za quartiere scate­na­ta – quel­la sì dal vero estab­lish­ment – con­tro Cor­byn. Una per­sona di spec­chi­a­ta onestà e rig­ore morale e politi­co è sta­to dip­in­to come un anti-semi­ta razz­ista, men­tre il razz­is­mo con­clam­a­to di John­son è sta­to com­ple­ta­mente igno­ra­to. La Bbc si è trasfor­ma­ta in una suc­cur­sale di Rete4, con vio­lazioni del­la legge elet­torale, con­dut­tori in veste di agit-prop e un cov­er­age basato su fal­sità e parzial­ità. Il che non spie­ga la scon­fit­ta ma spie­ga la bassis­si­ma popo­lar­ità di Cor­byn a dis­pet­to di un pro­gram­ma larga­mente apprez­za­to.

Da questo dis­cen­dono inevitabil­mente delle impor­tan­ti lezioni per la sin­is­tra tut­ta. Da oggi, ovvi­a­mente, vor­ran­no farvi credere che la sin­is­tra rad­i­cale sia un inutile rot­tame del­la sto­ria des­ti­na­to inevitabil­mente alla scon­fit­ta. E che solo un pro­gram­ma che guar­da al cen­tro può fer­mare le destre. È una scioc­chez­za oppor­tunista.

I risul­tati bri­tan­ni­ci dicono tutt’altro: al crol­lo dei laburisti è cor­rispos­ta una per­for­mance penosa dei lib­er­alde­mo­c­ra­ti­ci, la cui leader non è sta­ta nep­pure elet­ta. Nonos­tante tut­ta la stam­pa mod­er­a­ta dipingesse Cor­byn come un nov­el­lo Atti­la, i Lib­dem sono rius­ci­ti a inter­cettare solo una pic­co­la per­centuale dei voti laburisti in usci­ta, Non c’è nes­suna voglia di cen­tro o di ritorno al New Labour. I voti per­si sono andati tan­to a destra più che al cen­tro. E pen­san­do che Boris John­son è solo l’ennesimo estrem­ista di destra elet­to, il mes­sag­gio forte e chiaro è che le par­tite non si gio­cano più al cen­tro, ma sulle estreme: l’elettore medi­ano potrà forse anco­ra essere un «mod­er­a­to» ma lo schi­ac­cia­men­to del­la dis­tribuzione por­ta a mag­gio­ranze rad­i­cali ed estreme, pren­den­do il voto degli scon­fit­ti del­la glob­al­iz­zazione neo-lib­erale.

La sec­on­da lezione, però, è che non bas­tano pro­gram­mi e can­di­dati rad­i­cali. Come si è vis­to, il pro­gram­ma eco­nom­i­co e sociale più di sin­is­tra in trent’anni non solo non è bas­ta­to ma ha per­so le regioni più povere del­la Gran Bre­tagna.

Toc­cherebbe, forse, ritornare a Gram­sci: è il lavoro quo­tid­i­ano nel­la soci­età, la creazione di una coscien­za di classe e di un bloc­co stori­co a per­me­t­tere la vit­to­ria. L’agenda è stret­ta­mente con­trol­la­ta dal­la destra, così come i media. Ed è chiaris­si­mo che il cosid­det­to cen­tro mod­er­a­to preferisce la destra peg­giore a un’alternativa di sin­is­tra (basti guardare un gior­nale come il Cor­riere del­la sera riva­l­utare quel sim­pati­co mat­tac­chione di Boris in fun­zione anti-social­ista, il vero nemi­co). E la cam­pagna den­i­gra­to­ria – una sor­ta di «meto­do Bof­fo» al cubo – che ha appe­na subito Cor­byn sarà repli­ca­ta con­tro qual­si­asi altro can­dida­to.

