Legittima difesa, cresce fronda dissenso M5S

Legittima difesa, cresce fronda dissenso M5SAlta ten­sione nel M5S sul­la legit­ti­ma dife­sa. Cresce il mal­con­tento all’in­ter­no del grup­po pen­tastel­la­to alla Cam­era sul­la pro­pos­ta di legge forte­mente volu­ta dal­la Lega, che tornerà all’e­same del­l’Aula mart­edì prossi­mo come sta­bil­i­to dal­la con­feren­za dei capi­grup­po. A imprimere una sterza­ta ci ha pen­sato il leader del­la Lega Mat­teo Salvi­ni: “La legit­ti­ma dife­sa sarà approva­ta alla Cam­era la prossi­ma set­ti­mana”. Da met­tere in con­to anche le dis­tanze sul­l’au­tono­mia, altro tema caro al leader del­la Lega che oggi ha riu­ni­to al Vim­i­nale, insieme alla min­is­tra Eri­ka Ste­fani anche i gov­er­na­tori di Lom­bar­dia e Vene­to, Fontana e Zaia. I malu­mori interni impen­sieriscono i ver­ti­ci del Movi­men­to, non tan­to per una ques­tione di numeri quan­to sul fronte del­la tenu­ta delle ‘truppe’. Già ieri i pri­mi seg­nali di dis­senso, quan­do alcu­ni grilli­ni (una deci­na) han­no deciso di non parte­ci­pare al voto sulle pregiudiziali di cos­ti­tuzion­al­ità sul­la legit­ti­ma. Tra questi, Gil­da Sportiel­lo. “Non voterò una legge che non mi appar­tiene e che non ha ragione di esistere — dice all’Adnkro­nos . Tra l’al­tro crea equiv­o­ci” nel momen­to in cui “legit­ti­ma sem­pre la pro­porzione tra offe­sa e dife­sa, andan­do a minare il dis­crim­ine, che è pro­prio l’ele­men­to carat­ter­iz­zante del­la legit­ti­ma dife­sa”. Rimar­ca il suo dis­senso anche la col­le­ga Dori­ana Sar­li. “Non inten­do legit­ti­mare questo provved­i­men­to. Anche se, a det­ta di molti mag­is­trati, ques­ta nor­ma nel­la sostan­za non cam­bierà” la situ­azione attuale, “il mes­sag­gio cul­tur­ale che ne farà la Lega è peri­coloso”, affer­ma la dep­u­ta­ta cam­pana, par­lan­do sem­pre con l’Adnkro­nos. Per questo moti­vo, sot­to­lin­ea, “così com’è il testo non lo voto”. Glo­ria Vizzi­ni (anche lei tra col­oro che si sono rifi­u­tati di votare le pregiudiziali) osser­va che il testo del provved­i­men­to sul­la legit­ti­ma dife­sa “molto prob­a­bil­mente rimar­rà così” e per­ciò “al momen­to” si dice “inten­zion­a­ta a non votar­lo” per non aval­lare un “mes­sag­gio ambiguo e peri­coloso”. Sul tema oggi sono inter­venu­ti i due ‘azion­isti di mag­gio­ran­za’ del gov­er­no, Lui­gi Di Maio e Mat­teo Salvi­ni. Il vicepremier leghista ha assi­cu­ra­to che il testo sarà legge entro mar­zo e non le ha man­date a dire al pres­i­dente del­l’As­so­ci­azione nazionale mag­is­trati Francesco Minis­ci. “Sen­tire il pres­i­dente del­l’Anm che dice ‘non vogliamo che legge sul­la legit­ti­ma dife­sa si fac­cia’ è di una grav­ità asso­lu­ta. Can­di­dati alle elezioni e fat­ti eleg­gere dal­la sin­is­tra. Non pen­so spet­ti a un mag­is­tra­to decidere quali leg­gi bisogna fare”, tuona il tito­lare del Vim­i­nale. Il capo politi­co M5S ha par­la­to di “slit­ta­men­to tec­ni­co” negan­do che dietro il rin­vio del provved­i­men­to ci sia una “ragione polit­i­ca”: la legit­ti­ma dife­sa, ha scan­di­to Di Maio, “è nel con­trat­to e ter­re­mo fede a questi impeg­ni”. Tira drit­to anche il Guardasig­illi Alfon­so Bonafede: “La lin­ea del gov­er­no è chiaris­si­ma, nes­sun moti­vo per ral­lentare: pri­ma si appro­va meglio è”. Ma all’oriz­zonte c’è un nuo­vo pos­si­bile foco­laio di dis­senso pron­to a divam­pare. Si trat­ta di un altro provved­i­men­to bandiera del­la Lega, quel­lo sul­l’au­tono­mia. Salvi­ni oggi ha incon­tra­to al Vim­i­nale il min­istro per gli Affari region­ali Eri­ka Ste­fani e i gov­er­na­tori di Vene­to e Lom­bar­dia, Luca Zaia e Attilio Fontana, annun­cian­do che entro la set­ti­mana sarà fat­ta una sin­te­si con il pre­mier Giuseppe Con­te e con Di Maio. Ma non è un mis­tero che vari espo­nen­ti 5 Stelle siano pron­ti a met­ter­si di tra­ver­so. “Sono con­traria — dice ad esem­pio Vizzi­ni all’Adnkro­nos -, l’au­tono­mia è un’al­tra misura che andrebbe a stravol­gere la Cos­ti­tuzione. Serve un dial­o­go ampio e par­la­men­ta­riz­za­to”.  www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/02/27/legittima-difesa

