Chi era Giuseppe Ciarrapico, l’editore scomodo che non contava le copie ma le pesava

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Andreottiano di ferro e poi berlusconiano, ha attraversato decenni di vita politica della Prima e della Seconda Repubblica. Con le sue testate locali è stato un pioniere dell’editoria.

«Vede, il seg­re­to è sem­plice: le copie dei gior­nali non si con­tano ma si pesano»: il can­cro che sta ucci­den­do l’editoria in Italia lui lo ave­va indi­vid­u­a­to subito, a dif­feren­za di tut­ti gli altri. Per­ché Giuseppe Cia­r­rapi­co era un Edi­tore. Gli altri no.

Una vita a Destra

Veni­va dal­la stam­pa fascista: qua­si clan­des­ti­na, fat­ta con i ciclos­tile. Per­ché era quel­lo l’unico spazio con­ces­so alla sua cor­rente di pen­siero in un mon­do nel quale l’egemonia cul­tur­ale sta­va tut­ta a sin­is­tra. Lui ci mise del suo per col­lo­car­si anco­ra di più ai mar­gi­ni: fu un revi­sion­ista. Un po’ per con­vinzione polit­i­ca e un po’ per con­ve­nien­za eco­nom­i­ca, dal momen­to che nes­suno ave­va il cor­ag­gio di pub­bli­care la Sto­ria rac­con­ta­ta dal pun­to di vista di quel­li che ave­vano per­so. Una mossa da edi­tore: il ‘peso’ di Cia­r­rapi­co in quell’area in breve tem­po divenne enorme. Influ­ente.

Sostan­za. Che super­a­va la leggen­da, da lui stes­so ali­men­ta­ta, sec­on­do la quale da gio­vanis­si­mo ave­va parte­ci­pa­to ai funer­ali clan­des­ti­ni di Ben­i­to Mus­soli­ni, por­tan­do a spal­la anche lui la bara. Una sto­ria che accred­i­ta­va o smen­ti­va a sec­on­da delle cir­costanze.

Negli anni ’70 Gior­gio Almi­rante, stor­i­ca figu­ra del­la Destra Sociale in Italia lo chi­amò alla direzione ammin­is­tra­ti­va del Sec­o­lo per rimet­tere in ordine i con­ti del quo­tid­i­ano dell’allora Movi­men­to Sociale Ital­iano. Portò a ter­mine la sua mis­sione e poi tornò alla sua attiv­ità.

L’amico del Principe

In pro­prio. Per­ché Giuseppe Cia­r­rapi­co era un antipati­co diret­tore d’orchestra fuori dal coro. Ma anche un for­mi­da­bile conosc­i­tore di uomi­ni. Capace come pochi di allac­cia­re relazioni, tessere rap­por­ti, costru­ire alleanze. Come avvenne un giorno degli anni Ses­san­ta ad Han­nover alla fiera euro­pea del­la tipografia: fu lì che conobbe per caso il principe Car­lo Carac­ci­o­lo, cog­na­to di Gian­ni Agnel­li ed appas­sion­a­to edi­tore del Telegrafo di Livorno.

Una vul­ga­ta vuole che fos­sero entram­bi di fronte alle prime roto off­set arrivate dagli Sta­ti Uni­ti. Sen­za sapere chi fos­se quel dis­tin­to sig­nore al suo fian­co, Cia­r­rapi­co ne indi­viduò subito l’occhio com­pe­tente: «Bel­la vero?», «Si, in effet­ti», «Pec­ca­to che cos­ta un bot­to», «Beh, non cos­ta poco». «Sen­ti, vogliamo fà ‘na cosa, ne com­pri­amo due: una te ed una io e ci avval­liamo le cam­biali a vicen­da». Car­lo Carac­ci­o­lo ave­va la disponi­bil­ità per com­prar­si l’intera fab­bri­ca ma ave­va una pas­sione inna­ta ver­so i per­son­ag­gi come Cia­r­rapi­co.

La leggen­da (rac­con­ta­ta dal­lo stes­so Giuseppe Cia­r­rapi­co) vuole che si fos­sero ritrovati l’indomani alla stazione fer­roviaria di Han­nover dove nel frat­tem­po era arriva­to in treno il suo fac­to­tum da Roma, con una vali­gia piena di cam­biali. Che insieme al principe iniziarono a fir­mare per una mat­ti­na­ta intera.

Ciociaria Oggi e Latina Oggi

Leggende. Che si mis­chi­ano alla realtà. Ma Cia­r­rapi­co era così, un po’ ital­i­ca cial­trone­r­ia ed un po’ arte di arran­gia­r­si, unite ad un fiu­to ineguagli­a­bile ed una capac­ità inna­ta di con­quistare. Prag­mati­co. Rapi­do. Effi­cace. Come la vol­ta in cui seguì Giulio Andreot­ti negli Sta­ti Uni­ti.