Qualche sper­an­za, incred­i­bil­mente, può venire dagli Sta­ti uni­ti: la cam­pagna di Sanders ha sem­i­na­to bene. Le ondate di scioperi di questi anni han­no com­in­ci­a­to a costru­ire tan­to una coscien­za che una comu­nità polit­i­ca di rifer­i­men­to. E la sin­is­tra è rius­ci­ta in parte a imporre una pro­pria nar­razione, dal­la dis­eguaglian­za alla crit­i­ca di Wall street fino alla san­ità pub­bli­ca. In Uk il Labour non è rius­ci­to a far nul­la del genere: i sin­da­cati sono smo­bil­i­tati da tre decen­ni; lo slo­gan prin­ci­pale del­la cam­pagna elet­torale è sta­to la dife­sa del­la Nhs (il sis­tema san­i­tario nazionale) che, per quan­to sacrosan­ta, è alla fine una dife­sa del­lo sta­tus quo, obi­et­ti­va­mente più debole del­la promes­sa di un grande cam­bio e del «take back con­trol» del­la Brex­it.

Eppure l’esperienza di Cor­byn ha lati innega­bil­mente pos­i­tivi: Momen­tum con la sua strut­tura orga­niz­za­ti­va ha dimostra­to un’inaspettata capac­ità di mobil­i­tazione, in net­ta con­tro­ten­den­za con la de-isti­tuzion­al­iz­zazione del­la post-democ­ra­cy e lo stes­so Cor­byn ha riem­pi­to piazze, cer­can­do di riann­odare un filo con la nuo­va base del par­ti­to: stu­den­ti, lavo­ra­tori delle gran­di cit­tà, ceto medio pro­le­ta­riz­za­to e incaz­za­to. E in fon­do, nonos­tante la batos­ta, il Labour rimane, e di gran lun­ga, il par­ti­to di sin­is­tra più vota­to in Occi­dente.

Insom­ma, come ha det­to Aaron Bas­tani, un prog­et­to di rinasci­ta a sin­is­tra è un prog­et­to trenten­nale, che non si può fer­mare a un’elezione per­sa. Per vin­cere le elezioni bisogna met­ter­si in con­dizione di creare quel bloc­co sociale, di imporre una nar­razione diver­sa, di resistere a un sis­tema di potere che non accetterà mai di gio­care una par­ti­ta rego­lare – han­no trop­po da perdere per per­me­t­ter­lo. Cor­byn potrà aver per­so, ma qualche cosa da inseg­nare ce l’ha anco­ra.

*Nico­la Mel­loni si occu­pa del­la relazione tra sta­to e mer­ca­to e tra cam­bi­a­men­ti eco­nomi­ci e politi­ci. Dopo un PhD a Oxford ha inseg­na­to e fat­to ricer­ca a Lon­dra, Bologna e a Toron­to. Scrive per Micromega e Il Muli­no.

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RAI: CENSURA ALLINTERVISTA AD ASSAD. Intervista a Matteo Brandi su Canale Sovranista e l’intervista su Assad

CENSURATA PER GLI ATTACCHI ALLA FRANCIA??

 

Mat­teo

Vi pre­sen­ti­amo l’intervista a Mat­teo Bran­di in cui si inter­vista per Canale Sovranista Mat­teo Bran­di, che par­la del­la cen­sura­ta inter­vista al pres­i­dente siri­ano Assad da parte del­la gior­nal­ista RAI Mag­gioni, mem­bro del Bilder­berg, e che avrebbe dovu­to andare in onda su Rainews24 il 2 dicem­bre, ma poi usci­ta solo su Raiplay. Una situ­azione abbas­tan­za ridi­co­la, con la Rai che bru­cia una sua esclu­si­va per non far dispi­acere a qual­cuno, prob­a­bil­mente a Pari­gi. Per­chè ora il vero nemi­co di Assad non è tan­to Trump, che, più o meno, cer­ca un modus viven­di, ma Pari­gi e Lon­dra  con i pro­pri inter­es­si in Medio Ori­ente.

