Piazza Fontana, quando morì Pinelli, in questura c’erano i depistatori dei servizi segreti

Le manovre per incas­trare l’anarchico e pro­teggere i ter­ror­isti neri. L’interrogatorio fatale con almeno nove agen­ti seg­reti. Il poliziot­to «graf­fi­a­to». E l’appuntato in ambu­lan­za con il mori­bon­do. Un libro-inchi­es­ta riapre il mis­tero del­la «diciottes­i­ma vit­ti­ma» del­la strage di piaz­za Fontana

di Pao­lo Bion­dani
Nel­la notte in cui morì Pinel­li, in ques­tu­ra a Milano non c’erano solo i nor­mali poliziot­ti. C’era anche uno squadrone di agen­ti e alti diri­gen­ti del servizio seg­re­to civile dell’epoca, l’Ufficio affari ris­er­vati, inviati da Roma con una mis­sione di depistag­gio: incas­trare gli anar­chi­ci milane­si per la strage di piaz­za Fontana e per l’intera cate­na di atten­tati esplo­sivi del 1969, che inau­gu­rarono gli anni del ter­ror­is­mo politi­co in Italia. Una pista riv­e­latasi fal­sa, total­mente demoli­ta dalle indagi­ni e dai pro­ces­si che negli anni suc­ces­sivi han­no com­pro­va­to le respon­s­abil­ità dei veri crim­i­nali di oppos­ta matrice ide­o­log­i­ca: l’estrema destra ever­si­va.

In questi tem­pi di leader politi­ci e min­istri che sdo­ganano movi­men­ti aper­ta­mente neo­fascisti, gio­vani che si las­ciano irre­tire da ex ter­ror­isti neri con­dan­nati per ban­da arma­ta, neon­azisti che tor­nano alla vio­len­za e inneg­giano al razz­is­mo, anar­chi­ci delin­quen­ti che spedis­cono pac­chi-bom­ba per ferire o uccidere, la sto­ria dell’innocente fer­roviere Giuseppe Pinel­li, arresta­to ingius­ta­mente per un eccidio infame e mor­to mis­te­riosa­mente dopo un inter­roga­to­rio costel­la­to di accuse false, andrebbe spie­ga­ta nelle scuole, ai tan­ti ragazzi che poco o nul­la san­no di piaz­za Fontana e delle troppe vit­time dirette e indi­rette degli anni di piom­bo. A rac­con­tare tut­to quel­lo che si sa, oggi, sul­la «diciottes­i­ma vit­ti­ma» del­la pri­ma strage nera è un libro di Pao­lo Bro­gi (“Pinel­li, l’innocente che cadde giù”, edi­tore Castelvec­chi), gior­nal­ista e sag­gista che ha lavo­ra­to per anni al Cor­riere del­la Sera: un lavoro di ricostruzione che non azzar­da improb­a­bili scoop stori­ci, ma mette in ordine fat­ti doc­u­men­tati, tes­ti­mo­ni­anze inedite, carte inop­pugnabili, recu­per­ate negli archivi di polizie e tri­bunali. Che offrono poche, solide certezze: non tut­ta, ma almeno un pez­zo di ver­ità e di gius­tizia.

Per i let­tori più gio­vani, con­viene par­tire dall’inizio. Giuseppe Pinel­li è un fer­roviere milanese che viene arresta­to il 12 dicem­bre 1969, poche ore dopo la strage di Piaz­za Fontana (17 mor­ti, 88 fer­i­ti), nel­la stes­sa reta­ta che colpisce decine di inno­cen­ti, tut­ti poi sca­gionati. Un poliziot­to onesto oggi rac­con­ta che «per fare numero, ci dis­sero di fer­mare anche i bar­boni». Pinel­li viene trat­tenu­to ille­gal­mente per tre giorni in ques­tu­ra, sen­za avvo­ca­to, sen­za alcu­na autor­iz­zazione dei giu­di­ci. Tra il 15 e 16 dicem­bre, poco dopo la mez­zan­otte (ma anche l’ora è con­tro­ver­sa), alla fine di un lunghissi­mo inter­roga­to­rio, pre­cipi­ta da una fines­tra del­la ques­tu­ra e muore. La notte stes­sa il que­store Mar­cel­lo Gui­da, in una con­feren­za stam­pa improvvisa­ta, dichiara che Pinel­li si sarebbe lan­ci­a­to dal­la fines­tra «con un bal­zo feli­no» per­ché era colpev­ole: «Era un anar­chico indi­vid­u­al­ista, il suo ali­bi era crol­la­to, si è vis­to per­du­to: è sta­to un gesto dis­per­a­to, una specie di auto-accusa». Queste parole, oggi, risul­tano total­mente false: Pinel­li non era colpev­ole, non si è sui­cida­to, non era nep­pure un anar­chico indi­vid­u­al­ista, ma un paci­fista di famiglia par­ti­giana, ami­co del pri­mo obi­et­tore di coscien­za cat­toli­co che rifi­utò le armi e il servizio mil­itare.

