Slovacchia, lascia il capo della polizia dopo lepressioni dell'opinione pubblica

Il presidente della polizia Tibor Gaspar, responsabile dell'indagine sull'omicidio del giornalista Jan Kuciak, ucciso insieme alla sua compagna il 28 febbraio scorso, lascera' il suo incarico entro il 31 maggio. Lo ha reso noto il premier slovacco Peter Pellegrini.

Le dimissioni di Gaspar sono state piu' volte rivendicate dall'opinione pubblica (nonche' dal Capo dello Stato) nel corso di manifestazioni massicce in cui i cittadini hanno chiesto maggiore indipendenza nelle indagini sulla morte del giornalista che indagava sulle collusioni della politica con la ndrangheta.

Gli slovacchi considerano Gaspar troppo legato all'ex ministro dell'interno Robert Kalinak e incapace di andare davvero in fondo alla verità.

Il malcontento aveva spinto già lo stesso ex presidente Robert Fico a presentare le sue dimissioni. Intanto ha anche rinunciato al suo incarico il ministro dell'Interno della Slovacchia Tomas Druckner

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Il caso dei derivati del Tesoro, lo Stato contro Cannata, Siniscalco e Grilli

La Corte dei conti e il principio della «responsabilità illimitata» senza dolo. All’ex responsabile del debito pubblico chiesto un risarcimento di oltre un miliardo. Sotto accusa anche il direttore generale del Tesoro La Via

di Federico Rubini

Maria Cannata

Maria Cannata

È fissata per oggi alla Procura regionale del Lazio della Corte dei conti la prima udienza di un tipo di procedimento che non si era mai visto né in Italia né in altri Paesi: due ex ministri dell’Economia ed ex direttori generali del Tesoro, Vittorio Grilli e Domenico Siniscalco, l’attuale direttore generale Vincenzo La Via e l’ex dirigente generale che per 18 anni ha gestito senza il debito pubblico, Maria Cannata, sono chiamati in giudizio per danno erariale. L’accusa mossa loro dalla magistratura contabile non è di aver agito con dolo, ma di essere stati «negligenti» nel caso dei costi sostenuti dallo Stato nella chiusura di alcuni contratti derivati con Morgan Stanley fra fine 2011 e inizio 2012.

Di unico in questo procedimento ci sono vari aspetti. Il primo è che mai nessun funzionario era stato portato alla sbarra in nessun altro Paese senza accuse di malversazione, benché problemi con i derivati si siano registrati anche in Portogallo, Austria, Francia e Grecia. Un secondo è che il principale sindacato del Paese, la Cgil, si è costituita parte civile assieme a Federconsumatori contro la persona che per gli anni più duri ha garantito che non una sola asta di titoli di Stato andasse a vuoto per un singolo titolo a fronte di un debito da rifinanziare per almeno 400 miliardi all’anno. Ma la terza particolarità, qualunque sia la sentenza finale, è destinata a produrre effetti più rilevanti: la Corte dei conti sta applicando ai quattro alti funzionari, passati e presenti, il principio della responsabilità illimitata. Si chiede loro di rimborsare fino all’ultimo centesimo del presunto danno erariale causato allo Stato.

A Maria Cannata, un funzionario ormai in pensione che non ha mai cercato di monetizzare le proprie competenze passando al settore privato, la Corte dei conti chiede un miliardo e 7 milioni. A La Via, 112,8 milioni. A Domenico Siniscalco 89,7 milioni e a Vittorio Grilli 23,3. La decisione spetta ai giudici. Ma il criterio applicato – far ripagare tutto in proporzione alla presunta responsabilità nella perdita – non appare solo discutibile perché gli accusati naturalmente non dispongono di quelle risorse. È un salto indietro giuridico di due secoli.

A New York la responsabilità limitata nacque nel 1811, per permettere agli azionisti e amministratori delle imprese di prendere decisioni: nessuno si sarebbe azzardato a fare un solo investimento, se avesse rischiato individualmente di dover ripagare i debiti dell’impresa fino all’ultimo dollaro. Applicare il criterio premoderno della responsabilità illimitata ai funzionari dello Stato, punendoli per un presunto errore commesso senza dolo, equivale a mandare un messaggio a milioni di statali che è meglio che non facciano niente: né una firma su appalto per lavori urgenti, né una pratica risolta, né un euro di denaro pubblico speso per comprare farmaci o libri, se non possono scaricare la responsabilità su altri in caso di contestazioni. Così nasce la paralisi della burocrazia. Poi conterà certo il merito.

A Cannata si contesta di non aver impugnato fra fine 2011 e inizio 2012 certe clausole di un derivato a favore di Morgan Stanley, che hanno permesso alla banca di esigere dallo Stato un pagamento fino a 4,1 miliardi. Successe al culmine della crisi di debito. Come se il governo allora si fosse potuto permettere di rifiutare un pagamento - di fatto fare un default - senza conseguenze peggiori.

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In crociera con il marito, si getta in mare e gli muore davanti: «Da 24 ore non era più lei»

In crociera con il marito, si getta in mare e gli muore davanti: «Da 24 ore non era più lei»

di Alessia Strinati

Era in vacanza con tutta la sua famiglia, quando si è gettata dal ponte della nave ed è morta sotto gli occhi dei suoi cari che hanno dovuto assistere impotenti alla sua fine. Natasha Schofield, 47 anni di Brisbane stava passeggiando sul pontile dopo ever cenato quando si è volontariamente sporta dalla nave lasciandosi cadere.

Il marito ha provato a reggerla, tirandola per le gambe ma non è riuscito a salvarla ed è morta davanti ai suoi occhi. La donna si era da poco sottoposta a un ciclo di sedute di ipnoterapia che sosteneva le avessero cambiatola vita riuscendola a calmare e a darle una maggiore serenità. Purtroppo però non era riuscita a superare alcune sofferenze o disagi che covava al punto da spingersi a compiere un gesto tanto estremo.

Secondo quello che ha raccontato il marito al Sun, l'atteggiamento di Natasha era radicalmente cambiato nelle 24 ore precedenti al suo suicidio, ma la donna aveva rassicurato i familiari dicendo di stare bene. Descritta da tutti i suoi cari come una persona generosa e buona non avrebbe mai fatto del male alla sua famiglia, quindi forse era scattato in lei qualcosa che ha tenuto nascosto a tutti.

Subito dopo l'incidente sono immediatamente scattate le ricerche in mare ma del cadavere di Natasha ancora non si ha traccia. La polizia, sebbene prosegua nelle indagini, ha però affermato che si tratta chiaramente di un suicidio.

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Giovane madre si toglie la vita a soli 21 anni: «Non trovava lavoro e temeva di perdere i sussidi»

Giovane madre si toglie la vita a soli 21 anni: «Non trovava lavoro e temeva di perdere i sussidi»

Non riusciva a trovare un lavoro e temeva che avrebbe perso il sussidio del governo, così una mamma single e malata, presa dalla disperazione, si è tolta lavita.

Amy Nice, 21 anni, era caduta in una forte depressione dopo aver scoperto di avere una malattia ai reni all'età di 12 anni. Per mantenere suo figlio, se stessa e curarsi le servivano molti soldi e purtroppo non riusciva a trovare un impiego che le permettesse di avere la stabilità economica che le serviva. Amy aveva anche iniziato a temere che potesse perdere i sussidi equesto l'ha spinta a compiere il folle gesto.