Una buona inter­vista a Bran­di a cui fac­ciamo suc­cedere l’intervista ad Assad. Fac­ciamo notare che nel 2013 la stes­sa Mag­gioni ave­va già inter­vis­ta­to il pres­i­dente Assad. Per­chè allo­ra anda­va bene, e si parla­va del pos­si­bile uso dei gas tossi­ci sul­la popo­lazione ed ora no ?

 

Buon Ascolto.

 

Ecco qui l’intervista del­la Mag­gioni in Inglese

e se la volete in Ital­iano allo­ra ecco il link a Raiplay.

Aven­dola sen­ti­ta abbi­amo il dub­bio che la cen­sura del­la Rai sia sta­ta appli­ca­ta per i duris­si­mi attac­chi alla Fran­cia. Quan­do chiedono ad Assad del prob­le­ma dei rifu­giati Assad non si fa prob­le­mi ad affer­mare che la causa del­la mas­sa migra­to­ria e del Jihadis­mo è da cer­care in Europa, e soprat­tut­to in Fran­cia e nel suo appog­gio alla pri­mav­era ara­ba. Oppure quan­do affer­ma che le ultime riv­e­lazioni di Wik­ileaks met­tono in luce come lui avesse ragione sul man­ca­to uso­di armi chimiche in Siria.

Comunque la cen­sura del­la Rai è sta­to qual­cosa di gravis­si­mo.

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” Solo i criminali di guerra uccidono nove civili innocenti nel sonno”

Gideon Levy

Le scuse dell’esercito israeliano non servono. “Solo i criminali di guerra uccidono nove civili innocenti nel loro sonno”

Se l’IDF avesse voluto, avrebbe potuto sapere esattamente chi si trovava all’interno della baracca che aveva preso di mira a Gaza. Ma non importava e ora una bambina è rimasta sola al mondo

Chi­unque bom­bar­da le case con un aereo da com­bat­ti­men­to nel cuore del­la notte sen­za con­trol­lare chi è den­tro è un crim­i­nale di guer­ra. Chi­unque sosten­ga di non avere avu­to inten­zione di uccidere i nove mem­bri del­la famiglia palesti­nese al-Sawarkah sta cer­can­do di ingannare e lavar­si le mani, ma le mani non sono pulite. Stan­no goc­ci­olan­do con il sangue di inno­cen­ti.

Forse non ave­vano inten­zione di uccidere nove per­sone nel son­no – cinque delle quali era­no minori e tra loro due bam­bi­ni – ma di cer­to non han­no fat­to tut­to il pos­si­bile per non far loro del male. Nes­suna scusa servirà a gius­ti­fi­care le azioni delle forze di dife­sa israeliane, dell’intelligence israeliana e ovvi­a­mente dei piloti dell’aeronautica israeliana.

Le audaci dichiarazioni del capo del coman­do merid­ionale Maj. Gen. Herzi Hale­vi sono un eccezionale esem­pio di apa­tia e perdi­ta di uman­ità: “ Queste cose pos­sono accadere “, ha det­to inno­cen­te­mente. Forse la sua dichiarazione era un rifer­i­men­to a quel­la fat­ta dall’ex capo del­lo staff dell’IDF Dan Halutz, il quale ha affer­ma­to :”è come un leg­gero urto sull’ala dell’aereo” quan­do gli è sta­to chiesto cosa ha prova­to nel lan­cia­re una bom­ba che ha ucciso civili inno­cen­ti .

Non una paro­la di col­pa, non una frase che esprime rimpianto, nes­suna accettazione di respon­s­abil­ità, nes­suna scusa. Nat­u­ral­mente non ha sen­so par­lare di ris­arci­men­to, per­ché l’esercito non ritiene col­oro che sono mor­ti impor­tan­ti. L’ IDF è l’esercito più morale del mon­do e Hamas e la Jihad islam­i­ca palesti­nese sono orga­niz­zazioni ter­ror­is­tiche. E quel­li che ucci­dono nove civili indife­si che dor­mono nei loro let­ti nel­la loro stes­sa casa come dovreb­bero essere chia­mati?

