E’ morto Renzo “Osvaldo” Lucarelli, aveva 96 anni

Ven­erdì, 01 Mag­gio 2020 15:14

Nonno Osvaldo con Riccardo

Non­no Osval­do con Ric­car­do

Il bel ricor­do del nipote Ric­car­do Tral­lori

PISTOIA E’ mor­to Ren­zo Lucarel­li, conosci­u­to come non­no Osval­do. Lo ha annun­ci­a­to Ric­car­do Tral­lori sul pro­prio pro­fi­lo Face­book dove ha rac­con­ta­to la sto­ria di un rap­por­to pro­fon­do.

Non­no Osval­do  si è las­ci­a­to andare ed ha deciso di ter­minare qui la sua sto­ria, dopo soli cinque mesi dal­la scom­parsa del­la non­na Iva, com­pagna di vita per oltre settant’anni.

Non è sta­to il Coro­n­avirus a por­tarse­lo via, ma il deperire giorno dopo giorno per­ché qual­cosa, dal quel 27 novem­bre scor­so, si era rot­to irri­me­di­a­bil­mente. Quell’incantesimo che ave­va resis­ti­to per oltre 70 anni era svan­i­to assieme alla non­na e ricrear­si una quo­tid­i­an­ità a novan­ta­sei anni richiede­va trop­pa forza di volon­tà, trop­pa forza d’animo.

Il Covid_19 e l’emergenza san­i­taria, che sti­amo viven­do, ci vieta di dar­gli un ulti­mo salu­to, come avrem­mo volu­to per com­pletare al meglio ques­ta vita stra­or­di­nar­ia, ric­ca di even­ti e di episo­di inten­si, e quin­di oggi e domani dalle 8 alle 10 gli fare­mo com­pag­nia alle Cap­pelle del­la Mis­eri­cor­dia in via del Can Bian­co e alle 11 assis­ter­e­mo ad una breve fun­zione al cimitero.

Per questo ho pen­sato in queste ven­ti­quat­trore come avrei potu­to recu­per­are quel calore che avrem­mo volu­to che il non­no ricevesse dalle per­sone che gli han­no volu­to bene nell’arco di ques­ta sua lunghissi­ma vita, ed ho deciso di riportare qui quan­to avrei volu­to leg­gere al suo funerale, con­sapev­ole che non sarà la stes­sa cosa”.

Ma per­ché il nome Osval­do e non, come da car­ta d’identità, Ren­zo? Era nato nel­la casa dei padroni ter­ri­eri che ospi­ta­vano i suoi gen­i­tori, che all’epoca svol­gevano l’attività di fat­tori per con­to dei pro­pri­etari. Quan­do sua madre, Zaira, tornò con in brac­cio il pic­co­lo Osval­do dovette andare in Comune a cam­biar­gli imme­di­ata­mente il nome in Ren­zo, per­ché così ave­va deciso la “padrona”. Osval­do, dice­va, era un nome che non si addice­va ad un ragaz­zo e che era oppor­tuno che lo cam­bi­assero con un nome “migliore”. Ovvi­a­mente solo per l’anagrafe fu Ren­zo, per tut­ti Osval­do.

Il non­no cresce in anni com­p­lessi, tra la dit­tatu­ra fascista e la guer­ra, segue la sua famiglia quan­do viene sfol­la­ta alla “Fore­t­ta” sopra la via Mod­e­nese, in direzione di San Felice, e lì conosce la non­na Iva e quel­li che anni dopo sareb­bero diven­tati i miei non­ni pater­ni, i gen­i­tori di mio padre, i Tral­lori.

Il non­no Osval­do fa di tut­to. Da ragaz­zo e nei pri­mi anni dopo la guer­ra si tro­va a fare il ven­di­tore di capre e pecore su per la col­li­na, tra Monachi­no, Taviano, Sam­bu­ca, sul­la Rio­la, che conosce­va a mena­di­to e che ha con­tin­u­a­to a fre­quentare anche decen­ni dopo tor­nan­do­ci nelle gite domeni­cali in auto insieme all’Iva.

