La crisi politica del Libano, spiegatA


SOCIETÀ
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Futu­ra D’Aprile
9 AGOSTO 2020

Min­is­teri asse­diati, lan­ci di pietre e molo­tov, slo­gan con­tro la classe polit­i­ca cor­rot­ta risuo­nano nell’aria di una Beirut che non ha più nul­la da perdere. A innescare le nuove proteste è sta­ta l’esplosione che il 4 agos­to ha dis­trut­to il por­to e le zone lim­itrofe a causa dal­la neg­li­gen­za dei politi­ci libane­si e da quelle divi­sioni set­tarie nel­la ges­tione del potere con­tro cui la popo­lazione del Paese dei cedri man­i­fes­ta da qua­si un anno.

Le proteste

Le man­i­fes­tazioni in Libano sono iniziate a otto­bre del 2019 per chiedere la rimozione del­la classe polit­i­ca diri­gente, il supera­men­to del sis­tema set­tario e l’indipendenza del Paese dall’influenza più o meno diret­ta di Sta­ti terzi, oltre a riforme sociali ed eco­nomiche che aiu­tassero il Libano a super­are un peri­o­do par­ti­co­lar­mente criti­co. Le proteste ave­vano costret­to il pre­mier Saad Hariri a dimet­ter­si, ma le sper­anze del­la popo­lazione cir­ca un reale rin­no­vo del­la polit­i­ca si sono ben presto riv­e­late vane. Dopo mesi di incertez­za e di insta­bil­ità, il ruo­lo di pri­mo min­istro è sta­to affida­to a Has­san Diab, ex min­istro delle Comu­ni­cazioni con for­ti lega­mi con l’Iran e ben lon­tano dal leader indipen­dente richiesto a gran voce dai man­i­fes­tanti. Le proteste era­no quin­di con­tin­u­ate e – sal­vo alcu­ni casi – la popo­lazione era rimas­ta uni­ta sot­to gli stes­si slo­gan e le stesse richi­este, al di là delle divi­sioni set­tarie e con­fes­sion­ali tipiche del Libano. La crisi det­ta­ta dal coro­n­avirus e l’incapacità del Gov­er­no di trovare una soluzione ai prob­le­mi finanziari ed eco­nomi­ci del Paese ha esasper­a­to ulte­ri­or­mente la situ­azione, costrin­gen­do le per­sone a tornare in piaz­za. Ma a seg­nare il pun­to di non ritorno è sta­ta l’esplosione del por­to di Beirut, la dis­truzione degli edi­fi­ci cir­costan­ti e la morte di più di 100 per­sone. La popo­lazione si è river­sa­ta per le strade del­la cap­i­tale chieden­do a gran voce la rimozione del­la classe polit­i­ca, dal pres­i­dente al pre­mier fino alle fig­ure meno ril­e­van­ti del Gov­er­no, tut­ti ugual­mente respon­s­abili per quan­to accadu­to. Ques­ta vol­ta però le proteste non sono state del tut­to paci­fiche: i man­i­fes­tanti sono rius­ci­ti ad asse­di­are il min­is­tero degli Esteri, dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Energia, lan­cian­do pietre e molo­tov con­tro le forze dell’ordine che han­no rispos­to a loro vol­ta con il lan­cio di lac­rimo­geni nel ten­ta­ti­vo di dis­perdere la fol­la.

La crisi politica

La rab­bia dei man­i­fes­tanti, come era preved­i­bile, si è diret­ta con­tro tut­ti i par­ti­ti libane­si e le più alte cariche politiche. I nomi che risuon­a­vano mag­gior­mente nel­la piaz­za era­no quel­li del pre­mier Diab, del pres­i­dente Aoun e del leader di Hezbol­lah Nas­ral­lah, ma non solo. La classe polit­i­ca libanese in realtà è in bil­i­co già da un anno e la crisi eco­nom­i­ca ha ulte­ri­or­mente raf­forza­to le richi­este di riforme e cam­bi­a­men­ti ai ver­ti­ci da parte di una popo­lazione ormai strema­ta. L’incidente del 4 agos­to si è quin­di inser­i­to in un con­testo già par­ti­co­lar­mente del­i­ca­to, con­fer­man­do la cor­ruzione e l’inadeguatezza del­la classe polit­i­ca e dan­do nuo­va lin­fa alle proteste. A com­pli­care il quadro vi è poi la sen­ten­za atte­sa per il 18 agos­to sull’omicidio dell’ex pre­mier Rafik Hariri, ucciso nel 2005 a segui­to di un atten­ta­to: gli impu­tati sono quat­tro espo­nen­ti di Hezbol­lah e la loro con­dan­na o assoluzione avran­no effet­ti non trascur­abili sul panora­ma politi­co e sociale libanese.

Intan­to il pre­mier Diab, nel ten­ta­ti­vo di paci­fi­care la popo­lazione e met­tere fine a una crisi polit­i­ca che non tro­va anco­ra soluzione, ha annun­ci­a­to che lunedì 10 agos­to pro­por­rà di far tornare il Libano alle urne. “Non è pos­si­bile uscire dal­la crisi strut­turale del Paese se non tramite elezioni antic­i­pate che diano vita a una nuo­va classe polit­i­ca”, ha affer­ma­to il pri­mo min­istro durante una con­feren­za stam­pa. La prospet­ti­va delin­ea­ta dal pre­mier però risul­ta alquan­to utopis­ti­ca: per­ché si arrivi ad un vero cam­bi­a­men­to ai ver­ti­ci del Paese è pri­ma di tut­to nec­es­saria una rifor­ma del sis­tema elet­torale e il supera­men­to del­la divi­sione del potere su base set­taria, come richiesto dagli stes­si man­i­fes­tanti, ma nes­sun par­ti­to ha anco­ra affronta­to questo argo­men­to. A qua­si un anno dall’inizio delle proteste un nuo­vo Libano è anco­ra un sog­no lon­tano, ma sem­pre più nec­es­sario per evitare il col­las­so di un Paese un tem­po noto come la “Svizzera del Medio Ori­ente”.

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