Cos’altro deve suc­cedere affinché gli israeliani inizino a capire che l’esercito così ama­to e ammi­ra­to è un eserci­to bru­tale che ha per­so tutte le sue inibizioni. Un eserci­to che ha inven­ta­to un ricer­ca­to che non è mai esis­ti­to per gius­ti­fi­care l’uccisione di una famiglia è un eserci­to mala­to.
È impos­si­bile colpire Gaza con aerei da com­bat­ti­men­to sen­za uccidere per­sone inno­cen­ti. Nell’enclave den­sa­mente popo­la­ta non c’è un’area sen­za civili che non han­no alcun riparo per sal­var­si , nes­suna sire­na di allarme e nes­sun sis­tema di dife­sa Iron Dome. Gaza non è solo il nido di un cal­abrone e sede di ter­ror­isti, ma pri­ma di tut­to una casa orri­bil­mente affol­la­ta di per­sone in mis­er­abili con­dizioni, soggette all’occupazione israeliana, mai fini­ta nel­la Striscia.

Da rifu­giati di quar­ta e quin­ta gen­er­azione, imp­ri­gionati 13 anni fa nel­la più grande gab­bia del mon­do. ci si aspet­ta che si siedano tran­quil­la­mente, si arren­dano e lan­ci­no riso agli aerei che li bom­bar­dano e al recin­to che li imp­ri­giona.
Le riv­e­lazioni ripor­tate da Yaniv Kubovich di Haaretz giovedì si unis­cono al rap­por­to di Kubovich del 15 novem­bre che descrive la cate­na di even­ti a Deir el-Bal­ah nel­la loro interez­za: un’incredibile realtà dove l’esercito bom­bar­da bersagli sen­za con­trol­lare cosa, e, soprat­tut­to, chi è den­tro.
Ora non è più solo un errore, ora si sco­pre che non con­trol­lare è una rou­tine.

L’idea che l’Intelligence Corps dell’IDF che conosce il col­ore del­la biancheria inti­ma di ogni scien­zi­a­to nucleare ira­ni­ano a For­dow, non sap­pia con­trol­lare chi si tro­va all’interno di una barac­ca a Deir el-Bal­ah pri­ma di bom­bar­dar­la è ovvi­a­mente ridi­co­la. Se l’esercito avesse volu­to, avrebbe potu­to sapere esat­ta­mente cosa e chi c’era nel­la mis­era barac­ca, ma ciò non era impor­tante per l’IDF. Pri­ma lan­ci una bom­ba intel­li­gente JDAM su una barac­ca di lat­ta e poi con­trol­li.

Questo si è riv­e­la­to essere un inci­dente dimen­ti­ca­bile, non impor­tante e poco inter­es­sante. La mag­gior parte degli israeliani non ha sen­ti­to di quel­lo che è suc­ces­so a Deir el-Bal­ah, e non gliene impor­ta. Sal­vo Haaretz, i media israeliani non han­no qua­si rifer­i­to di quel­lo che è suc­ces­so il giorno dopo l’attacco. I let­tori del quo­tid­i­ano gra­tu­ito Israel Hay­om non han­no let­to che l’esercito ha ucciso nove per­sone, men­tre i let­tori del quo­tid­i­ano Yedio­th Ahronoth , a dif­fu­sione di mas­sa , dove­vano impeg­nar­si per trovare l’articolo. Un sim­i­le mas­sacro non è appro­pri­a­to per la pri­ma pag­i­na dell’ex “gior­nale nazionale”. In ogni caso, i cor­rispon­den­ti mil­i­tari, molti dei quali i più grotteschi del­la stam­pa israeliana, era­no impeg­nati a descri­vere il cam­pi­ona­to di fit­ness dell’IDF.

s://sadefenza.wordpress.com/2019/12/04/gideon-levy-le-scuse-dellesercito-israeliano-non-aiuteranno-solo-i-criminali-di-guerra-uccidono-nove-civili-innocenti-nel-loro-sonno/

