La guerra dei minerali rari

POLITICA /

Quan­do si par­la di geopo­lit­i­ca spes­so ci si limi­ta a con­sid­er­are come una nazione agisce a liv­el­lo inter­nazionale pret­ta­mente dal pun­to di vista diplo­mati­co o mil­itare. In realtà la polit­i­ca estera di un Paese è stret­ta­mente lega­ta alla sua econo­mia e alle ricadute delle deci­sioni intrap­rese nel panora­ma inter­nazionale in fun­zione del­la sua strate­gia, tan­to che si par­la, a buon dirit­to, di geoe­cono­mia. Il ful­cro, la chi­ave di vol­ta, del­la geoe­cono­mia di qual­si­asi Sta­to pas­sa dalle risorse minerarie e dal loro approvvi­gion­a­men­to. In questo quadro gio­cano un ruo­lo fon­da­men­tale non soltan­to le fonti ener­getiche, in par­ti­co­lare gli idro­car­buri, ma anche i min­er­ali: fer­ro, allu­minio, uranio, sono solo i più conosciu­ti ma ne esistono tan­tis­si­mi altri divenu­ti ormai fon­da­men­tali pro­prio per l’importanza che han­no assun­to nel mon­do mod­er­no, in quan­to mat­toni fon­da­men­tali per il pro­gres­so tec­no­logi­co. Sti­amo par­lan­do di min­er­ali apparte­nen­ti al grup­po delle cosid­dette Terre Rare (in inglese Rare Earth Ele­ments – Ree), e a quel­li defin­i­ti dall’acronimo Pgm (Plat­inum Group Met­als), ovvero met­al­li apparte­nen­ti al grup­po del plati­no nel­la tavola peri­od­i­ca degli ele­men­ti.

Assi­cu­rar­si l’estrazione di questi min­er­ali sig­nifi­ca gestire il mer­ca­to degli stes­si a liv­el­lo glob­ale, quin­di sta­bilirne il prez­zo e i volu­mi di scam­bio, fat­tore fon­da­men­tale nell’economia del ter­zo mil­len­nio pro­prio per l’importanza che han­no negli stru­men­ti tec­no­logi­ci di uti­liz­zo quo­tid­i­ano, indus­tri­ale o mil­itare.

Si sono aperte quin­di nuove prospet­tive eco­nomiche che han­no anche, in molti casi, rib­al­ta­to gli asset­ti geopoliti­ci, in quan­to alcu­ni di questi min­er­ali si trovano, per ques­tioni geo­logiche, in Pae­si che non sono sta­ti al cen­tro degli inter­es­si spec­u­la­tivi glob­ali essendo privi risorse di altro tipo, come gli idro­car­buri, l’uranio, il car­bone o i min­er­ali di fer­ro. Il con­trol­lo del­la pro­duzione di un min­erale come il litio, fon­da­men­tale per le bat­terie, o il lan­taniocerio e neodimio, pre­sen­ti in innu­merevoli prodot­ti sia del­la nos­tra quo­tid­i­an­ità (come scher­mi Tv o hard dri­ve di Pc) sia di liv­el­lo mil­itare o alta­mente spe­cial­iz­za­to (come mag­neti, super­con­dut­tori, tur­bine, laser, sis­te­mi di gui­da di mis­sili e satel­li­ti) assume i toni di una vera e pro­pria guer­ra, per il momen­to solo com­mer­ciale, che si com­bat­te su scala glob­ale.

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I min­er­ali apparte­nen­ti al grup­po dei Pgm sono tra i più rari del­la Ter­ra. La cros­ta ter­restre, ad esem­pio, ha solo 0,0005 par­ti per mil­ione (ppm) di pal­la­dio a fronte alle 60 Mppm (mil­ione di par­ti per mil­ione) del rame, le 0,075 Mppm di argen­to e 0,004 Mppm dell’oro.

Sono più di cen­to i min­er­ali con­te­nen­ti Pgm e sono con­cen­trati per la mag­gior parte in deposi­ti di orig­ine mag­mat­i­ca, for­ma­tisi mil­ioni di anni fa, attra­ver­so la cristal­liz­zazione frazion­a­ta di mag­mi con­te­nen­ti sol­fati ric­chi di Pgm che poi, durante le ere geo­logiche, sono sta­ti erosi dagli ele­men­ti e sono andati a for­mare dei deposi­ti di orig­ine sed­i­men­ta­ria.