Secondo quanto riporta il Sun la donna avrebbe iniziato a manifestare i suoi disturbi dopo la diagnosi della malattia renale: giovanissima aveva iniziato a tagliarsi e a mostrare chiari segni di ansia. Temendo di non potercela fare ha così accompagnato il bambino a scuola e una volta a casa si è tolta la vita impiccandosi. La ragazza era da tempo seguita da uno psicologo e sembrava che negli anni avesse anche imparato a gestire la sua depressione, ma purtroppo un momento difficile come quello che stava affrontando le è stato fatale.

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MILOS FORMAN SE NE E’ ANDATO IERI A 88 ANNI

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - MILOS FORMAN, CHE SE NE E’ ANDATO IERI A 88 ANNI, ERA TRA I POCHISSIMI, AD HOLLYWOOD, A POTER COSTRUIRE SU TESTI TEATRALI , DELLE GRANDI OPERE CINEMATOGRAFICHE POPOLARI "QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO" E "AMADEUS", OVVIAMENTE, NON SI TOCCANO. COME LA SUA VERSIONE DI "HAIR". PER NON PARLARE DI UN CAPOLAVORO COME "LARRY FLYNT"… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus, ovviamente, non si toccano. Milos Forman, che se ne è andato ieri a 88 anni, aveva vinto 5 Oscar per il primo e 8 per il secondo e non so più quanti Golden Globe. Era tra i pochissimi, ad Hollywood, a poter costruire su testi teatrali o comunque chiusi in certi spazi, delle grandi opere cinematografiche popolari rendendo delle star anche attori fino ad allora ignoti, come Tom Hulce o F. Murray Abrahams.

Non si tocca neanche la sua versione di Hair con Treat Williams e Beverly D’Angelo, magari un po’ tarda rispetto all’opera rock, ma con una grande partecipazione di Nicholas Ray come attore nel ruolo di un arcigno generale. Per non parlare di un capolavoro come Larry Flynt con Woody Harrelson, prodotto da Oliver Stone, che scava dietro l’impero di un magnate del porno e la sua lotta contro il governo americano. E traccia una storia dell’America, a modo suo. Anche Taking Off, il suo primo film americano, lo ricordo con grande affetto, soprattutto perché offrì allo sceneggiatore Buck Henry, un genio del cinema americano anni ’60, un ruolo da protagonista.

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Si esibisce anche assieme a Lynn Carlin nello strip poker più divertente che abbia mai visto al cinema. E i suoi tre meravigliosi film girati in Cecoslovacchia? Asso di picche, Gli amori di una bionda, Al fuoco pompieri… Allora, quando vennero distribuiti in Italia anche con tagli e cambiamenti assurdi, sembrava che potesse nascere davvero qualcosa di grande a Praga. Con l’arrivo dei carri armati sovietici, però, sia Forman che Ivan Passer trovarono più salutare scappare in America.

Il cinema ceco venne massacrato e Forman seppe ambientarsi benissimo. Sembrava che ci fosse sempre stato. Al punto da poterne raccontare le storie americane più assurde dal di dentro, non con un occhio esterno da europeo. E’ per questo, credo, che trovo un capolavoro il suo Man on the Moon, il film dove Jim Carrey impazzisce “dentro” il personaggio del comico Andy Kauffman e del suo alter ego virtuale, Tony Clifton. Chi ha visto l’incredibile documentario sul backstage del film, Jim&Andy, presentato a Venezia nel 2017, si rende conto di quel che ha davvero rappresentato il film sia per Forman che per Carrey, del loro legame e del dialogo continuo tra regista e un attore che è diviso in ben tre personaggi continuamente. L’eleganza, la grazia, la passione, l’intelligenza di Forman rendono quel film qualcosa che va oltre il buon film e il rapporto fra regista e attore qualcosa di veramente sconvolgente.

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Una “esperienza monumentale”, ha ricordato ieri lo stesso Jim Carrey, perché solo Forman avrebbe potuto spingere fino a tal punto e sopportare fino a tal punto l’esplosione di Jim-​Andy-​Tony. Nessuno dei suoi grandi attori, Jack Nicholson, Annette Benning, F. Murray Abrahams sembra più lo stesso dopo aver lavorato con lui. Come se fossero esperienze fondamentali e devastanti. Curiosamente, nelle interviste che vediamo di Forman, ne ricordo una stupenda per il documentario di Abel Ferrara sul Chelsea Hotel, dove a lungo aveva abitato il regista, sembra la persona più tranquilla e comprensiva del mondo. Credo che la grande carica umana di Forman come persona sia abbastanza evidente nei suoi film, che sono tutti, più o meno riusciti, metto nel mucchio anche Valmont e Ragtime, grandi esperienze umane. Non sono mai solo cinema.

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ISABELLA BIAGINI FOR EVER- SE NE VA A 74 ANNI L’ATTRICE-DIVA DEGLI ANNI ’60-’70

ISABELLA BIAGINI FOR EVER- SE NE VA A 74 ANNI L’ATTRICE-DIVA DEGLI ANNI ’60-’70 - DA ANTONIONI AL VARIETÀ, L’AMICIZIA CON LA MAGNANI: 'CI RESTÒ MOLTO MALE QUANDO MI SPOSAI. “MA CHE CE FAI DESTO PELATO?, MI DISSE...' - IL RICORDO DI DOTTO E IL SUO OMAGGIO IN FORMA DI ROMANZO - "AVEVA SMESSO DI ESISTERE QUEL 17 DICEMBRE DEL 1999, IL GIORNO IN CUI SUA FIGLIA MONICA MORÌ PER UN CANCRO FULMINANTE AL FEGATO" – VIDEO

Da ansa​.it

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E' morta a Roma l'attrice, show girl e imitatrice Isabella Biagini. Aveva 74 anni Malata da tempo, era ricoverata in un hospice della capitale. Nata nel 1943 a Roma, il vero nome era Concetta Biagini, aveva esordito nel 1955 con una piccola parte nel film Le amiche di Michelangelo Antonioni.

Poi il passaggio alla tv, con ruoli comici e da svampita in tanti varietà degli anni Sessanta e Settanta e la partecipazioni a diverse commedie all'italiana da Amore all'italiana di Steno a Boccaccio di Bruno Corbucci, e commedie musicali da Non cantare, spara (1968) con il Quartetto Cetra a Bambole, non c'è una lira (1978) e C'era una volta Roma (1979).

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Ironica e dissacrante, aveva un talento anche come imitatrice, indimenticabile la sua Mina. Segnata da una vita sentimentale difficile e da due matrimoni falliti, ha avuto una figlia Monica, morta nel 1998. Nel 2016 aveva denunciato la sua difficile condizione economica.

2. IL RICORDO DI GIANCARLO DOTTO

Giancarlo Dotto per Dagospia

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L’ultima volta l’ho incontrata prima di Natale in una camera del “Rouge e Noir”, un albergo della periferia romana. Non era più una camera d’albergo, ma un luogo dell’orrore, e lei non era più Isabella, ma una donna deformata dal dolore che voleva intensamente solo una cosa, morire. In realtà, aveva smesso di esistere quel 17 dicembre del 1999, il giorno in cui sua figlia Monica morì per un cancro fulminante al fegato.

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Le consegnai una copia di “Anime dannate”, il mio privatissimo omaggio in forma di romanzo a lei e alla sua straziante, bellissima, imperdonabile storia. Non so se ha fatto in tempo a leggerlo. So che la sua voce mi farà compagnia per sempre. E le sue fulminanti sintesi. E il suo lamento. Sempre interrotto e disdetto da una geniale pagliacciata. I suoi monologhi sono carne viva. Parte integrante del mio, suo, nostro romanzo.