Il Jet Lag non lo fece dormire ed allo­ra il Cia­r­ra si alzò ed andò a fare un giro: notò che nel Bronx c’erano delle bacheche in plex­i­glas con all’interno il quo­tid­i­ano locale. I let­tori pren­de­vano la loro copia e las­ci­a­vano il loro quar­to di dol­laro, nes­suno ruba­va il gior­nale, nes­suno evi­ta­va di las­cia­re la mon­eti­na.

«Per­ché lo sen­ti­vano un pez­zo di loro, una parte del loro quartiere, quei gior­nali ave­vano un’identità: fu lì che capii che dove­va­mo real­iz­zare dei quo­tid­i­ani locali»

Fu così che nel 1988 nacque Cio­cia­ria Oggi, segui­to nel 1989 da Lati­na Oggi. Due stra­or­di­nar­ie imp­rese edi­to­ri­ali per rac­con­tare la cronaca delle province di Frosi­none e di Lati­na. Ma soprat­tut­to per assumere un peso e un ruo­lo politi­co deter­mi­nante in questi ter­ri­tori. In base allo stes­so prin­ci­pio, in poco tem­po si lan­ciò in altre avven­ture edi­to­ri­ali: in Molise, in Abruz­zo, nel­la zona dei Castel­li Romani, perfi­no in Sicil­ia.

Conoscitore di uomini

Conosce­va gli uomi­ni, li fiu­ta­va, ne com­pren­de­va subito le capac­ità ed il tal­en­to. Per far par­tire Cio­cia­ria Oggi si affidò a Pao­lo Brunori, det­to il Con­te: ne annusò subito la capac­ità orga­niz­za­ti­va e strate­gi­ca. Era l’uomo gius­to per costru­ire da zero la sua impre­sa: i pri­mi quo­tid­i­ani locali in un panora­ma dom­i­na­to fino a quel momen­to solo dai colos­si nazion­ali che al lim­ite si deg­na­vano di aprire una redazione provin­ciale per far­gli con­fezionare un paio di pagine.

Invece no. Cia­r­rapi­co chiese a Brunori di real­iz­zare un quo­tid­i­ano provin­ciale con redazioni cit­ta­dine, strut­tura­to come un gior­nale nazionale. Non lo sape­vano: ma in quel momen­to sta­vano costru­en­do la pri­ma oper­azione Glo­cale nell’editoria.

Per il sec­on­do step Cia­r­rapi­co chi­amò un diret­tore dal­la per­son­al­ità forte come Umber­to Celani, colon­na del­la redazione di Frosi­none de Il Tem­po. Fu lui a dare un carat­tere ed un’impronta a quel quo­tid­i­ano costru­ito da Brunori. Un suc­ces­so di autorev­olez­za. E per una vol­ta final­mente anche di copie che si pote­vano con­tare in abbon­dan­za e pesare.

Quan­do fu nec­es­sario imporre una svol­ta più aggres­si­va, fiutò Mau­ro Benedet­ti, già invi­a­to de La Stam­pa e caposervizio al Sec­o­lo XIX: uno che da cro­nista si infil­tra­va nei cortei degli Autono­mi per rac­con­tare tut­to stan­do in pri­ma lin­ea. Furono gli anni dei record di ven­dite uno dopo l’altro.

Ma a Pep­pino Cia­r­rapi­co spet­ta­va sem­pre l’ultima paro­la. Era capace di far rien­trare a Frosi­none un suo diret­tore con qualche giorno di anticipo dal viag­gio di nozze. Rim­bor­san­dogli pro­fu­mata­mente lo sco­mo­do. Solo per fare un sem­plice pun­to sul­la situ­azione: in realtà per ricor­dar­gli che l’editore era sem­pre lui. E con lo stes­so meto­do era capace di far saltare vacanze e cer­i­monie. Un modo qua­si per testare la fedeltà alla tes­ta­ta, all’azienda, ed al mito del Cia­r­ra.

Partito dal nulla

Giuseppe Cia­r­rapi­co, mor­to sta­mat­ti­na pres­so la clin­i­ca Qui­sisana di Roma, è sta­to un per­son­ag­gio capace di guadag­nar­si la sce­na par­tendo dal nul­la. O lo amavi o lo odi­avi: un per­son­ag­gio  a tinte for­ti e nette.

Uomo di pun­ta del­la cor­rente andreot­tiana del­la Democrazia Cris­tiana: cele­bre la sua con­trap­po­sizione con Vit­to­rio Sbardel­la, det­to lo “Squa­lo”. Ma Cia­r­rapi­co era un uomo di destra e non l’ha mai nascos­to. Nep­pure edul­co­ra­to. Poi l’avvicinamento a Sil­vio Berlus­coni e l’elezione a sen­a­tore del Popo­lo delle Lib­ertà.