Il trattato di difesa USA-Israele contro l’Iran avanza  dopo l’incontro di Pompeo e Netanyahu

Un pro­pos­to trat­ta­to di dife­sa USA-Israele sta guadag­nan­do ter­reno dopo un incon­tro tra il Pri­mo Min­istro israeliano Ben­jamin Netanyahu (che attual­mente rap­p­re­sen­ta un gov­er­no “provvi­so­rio”) e il Seg­re­tario di Sta­to amer­i­cano Mike Pom­peo a Lis­bona ques­ta set­ti­mana.

Par­lan­do del con­tro­ver­so pat­to di dife­sa, Netanyahu ha det­to ai gior­nal­isti del­la dis­cus­sione di mer­coledì: “L’incontro con Pom­peo è sta­to fon­da­men­tale per la sicurez­za israeliana” e ha aggiun­to:  “Abbi­amo deciso di pro­muo­vere un pat­to di dife­sa”.

Tut­tavia, un pat­to così con­tro­ver­so avrebbe una lun­ga stra­da da per­cor­rere nel­la polit­i­ca inter­na di entrambe le nazioni, con­sideran­do che avrebbe impeg­na­to gli Sta­ti Uni­ti in guer­ra per difend­ere Israele . Questo anche in un momen­to in cui Israele ha spes­so attac­ca­to ciò che ritiene “obi­et­tivi ira­ni­ani” all’interno del­la Siria e dell’Iraq in quel­lo che entram­bi i pae­si han­no con­dan­na­to come atti di sfac­cia­ta aggres­sione.

https://www.zerohedge.com/geopolitical/proposed-us-israel-defense-treaty-gaining-steam-after-pompeo-netanyahu-meet

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STRISCIATRASMETTE UN CLAMOROSO FUORIONDA DI MATTEO RENZI AL TG5

MENTRE SI DIFENDE DALLE ACCUSE PIOVUTE PER L’INCHIESTA SULLA FONDAZIONE OPEN, MATTEUCCIO SI LANCIA: “SICCOME SONO UN CITTADINO CHE HA DECISO DI DENUNCIARE DELLE PERSONE, A COMINCIARE DA TRAVAGLIO DEL FATTO, MI SONO RIVOLTO PROPRIO A QUEI GIUDICI, AL DOTTOR CREAZZO, CHIEDENDO IN PRIMIS PERCHÉ NON MI STATE…” — POI SI FERMA: “STAVO PER DIRE LA VERITÀ, MA NON SI PUÒ DIRE” — VIDEO — LA BATTUTACCIA A BONAFEDE: “NON CAPISCE UN C…”

LINK AL VIDEO INTEGRALE

https://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/il-fuorionda-stavolta-vero-di-renzi_62711.shtml

Da www.liberoquotidiano.it

IL FUORIONDA DI MATTEO RENZI AL TG5IL FUORIONDA DI MATTEO RENZI AL TG5

Un clam­oroso fuo­rion­da di Mat­teo Ren­zi al Tg5. Un fuo­rion­da di cui dà con­to Striscia la Notizia, sot­to­lin­e­an­do come si trat­ti di un video vero, non di uno dei deep­fake a cui il tg satiri­co ci ha ormai abit­u­a­to. Le immag­i­ni sono state trasmesse nel cor­so del­la trasmis­sione di giovedì 12 dicem­bre. Il leader di Italia Viva si difende dalle accuse piovute per l’inchiesta sul­la fon­dazione Open e annun­cia battaglia legale con­tro chi, a suo giudizio, lo ha diffam­a­to.