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Estratti del libro di Giancarlo Dotto “Anime dannate” (Ed. Rizzoli)

…Sarebbe potuta diventare la più grande attrice italiana del dopoguerra. Lei insieme alla Magnani. Tutte le altre a distanza. Se solo lo avesse voluto. Se solo avesse avuto un minimo d’ambizione. Se fosse stata meno bella, meno pazza e meno pupazza. E meno madre. Erano in tanti a dirlo. Che aveva lo stesso genio buffone ma anche la malinconia balenga dei grandi. E poi tutte quelle fobie. “Quando ballavo tenevo sempre il sedere all’infuori, alla Totò, per non sentire addosso l’animalone in fregola. Sai com’è…”

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Non gliene fregava niente di niente. A tredici anni era già quello che non voleva essere, la bonona pronta per il grande equivoco, la bambola da manuale per i maniaci che la pedinavano, le bussavano alla porta e la volevano scopare con la scusa di chiederla in sposa. Non sapendo che tutte le star, le vere star, sono frigide perché non ce la fanno a esistere. Le piaceva fare la star, non le piaceva esserlo. Le importava solo tornare a casa il prima possibile, fuori dalle mischie di quegli osceni pagliacci in cui le capitava senza volerlo di essere sempre la migliore, e rovesciare sul tavolo della cucina il fagotto di banconote sudate, arrotolate con l’elastico, guadagnate quella sera, che lei si nascondeva nel seno per evitare di essere rapinata, anche due milioni a volta negli anni d’oro. Contarli una, due, tre volte e poi ficcarsi sotto le coperte, insieme a mamma e figlia…

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Diventai intima della Magnani, della sua casa a Palazzo Altieri, dei suoi gatti bianchi, rosa e neri, neri come le lacrime che le gocciolavano giù per amore,  da quei suoi occhi enormi con le pagliuzze d’oro, lei,  un cuore grande così, dentro la sua vestaglia tigrata. Mi adottò come una figlia e ci restò molto male quando mi sposai: “Ma che ce fai de ‘sto pelato?...Tu sei un fiore, sei fresca, che te serve ‘sto pupazzo spennacchiato… ‘Sta storia della santarella che arriva vergine al matrimonio, ma dai, vatte’ a fa’ ‘na scopata ogni tanto figlia mia, tanto, buco c’è e buco rimane”. Quanto aveva ragione! Anna era una grande passionaria, una lupa nel letto, un decolleté strepitoso, nessuna come lei dalla vita in su, il vitino stretto, le spalle importanti, il seno bellissimo, né Lana Turner, né Kim Novak. E poi questa faccia da lupa…Il resto, sotto, da buttare nel cesso…La Magnani era tutto un mistero…Che donna! Se nasci bella ma caciottara, puoi trovare al massimo una sturacessi, finché ti regge la carne, ed è già grasso che cola.

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E poi questo mi raccontava della figlia e questo ho riportato integralmente nel mio, suo, nostro libro. Lei che da allora cadeva quasi ogni notte dal letto in preda agli incubi.

…Da quando ti ho perso figlia mia, il pagliaccio si sveglia tutte le mattine con il dolore infinito addosso della madre. E cade dal letto. Che è grande, ma sembra la cuccia di una nana, troppo piccolo per uno strazio così grande. Tu ed io. Tu che profumavi di latte. Io, che allattavo te e anche mio fratello piccolo. Insieme, la madre e il clown, sono uno

spettacolo, questo sì, che non si può raccontare… Ridi pagliaccio, vesti la giubba e la faccia infarina, ridi pagliaccio, tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, ridi

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pagliaccio sul tuo amore infranto, ridi del duol che t’avvelena il cor!...

…Andavamo a misurarti l’abito da sposa, Monica, il giorno in cui per la prima volta ti sei sentita mancare… Eri la bambola che avevo sempre sognato, sai quelle bambole

che si vendevano alla stazione con questi grandi occhi celesti che piacevano tanto al Genio di Rimini… Non stavo nella pelle il giorno che me l’hanno messa al seno. Ho

rinunciato a tutto per te. Anche quando facevo la pupazza allegra in giro per l’Italia. Ricordi? Non dormivo mai fuori, tornavo all’alba con i maritozzi alla panna, il trucco

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sbafato, viaggiando sui treni, di notte. Mia figlia doveva trovarmi lì quando si svegliava. “Ciao mami”, e io lì con le occhiaie, presente, il trucco sfatto alla Charlot…

Scusami se piango. Ha sofferto troppo questa mia bambina, con un padre assente e una madre clown, costretta a far ridere per pararsi il culo, perché se ridevano non ti accoltellavano. Eri un altro di quegli angeli cui hanno gettato la melma addosso, il mio angelo. Da allora piango. Tutto ciò che èbello, tutto ciò che ci manca, deve essere pisciato dagli occhi, perché sono gli angeli che piangono. Tu con me… Io non potevo fare di più. Non sono mai stata madre nemmeno di me stessa, di questa bambina con le calzette rosa che porto dentro. Senza mai diventare donna…

 “…Avrei voluto dartelo, bambina mia, un pezzo del mio fegato, al posto di quello tuo malato, ma era già tardi… È stata quella, con te, e poi mai più, la mia ultima, grande

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prova d’attrice. Mi chiudevo nel bagno dell’ospedale a impupazzarmi tutta. Il rossetto forte, gli occhi bistrati da comiche finali, i capelli giallo pannocchia, perché così la

mia Monica si tranquillizzava. La vedevi, questa mamma pagliaccio, e ridevi. “Se si concia così questa mia mammina folle, allora forse non sono così grave…”. E,

invece, tutto non era mai stato grave, tutto così inutile, tutto già scritto. Sono tornata a casa senza di te e quel “senza di te” non mi dà pace, non me lo so spiegare, nessuno mi

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aiuta, neanche tu, bambina mia, mi aiuti… Frugo ogni notte tra le coperte che poi sono nuvole con le mie manine da rana diventate gonfie per l’astinenza e credo di toccare qualcosa, le tue mani, m’illudo, mentre le lacrime mi scendono, ma non so cosa, non sono loro e ogni volta cado giù dal letto, precipito…”.

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L’ITALIA PIANGE VITTORIO TAVIANI: COL FRATELLO PAOLO HA FIRMATO CAPOLAVORI DEL CINEMA COME "PADRE PADRONE" E "CESARE DEVE MORIRE"

L’ITALIA PIANGE VITTORIO TAVIANI: COL FRATELLO PAOLO HA FIRMATO CAPOLAVORI DEL CINEMA COME "PADRE PADRONE" E "CESARE DEVE MORIRE" – IL GRANDE REGISTA AVEVA 88 ANNI ED ERA MALATO DA TEMPOLA STREPITOSA INTERVISTA DI MALCOM PAGANI: “DALLA MAGNETICO, PASOLINI PERMALOSO - MONDA? LAVORÒ CON NOI COME FOTOGRAFO DI SCENA. GRATIS” - VIDEO

Alessandra Vitali per repubblica​.it

vittorio taviani vittorio taviani

E' morto a Roma, malato da tempo, il grande regista Vittorio Taviani, 88 anni, che con il fratello Paolo ha firmato capolavori della storia del cinema italiano da Padre Padrone (Palma d'oro a Cannes nel '77) a La Notte di San Lorenzo a Caos fino a Cesare deve morire (Orso d'oro a Berlino). Lo annuncia all'Ansa una delle figlie, Giovanna. Per volontà della famiglia non ci saranno camera ardente ne funerali ma il corpo del regista verrà cremato in forma strettamente privata.