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Drastico calo sbarchi”

Drastico calo sbarchi

Diminuis­cono gli arrivi dei migranti dal mare, con una “con­trazione sen­za prece­den­ti”. E’ quan­to sot­to­lin­eano i Servizi di sicurez­za nel­la ‘Relazione annuale sul­la polit­i­ca dell’informazione per la sicurez­za’. “L’andamento com­p­lessi­vo dei flus­si via mare ha conosci­u­to, nell’anno di rifer­i­men­to, una fles­sione di oltre l’80%”.

 

Tale svilup­po — chiarisce la relazione — è̀ da attribuire soprat­tut­to alla raf­forza­ta capac­ità del­la Guardia Costiera libi­ca nel­la vig­i­lan­za delle acque ter­ri­to­ri­ali e alla dras­ti­ca riduzione delle navi delle Ong nel­lo spazio di mare prospiciente quelle coste che, di fat­to, ha pri­va­to i traf­fi­can­ti del­la pos­si­bil­ità di sfruttare le attiv­ità uman­i­tarie ricor­ren­do a nav­iglio fatis­cente e a bas­so cos­to. Altret­tan­to nodale si è riv­e­la­to il poten­zi­a­men­to dei con­trol­li a Sud del­la Lib­ia, specie in ter­ri­to­rio nigeri­no, sec­on­do una strate­gia di ‘pre­sidio avan­za­to’ con­di­visa dal­la Ue e con­vin­ta­mente sostenu­ta dall’Italia”.

SBARCHI OCCULTI — Inoltre, nel­l’ot­ti­ca di pre­ven­zione”, è̀ pros­e­gui­to nel 2018 l’impegno infor­ma­ti­vo del­l’in­tel­li­gence ital­iana “in direzione del fenom­e­no degli ‘sbarchi occul­ti’, vale a dire le tra­ver­sate effet­tuate in elu­sione dei con­trol­li per evitare l’identificazione dei migranti e favorirne la dis­per­sione sul ter­ri­to­rio nazionale”

Il fenom­e­no — spie­ga la relazione — ha riguarda­to in pri­mo luo­go le parten­ze dal­la Tunisia, dove le pro­gres­sioni dell’attività di ricer­ca han­no con­cor­so a delin­eare ulte­ri­or­mente attori e dinamiche del traf­fi­co, ponen­do in luce l’operatività di una ram­i­fi­ca­ta rete crim­i­nale di preva­lente matrice tunisi­na con basi e ref­er­en­ti in ter­ri­to­rio nazionale”.