Quel­la notte in Italia nasce anche la pri­ma squadra di gior­nal­isti d’inchiesta capaci di met­tere in dub­bio e con­trad­dire la ver­sione uffi­ciale. Il libro cita maestri oggi scom­par­si come Mar­co Noz­za e trascrive per intero la stor­i­ca cronaca di Camil­la Ced­er­na, grande pen­na dell’Espresso, che quel­la notte fu «tira­ta giù dal let­to da Giampao­lo Pansa e Cor­ra­do Sta­jano». Gior­nal­isti stra­or­di­nari, di tes­tate diverse, che lavo­ra­no insieme e fir­mano un libro-inchi­es­ta pro­feti­co, «Le bombe di Milano», il pri­mo a par­lare di stra­gi nere.

Per anni gli appa­rati del­lo Sta­to con­tin­u­ano invece ad incol­pare solo gli anar­chi­ci. Alcu­ni sono in carcere già da pri­ma del­la strage, con l’accusa, anch’essa fal­sa, di aver orga­niz­za­to gli atten­tati esplo­sivi del 25 aprile 1969 in stazione e alla fiera di Milano. Lo stes­so Pinel­li, nel fatale inter­roga­to­rio, si vede con­testare di aver col­lo­ca­to le bombe prece­den­ti, nascoste su otto treni nell’agosto 1969. Pietro Val­pre­da, arresta­to come strag­ista la mat­ti­na del 15 dicem­bre, res­ta in carcere per più di tre anni, fino all’approvazione del­la legge sui ter­mi­ni mas­si­mi di carcer­azione pre­ven­ti­va, che por­ta il suo nome. È l’unico impu­ta­to ad essere assolto già in pri­mo gra­do.

La pista anar­chi­ca frana solo a par­tire dal 1971, quan­do a Castel­fran­co Vene­to si sco­pre un arse­nale di armi ed esplo­sivi del grup­po nazi-fascista guida­to da Fran­co Fre­da e Gio­van­ni Ven­tu­ra. La svol­ta fa riemerg­ere altre prove fino ad allo­ra igno­rate, come le inter­cettazioni ese­gui­te da un otti­mo  poliziot­to di Pado­va (nel frat­tem­po rimosso) e la tes­ti­mo­ni­an­za di un inseg­nante vene­to, Gui­do Loren­zon, a cui lo stes­so Ven­tu­ra ave­va con­fes­sato la strage del 12 dicem­bre 1969, pochi giorni dopo, orga­niz­za­ta «per favorire un golpe». A quel pun­to le indagi­ni pas­sano a Milano, dove il giu­dice Ger­ar­do D’Ambrosio, con i pm Lui­gi Fias­conaro ed Emilio Alessan­dri­ni (poi ucciso dai ter­ror­isti rossi di Pri­ma Lin­ea), rac­col­go­no prove gravis­sime con­tro quel­la cel­lu­la vene­ta di Ordine nuo­vo. L’inchiesta milanese accer­ta, tra l’altro, che Fre­da ha acquis­ta­to una par­ti­ta di «timer a devi­azione» iden­ti­ci a quel­li del­la strage (e delle altre 4 bombe del 12 dicem­bre ’69). Nel 1973, dopo l’arresto (e pri­ma del­la provvi­den­ziale fuga in Argenti­na), Ven­tu­ra arri­va a con­fes­sa tut­ti gli altri atten­tati esplo­sivi del 1969, tranne piaz­za Fontana. Quin­di è il grup­po Fre­da che ha col­lo­ca­to le bombe in stazione, in fiera e sui treni delle vacanze, per cui furono invece incar­cerati ingius­ta­mente gli anar­chi­ci milane­si.

Quan­do i mag­is­trati milane­si sco­prono i rap­por­ti tra i ter­rror­isti neri e il servizio seg­re­to mil­itare (il famiger­a­to Sid), la Cas­sazione spos­ta il proces­so a Catan­zaro. Dove Fre­da e Ven­tu­ra, dopo la con­dan­na in pri­mo gra­do, ven­gono assolti per insuf­f­i­cen­za di prove (e abbon­dan­za di depistag­gi) per la strage, ma con­dan­nati con sen­ten­za defin­i­ti­va per gli altri 17 atten­tati del 1969. Com­pre­si quel­li attribuiti fal­sa­mente a Pinel­li. Nei suc­ces­sivi pro­ces­si di questi anni, da Milano a Bres­cia, le sen­ten­ze dichiara­no dimostra­ta, gra­zie a nuove prove, la respon­s­abil­ità stor­i­ca anche per piaz­za Fontana degli stes­si ter­ror­isti neri Fre­da e Ven­tu­ra, non più process­abili per­chè ormai assolti.