A metà anni 50 entra in fab­bri­ca, nel­la vetre­ria di Pes­cia, e lì resterà per oltre 40 anni, andan­do in pen­sione nel 1984, con il lim­ite mas­si­mo d’età per l’epoca.

Lavo­ra­tore instan­ca­bile, ma allo stes­so tem­po amante del­la vita e di tutte le sue sfac­cettature.

Nel 1951 si sposa con l’Iva e van­no a vivere in affit­to in una pic­co­la casi­na in via Bel­lar­ia, vici­no a Por­ta al Bor­go. Le “loggette” di Por­ta al Bor­go diven­ter­an­no una sec­on­da casa per almeno una trenti­na di anni. I dopo cena pas­sati a “finire il fias­co” e a ved­er gio­care la par­titel­la a carte con gli ami­ci, ognuno con un sopran­nome che la dice­va lun­ga sulle loro sto­rie: Calori­no, Bugia, Gian­duia, Cin­cis­chione, Neb­bia. Nomigno­li che abbi­amo sen­ti­to riecheg­gia­re costan­te­mente, ad ogni pran­zo di famiglia che vi fos­se.

Negli anni 80 la famiglia Lucarel­li ottiene, come tante famiglie operaie di allo­ra, l’alloggio popo­lare e si trasferiscono tut­ti e quat­tro, i non­ni assieme alla mam­ma e alla zia, in via Po allo Scornio. Quel­la per noi, per me ed Ele­na, è sta­ta la casa dei non­ni, il nido dove abbi­amo trascor­so gior­nate intere, soprat­tut­to d’estate quan­do i nos­tri gen­i­tori era­no a lavoro.

Il non­no Osval­do a metà anni 80, dopo il pen­sion­a­men­to, inizia una nuo­va vita. Segue il suo ami­co Rena­to ed assieme ad un grup­pet­to folto di pen­sion­ati, la gran parte ex-fer­rovieri, inizia l’avventura dell’orto nel­la cam­pagna di San Gior­gio, tra Ponte alle Tav­ole e Gel­lo, ded­i­can­dosi prin­ci­pal­mente agli ani­mali, alle galline, ai conigli, alle api con le loro arnie, ai colom­bi e infine agli olivi e alle viti.

Per me ed Ele­na, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, andare dal non­no sig­nifi­ca­va andare in mez­zo ai campi a rin­cor­rere le galline, osser­var­lo men­tre ci ragion­a­va, men­tre sgri­da­va il gal­lo per­ché gli “sci­u­pa­va tutte dietro”, pre­gar­lo di far­ci accarez­zare un coniglio almeno un’ultima vol­ta (era sem­pre l’ultima vol­ta). Banal­mente era questo.

Il non­no è sta­to una figu­ra, al pari del­la non­na Iva, pres­soché mito­log­i­ca.

Era in gra­do di fare tut­to, las­cian­do­ci ogni vol­ta sem­pre più basiti.

Era rius­ci­to a pren­dere a mala­pe­na la licen­za di quin­ta ele­mentare, come la gran parte di quel­la gen­er­azione, ma ave­va una capac­ità di ingeg­no e inven­ti­va deg­ni di un ingeg­nere.

Lui al cam­po, sopran­nom­i­na­to dal­la non­na “il Covo”, per­ché la las­ci­a­va sola a gior­nate intere per andare là “e non si sa che cosa com­bi­na”, non si ded­i­ca­va alla ter­ra ma al fer­ro, al leg­no, ai motori, al tornio e alla sal­da­trice. Questi era­no ogget­ti che manovra­va e che lavo­ra­va in maniera eccezionale. Ha fat­to ringhiere in fer­ro bat­tuto da solo fino a qua­si novant’anni, ha sem­pre viag­gia­to in auto con la cas­set­ta degli attrezzi nel­la bauliera dell’auto per­ché se si fer­ma­va si met­te­va ad acco­modar­la. Ha real­iz­za­to pozzi, lavo­ra­to il leg­no, come l’olivo, per real­iz­zarci taglieri, por­ta ogget­ti, e molto altro anco­ra. E’ sta­to instan­ca­bile e sem­pre pron­to ad aiutare gli altri, con gen­erosità di tem­po e di energie, anche quan­do gli anni inizia­vano a pre­sentare il con­to.