Era nato a San Miniato, in provincia di Pisa, il 20 settembre del 1929. Con il fratello Paolo, di due anni più giovane, aveva scritto alcune delle pagine più significative del cinema italiano. Due maestri che fin dagli anni Sessanta non hanno mai perso di vista, e hanno raccontato, la realtà, la storia, le contraddizioni, le sfaccettature del nostro Paese.

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Figlio di un avvocato dichiaratamente antifascista (cui le squadracce, durante la dittatura, fecero saltare in aria la casa) Vittorio frequenta la facoltà di Legge all'università di Pisa e nel frattempo, insieme al fratello - sono entrambi dei grandi appassionati di cinema - anima il cineclub della città e organizza proiezioni anche a Livorno, con loro c'è l'amico partigiano Valentino Orsini. Nel 1954 abbandona gli studi e, sempre insieme al fratello e a Orsini, realizza una serie di documentari a sfondo sociale. Alla base ci sono le suggestioni del Neorealismo, in particolar modo, racconteranno in seguito, Paisà di Rossellini. E' di questo periodo San Miniato, luglio '44, girato con la collaborazione di Zavattini, mentre nel 1960 firmano L'Italia non è un paese povero, tre puntate per la tv dirette da Joris Ivens, documentario dal destino travagliato sulle conseguenze della metanizzazione nel nostro paese.

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Il debutto sul grande schermo risale al 1962, quando i Taviani e Orsini firmano il lungometraggio Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté, ispirato alla vita di Salvatore Carnevale, bracciante, socialista di Sciara, in provincia di Palermo, attivo nel sindacato e nel movimento contadino, freddato da killer in Sicilia nel 1955. Un film di grande impatto morale che vince il Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia. Seguirà il film a episodi I fuorilegge del matrimonio (1963), suggerito dal progetto parlamentare di "piccolo divorzio". Da quel momento (senza Orsini) i Taviani firmeranno insieme una lunga filmografia che parte da Sovversivi (1967) e Sotto il segno dello scorpione (1969), sempre con protagonista Gian Maria Volontè.

 Per i due fratelli viene il momento dei riconoscimenti internazionali. San Michele aveva un gallo (1972) vince il Premio Interfilm a Berlino. E dopo Allosanfàn, del 1974, con Marcello Mastroianni e Lea Massari, in cui si fotografa il "tradimento" della classe operaia, è con la biografia di Gavino Ledda Padre padrone, nel '77, che conquistano Palma d'Oro e Premio della Critica al Festival di Cannes: a consegnarla è il presidente della giuria Roberto Rossellini mentre in Italia viene loro assegnato un David Speciale e un Nastro d'Argento. La carriera di Vittorio Taviani, inscindibile da quella di Paolo, continua con Il prato (1979) e La notte di San Lorenzo (1982), la storia drammatica di un gruppo di uomini e donne che fuggono dai tedeschi nel tentativo di raggiungere una zona occupata dagli alleati; un film bellissimo sulla speranza, contro tutte le guerre, scandito dalla musica di Nicola Piovani, che farà conquistare ai due autori Gran Premio della Giuria a Cannes, David e Nastri d'Argento per la regia e la sceneggiatura.

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Insieme nell'84 come mebri della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, nello stesso anno adattano quattro novelledi Pirandello in Kaos, ed è ancora David di Donatello e Nastro d'Argento per la sceneggiatura, scritta con Tonino Guerra. Nell'86 arriva il Leone d'oro alla carriera, mentre il loro percorso artistico prosegue con Good Morning, Babilonia (1988), Il sole anche di notte (1990, presentato fuori concorso a Cannes), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1996), ispirato all'omonimo romanzo di Goethe. Due anni più tardi, realizzano Tu ridi (1998) film a episodi, seguìto dalle miniserie tv Resurrezione (2001) e Luisa Sanfelice (2004). Nel 2007 è la volta di La masseria delle allodole, dal romanzo di Antonia Arslan, ambientato nel 1915, le vicende di una famiglia armena in Anatolia all'epoca del genocidio armeno.

paolo e vittorio taviani paolo e vittorio taviani

A 83 anni, un nuovo, importante riconoscimento: nel 2012 insieme al fratello vince l'Orso d'Oro al Festival di Berlino (mancava al cinema italiano dal 1991, quando andò a La casa del sorriso di Marco Ferreri) con Cesare deve morire: girato in stile docu-​drama, segue la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare a opera dei detenuti del carcere di Rebibbia, diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli. Il loro ultimo film, Maraviglioso Boccaccio, era uscito all'inizio di quest'anno: ambientanto nel 1348, mentre la peste infuria a Firenze, segue dieci giovani che si riuniscono in una casa di campagna e per dieci giorni si raccontano storie d'amore, sesso, burle, per esorcizzare la malattia e la morte. Paolo e Vittorio Taviani hanno adattato cinque novelle del Decamerone alle esigenze del XXI secolo, cercando un confronto con le paure dei giovani contemporanei. Un impegno coraggioso che solo due grandi maestri avrebbero potuto affrontare.

maraviglioso boccaccio maraviglioso boccaccio

2. TAVIANI, FRATELLI DROGATI. DI CINEMA

http://m.dagospia.com/i-fratelli-taviani-dalla-magnetico-pasolini-permaloso-monda-lavoro-con-noi-gratis-96079

Malcom Pagani per il Fatto Quotidiano pubblicato da Dagospia 09/​03/​2015

Uno parla, l’altro tace. Uno tace, l’altro parla. Si danno la staffetta senza faticare e quando chiedono di considerare le singole risposte una sola cosa, si comprende anche il perché. Sintonia totale, simmetria perfetta, accordo assoluto: “Fin da ragazzi, quando prendendo il largo da Tirrenia, raggiungevamo Livorno in bicicletta per far recitare in teatro i portuali. La notte, attraversando la pineta, pareva di essere in Alaska”.

vittorio e paolo taviani vittorio e paolo taviani

Evocando Turgenev e Tolstoj in un palazzo della Roma umbertina, con il cappello di velluto in testa ma senza più inverni da cui proteggersi, Vittorio, il Taviani nato nel 1929, siede alla sinistra del fratello Paolo, quello del ’31, in un contesto in cui occhiali, giubbe, postura, epoche e differenze si confondono e l’anagrafe stinge di fronte alla vivacità: “Se qualcuno ci chiama maestri, ci arrabbiamo. Siamo stati comunisti, gente che si dava del tu salvo scoprire che a certe signore della borghesia, l’eccessiva confidenza garbava poco ‘ma che fa giovinetto? Mi dà del tu? Ma come si permette?’”.

Dopo qualche rinvio – “A un film che prendesse spunto dal Boccaccio pensavamo da almeno trent’anni” – i Taviani hanno rotto gli indugi e girato il loro Maraviglioso omaggio alle novelle del ‘300. Cast eterogeneo (Scamarcio, Trinca, Puccini, Rossi Stuart, Cortellesi, Crescentini, Lello Arena), visione, sentimento, perduta bellezza a piene mani e trattazione, come sempre, molto personale: “Osservando le tante pesti che ammorbano il mondo di oggi, ci ha colto il desiderio di tornare a quella raccontata dal Boccaccio. Un ambito poco esplorato e mai rappresentato. La molla narrativa da cui discendeva tutto il resto”.

FRATELLI TAVIANI CESARE NON DEVE MORIRE FRATELLI TAVIANI CESARE NON DEVE MORIRE

E siete partiti.

   Il film si reggeva su tre pulsioni. Quella iniziale: la necessaria fuga dal morbo. La seconda: la spinta delle ragazze che persuadono gli uomini a cercare salvezza fuori dalla città. E la terza, la più importante, legata alla convinzione che le energie sprigionate dall’arte, a iniziare dall’amore, possano salvare davvero.

