Sarà la cannabis a salvare Taranto dal disastro ambientale dell’Ilva

La pianta riesce a bonifi­care i ter­reni con­t­a­m­i­nati dal­la diossi­na
Il libec­cio sof­fia lieve. Fino a qualche anno fa por­ta­va nubi rosse, cariche di pol­vere di fer­ro. Oggi non più: l’aria è cam­bi­a­ta, odo­ra di mare. La ter­ra invece no, è anco­ra inquina­ta dal­la diossi­na. Sul cam­po del­la masse­ria la cannabis cresce sot­to il sole d’inizio giug­no. Le piante sono alte un metro e mez­zo. L’agricoltore pun­ta gli occhi scuri ver­so le ciminiere dell’Ilva. Dice: «Ecco­lo il mostro che ci avve­le­na. Spe­ri­amo che la cana­pa lo cir­con­di e lo sof­fochi, pro­prio come fa con le erbe infes­tanti».
IL MOSTRO D’ACCIAIO
A due chilometri in lin­ea d’aria c’è la più grande acciaieria d’Europa. Un gigante di tubi, alti­forni, lamiere, nas­tri trasporta­tori e parchi min­er­ali su 15 mil­ioni di metri qua­drati. È grande una vol­ta e mez­za Taran­to. Nel reg­no del fer­ro il dominio è delle mac­chine. L’uomo è resid­uale, min­u­to, insignif­i­cante. Eppure ques­ta sto­ria è la riv­inci­ta dell’uomo. Anzi, di due fratel­li: Vin­cen­zo e Vit­to­rio Fornaro. Famiglia taran­ti­na, stirpe con­tad­i­na, all­e­va­tori da tra gen­er­azioni. Fino al dicem­bre 2008, quan­do la Regione ordi­na di abbat­tere le loro 600 pecore per­ché con­t­a­m­i­nate dal­la diossi­na dell’Ilva. «È sta­to il giorno più brut­to del­la mia vita. Quel­la sera in masse­ria c’era un silen­zio assor­dante. Erava­mo abit­uati ad addor­mentar­ci con il suono del bes­ti­ame», rac­con­ta Vin­cen­zo. «Il biv­io era: andarcene e ricom­in­cia­re da un’altra parte o rimanere e com­bat­tere». Otto anni dopo i Fornaro sono anco­ra qui. Han­no appe­so tre cam­panac­ci alla por­ta del­la masse­ria: «Ci ricor­dano le pecore». Oggi la lita­nia è suona­ta dal ven­to.
Vin­cen­zo Fornaro (Foto @ VINCENZO MONTEFINESE)
LA MORIA DI ANIMALI
Le car­casse degli ani­mali, le lacrime, la rab­bia, il divi­eto di pas­co­lo nel rag­gio di 20 chilometri dal­la zona indus­tri­ale. Sem­bra­va fini­ta. E invece era l’inizio del­la sec­on­da vita dei Fornaro. L’intuizione gius­ta arri­va dai ragazzi dell’associazione «Cana­Puglia»: con­ver­tire i ter­reni alla cannabis per decon­t­a­m­inare i campi. L’allevatore accetta la sfi­da e riparte dall’unica certez­za che gli res­ta: l’amore per la sua ter­ra. La pri­ma sem­i­na avviene nel 2014, cir­con­da­ta da scetti­cis­mo. «Sape­vo poco del­la cana­pa, non è sta­to facile», rac­con­ta Vin­cen­zo. Ma la salute del ter­reno miglio­ra. Rispun­tano erbe sel­vatiche. Dopo un anno di pausa, due mesi fa, l’ex famiglia di all­e­va­tori è tor­na­ta a sparg­ere semi di cannabis.
