Piazza Fontana, il Buco che 
ci ha ingoiati

Sono nato a Milano mentre scoppiava  la bomba. Quando cominciò il buio che avvolge l’Italia. E tutti ne siamo figli

di Giuseppe Gen­na

Piazza Fontana, il Buco che 
ci ha ingoiati E’ il 12 dicem­bre 1969, ore 16.37, Milano. Suc­cede questo: un’esplosione a pochi metri dietro il Duo­mo, nel­la neb­bia una vam­pa­ta di luce. È com­in­ci­a­ta la sto­ria d’Italia, per l’ennesima vol­ta, una vicen­da che si trasci­na come un fer­i­to nelle neb­bie di un dopobom­ba perenne. È scop­pi­a­ta la bom­ba di piaz­za Fontana. Un gio­vane vicecom­mis­sario si tro­va davan­ti alla Ban­ca Nazionale dell’Agricoltura, dove l’ordigno ha dev­as­ta­to uomi­ni donne bam­bi­ni e cose. È Achille Ser­ra, des­ti­na­to a evol­vere nel tem­po in un prefet­to leggen­dario. Entra a pochi sec­on­di dall’esplosione, in un luo­go che cos­ti­tuirà la sce­na pri­maria del­la nazione, che è sem­pre una sce­na del crim­ine: cor­pi sci­olti, a bran­del­li, un bam­bi­no urla, cadav­eri tra le mac­erie. Ser­ra si pre­cipi­ta al tele­fono in una cab­i­na, chiede l’invio di cen­to ambu­lanze. Non gli cre­dono, lo pren­dono in giro, poi man­dano davvero cen­to let­tighe sul pos­to. Su una barel­la, che fa il suo ingres­so nel­la ban­ca, c’è acci­den­tal­mente il corredi­no di un neona­to, che è nato pro­prio alle 16.37, insieme con la madre di tutte le stra­gi. Quel neona­to sono io. Ho, dunque, due madri: la mia e quel­la di tutte le bombe. Io avven­go insieme a piaz­za Fontana, crescerò aven­do per fratel­li tut­ti i fan­tas­mi, i mor­ti, gli assas­si­nati suc­ces­sivi, gli accusati, gli inno­cen­ti, i com­men­ta­tori, i leggen­dari gior­nal­isti, le spie, i neo­fascisti, gli anar­chi­ci — il teatro umano che da qua­si cinquant’anni si muove intorno a una strage, rimas­ta sen­za colpevoli fino al 2005, quan­do i respon­s­abili sono sta­ti iden­ti­fi­cati da una sen­ten­za di Cas­sazione, nell’impossibilità di proces­sar­li, per­ché assolti in prece­den­za.

Nasco insieme a piaz­za Fontana. Cresco con l’ossessione del­la strage. Il sospet­to è per me un obbli­go. Appe­na capace di con­sapev­olez­za, scru­to osses­si­va­mente le foto in bian­co e nero, scat­tate poco dopo l’esplosione. Al cen­tro del­la sce­na, sot­to un tavo­lo pesante, sbalza­to dal­la con­fla­grazione, si è cre­ato un buco nel pavi­men­to. Il Buco diviene l’emblema nazionale. È il buco dei proi­et­tili nel cor­po inerte di Aldo Moro, ran­nic­chi­a­to nel baule del­la Renault 4, essa stes­sa un ulte­ri­ore buco, oriz­zon­tale, che sfigu­ra la memo­ria di tut­ti i bam­bi­ni come me. È il buco in cui spro­fon­da e resterà invis­i­bile, piangente nel poz­zo arte­siano, il pic­co­lo Alfredi­no Rampi a Ver­mi­ci­no, foro su cui si chi­na il capo del­lo Sta­to e in cui fini­amo tut­ti, a favore delle tele­vi­sioni unite. È il buco in cui scom­pare infini­ta­mente Emanuela Orlan­di.

