Perché i migranti partono per l’Europa

Un migrante sbarcato nel porto di Tarifa in Spagna (LaPresse)

MIGRAZIONI /

Nel cor­so del 2019 i flus­si migra­tori ver­so l’Italia e l’Europa in gen­erale han­no mostra­to una parabo­la dis­cen­dente. La con­fer­ma, soprat­tut­to per l’Italia, è arriva­ta dai dati del Vim­i­nale. Al 31 agos­to gli sbarchi com­p­lessivi dell’anno sono sta­ti 5.089, il 74% in meno rispet­to ai 20mila del 2018. Anche osser­van­do le domande di asi­lo a liv­el­lo europeo i numeri mostra­no tut­ti un’inerzia neg­a­ti­va. Nel 2018 le richi­este di pro­tezione sono state 646mila con­tro le 712mila del 2017 e oltre la metà in meno rispet­to al mil­ione e 300mila recap­i­ta­to agli Sta­ti dell’Unione nel 2015, durante il pic­co del­la crisi dei migranti. Su questo fronte l’Italia tra il 2018 e il 2019 ha avu­to un calo del 54%.

I numeri con il seg­no meno non devono però trarre in ingan­no. Le rotte per­corse dai i migranti negli ulti­mi anni non si sono asci­u­gate del tut­to, ma con­tin­u­ano ad essere attra­ver­sate da centi­na­ia di per­sone. Le con­dizioni che deter­mi­nano la parten­za dei migranti sono anco­ra pre­sen­ti e var­i­ano da sce­nario a sce­nario. Bas­ta vedere le prove­nien­ze di chi mette piede in Italia per riconoscere sche­mi che si ripetono.

Osser­vare i dati dell’Eurostat in questo caso ci aiu­ta a vedere come i flus­si ver­so il nos­tro Paese siano più o meno sem­pre gli stes­si e inter­essi­no quad­ran­ti del mon­do piut­tosto fis­si. In tes­ta alle domande di asi­lo ci sono i migranti prove­ni­en­ti dal Pak­istan (8.535 nel 2018), segui­ti da Nige­ria (6.975), Bangladesh (5.405), Ucraina (3.070, Sene­gal (3.065) e Mali (2.465). In pas­sato però in ques­ta sin­is­tra clas­si­fi­ca sono entrati anche Pae­si come il Gam­bia, la Soma­lia e la Cos­ta d’Avorio. Molti di questi sono attual­mente sce­nari di crisi per le ragioni più diverse, da prob­le­mi di sicurez­za a dif­fi­coltà eco­nomiche. Para­dos­salmente il Paese che rac­chi­ude tut­ti questi fat­tori è la Nige­ria.

Nigeria: un gigante dai piedi di argilla

Uno dei flus­si più grossi che arrivano dall’Africa ver­so l’Italia è quel­lo prove­niente dal­la Nige­ria. Il Paese si pre­sen­ta come uno dei più ric­chi del con­ti­nente, con un Pil di 397 mil­iar­di spin­to dalle immense ris­erve di greg­gio, una cresci­ta annua del 2,6% e una popo­lazione molto gio­vane. Questo però non bas­ta a frenare le parten­ze. Sec­on­do la Ban­ca mon­di­ale, il tas­so di dis­oc­cu­pazione gio­vanile è pari al 19,7%. Ques­ta situ­azione, in un Paese molto gio­vane, ha cre­ato le con­dizioni per una forte povertà dif­fusa. Come ha scrit­to Ader­an­ti Ade­po­ju nel rap­por­to Out fo Africa pub­bli­ca­to dall’Ispi, i più col­pi­ti da ques­ta situ­azione sono i gio­vani dei cen­tri urbani spin­ti a cer­care for­tu­na fuori dai con­fi­ni nazion­ali. Ma non solo.

I migranti arrivati in Italia nei vari mesi dell’anno

Il bassis­si­mo liv­el­lo dei salari ha cre­ato una vas­ta fas­cia di “lavo­ra­tori poveri”, inter­es­sati a cer­care nuove oppor­tu­nità all’estero. Gli Sta­ti che han­no sof­fer­to di più sono quel­li nel nord del Paese come Keb­bi, Sako­to, Kano, Bauchi, Jigawa, Yobe e Bor­no. Ma pro­prio quest’ultimo mostra come dietro alle parten­ze non ci siano solo ragioni eco­nomiche. Il Nord-Est del­la Nige­ria infat­ti ha sof­fer­to, e in parte con­tin­ua a sof­frire, la forte insta­bil­ità dovu­ta alla pre­sen­za degli islamisti di Boko Haram.