Sul­la morte di Pinel­li, invece, non c’è anco­ra gius­tizia. Il libro di Bro­gi ricostru­isce però impor­tan­ti pezzi di ver­ità. Par­tendo da un ver­bale dimen­ti­ca­to, ritrova­to nell’archivio di Sta­to, si sco­pre che in ques­tu­ra a Milano, durante il fatale inter­roga­to­rio, c’erano almeno nove agen­ti seg­reti, gui­dati da Sil­vano Rus­so­man­no, un ex fascista repub­blichi­no diven­ta­to il numero due dell’Ufficio affari ris­er­vati. Sono gli stes­si agen­ti che con la «squadra 54» han­no cre­ato la fal­sa pista anar­chi­ca. Ed è Rus­so­man­no in per­sona che ha rac­colto i fal­si ele­men­ti con­tes­ta­ti a Pinel­li, nel ver­gog­noso  ten­ta­ti­vo di incas­trar­lo per le bombe sui treni.

Il sag­gio rilegge criti­ca­mente tutte le indagi­ni sul­la morte dell’anarchico. La pri­ma inchi­es­ta che ins­ab­biò il caso, sposan­do la tesi del sui­cidio del colpev­ole, sen­za nep­pure ordinare l’autopsia. La preziosa istrut­to­ria in tri­bunale, in un proces­so per diffamazione. E l’indagine suc­ces­si­va del giu­dice D’Ambrosio, che a dis­tan­za di anni arrivò a dimostrare con certez­za i pri­mi pezzi di ver­ità: Pinel­li non era colpev­ole di nes­sun atten­ta­to; e non si è sui­cida­to.

Dopo la vedo­va Licia, che fir­mò un famoso libro con Piero Scara­muc­ci (“Una sto­ria qua­si soltan­to mia”), in questo sag­gio par­lano per la pri­ma vol­ta le figlie di Pinel­li, Clau­dia e Sil­via. Che rac­con­tano la trage­dia famil­iare vis­su­ta da bam­bine. L’emozione per l’invito al Quiri­nale per il “giorno del­la memo­ria”, nel 2009, quan­do l’allora Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca, Gior­gio Napoli­tano, inserisce anche Pinel­li tra le vit­time del ter­ror­is­mo, men­tre la vedo­va stringe la mano ai famil­iari di Lui­gi Cal­abre­si: il com­mis­sario di polizia che fu ucciso da un killer rosso per ordine dei capi di Lot­ta Con­tin­ua, pro­prio per­ché sospet­ta­to (ingius­ta­mente: non era nep­pure nel­la stan­za) del­la morte dell’anarchico. Clau­dia Pinel­li riv­ela anche una sof­fer­ta con­fi­den­za di D’Ambrosio. Sem­pre nel 2009, a una com­mem­o­razione per piaz­za Fontana, l’ex giu­dice le si avvic­i­na per chieder­le scusa a nome del­lo Sta­to: «Mi devo gius­ti­fi­care con lei. Ho fat­to quel­lo che ho potu­to. Sono sta­to il pri­mo mag­is­tra­to a fare i ril­e­va­men­ti, tre anni dopo, ma ave­vo tut­ti con­tro».