La stra­da di Berlus­coni l’aveva incro­ci­a­ta da tem­po, da quan­do fu incar­i­ca­to (da Bet­ti­no Craxi e Giulio Andreot­ti) di risol­vere il cosid­det­to “lodo Mon­dadori”, tra lo stes­so Cav­a­liere di Arcore e Car­lo De Benedet­ti, numero uno del grup­po edi­to­ri­ale L’Espresso – La Repub­bli­ca. Giuseppe Cia­r­rapi­co lo fece, anche nel nome dell’antica ami­cizia for­tis­si­ma e parte­ci­pa­ta con Car­lo Carac­ci­o­lo, principe, par­ti­giano, uomo di sin­is­tra e pun­to di rifer­i­men­to de L’Espresso – La Repub­bli­ca. Più di qualche gior­nale li ave­va sopran­nom­i­nati “Il Principe Rosso e il Fascista”. L’amicizia era vera, solidis­si­ma, fat­ta di fre­quen­tazioni quo­tid­i­ane.

Gli amici potenti

E le fre­quen­tazioni di Giuseppe Cia­r­rapi­co non era­no banali. Ama­va cir­con­dar­si di uomi­ni che lo sti­mo­lassero. capaci di ten­er­gli tes­ta. O con i quali con­frontar­si. È così che ha conosci­u­to e fre­quen­ta­to uomi­ni come Giulio Andreot­ti, Bet­ti­no Craxi, Gior­gio Almi­rante, Sil­vio Berlus­coni, Gian­ni Let­ta.

In provin­cia di Frosi­none ha dom­i­na­to la sce­na costan­te­mente. Da alleato o da avver­sario. Attra­ver­san­do decen­ni di vita polit­i­ca locale: da Romano Mis­serville e Bruno Maglioc­chet­ti a Gian Fran­co Schi­etro­ma e Pao­lo Fanel­li. Sen­za dimen­ti­care i con­fron­ti (e gli scon­tri politi­ci) con Fer­nan­do D’Amata, Ange­lo Picano, Anna Tere­sa Formisano, Antonel­lo Ian­nar­il­li, Alessan­dro Fogli­et­ta. O l’amicizia con Francesco StoraceItal­i­co Per­li­ni e Bia­gio Cac­ci­o­la.

Cele­bre anche la sua con­trap­po­sizione a Gian­fran­co Fini, allo­ra leader di Allean­za Nazionale. Con il quale pure ave­va avu­to otti­mi rap­por­ti per anni.

Il divo Giulio

Ma l’amicizia più impor­tante fu quel­la con il sette volte pres­i­dente del Con­siglio Giulio Andreot­ti. Cia­r­rapi­co era uno degli uomi­ni più leali e fidati.

Era il suo brac­cio oper­a­ti­vo sul­la provin­cia di Frosi­none, da Cassi­no a Fiug­gi. Nel sud del­la provin­cia ave­va le tipografie che davano lavoro a decine di per­sone: gra­zie anche alle pub­bli­cazioni che Andreot­ti face­va com­mis­sion­are o che com­pra­va, garan­ten­do ossigeno e stipen­di. Nel nord ave­va le acque min­er­ali: durante la sua ges­tione Acqua di Fiug­gi rag­giunse liv­el­li di dif­fu­sione mai più eguagliati. A Roma con­trolla­va la San­ità.

Fu per questo rap­por­to di fidu­cia che Andreot­ti chiese a Cia­r­rapi­co di occu­par­si del­la Roma cal­cio ed evitare che fal­lisse. Mira­colosa­mente le casse delle banche si aprirono. Durante una con­tes­tazione da parte dei tifosi del­la Roma, Cia­r­rapi­co rispose così: “Fis­chi? Non ne ho sen­ti­ti? Solo con­tes­tazioni di gioia”. E di Giulio Andreot­ti disse: “Un accor­to gestore di una democrazia mala­ta”.

Gov­ernò fino a quan­do lo tsuna­mi gius­tizial­ista lo chi­amò in causa due volte, nel ’93 e nel ’96.

Le spalle larghe

Non era uno che si nascon­de­va. Grande moti­va­tore, quan­do c’erano delle respon­s­abil­ità da assumere lo face­va in pri­ma per­sona. Come la vol­ta che si pre­sen­tò in tri­bunale e sollevò da ogni respon­s­abil­ità tut­ta la cate­na di coman­do del suo gior­nale: «Sign­or giu­dice, sono sta­to io in qual­ità di edi­tore ad imporre che venisse fat­ta quel­la cosa. E l’ho impos­ta con­tro la volon­tà delle per­sone che avete trat­to a giudizio, che han­no dovu­to eseguire in quan­to miei dipen­den­ti. Sono io e solo io il respon­s­abile». Pagò per tut­ti.

Se ne va un pez­zo di sto­ria polit­i­ca ital­iana del­la Pri­ma e del­la Sec­on­da Repub­bli­ca. Ma soprat­tut­to uno degli ulti­mi gran­di edi­tori, non soltan­to locali. Uno dei pochissi­mi capaci di capire che le copie si pesano e non si con­tano.

Chi era Giuseppe Cia­r­rapi­co, l’editore sco­mo­do che non con­ta­va le copie ma le pesa­va

LePen71

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