Come capite è com­p­lesso ricor­dare il non­no per­ché con­cen­trare 96 anni in poche righe è davvero dif­fi­cile, soprat­tut­to in questi giorni in cui siamo tut­ti som­mer­si di ricor­di e di aned­doti che non ricor­dava­mo nem­meno più.

Però si può dire che gli anni d’oro del “covo” e delle gior­nate pas­sate a San Gior­gio con Rena­to e gli altri ami­ci ter­mi­nano con l’arrivo dei 90 anni e il man­ca­to rin­no­vo del­la patente. Il Non­no non si rasseg­na, non si dà pace del fat­to che non potrà più guidare l’Ape 50 e soprat­tut­to che non sarà più autonomo per andare dove vol­e­va, ma soprat­tut­to a San Gior­gio. Quin­di inizia l’era del “tri­ci­clo” con ped­ala­ta assis­ti­ta e cas­sone dietro per rimet­ter­ci attrezzi o ogget­ti vari.

Chiara­mente riuscì a truc­car­lo dopo nem­meno una set­ti­mana. Non si sa come, quel­la bici­clet­ta a tre ruote rius­ci­va a viag­gia­re sen­za ped­alare, solo muoven­do la manopo­la destra come fos­se un motori­no. Con quel­la è rius­ci­to a goder­si qualche altra pri­mav­era e estate, ma quel grup­po di ami­ci, capeg­giati da Rena­to, iniz­iò ad essere meno folto. Lenta­mente, uno alla vol­ta, gran parte del­la ciur­ma se andò, com­pre­so Rena­to, e quel luo­go assunse un altro sapore.

Ho niti­do il ricor­do di una delle ultime volte che ho vis­to il non­no a sedere vici­no alle viti del cam­po, a pren­dere un po’ di brez­za esti­va, di “aria buona”. Lui non si era accor­to che ero arriva­to, lo ave­vo colto alle spalle per­ché sape­vo che era volu­to andare al cam­po con la bici. Restam­mo a chi­ac­chier­are ognuno sul­la pro­pria sedia di leg­no mez­za scas­sa­ta, e si per­cepi­va la mal­in­co­nia che quel pos­to ora­mai gli sus­ci­ta­va.

Gli ulti­mi anni sono scan­di­ti da una rou­tine nuo­va, fat­ta non dal “covo” e dagli ami­ci, ma dal­la Non­na, che si era fat­ta sem­pre più frag­ile e meno auto­suf­fi­ciente.

La non­na Iva ha avu­to la for­tu­na di avere un badante ultra-novan­tenne fino agli ulti­mi giorni, pochi mesi fa. Il non­no che sape­va cucinare poche cose, ma quelle poche in maniera eccezionale, divenne uno chef stel­la­to sot­to la direzione rigi­da e sev­era dell’Iva che lo cazz­i­a­va sen­za pietà ad ogni pie’ sospin­to “trop­po scioc­co”, “un tu sei bono”, “povero vec­chio”, “quan­do c’ero io si che si man­gia­va bene” e via andare così a gior­nate intere. La gior­na­ta ruo­ta­va intorno a cosa si man­gia­va per pran­zo e cosa si man­gia­va per cena e così via.

Il non­no anda­va in mis­sione al vici­no Conad del­lo Scornio, da Gian­ni e Anto­nio, che per 18 anni, dal 2002, lo han­no vis­to ogni giorno entrare, salutare le “bam­bine” (tutte le commesse pre­sen­ti) e met­ter­si a scherzare con loro, sui prodot­ti, sulle ven­dite del super­me­r­ca­to, sul­la Juve, etc etc..

Gian­ni e Anto­nio per il non­no sono sta­ti nipoti acquisi­ti, ne parla­va in casa con­tin­u­a­mente, si pre­oc­cu­pa­va per loro, per le scelte che face­vano, per la loro salute, pati­va e gioi­va con loro e non vede­va l’ora che fos­se di nuo­vo mat­ti­na per tornare con la nuo­va lista del­la spe­sa dell’Iva “a fare ban­da”.

Insom­ma il non­no ha vis­su­to diverse vite, una sola sarebbe ridut­ti­va.