IL FUORIONDA DI MATTEO RENZI AL TG5IL FUORIONDA DI MATTEO RENZI AL TG5

Per esem­pio Mar­co Travaglio, diret­tore del Fat­to Quo­tid­i­ano: “Sic­come sono un cit­tadi­no che ha deciso di denun­cia­re delle per­sone, a com­in­cia­re da Travaglio del Fat­to, mi sono riv­olto pro­prio a quei giu­di­ci, al dot­tor Creaz­zo, chieden­do in prim­is per­ché non mi state…”. Dunque Ren­zi si inter­rompe e affer­ma: “Sta­vo per dire la ver­ità, ma non si può dire”. Frase assai sospet­ta, soprat­tut­to alla luce di quel­lo che poi è anda­to in onda, ovvero: “Io mi fido del dot­tor Creaz­zo. A lui il com­pi­to di aprire o no una pro­ce­du­ra per diffamazione nei con­fron­ti dI Travaglio. Fig­uri­amo­ci se non mi fido di lui, aprirà sicu­ra­mente un pro­ced­i­men­to”. Ma non è tut­to: nelle bat­tute finali del servizio, ecco che arrivano da parte di Ren­zi giudizi assai poco lus­inghieri su Alfon­so Bonafede, il min­istro del­la Gius­tizia, il quale “spes­so quan­do par­la non capisce di cosa sta par­lan­do”.

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Mes, Eurosummit accoglie le modifiche italiane al testo

Si esplicita che il negoziato prosegue, ma non cambia il calendario   Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo, Bruxelles, 13 dicembre 2019 - ANSA/ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/ FILIPPO ATTILI (ANSA)

L’Eurosummit ha accolto la pro­pos­ta ital­iana di mod­i­fi­care le con­clu­sioni che riguardano il negozi­a­to sul Mes, il mec­ca­n­is­mo europeo di sta­bil­ità. Sec­on­do quan­to si apprende, la mod­i­fi­ca che rende più esplic­i­to il con­cet­to che il negozi­a­to deve pros­eguire e non finire a gen­naio non cam­bia però la tabel­la di mar­cia che si è dato l’Eurogruppo per l’approvazione, ovvero res­ta l’idea di avere un accor­do finale entro i pri­mi mesi del 2020.

Incor­ag­giamo l’Eurogruppo a pros­eguire il lavoro sul pac­chet­to di riforme del Mes, in atte­sa del­la pro­ce­dure nazion­ali, e di con­tin­uare a lavo­rare su tut­ti gli ele­men­ti di un ulte­ri­ore raf­forza­men­to dell’Unione ban­car­ia, su base con­sen­suale”: è quan­to si legge nelle con­clu­sioni dell’Eurosummit. “Incor­ag­giamo che sia por­ta­to avan­ti il lavoro su tut­ti questi temi su cui torner­e­mo al più tar­di entro giug­no 2020”, aggiun­gono i leader.

Il pre­mier Giuseppe Con­te, nel suo inter­ven­to all’Eurosummit, ave­va chiesto “una mod­i­fi­ca del pun­to 2 delle con­clu­sioni in modo da dare atto che c’è anco­ra da lavo­rare per la revi­sione del Mes”. La mod­i­fi­ca chi­es­ta da Con­te era di inserire il pas­sag­gio: “Chiedi­amo all’Eurogruppo di con­tin­uare a lavo­rare al pac­chet­to di riforme del’ESM…”, mod­i­f­i­can­do così la dichiarazione “Chiedi­amo all’Eurogruppo di final­iz­zare il lavoro tec­ni­co riguardante il pac­chet­to di riforme…”.

Il pre­mier, poi, inter­pel­la­to a mar­gine del Con­siglio europeo su pos­si­bili nuove uscite dal­la mag­gio­ran­za, ha det­to che “chi vuole lavo­rare, ha la pos­si­bil­ità di far­lo con noi fino al 2023. Può cap­itare che qualche par­la­mentare si sen­ta più trascu­ra­to: io dico a tut­ti i par­la­men­tari, atten­zione noi siamo solo all’inizio dell’opera, abbi­amo un arco di tem­po impor­tante, abbi­amo riforme da offrire al Paese. Chi vuole lavo­rare per miglio­rare il Paese lo fa adesso, qui con noi”. Prevede nuove uscite di par­la­men­tari dal­la mag­gio­ran­za? “No, asso­lu­ta­mente no — dice il pre­mier — chi vuole lavo­rare ha la pos­si­bil­ità di far­lo con noi fino al 2023”.