In prin­ci­pio fu Cer­nobil. A fine anni Novan­ta una soci­età amer­i­cana spe­cial­iz­za­ta in biotec­nolo­gia ambi­en­tale colti­va cana­pa per decon­t­a­m­inare i ter­reni radioat­tivi zup­pi di cesio, plu­to­nio, piom­bo. Fun­ziona. Sono una deci­na le piante in gra­do di svol­gere ques­ta fun­zione, dal gira­sole al piop­po. Le radi­ci del­la cannabis si riv­e­lano par­ti­co­lar­mente adat­te a bonifi­care i ter­reni avve­le­nati dal­la diossi­na. In Italia si inizia a par­lare di fitorisana­men­to nei pri­mi anni Duemi­la. Partono prog­et­ti sper­i­men­tali. L’iniziativa più avan­za­ta è quel­la di Taran­to. «È un’operazione di bonifi­ca a bassis­si­mo cos­to rispet­to a quelle tradizion­ali. Ma per i risul­tati sci­en­tifi­ci serve tem­po», spie­ga Mar­cel­lo Colao, ingeg­nere dell’Associazione biolo­gi ambi­en­tal­isti pugliesi. I Fornaro han­no fat­to da aprip­ista, altri agri­coltori sono pron­ti a seguire il loro esem­pio. E ora il sog­no si fa più ambizioso: creare una cin­tu­ra verde di cannabis attorno all’Ilva.
Pianta di cannabis nel cam­po del­la masse­ria Carmine, a Taran­to (Foto @ VINCENZO MONTEFINESE)
Con­viene sgom­brare il cam­po da equiv­o­ci: è tut­to legale. La cannabis sati­va non è una dro­ga. Il Thc è nel lim­ite del­lo 0,2% con­sen­ti­to dal­la legge. Niente prin­ci­pio atti­vo, niente sbal­lo. Gli usi sono moltepli­ci, dal tes­sile alla bioedilizia. Il prog­et­to si chia­ma «Green». L’obiettivo imme­di­a­to è rip­ulire i ter­reni dal­la diossi­na, quel­lo a medio ter­mine creare una fil­iera. «Taran­to può diventare il dis­tret­to del­la cana­pa del Sud Italia», spie­ga Gian­ni Can­tele, pres­i­dente di Coldiret­ti Puglia. «È una coltura rus­ti­ca che non ha par­ti­co­lari pretese nutrizion­ali. Diver­si impren­di­tori locali sono pron­ti a con­ver­tir­si alla cannabis». Ma dovran­no far­lo sen­za l’aiuto del­la Regione: «I fon­di comu­ni­tari all’agricoltura sono des­ti­nati per la pro­duzione ali­menta­re», fre­na l’assessore Leonar­do Di Gioia.
L’ESASPERAZIONE
«Siamo stu­fi di aspettare la polit­i­ca», repli­ca Fornaro. «Con una deci­na di agri­coltori siamo pron­ti a sem­i­nare a cana­pa 150 ettari». A Taran­to esiste già un impianto di pri­ma trasfor­mazione (in Italia sono solo due). Un’azienda locale di mate­ri­ali edili, la Vibrotek, sta tes­tando un pro­totipo di calce e cana­pa. Un grup­po di gio­vani ragazze vuole usare la fibra per pro­durre piat­ti.
Dall’altra parte del Mare Pic­co­lo c’è una cit­tà dila­ni­a­ta dall’atroce dilem­ma: il dirit­to alla vita o il dirit­to al lavoro. Due set­ti­mane fa a Taran­to è inizia­to il proces­so «Ambi­ente sven­du­to». Tra i 44 impu­tati ci sono i Riva e l’ex gov­er­na­tore Ven­dola. Lo Sta­to è fini­to invece alla sbar­ra a Stras­bur­go. La Corte euro­pea dei dirit­ti umani accusa l’Italia di non aver pro­tet­to la salute dei cit­ta­di­ni. Come la madre dei fratel­li Fornaro. «Un tumore se l’è por­ta­ta via anni fa», rac­con­ta Vin­cen­zo. «A me han­no tolto un rene, sono vivo per mira­co­lo. Ma adesso il ven­to è cam­bi­a­to, ci ripren­di­amo la nos­tra ter­ra. Sti­amo vin­cen­do noi».terrarealtime3.blogspot.com/2019/03/sara-la-cannabis-salvare-taranto-dal.html#more
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