Gli uti­lizzi del pal­la­dio sono moltepli­ci, ma si con­cen­tra­no per la mag­gior parte nell’industria dell’automotive per la pro­duzione di mar­mitte catalitiche (55%), nell’elettronica (16%), nel­la pro­duzione di gioiel­li (11%), e anche nel cam­po medico den­tale, nel­la chim­i­ca e per mere final­ità di inves­ti­men­to. In par­ti­co­lare la rar­ità e l’alto uti­liz­zo nel set­tore auto­mo­tive ne ha rad­doppi­a­to il suo prez­zo rispet­to ad un altro ele­men­to dei Pgm, il plati­no. Tali ele­men­ti sono anche essen­ziali per la pro­duzione di fibre di vetro e cristal­li liq­ui­di dan­do quin­di il sen­so imme­di­a­to del­la loro impor­tan­za nel mon­do di oggi.

Attual­mente le ris­erve glob­ali di Pgm ammon­tano, sec­on­do l’Usgs (il servizio geo­logi­co degli Sta­ti Uni­ti) a 69 mil­ioni di ton­nel­late con il Sudafrica, in par­ti­co­lare il ben noto dis­tret­to minerari del Bushveld, a far­la da padrone con 63 mil­ioni di ton­nel­late (dati 2018). La Rus­sia e lo Zim­bab­we sono rispet­ti­va­mente sec­on­da e terza con 3,9 e 1,2 mil­ioni di ton­nel­late. La pro­duzione di pal­la­dio, sem­pre nel 2018, ammon­ta­va a 68mila ton­nel­late per il Sudafrica, 85mila per la Rus­sia e 12mila per lo Zim­bab­we.

La Russia nuovo el dorado del palladio

Nuove scop­erte proi­et­tano però la Rus­sia, poten­zial­mente, al pri­mo pos­to sia per ris­erve sia per pro­duzioni future: nel­la peniso­la di Tajmyr, nel­la Siberia cen­trale, sem­bra sia sta­to scop­er­to un giaci­men­to di Pgm, in par­ti­co­lare ric­co di pal­la­dio, sti­ma­to in 770 mil­ioni di ton­nel­late. Più che suf­fi­ci­en­ti per garan­tire mez­zo sec­o­lo di pro­duzione ed in gra­do di diventare remu­ner­a­ti­vo entro cinque anni dal­lo sfrut­ta­men­to.

Si capisce quin­di per­ché, la Arc­tic Pal­la­di­um, joint ven­ture che opera già nel­la tun­dra siberi­ana, abbia deciso di inve­stire, insieme a Nor­nick­el e Bazhaev’s Russ­ian Plat­inum, l’astronomica cifra di 15 mil­iar­di di dol­lari per lo sfrut­ta­men­to del giaci­men­to di Pgm.

L’investimento è di quel­li seri, e le infra­strut­ture per il trasporto e la com­mer­cial­iz­zazione del min­erale non mancher­an­no gra­zie alla nuo­va polit­i­ca di Mosca ver­so l’Arti­co, che ha aper­to e sta imple­men­tan­do una nuo­va via di comu­ni­cazione marit­ti­ma, la North­ern Sea Route, che col­legherà Mur­man­sk a Vladi­vos­tok pas­san­do per i mari arti­ci.

Ques­ta nuo­va scop­er­ta poten­zial­mente can­diderà la Rus­sia a diventare ege­mone nel mer­ca­to dei Pgm: le enor­mi ris­erve le per­me­t­ter­an­no di deciderne il prez­zo adeguan­do la pro­duzione a sec­on­da delle pro­prie esi­gen­ze, scalzan­do così il Sudafrica da attore deten­tore del monop­o­lio del pal­la­dio e del plati­no.

Un prob­le­ma non da poco per gli Sta­ti Uni­ti, che impor­tano la mag­gior parte di queste due risorse: il pal­la­dio arri­va dal Sudafrica per il 31%, dal­la Rus­sia per il 28%, dall’Italia per il 12% e dal Reg­no Uni­to per il 6% men­tre il plati­no per il 44% dal Sudafrica, per il 15% dal­la Ger­ma­nia, per il 10% dal Reg­no Uni­to e per il 7% dall’Italia. La pro­duzione amer­i­cana di pal­la­dio, nel 2018, è sta­ta di 14mila ton­nel­late men­tre quel­la di plati­no assom­ma a 4100 a fronte di ris­erve sti­mate pari a 900mila ton­nel­late di Pgm. Questi dati dan­no bene la misura del­la “fame” di min­er­ali rari degli Sta­ti Uni­ti, che restano il pri­mo pro­dut­tore di prodot­ti ad alta tec­nolo­gia del mon­do insidiati, guar­da caso, pro­prio dal­la Cina che ha mes­so lo zampino sull’approvvigionamento di Terre Rare e di litio di mez­zo mon­do.

Wash­ing­ton dovrà quin­di fare i con­ti con Mosca nei prossi­mi decen­ni per l’approvvigionamento di queste risorse e per­tan­to dovrà saper­si destreg­gia­re bene diplo­mati­ca­mente per non rischiare di trovar­si tagli­a­ta fuori dal mer­ca­to che sarà monop­o­liz­za­to dal­la Rus­sia.

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