Voi da cosa siete stati salvati?

Paolo Taviani Francesco Rutelli Paolo Taviani Francesco Rutelli

   Dalla libertà di aver fatto il lavoro che avremmo voluto sempre fare. Ogni volta che ragioniamo su un nostro film, pensiamo che stiamo per fare qualcosa che non abbiamo mai fatto prima e che nessuno farà dopo di noi.

Se qualcuno individua una coerenza nella vostra poetica vi preoccupate?

Non esultiamo. Non vogliamo essere quelli che eravamo prima. Quelli che eravamo prima sono lì, nella memoria. Noi siamo andati oltre o almeno ci siamo illusi di farlo. Fosse altrimenti, un film non lo faremmo proprio.

 Anche voi convinti che la coerenza sia la virtù degli imbecilli?

PAOLO E VITTORIO TAVIANI PAOLO E VITTORIO TAVIANI

   Non siamo convinti che sia una virtù, ma se dopo 20 film, qualcuno pensa che si tratti di 20 puntate di uno stesso discorso, è liberissimo di farlo. Se la coerenza c’è, non è cercata e non è voluta.

Dopo una collaborazione con Ivens e due film con Valentino Orsini, esordiste con I Sovversivi, 48 anni fa.

   Volevamo rompere una lastra di ghiaccio e poi ferirci con i frammenti. Ne I Sovversivi abbiamo creduto molto.

Nel cast, in un ruolo importante, figurava Lucio Dalla.

VITTORIO TAVIANI E LAURA MORANTE VITTORIO TAVIANI E LAURA MORANTE

   In quel film c’era già il Dalla di domani. All’epoca facevamo molte pubblicità e Lucio lo avevamo incontrato proprio su un set di Carosello. Aveva magnetismo e un intuito da medium. Con l’assistente alla regia, senza sapere nulla di lui, andò a colpo sicuro: “A 14 anni ti sei operato al ginocchio, è vero?”. Era vero e quello impallidì.

Sul piano intellettuale cosa vi univa?

   Prima di tutto il disaccordo. Nel giudicare un film, non eravamo mai dalla stessa parte della barricata. Sembra contraddittorio, ma in un microcosmo in cui tutti fingono di pensarla allo stesso modo, il diverso parere è una boccata d’aria fresca.

Altri punti di contatto?

VITTORIO E PAOLO TAVIANI VITTORIO E PAOLO TAVIANI

   L’amore per Miles Davis. All’epoca Lucio suonava solo il clarinetto e non cantava. Se lo faceva, si infilava nei semitoni e riusciva a conquistare il pubblico stravolgendo lo spartito. Con il movimento, con le smorfie, con la fisicità.

Con un po’ di trucco e con la mimica – diceva Dalla – puoi diventare un altro.

   Scegliendolo per I sovversivi, l’avevamo pensato di lui. Gaetano Giuliani De Negri, il nostro produttore, non voleva saperne: “Siete matti? Già il film è difficile, poi voi scegliete un ragazzo sconosciuto, grasso e peloso, è un suicidio”. Allora provammo ad aggirarlo. Glielo facemmo incontrare. De Negri era un uomo straordinario, un comandante partigiano dalla personalità fortissima. Lucio lo sdraiò. Quando uscirono dalla stanza sembravano vecchi amici: “Allora, quando cominciamo?”.

PAOLO TAVIANI E ANTONIO MONDA PAOLO TAVIANI E ANTONIO MONDA

Per qualche critico I Sovversivi ha la stessa importanza del quasi coevo I pugni in tasca di Bellocchio.

   Non scherziamo. I pugni in tasca è un’opera fondamentale del ‘900. È come Roma città aperta per Rossellini. Un film in cui l’autore supera i propri limiti. È capitato anche a noi con Cesare deve morire. Girato in 20 giorni, eravamo convinti finisse per essere trasmesso alle 23 in televisione.

È stato un successo mondiale.

   Si vede che siamo andati oltre i nostri limiti anche noi.

È vero che Dalla avrebbe dovuto partecipare anche al vostro Allonsanfan?

VITTORIO TAVIANI E SIGNORA VITTORIO TAVIANI E SIGNORA

   Verissimo. Avrebbe avuto il ruolo di Tito, poi interpretato da Bruno Cirino. Il primo giorno, interagendo con Mastroianni, Lucio sul set c’era. Poi, a causa di un’ulcera perforata, si sentì malissimo. Venne operato d’urgenza e dovette rinunciare. De Negri, alla malattia improvvisa di Dalla non credeva.

Lucio era tremendo, sfuggente, andava di qua e di là. Eravamo ad Erba e De Negri sbraitava: “Mi sta truffando, mi sta turlupinando! Lo denuncio, vi giuro che lo denuncio”. Prese una macchina e corse all’ospedale per sbugiardarlo. Lo trovò ricoverato, si acquietò.

TAVIANI CESARE DEVE MORIRE TAVIANI CESARE DEVE MORIRE

Come arrivaste a scegliere il protagonista?

   A essere onesti, al principio a Marcello non avevamo neanche pensato. La nostra idea originaria era Volontè. Con Gian Maria avevamo già lavorato. Era un genio. E sapeva essere anche un genio malefico. Grandi entusiasmi sul progetto: “È stupendo, dove si firma?”, fughe improvvise e poi, magari ad anni di distanza, l’improntitudine di ribaltare la realtà come nessun altro: “Dovrei ancora avercela con voi per non avermi fatto fare Allonsanfan, ma vi perdono”.

E Mastroianni fu.

   Per fare i film che volevamo, almeno fino a un certo punto della nostra vita, abbiamo sempre lottato duramente. Allonsanfan è tra quelli. Era bello, era bello, ma non si faceva mai. Marcello aiutò a realizzarlo. Ce lo fece incontrare un generoso Ferreri. Andammo a Parigi. Lui fu carino. “Ma sì, facciamo questo bel film wagneriano”.

TAVIANI CESARE DEVE MORIRE TAVIANI CESARE DEVE MORIRE

Diventammo di un altro colore, tutto avevamo in mente tranne che dare al lavoro un’impronta wagneriana. Non osammo contraddirlo. Partimmo pieni di entusiasmo e come al solito, ci presentammo sul set avendo fatto con gli attori una lettura poco più chesommaria del copione. “Il personaggio nasce nel suo ambiente, vediamo cosa succede”.

Cosa successe?

   Marcello che noi adoravamo per resa espressiva e immediatezza, partì con un’idea precisa di recitazione. Dopo il primo ciak, atterriti, ci rendemmo conto che il tono era impostato. Sbagliato. Eravamo sotto un grande albero e durante la pausa cercavamo il coraggio necessario per spiegarglielo. Ci venne incontro: “Allora, come è andata?”.

TAVIANI CESARE DEVE MORIRE TAVIANI CESARE DEVE MORIRE

Balbettammo: “Bene, benissimo, proprio alla grande, ma ne faremo un’altra. Prova a dire le stesse battute come se fossi da Canova in Piazza del Popolo con un amico”. Marcello che era intuitivo, capì immediatamente. Da quel giorno, ogni volta che gli pareva di esagerare con il melodramma, si correggeva da solo. Durante le riprese, gridava: “Piazza del popolo, Piazza del Popolo”. Ci fermavamo, ridevamo, ricominciavamo.

Vi siete divertiti molto?