La vio­len­za del grup­po, fat­ta di rapi­men­ti, stupri e sac­cheg­gi, ha spin­to centi­na­ia di per­sone a scap­pare. C’è poi un ter­zo flus­so che riguar­da la Nige­ria, quel­lo prove­niente dal delta del fiume Niger. L’estrazione di petro­lio sen­za par­ti­co­lare atten­zione al ter­ri­to­rio ha costret­to gli abi­tan­ti degli Sta­ti merid­ion­ali, che face­vano del­la pesca la loro attiv­ità prin­ci­pale, a cer­care for­tu­na ver­so i Pae­si del Nord.

Il lago Ciad: un mix tra cambiamento climatico e terrorismo

I tre fat­tori di crisi che colpis­cono la Nige­ria, econo­mia, ambi­ente e sicurez­za, si ritrovano poi in altri sce­nari. Nel focus sui flus­si migra­tori real­iz­za­to dal CeSPI per il par­la­men­to ital­iano nel 2018 si spie­ga molto bene come si siano cre­ate situ­azioni esplo­sive che fun­gono da fat­tore di spin­ta per i migranti. È il caso ad esem­pio del lago Ciad, incas­to­na­to tra Ciad, Camerun, Niger e Nige­ria. Qui la popo­lazione locale e i rifu­giati prove­ni­en­ti dai Pae­si vici­ni sono spin­ti alla fuga sia dalle incur­sioni dei grup­pi islamisti, che dagli effet­ti dei cam­bi­a­men­ti cli­mati­ci che han­no reso l’area sem­pre più inospi­tale. Basti pen­sare come negli ulti­mi 30 anni la super­fi­cie del lago si sia ridot­ta del 90%.

L’acquisizione di mag­giore spazio coltivabile dovu­to alla dimin­uzione del­la super­fi­cie dell’acqua non è sta­to suf­fi­ciente a col­mare le fragilità delle comu­nità, ma anzi ha favorito nuovi con­flit­ti ren­den­do l’area anco­ra più insta­bile.

Il caos somalo

Una situ­azione analo­ga può essere trova­ta anche in un altro sce­nario, che per anni è sta­to un pun­to di parten­za di grossi flus­si migra­tori: la Soma­lia. Il Paese sta viven­do decen­ni di con­flit­ti sen­za fine. Pri­ma con la cadu­ta dl regime di Siad Barre e poi con una lun­ga guer­ra civile, all’ombra del­la trasfor­mazione delle Cor­ti islamiche nel­la milizia vic­i­na ad Al Qae­da degli Al Shabaab. Ques­ta perenne situ­azione di con­flit­to ha fat­to in modo che la Soma­lia sia sostanzial­mente uno Sta­to fal­li­to sul piano politi­co ed eco­nom­i­co al pun­to da spin­gere molti a las­cia­re il Paese, spes­so seguen­do le rotte ver­so Etiopia, Sudan, Ciad e Lib­ia. A ques­ta situ­azione si è uni­to anche il cam­bi­a­men­to cli­mati­co, con le con­tin­ue crisi idriche e le carestie che han­no col­pi­to anco­ra una vol­ta la popo­lazione locale.

Il Mali stretto tra terrorismo e crisi umanitaria nel Sahel

Un altro Paese che negli ulti­mi anni ha “rifor­ni­to” i flus­si è sta­to il Mali. Tra i più poveri Sta­ti dell’Africa, è sta­to al cen­tro di un vio­len­to con­flit­to tra il 2013 e 2014 quan­do milizie islamiche vici­no ad Al Qae­da, appog­giate anche dalle tribù tuareg, sono rius­cite a creare una sor­ta di Califfa­to dura­to pochi mesi nelle regioni set­ten­tri­on­ali sal­vo poi essere ricac­ciate nel deser­to dall’esercito di Bamako gra­zie anche all’intervento delle forze france­si. In mez­zo una vio­len­ta crisi eco­nom­i­ca che ha fat­to aumentare la povertà spin­gen­do molti a las­cia­re il Paese.

Oggi tut­ta l’area, che com­prende anche Niger e Burk­i­na Faso, è fal­cidi­a­ta da una dif­fusa insi­curez­za come dimostra­no i cres­cen­ti atten­tati. Accan­to a questo i cam­bi­a­men­ti cli­mati­ci che han­no dura­mente col­pi­to tut­ta la regione deser­ti­ca del Sahel ren­den­do il Paese un pun­to di parten­za per moltissi­mi gio­vani.