Il libro con­tes­ta il verdet­to finale di D’Ambrosio, che in man­can­za di qual­si­asi ele­men­to per par­lare di omi­cidio, dopo aver esclu­so il sui­cidio, ipo­tiz­za una cadu­ta involon­taria di Pinel­li, strema­to da tre not­ti inson­ni con arresti ille­gali e inter­roga­tori truc­cati. Una tesi poi ridi­col­iz­za­ta dall’ultrasinistra inven­tan­do l’espressione «mal­ore atti­vo», mai usa­ta dal giu­dice. Di cer­to, nelle diverse indagi­ni sul caso Pinel­li, i tes­ti­moni con­tin­u­ano a cam­biare ver­sione dei fat­ti. Gli uni­ci agen­ti iden­ti­fi­cati come parte­ci­pan­ti all’interrogatorio di Pinel­li sono un cara­biniere e quat­tro poliziot­ti (all’epoca era­no tut­ti mil­i­tari). Nel­la pri­ma indagine dichiara­no in coro di aver vis­to Pinel­li «che con un bal­zo improvvi­so si get­ta­va dal­la fines­tra», come sostenevano i loro capi. Nelle istrut­to­rie suc­ces­sive, però, quat­tro su cinque ritrat­tano, finen­do per ammet­tere di non aver assis­ti­to al volo dell’anarchico. Solo un poliziot­to insiste di aver­lo vis­to lan­cia­r­si dal­la fines­tra. E giu­ra persi­no di aver cer­ca­to di fer­mar­lo, affer­ran­do­lo per una gam­ba, tan­to da subirne «un graf­fio». Uno stra­no con­tat­to fisi­co, di cui l’agente par­la per la pri­ma vol­ta davan­ti a D’Ambrosio, il temu­to giu­dice di piaz­za Fontana, soste­nen­do di esser­si ricorda­to di quell’escoriazione solo poco pri­ma dell’interrogatorio, anni dopo i fat­ti, dis­cu­ten­do con un altro col­le­ga a sua vol­ta con­vo­ca­to come teste, che avrebbe quin­di potu­to par­larne per pri­mo.

I nuovi ele­men­ti sui depistag­gi, emer­si solo a par­tire dagli anni Novan­ta, por­tano Bro­gi a riva­l­utare soprat­tut­to la tes­ti­mo­ni­an­za di Pasquale Val­i­tut­ti, l’unico anar­chico rimas­to nel­lo stan­zone dei fer­mati durante tut­to l’interrogatorio di Pinel­li. Val­i­tut­ti tes­ti­mo­nia fin dall’inizio di aver «sen­ti­to chiara­mente, cir­ca un quar­to d’ora pri­ma del­la morte di Pinel­li, un insieme di rumori che mi han­no fat­to pen­sare: “Stan­no pic­chi­an­do Pino”». E aggiunge che, subito dopo il fat­tac­cio, men­tre in ques­tu­ra scop­pi­a­va il caos, un brigadiere di polizia «molto alter­ato» (lo stes­so che poi par­lerà del “graf­fio”) gli urlò sen­za moti­vo che «Pinel­li era un delin­quente» e «si era but­ta­to per­ché coin­volto». Già allo­ra l’anarchico tes­ti­mo­nia che a quel poliziot­to «si aggiun­sero quat­tro o cinque per­sone in borgh­ese, a me non note, che mi por­tarono nel­la stan­za seguente». Col sen­no di poi, è un chiaro rifer­i­men­to agli agen­ti seg­reti del­la squadra depistag­gi, che dopo decen­ni di silen­zio han­no poi con­fer­ma­to di esser­si «instal­lati» in ques­tu­ra subito dopo la strage. Con l’obiettivo dichiara­to di «accusare gli anar­chi­ci», ali­men­tan­do ad ogni cos­to la fal­sa pista pre­con­fen­zi­a­ta «dai ver­ti­ci dei servizi a Roma».

Un’altra cate­na di stranezze evi­den­zi­a­ta nel libro è la reazione degli agen­ti del­la ques­tu­ra al prete­so sui­cidio (oppure all’ipotetica cadu­ta involon­taria). Dagli atti risul­ta che solo un cara­biniere si pre­cipi­ta nel cor­tile, dove Pinel­li è anco­ra ago­niz­zante. Tut­ti i poliziot­ti (come gli agen­ti seg­reti di cui per anni si igno­ra perfi­no la pre­sen­za) restano invece nei loro uffi­ci in ques­tu­ra, sen­za curar­si delle con­dizioni del­la vit­ti­ma. Eppure, dopo l’arrivo degli infer­mieri, un appun­ta­to di fidu­cia dei capi s’infila nell’ambulanza con il fer­i­to gravis­si­mo. Ed entra addirit­tura nel­la sala oper­a­to­ria dell’ospedale, dove res­ta fino alla morte di Pinel­li. Il libro riconosce che a tut­tog­gi non è emer­so alcun riscon­tro ogget­ti­vo all’ipotesi di un omi­cidio o di un pestag­gio alla Cuc­chi, ma con­clude che trop­pi fat­ti anom­ali, come l’assurdità di man­dare un agente in sala oper­a­to­ria a sorveg­liare un mori­bon­do, con­tin­u­ano a soll­e­vare inter­rog­a­tivi inqui­etan­ti: «Per­ché tut­to ciò? Cosa si teme­va che dicesse Giuseppe Pinel­li?»

http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2019/06/13/news/pinelli-piazza-fontana-servizi-1.335964?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR35il0HNG6hQq3T_JyyXVASSAyQIHPB1JuyAhsnDVBsQLslHnOjn8XDmGY
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