È un Paese con il Buco, l’Italia. Buchi ovunque, a par­tire da quel­li che costel­lano le indagi­ni. Il gio­vane Bruno Ves­pa com­pare, nel per­ma­nente bian­co e nero, micro­fono in mano, a dare in diret­ta la notizia del­la colpev­olez­za indis­cutibile dell’anarchico Pietro Val­pre­da. Quan­do Ves­pa inau­gu­ra l’oscenità tele­vi­si­va, svez­zan­do la nazione, io ho quat­tro giorni di vita, come la strage. Il giorno prece­dente è sta­to assas­si­na­to Giuseppe Pinel­li, vola­to dal­la fines­tra del­la ques­tu­ra per un even­to cat­a­loga­to come “mal­ore atti­vo”, durante un inter­roga­to­rio, men­tre il com­mis­sario Lui­gi Cal­abre­si si tro­va fuori dal­la stan­za — il momen­to enorme in cui Cal­abre­si incom­in­cia a morire, il 17 mag­gio 1972, per mano di ter­ror­isti che non ave­vano com­pre­so nul­la o forse ave­vano com­pre­so trop­po.

Aldo Moro, nell’istante in cui io nasco e la bom­ba defla­gra, si tro­va a Pari­gi e nelle let­tere dal carcere brigatista, pres­sato dall’angoscia, sbaglia il ricor­do e col­lo­ca l’esplosione al mat­ti­no del 12 dicem­bre. L’allora min­istro degli Esteri, aut­en­ti­co artefice del­la Repub­bli­ca, è autore di una con­troinchi­es­ta, che svela da subito respon­s­abil­ità, con­niven­ze, sce­nario in cui la strage si è prodot­ta. Un ulte­ri­ore memo­ri­ale Moro. Che annoterà dal carcere Br: «Per­sonal­mente ed intu­iti­va­mente, non ebbi mai dub­bi e con­tin­u­ai a ritenere (e man­i­festare) almeno come sol­i­da ipote­si che questi ed altri fat­ti che si anda­vano sgranan­do fos­sero di chiara matrice di destra ed avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di ter­rore indis­crim­i­na­to (tale è pro­prio la carat­ter­is­ti­ca del­la reazione di destra), allo scopo di bloc­care cer­ti svilup­pi politi­ci che si era­no fat­ti evi­den­ti a par­tire dall’autunno cal­do e di ricon­durre le cose, attra­ver­so il mor­so del­la pau­ra, ad una ges­tione mod­er­a­ta del potere». Era tut­ta la ver­ità. I fan­tas­mi si scate­narono, dagli scher­mi dei tele­vi­sori invasero le men­ti degli ital­iani, che si allena­vano a diventare un popo­lo di spet­ta­tori. Quel­la fos­forescen­za in bian­co e nero è una for­ma del­la Repub­bli­ca.

Si rive­dono in bian­co e nero i funer­ali delle 17 vit­time (i fer­i­ti furono 88, tra cui un bam­bi­no a cui ver­rà ampu­ta­ta la gam­ba: un altro fan­tas­ma per­son­ale e gen­er­azionale), parte­ci­pati da “una fol­la com­pos­ta” e ocean­i­ca, nel gelo decem­bri­no milanese e nel cli­ma glaciale che andrà a osses­sion­are non soltan­to me, ma tut­ta l’Italia, per anni. In bian­co e nero avviene l’apparizione scon­cer­tante dell’imputato Fran­co Gior­gio Fre­da, ordi­no­vista, sta­lag­mite naz­i­maoista, nel 1977, quan­do sto alle ele­men­tari e il proces­so per piaz­za Fontana è sta­to trasfer­i­to da Milano nel­la cit­tà di Catan­zaro, che io e i miei coetanei sco­pri­amo esistere come luo­go in cui com­pare questo anti-Moro dai capel­li pre­co­ce­mente imbian­cati, il golf chiaro a col­lo alto acce­cante come la sua cofana, il volto scol­pi­to e il lessi­co anti­sal­gar­i­ano, tut­to metafore tagli­en­ti e ver­bi squa­drati (nel con­fron­to con l’agente seg­re­to Gui­do Gian­net­ti­ni, sec­on­do Fre­da cos­tui «affer­ma una men­zogna con notev­ole impu­den­za» e deve «estrin­se­car­si»). Fre­da sarà assolto per insuf­fi­cien­za di prove, ma resterà stam­pa­to nell’orrendo Par­na­so ital­iano del ter­rore. Mi tornerà addos­so quan­do io e la strage com­piamo vent’anni, come reggente del Fronte Nazionale, una for­mazione extra­parla­mentare di estrema destra, che ha per sim­bo­lo una svas­ti­ca a metà e aggre­disce l’invasione dei migranti, chia­man­doli “allo­geni extraeu­ropei”. In quel caso, a difend­ere Fre­da sarà Car­lo Taormi­na, avvo­ca­to pop nell’arco del­la sec­on­da Repub­bli­ca, in cui, rivesten­do la car­i­ca di sot­toseg­re­tario agli Interni, attac­cherà i pro­ced­i­men­ti su piaz­za Fontana, che con­tin­u­ano a perseguire una ver­ità inac­certa­bile.

