30 anni di Maastricht hanno distrutto l’Italia in questo modo

30 anni di Maastricht hanno distrutto l’Italia in questo modo

homas Fazi*

In un paper appe­na pub­bli­ca­to, il noto econ­o­mista olan­dese Ser­vaas Storm, tutt’altro che rad­i­cale, si occu­pa delle cause del­la “lun­ga crisi” ital­iana. La sua con­clu­sione è lap­i­daria: «Nel­lo stu­dio, dimostro empiri­ca­mente come la reces­sione ital­iana deb­ba con­sid­er­ar­si una con­seguen­za del nuo­vo regime eco­nom­i­co post-Maas­tricht adot­ta­to dall’Italia a par­tire dai pri­mi anni Novan­ta».    Storm nota come fino ai pri­mi anni Novan­ta l’Italia abbia godu­to di trent’anni di robus­ta cresci­ta eco­nom­i­ca, durante i quali è rius­ci­ta a rag­giun­gere il Pil pro capite delle altre nazioni prin­ci­pali del­la futu­ra zona euro (soprat­tut­to Fran­cia e Ger­ma­nia). Da allo­ra, però, «è inizia­to un costante decli­no che ha let­teral­mente can­cel­la­to trent’anni di con­ver­gen­za». Al pun­to che oggi il divario tra il Pil pro capite ital­iano e quel­lo degli altri pae­si europei è pari se non addirit­tura infe­ri­ore a quel­lo che era negli anni Ses­san­ta. Tut­ti gli altri prin­ci­pali indi­ca­tori eco­nomi­ci han­no reg­is­tra­to lo stes­so crol­lo: red­di­to pro capite, pro­dut­tiv­ità, inves­ti­men­ti, quote del mer­ca­to mon­di­ale, ecc.

«Non è un caso – scrive Ser­vaas Storm – che la repenti­na inver­sione delle for­tune eco­nomiche dell’Italia si sia ver­i­fi­ca­ta in segui­to all’adozione del­la “sovras­trut­tura polit­i­ca e giuridi­ca” impos­ta dal Trat­ta­to di Maas­tricht, che ha spi­ana­to la stra­da alla creazione dell’UME nel 1999 e all’introduzione del­la mon­e­ta uni­ca nel 2002. Come mostro nel paper, l’Italia è sta­ta l’allievo mod­el­lo del­la zona euro, impeg­nan­dosi nell’implementazione dell’austerità fis­cale e delle riforme strut­turali che rap­p­re­sen­tano l’essenza delle regole macro­eco­nomiche dell’UME con mag­giore veemen­za e sol­erzia di qualunque altro paese dell’eurozona – molto più di Fran­cia e Ger­ma­nia. E ha paga­to un prez­zo molto alto: il con­sol­i­da­men­to fis­cale per­ma­nente, la per­sis­tente mod­er­azione salar­i­ale e il tas­so di cam­bio soprav­va­l­u­ta­to han­no dis­trut­to la doman­da inter­na ital­iana, e la caren­za di doman­da, a sua vol­ta, ha asfis­si­a­to la cresci­ta del­la pro­duzione, del­la pro­dut­tiv­ità, dell’occupazione e dei red­di­ti. L’operazione è sta­ta un suc­ces­so, ma purtrop­po il paziente è mor­to».

Per mostrare quan­to sia sta­ta rad­i­cale «l’austerità fis­cale per­ma­nente» perse­gui­ta dall’Italia negli ulti­mi decen­ni, Storm trac­cia un con­fron­to tra Italia e Fran­cia: tra il 1995 e il 2008, l’Italia ha reg­is­tra­to un avan­zo di bilan­cio pri­mario del 3 per cen­to cir­ca in media, rispet­to ad un deficit pri­mario del­lo 0,1 per cen­to del­la Fran­cia nel­lo stes­so peri­o­do.

In prat­i­ca, nel peri­o­do in ques­tione, «lo Sta­to francese ha for­ni­to all’economia uno sti­mo­lo fis­cale pari a 461 mil­iar­di di euro, men­tre lo Sta­to ital­iano ha drena­to dall’economia 227 mil­iar­di. … Non oso immag­inare che for­ma avreb­bero assun­to le proteste dei gilet gial­li se la Fran­cia avesse prat­i­ca­to un con­sol­i­da­men­to fis­cale pari a quel­lo dell’Italia». Storm mostra come il regime post-Maas­tricht abbia anche com­por­ta­to anche una mod­er­azione salar­i­ale (leg­gasi: guer­ra di classe) sen­za pari. 