TAVIANI CESARE DEVE MORIRE TAVIANI CESARE DEVE MORIRE

Moltissimo. Nelle difficoltà ci esaltavamo. Per La notte di San Lorenzo, ci trovammo all’improvviso senza la coproduzione tedesca. De Negri venne da noi sconsolato: “Chiediamo scusa a tutti e sbaracchiamo, il film non si fa”. Lo guardammo torvi: “Il film si fa con quel che c’è, chi decide di collaborare comunque, deve essere conscio della situazione e al limite, ringraziarci. Non vogliamo favori da nessuno”.

La presunzione dei maestri?

   Nient’affatto. La consapevolezza che ogni avventura, al di là del dato economico, è un investimento su se stessi. C’era la diaria. Il cinema. Il piacere profondo di creare qualcosa insieme. A quel film, come fotografo di scena, partecipò anche un giovane Antonio Monda.

Il nuovo direttore artistico del Festival di Roma?

I FRATELLI TAVIANI VINCONO L ORSO D ORO AL FESTIVAL DI BERLINO I FRATELLI TAVIANI VINCONO L ORSO D ORO AL FESTIVAL DI BERLINO

Proprio lui. Avevamo conosciuto la madre. Ci si presentò entusiasta: “Vorrei lavorare con voi”. Fummo chiari: “Questo è il nostro telefono. Hai il diritto di chiamarci e noi quello di non risponderti”. Viste le ristrettezze, la produzione era stata secca: “Niente fotografo di scena, si prendono i fotogrammi del film e si stampano”. Monda telefonò, noi proponemmo l’accordo che potevamo offrirgli: “Vieni gratis, c’è vitto, alloggio e una piccola diaria di sopravvivenza minima”. Accettò. Non crediamo se ne sia pentito.

Un’idea egualitaria.

PAOLO TAVIANI PAOLO TAVIANI

   In famiglia eravamo borghesi e mazziniani. Nostro padre era antifascista. L’incontro che ci cambiò l’esistenza fu quello con Valentino Orsini. Operaio e intellettuale, Orsini ci fece

conoscere il teatro di massa.

In cosa consisteva?

Si mettevano in scena gli eventi della quotidianità con i personaggi reali, nei loro veri ruoli. Uomini e donne che si sacrificavano senza compenso, per mostrare al pubblico le fatiche della vita. A Livorno, a stretto contatto con i portuali, conoscemmo un ragazzo dalla pelle di porcellana. Aveva il viso slavato e bianchissimo. Gli chiedemmo ragioni e lui spiegò: “Pulisco il fondo delle navi, sono immerso nell’acqua da mattina a sera, dai e dai, ha preso un altro aspetto anche la faccia”. Faceva teatro per riscattare la sua condizione. A quel tempo, anche se sostenerlo oggi suona retorico, si credeva davvero nella testimonianza e nell’idea che il mondo potesse cambiare.

VITTORIO TAVIANI E PIERO MELOGRANI VITTORIO TAVIANI E PIERO MELOGRANI

Era un teatro neorealista?

   Eravamo fissati con il Neorealismo. Con la lezione di De Sica e dei suoi tanti figli . Dicevamo: “Se non ci fanno fare il cinema che vogliamo, proviamo con questo ibridone”. Da Brecht al comizio, nel teatro di massa nuotavano molti elementi.

Con il Pci avevate rapporti stretti?

   La tessera la prendemmo proprio dopo l’esperienza livornese. Ci abbracciammo con i portuali e glielo promettemmo. A quel tempo, che si fosse iscritti o meno, era prassi mostrare al Partito il frutto del proprio lavoro. Accadde anche a noi, non sempre lietamente.

Nel Partito eravate considerati dei rompicoglioni?

Il Partito non ci ha mai dato una mano. L’Unità ci stroncava regolarmente. E anche Antonello Trombadori, un uomo colto e molto appassionato che pure amava il cinema, ci preferiva Fellini e Pasolini. L’atteggiamento complessivo era di malcelato fastidio: “Che volete dirci, voialtri, con il vostro tratto eretico?”.

Pasolini Pasolini

Qualche problema lo incontraste dopo la proiezione di Un uomo da bruciare.

   La storia era quella, notissima, di Salvatore Carnevale, sindacalista ucciso dalla Mafia. Lo facemmo interpretare a Volontè concedendoci notevoli libertà. Alla proiezione con lo Stato maggiore del Pci, mancava solo Togliatti. Le luci si accesero sui titoli di coda. Trombadori applaudì. Intorno, il gelo.

Mentre l’applauso divenne impercettibile fino a sparire, si sentì distintamente la voce di Alicata, il direttore dell’Unità. Insorse: “Vergognatevi, avete infangato la memoria di un uomo specchiato”. C’era la linea del Partito e dalla linea non si derogava. Noi volevamo fare i nostri film e non ci sentivamo obbligati a condividerla.

Quali erano i vostri rapporti con Pasolini?

pier paolo pasolini by richard avedon pier paolo pasolini by richard avedon

   Pieni di coincidenze, fin dall’epoca de I Sovversivi, quando ci trovammo a riprendere il funerale di Togliatti proprio come lui. Ci invitava alle proiezioni dei suoi film, un crinale sottilissimo e un rischio enorme, tra colleghi.

Perché?

   Perché da noi ci si attende sempre un commentino sapido e a volte proprio non ti viene.

Per tacere del fatto che alla frase da dire al collega, devi cominciare a pensare prima della fine del film, quando l’emozione è al suo acme. Il “Come vi è parso?” è sempre una parentesi imbarazzante . Una volta eravamo con Dalla, in una casa sulle pendici dell’Etna. Lucio cantò tre canzoni del suo nuovo disco. Serviva tempo per capire. Apprezzavi pienamente al terzo ascolto, ma lui si aspettava una reazione immediata. Andammo nel panico: “Che cazzo gli diciamo adesso? Che ci inventiamo?”.

Vi accadde anche con Pasolini?

maraviglioso boccaccio 7 maraviglioso boccaccio 7

   Quella volta fummo sinceri e mal ce ne incolse. Eravamo andati a vedere il suo Decameron al Safa Palatino: “La prima metà ci ha estasiati, al resto dobbiamo ripensare”. Non l’avessimo mai detto. I registi, noi compresi, sono creature strane. Attaccate alle loro immagini, a quel che hanno voluto raccontare. Pier Paolo si irrigidì: “Ora voi mi dite in quale inquadratura avete perso il contatto con il film. Se ci dovete ripensare, una cosa grave, trovo, pretendo almeno di sapere come e perché”.

Lo stessa cosa, su un altro piano e per altre ragioni, ci accadde in America. Pressman, il produttore, ci aveva condotti al cospetto di John Huston, già vecchio e molto malato. Huston, accudito da un Jack Nicholson affettuosissimo, ci mostrò il suo ultimo bellissimo film, Gente di Dublino. Gli esprimemmo ammirazione e lui ci inchiodò: “Dove vi piace esattamente?”. Farfugliammo una risposta modesta.

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Non capita mai a voi di chiedere un parere?

   A volte. Se riceviamo risposte evasive e non ci guardano negli occhi, capiamo: “Non gli è piaciuto, è uno stronzo”. (Ridono).

I registi sono suscettibili?

Il nostro amico Tarkovskij diceva sempre che il regista che inquadra i cieli azzurri non dovrebbe fare il cinema. I nostri film sono pieni di cieli azzurri. Non gliel’abbiamo mai rimproverato. Come vede, quindi no. Non sono suscettibili. (Ridono)

Il cinema di Tarkovskij era spesso accostato a quello di Angelopoulos.