Da Napoli, il leader del­la Lega, Mat­teo Salvi­ni, ha det­to che “di soli­to i par­la­men­tari las­ciano l’opposizione per andare in mag­gio­ran­za. I due sen­a­tori cam­pani han­no las­ci­a­to la mag­gio­ran­za per andare all’opposizione per­ché non ne pote­vano più dei Bonafede, Con­te e Di Maio”. “Lo han­no fat­to sen­za che nes­suno abbia promes­so loro niente per il futuro”, ha aggiun­to. A chi gli chiede se inten­da quere­lare, Salvi­ni ha rispos­to: “Se qual­cuno andrà avan­ti a par­lare di sol­di, di mer­ca­to delle vac­che, di un tan­to al chi­lo sarò a costret­to a far­lo”.

Con­te ha anche par­la­to dopo un incon­tro Con Angela Merkel ed Emmanuel Macron sul­la Lib­ia. “Abbi­amo con­di­vi­so — ha det­to — la neces­sità che l’Europa si fac­cia sen­tire” e “la con­vinzione che ser­va una soluzione polit­i­ca”. “Ragionevol­mente — ha fat­to sapere — per­ver­re­mo anche oggi in gior­na­ta a una dichiarazione con­giun­ta”. Con­te ha spie­ga­to di aver con­di­vi­so con Angela Merkel ed Emmanuel Macron “la neces­sità che l’Europa si fac­cia sen­tire”.

Il pre­mier, inoltre, è inter­venu­to anche sul voto in Gran Bre­tagna e la Brex­it. I cit­ta­di­ni ital­iani in Gran Bre­tagna “van­no ras­si­cu­rati per­ché abbi­amo già lavo­ra­to con loro costan­te­mente. Ci erava­mo già preparati per tute­lar­li a pieno nel­la prospet­ti­va ‘no deal’, adesso si prospet­ta una Brex­it ordi­na­ta”. “Noi abbi­amo lavo­ra­to con Barnier che è il negozi­a­tore per l’Ue” e garan­tisce una “con­ti­nu­ità molto impor­tante per avere otti­mi risul­tati. Lui ha recepi­to tutte le istanze di tutela delle nos­tre imp­rese e del­la nos­tra comu­nità”   .

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WhatsApp si fa vintage, arriva l’avviso di chiamata

Solo su Android, ma non si potrà mettere in pausa   WhatsApp, arriva l'avviso di chiamata © ANSA

What­sApp tor­na al pas­sato, arrivano gli avvisi di chia­ma­ta. La novità arri­va con un aggior­na­men­to disponi­bile al momen­to solo per Android e include la fun­zione per le videochia­mate. In prat­i­ca, se si è già impeg­nati in una tele­fona­ta e se ne riceve un’altra, un suono avvis­erà dan­do così la pos­si­bil­ità di scegliere se cam­biare o meno interlocutore.Una pos­si­bil­ità già offer­ta dal­la mag­gior parte degli oper­a­tori tele­foni­ci. L’avviso di chia­ma­ta su What­sApp ha però una dif­feren­za: non con­sente di met­tere in atte­sa la pri­ma chia­ma­ta in favore di quel­la in arri­vo. Si può sola­mente decidere se rifi­utare o accettare la sec­on­da chia­ma­ta. In questo caso il servizio di mes­sag­gis­ti­ca istan­ta­nea chi­ud­erà la tele­fona­ta in cui erava­mo già impeg­nati invece di met­ter­la in pausa. L’aggiornamento è ora disponi­bile per i dis­pos­i­tivi Android, non è chiaro se e quan­do sbarcherà anche sui dis­pos­i­tivi Apple.

(ansa)

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