 

L’Italia rovina­va con i suoi mis­teri, ombrosi a chi­unque e chiaris­si­mi a tut­ti. Io e la strage invec­chi­ava­mo insieme. Non mi rius­ci­va di dire, come Pasoli­ni nel­la mem­o­ra­bile poe­sia “Pat­mos”, «oppon­go al cor­doglio un cer­to manieris­mo». La strage era un’esplosione inestin­ta, che non smet­te­va di esplodere, così come la ragaz­za Orlan­di non smet­te­va di scom­par­ire, Alfredi­no non smet­te­va di inabis­sar­si, Moro non smet­te­va di par­lare la sua lin­gua pre­cisa e arti­co­la­ta. Non smet­te­vano di morire. Le bombe era­no due o era­no una? E gli amer­i­cani? Adri­ano Sofri pre­cisa­va davvero la realtà dei fat­ti nel suo “43 anni. Piaz­za Fontana, un libro, un film”? Per­ché non ces­sa­va di rim­bom­bare l’inchiesta di Camil­la Ced­er­na su Pinel­li? Fino a questi giorni, alla cata­to­nia dell’attuale vicepremier Lui­gi Di Maio davan­ti a Mario Cal­abre­si che con­tes­ta l’incredibile causa che il Movi­men­to gli ha inten­ta­to, denun­cian­do Lui­gi Cal­abre­si. Un ulte­ri­ore e scon­cio buco: il Buco diven­ta lo spazio abissale in cui la memo­ria affon­da, la ver­ità e la men­zogna non han­no inter­rot­to il loro eter­no lavorìo tut­to ital­iano, men­tre l’oblio è un nuo­vo val­ore col­let­ti­vo. Io, noi, invece: ricor­do, ricor­diamo. I giu­di­ci Calogero e Stiz, D’Ambrosio che inda­ga i fascisti e poi diviene uno dei volti dell’affaire Tan­gen­topoli, Ven­tu­ra che in Argenti­na pub­bli­ca le poe­sie di Zan­zot­to, l’inchiesta di Fran­co Lat­tanzi det­to Sban­cor che viene trova­to mor­to men­tre sta scriven­do un testo cru­ciale sul­la strage, l’agente neo­fascista inter­nazionale Guérin Sérac, Piet­roste­fani e Bom­pres­si, il que­store Gui­da, quel­li del Sid, i sup­posti pen­ti­ti Dig­ilio, Delfo Zorzi, il giu­dice Salvi­ni, le vedove, i par­en­ti delle vit­time, gli agen­ti in son­no di Glad­io — la danse macabre di Piaz­za Fontana attra­ver­sa la sto­ria ital­iana. Da quar­an­tanove anni io sono lì, il 12 dicem­bre alle 16.37, in piaz­za Fontana. Da decen­ni ci vado fisi­ca­mente, mis­uro l’estinguersi pro­gres­si­vo del­la fol­la che inter­viene al pub­bli­co ricor­do, sono sem­pre meno, non si alzano più i pug­ni, nel gia­r­dinet­to davan­ti al coman­do dei vig­ili c’è la lapi­de a Pinel­li, “ucciso inno­cente”. La notte del­la Repub­bli­ca era ques­ta: le tene­bre del­la vio­len­za e poi il buio del­la dimen­ti­can­za.

A mia madre, che mi ave­va par­tori­to in quel momen­to tragi­co, ridiedero il corredi­no, ritrova­to come uno strac­cio tra i rud­eri, accan­to al buco al cen­tro del­la Ban­ca dell’Agricoltura. Il cog­nome ram­menda­to a filo azzur­ri­no ave­va per­me­s­so di riportare in ospedale il reper­to. Il ricor­do, come tut­ti i ricor­di, era san­to e rac­capric­ciante. Il cotone bian­co era mac­chi­a­to di sangue coag­u­la­to. Il loro sangue era ricadu­to su di me: su noi tut­ti.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/12/12/news/piazza-fontana-quel-buco-che-ci-ha-ingoiati-1.329378

Mladic71

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