L’economista mostra come tra gli anni Ses­san­ta e i pri­mi anni Novan­ta il divario tra i salari reali ital­iani e quel­li degli altri prin­ci­pali pae­si europei si sia pro­gres­si­va­mente ridot­to fino a scom­par­ire del tut­to. Da quel momen­to in poi la for­bice ha com­in­ci­a­to ad allargar­si nuo­va­mente e – incred­i­bil­mente – oggi è più grande di quan­to non fos­se negli anni Ses­san­ta. Come nel caso del PIL pro capite, trent’anni di con­ver­gen­za spaz­za­ti via da trent’anni di Maas­tricht.

Storm pone anche l’accento sul­la natu­ra di classe di questo proces­so (cioè su come il “vin­co­lo ester­no” di Maas­tricht sia sta­to lo stru­men­to col quale i cap­i­tal­isti nos­trani han­no spez­za­to le reni dei lavo­ra­tori ital­iani, come spiego in Sovran­ità o bar­barie): tra il 1991 e il 2008 la quo­ta prof­itti dell’Italia – già supe­ri­ore alla media euro­pea – è pas­sa­ta dal 36 al 40 per cen­to. Un dato che sarebbe il caso di ricor­dare ai sin­da­cati che fir­mano appel­li – per l’Europa! – insieme a Con­find­us­tria per­ché “siamo tut­ti sul­la stes­sa bar­ca”.

Come spie­ga Storm, la guer­ra con­dot­ta ai lavo­ra­tori negli ulti­mi decen­ni è sta­ta così feroce che i cap­i­tal­isti han­no fini­to per segare il ramo su cui sede­vano. Come scrive Storm, «seguen­do pedis­se­qua­mente le regole macro­eco­nomiche europee, l’Italia ha deter­mi­na­to una caren­za cron­i­ca di doman­da inter­na. Ques­ta è il risul­ta­to dell’austerità fis­cale per­ma­nente, del per­sis­tente con­teni­men­to dei salari e del­la man­can­za di com­pet­i­tiv­ità tec­no­log­i­ca delle imp­rese ital­iane [acui­ta dal crol­lo degli inves­ti­men­ti, a sua vol­ta deter­mi­na­to dal­la doman­da car­ente], che, in com­bi­nazione con un tas­so di cam­bio soprav­va­l­u­ta­to, riduce la capac­ità delle imp­rese ital­iane di man­tenere le loro quote di mer­ca­to a fronte del­la con­cor­ren­za dei pae­si a bas­so red­di­to. Questi tre fat­tori stan­no depri­men­do la doman­da; riducen­do l’utilizzazione degli impianti e dan­neg­gian­do gli inves­ti­men­ti, l’innovazione e la cresci­ta del­la pro­dut­tiv­ità, bloc­can­do dunque il paese in uno sta­to di decli­no per­ma­nente, carat­ter­iz­za­to dall’impoverimento costante del­la matrice pro­dut­ti­va dell’economia ital­iana e del­la qual­ità dei suoi flus­si com­mer­ciali».

La soluzione per Storm sarebbe ovvia: gran­di inves­ti­men­ti pub­bli­ci e politiche indus­tri­ali per pro­muo­vere l’innovazione, l’imprenditorialità e una mag­giore com­pet­i­tiv­ità tec­no­log­i­ca. Pec­ca­to, scrive l’economista, che questo approc­cio sia del tut­to «incom­pat­i­bile con il rispet­to delle regole macro­eco­nomiche dell’UME» e più in gen­erale con l’architettura eco­nom­i­co-polit­i­ca euro­pea.

Alla luce di tut­to ciò, cosa fan­no i sin­da­cati e le sin­istre? Con­tin­u­ano a invo­care “più Europa”. Ormai la cosa non fa più neanche rid­ere; fa solo incaz­zare.


* Dal pro­fi­lo Fb

Link all’articolo e al paper: https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/how-to-ruin-a-country-in-three-decades.

Share / Con­di­vi­di:
Questo articolo è stato pubblicato in Senza categoria da grognards . Aggiungi il permalink ai segnalibri.