Il peso dei regimi: il caso di Gambia e Eritrea

Un altro fat­tore che spinge a las­cia­re i Pae­si d’origine riguar­da le ultime dit­tature pre­sen­ti nel con­ti­nente. Un caso emblem­ati­co è sta­to quel­lo del Gam­bia. Il Paese è sta­to gov­er­na­to dal 1994 al 2017 da Yahya Jam­meh. Sot­to il suo regime, crol­la­to dopo una serie di vicis­si­tu­di­ni nel gen­naio di due anni fa, migli­a­ia di per­sone sono state costrette alla fuga. Solo tra il 2013 e 2018 le richi­este di asi­lo pre­sen­tate da cit­ta­di­ni del Gam­bia in Italia sono state 38 mila. Dis­cor­so anal­o­go anche per l’Eritrea. L’ex colo­nia ital­iana è anco­ra sot­to il con­trol­lo di Isa­ias Afew­er­ki che ha impos­to un regime molto stringete con un forte con­trol­lo del­la popo­lazione.

Il caso tunisino: quello che resta della primavera araba

C’è poi un caso a parte, quel­lo del­la Tunisia. Gli ulti­mi otto anni, sono sta­ti molto tur­bo­len­ti per la repub­bli­ca poco lon­tana dalle coste ital­iane. La cadu­ta di Ben Ali non ha por­ta­to il benessere eco­nom­i­co sper­a­to. Nel 2018 il tas­so di dis­oc­cu­pazione è sta­to del 15,4%, sal­i­to al 34,8% tra i gio­vani. Un dato che som­ma­to dall’età del­la popo­lazione (il 24% ha meno di 14 anni) mostra come siano in molti a vol­er las­cia­re il Paese. Nel 2019 dei 5.793 migranti arrivati sulle nos­tre coste ben 1.495 arriva­vano dal­la Tunisia.

I flussi asiatici da Pakistan e Afghanistan

I migranti che ten­tano l’assalto del­la fortez­za Europa non arrivano solo dall’Africa. C’è infat­ti un sec­on­do flus­so, sicu­ra­mente meno con­sis­tente, ma non per questo men­to impor­tante. Tra questi da seg­nalare gli arrivi dal Pak­istan. Non a caso dopo i tunisi­ni i più rap­p­re­sen­tati sono i cit­ta­di­ni pak­istani con 862 arrivi nel 2019 e oltre 8 mila domande di asi­lo, il 15% di tutte quelle pre­sen­tate.

Il Pak­istan al momen­to è rel­a­ti­va­mente sta­bile, ma la sua econo­mia fat­i­ca anco­ra a crescere. Non solo. Il gov­er­no di Islam­abad è sta­to costret­to a accettare un pro­gram­ma di aiu­ti del Fon­do mon­e­tario inter­nazionale per met­tere in sicurez­za l’economia fal­cidi­a­ta da cresci­ta eco­nom­i­ca trop­po bas­sa, ele­va­ta inflazione, indeb­ita­men­to e deficit delle esportazioni negli ulti­mi cinque anni. Alla fine il presti­to è sta­to di 6 mil­iar­di di dol­lari spalmati su tre anni ai quali se ne aggiun­gono altri tre elar­gi­ti dal tan­dem com­pos­to da Ban­ca mon­di­ale e Baca asi­at­i­ca di svilup­po. A un sim­i­le con­testo di stag­nazione eco­nom­i­ca si aggiunge anche una cres­cente insta­bil­ità.

Da un lato la ten­sione con la vic­i­na India per la regione del Kash­mir. Dall’altro l’aumento degli atten­tati di matrice islam­i­ca. In tut­to questo non aiu­ta il vici­no Afghanistan che da qua­si vent’anni è sta­to teatro di guerre e insor­gen­za islamista. La pre­sen­za lun­go il con­fine dei tale­bani non solo con­tribuisce a desta­bi­liz­zare l’area, ma crea un flus­so di profughi che mette in dif­fi­coltà le strut­ture di accoglien­za. Così migli­a­ia di gio­vani partono ogni mese e affrontano un lun­go viag­gio attra­ver­so l’antica Per­sia fino alla Turchia e da lì ver­so la rot­ta bal­cani­ca e l’Europa.

 

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