   Grande cinema europeo, lo stesso che evocammo nell’incontro con Howard Hawks in America. Eravamo a cena con Gloria Swanson e con lui. “Ma lei sa quanto è amato in Europa?” ci entusiasmammo. Lui minimizzò. Insistemmo e mise il dito sulla bocca: “Shhh, se mi sentono gli americani non mi fanno più lavorare”.

Di Angelopoulos, che stimavamo molto e che aveva un metodo di lavoro estremamente rigoroso, ci riportava descrizioni omeriche, un grande attore come Antonutti. Era stato scelto come protagonista per Megalexandros. Arrivò sul set con spirito di fratellanza: “Che bello , vi vedo così uniti, siamo una famiglia”. Gli risposero interlocutori: “Noi siamo una famiglia, tu ancora no”. Per forgiarne lo spirito, lo misero in una casetta su un monte. Aspettò a lungo di essere convocato e quando si rivide, non si riconobbe: “Nel film non ci sono, c’è solo un elmo”.

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Con Alessandro il grande, Angelopoulos vinse a Venezia nel 1980. Voi avevate trionfato a Cannes tre anni prima con Padre Padrone, visto da un miliardo e mezzo di persone. Vi cambiò la vita?

   Ci inondarono di proposte. Figlio figlione, mamma mammona, gli Sforza, i Borgia. Storie a tema fisso. Remake mascherati. Scappammo. Quando ci venne in mente un’idea, andammo a trovare Toscan du Plantier della Gaumont. Impatto principesco. Aerei lussuosi. Alberghi da sogno. Si aprì la porta dell’ufficio e Toscan andò al punto: “Voglio fare il vostro film, so che siete abituati a girare in economia e sarete contenti perché vi metto a disposizione una miseria”.

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Quando morì Rossellini, du Plantier, che era un suo grande amico, ci venne a salutare: “Stavo producendo l’ultimo film di Roberto su Marx, perché non lo girate voi?”. Leggemmo la sceneggiatura che Rossellini stesso, illustrandoci la prima scena, ci aveva già raccontato a Cannes. Era didascalica, molto televisiva e pur bella in alcuni passaggi, restava lontana da quello che avremmo potuto immaginare noi. Con Tuscan rilanciammo: “Dividiamo il copione in 5 parti e affidiamole a qualche rosselliniano di sicuro conio come Godard o Bertolucci. Magari ne viene fuori un guazzabuglio, ma pensiamo possa uscirne anche un fantastico casino”. Tuscan si eccitò: “Bello, bello, bello”. Poi sparì. Chiamammo, ma in stanza non c’era mai. Quando uno in stanza non c’è mai, nel cinema, ha un solo significato.

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Il mezzo secolo di cinema alle spalle invece che significato riveste?

   I nostri lavori, film dopo film, raccontano la nostra vita. I viaggi, i ritorni, le pause, le cose, la cause o le persone con cui abbiamo lottato o a cui abbiamo voluto bene. Certi riconoscimenti, certe parole a latitudini diversissime, ci hanno riempito di gioia. Aveva ragione Jung, l’anima collettiva esiste. Le raccontiamo una cosa che non abbiamo mai detto a nessuno.

Dite pure.

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   Quando siamo andati a Madrid per presentare Cesare deve morire, ci si è avvicinato un signore sulla sessantina: “Vengo da Leon, negli anni del franchismo voi eravate un punto di riferimento. Il parroco ci dava una sala per le proiezioni, ma siccome eravamo di sinistra, per ripicca, spegneva le stufe. San Michel aveva un gallo lo vedemmo sepolti dalle coperte, con il naso gelato. Da allora, quel film divenne il simbolo di qualcos’altro.

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VITTORIO TAVIANI SE NE È ANDATO A 88 ANNI, LASCIANDO SOLO ALLA REGIA SUO FRATELLO PAOLO

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - VITTORIO TAVIANI SE NE È ANDATO A 88 ANNI, LASCIANDO SOLO ALLA REGIA SUO FRATELLO PAOLO. E’ IMPOSSIBILE NON TROVARE NEI LORO FILM, ANCHE NEI MENO RIUSCITI, QUALCOSA DI ESTRAMENTE CREATIVO, L'ARTE DI GIOCARE COL CINEMA USANDO I MODELLI SOLO PER POTERLI DISTRUGGERE, E RICOMINCIARE - LE CENTINAIA DI CAROSELLI E DI PUBBLICITÀVIDEO

Marco Giusti per Dagospia

vittorio taviani vittorio taviani

Era impossibile non voler bene a Vittorio Taviani, che se ne è andato a 88 anni, lasciando solo alla regia suo fratello Paolo. E era impossibile non trovare nei loro film, anche nei meno riusciti, qualcosa di estremamente creativo o estremamente ingenuo o comunque eccessivo che era in grado di fartene ribaltare continuamente il giudizio. In un gioco continuo di sorprese, non sempre positive, ma sempre spiazzanti, inventive. Un modello che parte da subito, dagli anni neorealistici di Un uomo da bruciare a quelli un po’ godardiani de I sovversivi, a quelli militanti di San Michele aveva un gallo, giù fino a Il parto e al ritorno alle origini con Cesare deve morire, girato in digitale e totalmente sorprendente.

fratelli taviani fratelli taviani

Se qualcosa abbiamo capito dalla visione dei tanti film dei Taviani, visti scrupolosamente in sala fin dagli inizi, impossibile specificare cosa abbia fatto Vittorio rispetto a Paolo, è questa capacità assoluta di sorprenderci, di ripartire magari da zero, di giocare col cinema un po’ rossellinianamente. Capendo che le regole, i modelli, vanno usati solo per poterli distruggere, e ricominciare. Un loro film che amo e che rivedo integralmente ogni volta che passa, Allonsanfàn, con Marcello Mastroianni traditore della rivoluzione che cerca in tutti i modi di uscire dalla storia e anche dalle sue donne, ha proprio questa costruzione che ci manda da una parte e poi, continuamente, cambia percorso. Come se il tradimento, che è il tema del film, fosse anche rispetto alle regole cinematografiche. Per uscire da qualsiasi regola.

paolo e vittorio taviani paolo e vittorio taviani

Personalmente, ho trovato difficile amare davvero i loro film storici più celebrati e celebrativi, diciamo La notte di San Lorenzo, ma poi ho amato Kaos per il grande recupero pirandelliano di Franco e Ciccio, e questo ci fa capire l’intelligenza del loro cinema. E ho amato Il prato, ad esempio, film tormentato da un Nanni Moretti attore in continua crisi che venne alla fine sostituito da Saverio Marconi, perché è così fragile e così forte nel suo legame esibito con Rossellini. I Taviani hanno anche girato, e non sempre assieme, anzi, spesso separati, centinaia di caroselli e di pubblicità. In realtà arrivano al cinema proprio dalla pubblicità, anche se hanno dovuta farla soprattutto agli inizi per sopravvivere.

Con produttori come Augusto Ciuffini, Massimo Saraceni, ma anche molti altri negli anni. E lì hanno girato, curiosamente, di tutto, da balli gattopardeschi per gli spumanti Gancia, a scenette godardiane per la benzina BP, da Patty Pravo che canta al Piper per i gelati Algida a finti 007 per René Briand. Si dividono con Luciano Emmer i caroselli della Dufour con Marisa Del Frate (“Voglio la caramella che mi piace tanto…”) e quelli del Sole Piatti con Paolo Villaggio cattivissimo.

vittorio e paolo taviani vittorio e paolo taviani

Girano la serie “Immagini che parlano” della Polaroid con la Sora Lella e il solo Vittorio dirige Memmo Carotenuto e Carletto Romano per l’Idrolitina. Tutto però, viene poi riusato nel cinema. Le atmosfere alla Senso per non so quale birra vengono riproposte per Luisa Sanfelice, il Lucio Dalla che si esibisce coi Flipper per i caroselli della camicia Dinamic diventa il protagonista de  I sovversivi. Sempre generosi nel ricordare anche le cose meno clamorose, diciamo, proprio la massa di pubblicità dirette fin dagli anni ’60 rendeva più offuscati i loro ricordi. “Non mi ricordo se questo carosello l’ho fatto o l’ho visto”, mi diceva Vittorio. Ma ricordavano anche di aver scritto il soggetto per un paio di spaghetti western che non fecero mai.