Nel men­tre scri­vo queste parole, non rius­cen­do a pren­dere son­no da diverse sere, ho ripen­sato a quali sono gli aspet­ti o gli ogget­ti o gli episo­di che per me han­no sig­ni­fi­ca­to e, a pen­sar­ci anco­ra in questo momen­to, sig­nif­i­cano “Non­no”, e ne ho scelti tre:

L’Ape 50, indi­men­ti­ca­bile mez­zo, tra i più peri­colosi che la Piag­gio abbia prog­et­ta­to nel cor­so del­la sua vita azien­dale. Ne ha avu­ti due, il pri­mo azzur­ri­no, il sec­on­do e ulti­mo verde scuro. Nel­la cab­i­na di quell’Ape, dove io e Ele­na face­va­mo a gara a montar­ci insieme a lui, sti­pati come sar­dine, per fare quei 300 metri che dis­tano da casa nos­tra a casa loro, “c’era il mon­do”, si anda­va dal berret­to da fer­roviere (di cui ignoro anco­ra oggi il sen­so), ad una serie scon­fi­na­ta di chi­avi ingle­si, dall’uova prese al cam­po e messe in un faz­zo­let­to di car­ta, alla livel­la e il tra­pano. Un’officina viag­giante che gui­da­va con lentez­za, per­ché come dice­va sem­pre “chi va piano, va sano e va lon­tano”. Rimane epocale quan­do all’altezza dell’edicola di Tony allo Scornio, venen­do dal pas­sag­gio a liv­el­lo di Capostra­da, fece per voltare a sin­is­tra in direzione di casa e pren­den­dola trop­po stret­ta si cap­pot­tò let­teral­mente finen­do di fian­co pro­prio all’edicola. Tony ed i pas­san­ti cer­carono di tirare fuori quell’uomo, anziano ma di robus­ta cos­ti­tuzione, che era incas­tra­to let­teral­mente in quel mez­zo. Una vol­ta usci­to fece pochi dis­cor­si, bloc­cò quel­lo che sta­va chia­man­do l’ambulanza, gli disse con la tes­ta san­guinante che non ave­va nul­la e che dove­va andare da sua moglie, tirò su l’Ape, tirò una scar­i­ca di “madonne” come suo soli­to e ripartì a tut­ta veloc­ità, las­cian­do i pre­sen­ti a boc­ca aper­ta, scon­volti;

Nell’aprile 2012, ad un mese dalle elezioni ammin­is­tra­tive per Pis­toia, io ero can­dida­to per il Con­siglio comu­nale e lui, che ave­va sem­pre segui­to con pas­sione la mia attiv­ità polit­i­ca e che quel­la pas­sione mi ave­va ispi­ra­to, pro­prio lui che era sta­to rosso come un tiz­zone, comu­nista di fer­ro, vici­no alle dif­fi­coltà dei più deboli, di chi meno possiede, ave­va deciso di orga­niz­zare un pran­zo con tut­ti gli ami­ci del “covo” per­ché ogget­ti­va­mente “il Mim­mo ave­va bisog­no di pref­eren­ze, pochi dis­cor­si”. Ricor­do come ieri quel pran­zo, fat­to in una vec­chia rimes­sa, con tan­ti che oggi non ci sono più. Si mangiò e si bevve div­ina­mente e sen­za freni, e sul finire del desinare mio Non­no mi disse “bisogna che tu par­li, breve eh!!”. Feci il mio comizio (sec­on­do me breve, per mio non­no fu lun­go, infat­ti mi cazz­iò) e poi ascoltam­mo gli inter­ven­ti dei pre­sen­ti. Alla fine, men­tre veni­va­mo via, il non­no, con mez­zo cor­po den­tro l’Ape e mez­zo fuori, mi disse “mi rac­co­man­do queste cose che ti han­no det­to van­no segui­te, per­ché la gente poi perde fidu­cia”. Da quel giorno le dis­cus­sioni politiche sono pros­e­gui­te e non è pas­sa­ta un’elezione in cui non volesse andare a votare con il sot­to­scrit­to “pas­sa­mi a pren­dere all’undici domani, non trop­po tar­di che devo desinare dopo, capi­to??!”;