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Bologna Fc, il funerale di Cesarino Cervellati /​ FOTO

Tanti i personaggi del calcio per l’ultimo saluto alla bandiera rossoblù, da Franco Colomba a Eraldo Pecci

di MASSIMO VITALI

L'addio a Cesarino Cervellati (foto Schicchi)

Franco Colomba (foto Schicchi)

Parenti e amici stretti nel dolore (foto Schicchi)

Il funerale di Cesarino Cervellati (foto Schicchi)

Il funerale di Cesarino Cervellati (foto Schicchi)

Colomba e Pecci (foto Schicchi)

L'ultimo saluto (foto Schicchi)

(foto Sticchi)

Bologna, 16 aprile 2018 - Da Eraldo Pecci a Franco Colomba (che con lui in panchina, nei panni di vice di Pesaola, esordirono insieme in serie nel lontano 1974), da Mirko Pavinato a Paolo Cimpiel, passando per Rino Rado, Renzo Ragonesi e Riccardo Bigon, l’attuale direttore sportivo del Bologna. Sono tra coloro che questa mattina non hanno voluto mancare all’ultimo saluto a Cesarino Cervellati, l’ex ala destra rossoblù scomparsa nei giorni scorsi all’età di 88 anni (FOTO)(*).

I funerali si sono svolti nella chiesa di Borgonuovo di Pontecchio Marconi, officiati da don Massimo Vacchetti, Incaricato diocesano per la Pastorale dello Sport, che nella sua omelia ha ricordato il ruolo di ‘allenatore d’emergenza’, sempre pronto a rispondere presente in caso di necessità, che Cervellati ha svolto per vent’anni, prima di uscire di scena e di ritirarsi nel mondo dei suoi affetti. Alla cerimonia erano presenti la moglie Mariarosa e figli Andrea e Stefano. Il popolare Cesarino riposerà nel cimitero di Vidiciatico, dove soggiornava spesso in estate.

La benedizione alla bara di Cesarino Cervellati (foto Schicchi)

La benedizione alla bara di Cesarino Cervellati (foto Schicchi)

https://​www​.ilrestodelcarlino​.it/​b​o​l​o​g​n​a​/​f​c​/​c​e​s​a​r​i​n​o​-​c​e​r​v​e​l​l​a​t​i​-​f​u​n​e​r​a​l​e​-​1​.​3​8​5​3​609

(*)Bologna calcio, morto Cesarino Cervellati, cuore rossoblù

Aveva 88 anni: ala destra dal gol facile, bandiera in campo e in panchina

di MASSIMO VITALI

14 aprile 2018

Da sinistra Oronzo Pugliese, Beppe Savoldi, Cesarino Cervellati e Giacomo Bulgarelli

Da sinistra Oronzo Pugliese, Beppe Savoldi, Cesarino Cervellati e Giacomo Bulgarelli

Bologna, 14 aprile 2018 - Se n'è andato con un colpo d’ala: ala destra, ovviamente, perché era quello, in campo, il suo territorio di caccia privilegiato. Anche se poi nella sua seconda vita Cesarino Cervellati si era ritagliato un non meno prezioso ruolo di pronto soccorso rossoblù della panchina: spesso partendo da ‘secondo’ toccava infatti a lui mettere rattoppi qua e là avvicendando colleghi, qualche volta raddrizzando la baracca, qualche volta fallendo la missione, ma nei secoli fedele alla causa, come si conviene a chi aveva il rossoblù stampato sulla pelle.

Aletta piccola e sgusciante, viene da Baricella e cresce nel Tommasini, la squadra della ditta in cui lavora da ragazzino, da cui a sedici anni fa il salto verso il rossoblù. L’esordio è choccante, un Lazio-​Bologna 8-​2 datato 21 novembre 1948. Volano in quegli anni i sogni degli italiani, usciti stremati dalla guerra, mentre l’aereo del Grande Torino si schianterà, a quattro giornate dalla fine di quella stagione, sulla collina di Superga. In rossoblù invece ‘Cagaro’ spicca il volo. Lo chiamano affettuosamente così perché col suo fisico mingherlino non mette propriamente paura ai difensori avversari e qualche volta, sussurrano i maligni, ritrae la gamba. Forse per questo quando la squadra gioca al Comunale Cesarino riesce a dare il meglio di sé, specie duettando di fino con l’uruguaiano Josè Garcia, detto ‘Il Muchacho’: poesia calcistica allo stato puro. 

Ala destra dopo Biavati e prima di Perani, tanto per rendere il senso delle proporzioni. Per quattro volte, nelle sue 14 stagioni in rossoblù, va in doppia cifra, segno che oltre alla classe c’è anche il fiuto del gol. Nel 1961 c’è anche una Mitropa da alzare al cielo, che non è poco per un Bologna che in quegli anni non fa sfracelli. Dieci anni prima, il 6 maggio 1951 a Milano, aveva esordito in Nazionale nella gara pareggiata 0-​0 con la Jugoslavia: collezionerà in tutto 6 presenze, perché il numero 7 azzurro in quegli anni è Ermes Muccinelli.

A soli 31 anni, pagando dazio a ginocchia compromesse dall’usura, appende gli scarpini al chiodo e comincia subito ad assecondare la sua vocazione di allenatore d’emergenza. Fa l’apprendistato con Bernardini, che nell’anno del settimo scudetto sostituisce in panchina nelle settimane convulse del caso doping, e di lì in poi sarà l’assistente fedele dei vari Carniglia, Viani, Pugliese e Pesaola.
Succede tutto tra l’inizio degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, quando ogni stagione che comincia Cesarino è lì, parcheggiato nel settore giovanile, sempre pronto a rispondere sì alla chiamata della prima squadra e pronto anche a fuggirsene a gambe levate da Cesena quando, nel 1969-​70, lo chiamano in Romagna: nessuna cattiveria, semplicemente non era il suo mondo. Poiché al Bologna non sa dire no, gli tocca anche subire l’onta della prima retrocessione della storia rossoblù in C1, stagione 1982-​83, dopo il patatrac (0-​4) di Cremona. Lì cala il sipario sul pallone e comincia la sua terza vita, sempre discreta e lontano dai riflettori, nel buen retiro di Pontecchio.

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Cesarino cervellati

Cesarino cervellati All’età di 88 anni è scomparso Cesarino Cervellati, un’autentica bandiera rossoblù, 320 presenze totali con la nostra maglia: è stato uno dei più fedeli alla causa del Bologna in assoluto, quindicesimo all-​time per partite giocate, una vita intera spesa con questi colori, gli unici che ha conosciuto, da giocatore e anche da allenatore, eccetto una breve parentesi da tecnico del Cesena. Per quattro volte andò in doppia cifra nella classifica dei marcatori. Nel 1961 vinse la Mitropa. In Nazionale giocò solo 6 gare.

http://​www​.totomorti​.com/​t​m​n​e​w​s​-​c​e​s​a​r​i​n​o​-​c​e​r​v​e​l​l​a​t​i​.​htm

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