Il suo carat­tere burbero e aus­tero, che lo ave­va con­trad­dis­tin­to ma che io e Ele­na, ma soprat­tut­to la non­na, erava­mo rius­ci­ti a smorzare e a cam­biare. Era un uomo del Nove­cen­to in tut­to e per tut­to. Cresci­u­to sot­to i padroni ter­ri­eri, in con­dizioni umili, ave­va fat­to tan­ti lavori per poi diventare operaio spe­cial­iz­za­to in una vetre­ria impor­tante dell’epoca. Ave­va un approc­cio con le figlie molto imposta­to, che inizial­mente ebbe anche con il sot­to­scrit­to che, essendo uomo, non dove­va, per­ché non si addice­va ad un mas­chio, prestar­si a “sman­cerie” o gesti di affet­to in pre­sen­za anche di altri famil­iari. E’ sta­ta una lot­ta con­tin­ua, non ha mai volu­to che lo baci­as­si quan­do arriva­vo in casa per­ché “i baci si dan­no alle donne, grul­lo, non tu capis­ci nul­la” o che lo abbrac­cias­si. Per com­bat­tere la sua resisten­za alle coc­cole dei nipoti si instau­rò subito un’alleanza con la Non­na la quale, di fronte alle nos­tre lamentele (“per­chè il non­no non vuole baci”), gli inizia­va a urlare che era un arte­rioscle­roti­co e che dove­va fare quel­lo che dice­vano i “bam­bi­ni”. Anni di lot­ta, fat­ta di sor­risi e di affet­to, per­ché alla fine quan­do lo baci­avi ti scac­cia­va via ma si met­te­va a rid­ere guardan­doti allon­tanare.

Ci sareb­bero anco­ra mille aned­doti che mi riem­pi­ono la mente in queste ore e sicu­ra­mente ho dimen­ti­ca­to aspet­ti cen­trali. Chi­u­do nel ricor­dar­lo dicen­do che il non­no Osval­do è sta­to lui fin­tan­to che al suo fian­co c’è sta­ta la non­na Iva. Sono sta­ti per oltre settant’anni una cop­pia for­mi­da­bile, com­ple­men­tari l’uno per l’altro.

Avrei potu­to rias­sumere il tut­to con una delle tante con­ver­sazioni avute per tele­fono con entram­bi durante una delle vacanze estive. Io li chia­ma­vo a casa, rispon­de­va la Non­na, dal­la cuci­na sul­la sua sedia, e si infor­ma­va subito di tre cose: se ave­vo man­gia­to, se sta­vo bene, e di nuo­vo se ave­vo man­gia­to e cosa ave­vo man­gia­to, con­clu­den­do sem­pre nel­lo stes­so modo “tu hai fat­to pro­prio bene”. Poi chia­ma­va Osval­do, che era in sala, urlan­do come se fos­se allo sta­dio. Lo sen­tivi arrivare bestem­mian­do con­tro di lei per­ché non capi­va cosa avesse da urlare in quel modo, poi pren­de­va il cord­less e ti chiede­va le solite tre cose: come sta­vo, dove anda­vo a man­gia­re (e dopo un po’ che rac­con­ta­vo inizia­va a rid­ere e a dir­mi “bel­la vita, ma finirà pri­ma o poi” e con­tin­u­a­va a rid­ere) e per­ché fos­si anda­to in vacan­za con gli ami­ci (non si capac­i­ta­va che nonos­tante aves­si una ragaz­za potes­si anche ogni tan­to fare delle vacanze o dei week­end con gli ami­ci di una vita).

La con­clu­sione di quelle tele­fonate era sem­pre la stes­sa ed è quel­la che mi ha ripetu­to dal ter­raz­zo di casa l’ultima e uni­ca vol­ta che l’ho vis­to in ques­ta quar­an­te­na dieci giorni fa: “Mim­mo, mi rac­co­man­do, non fare casi­no” “No, stai tran­quil­lo Non­no, atten­to a non far­lo te!”.

https://www.reportpistoia.com/pistoia/item/81217-e-morto-renzo-osvaldo-lucarelli-aveva-96-anni.html

Battaglia71

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