I FLUSSI - Infine, “ser­ra­ta vig­i­lan­za è sta­ta ris­er­va­ta al ris­chio di infil­trazioni ter­ror­is­tiche nei flus­si migra­tori” sot­to­lin­eano gli 007. “Più volte seg­nala­to sul piano infor­ma­ti­vo — ril­e­va la relazione — tale peri­co­lo è̀ sta­to con­fer­ma­to da svilup­pi inves­tiga­tivi che han­no attes­ta­to l’utilizzo – per­al­tro spo­radi­co e non strut­turale – dei canali dell’immigrazione clan­des­ti­na per il trasfer­i­men­to in Europa di estrem­isti sub-sahar­i­ani”.

Sig­ni­fica­ti­vo, al riguar­do — sot­to­lin­ea la relazione — l’arresto a Napoli, rispet­ti­va­mente nell’aprile e nel giug­no, di due cit­ta­di­ni gam­biani ritenu­ti affil­iati alla for­mazione di al Bagh­da­di, giun­ti via mare dal­la Lib­ia dopo un peri­o­do di adde­stra­men­to in un cam­po gesti­to da Daesh nel deser­to libi­co”.   www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/02/28/drastico-calo-sbarchi_SSO7wiMU0kF454UD7R8dLN.html

 

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Goran Pandev, dopo 18 anni il genoano diventa cittadino italiano

Pandev, meglio tardi che mai: dopo 18 anni in Italia il macedone diventa italianoA 18 anni dal suo arri­vo all’In­ter, il mace­done Goran Pan­dev è diven­ta­to un cit­tadi­no ital­iano. In onore del genoano è sta­ta orga­niz­za­ta una cer­i­mo­nia con alcu­ni rap­p­re­sen­tan­ti del comune di Napoli, dove di fat­to il cal­ci­a­tore ha ottenu­to tut­ti i doc­u­men­ti per la cit­tad­i­nan­za ital­iana: “Sono feli­cis­si­mo — ha det­to — dopo qua­si 18 anni in Italia mi sen­ti­vo da tem­po ital­iano. Ringrazio tut­ti, per me è un bel­lis­si­mo momen­to”. A 35 anni suonati, qua­si 36, Pan­dev potrebbe ora far parte del­la selezione di Rober­to Manci­ni, un po’ tar­di mag­a­ri.   ww.liberoquotidiano.it/news/sport/13434308

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Lisa Sheridan morta a 44 anni. Era la star di Csi, giallo sulle cause del decesso

Lisa Sheridan morta a 44 anni. Era la star di Csi, giallo sulle cause del decessoLisa Sheri­dan, star di Csi, è sta­ta trova­ta sen­za vita nel­la sua casa di New Orleans. A dare per pri­mo la notizia del­la sua morte è sta­to il mag­a­zine Peo­ple e l’a­gente del­l’at­trice Mitch Clem ha con­fer­ma­to: “Lisa ci ha las­ciati lunedì mat­ti­na”. Anco­ra gial­lo sulle cause del deces­so: “Sti­amo aspet­tan­do notizie”. Lisa Sheri­dan, 44 anni, era un’at­trice molto bra­va e apprez­za­ta. L’an­no scor­so ave­va inter­pre­ta­to un ruo­lo anche nel film indipen­dente “Strange nature”: “Siamo tut­ti addo­lorati e dev­as­ta­ti per ques­ta perdi­ta. Lisa era pro­fon­da­mente ama­ta, abbi­amo il cuore spez­za­to”. www.liberoquotidiano.it/news/spettacoli/13435107/lisa-sheridan-

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I ponti a rischio tra Napoli e Caserta, dove i cavalcavia sfiorano le abitazioni

Dopo la trage­dia di Gen­o­va cresce l’allarme per le caren­ze strut­turali dei viadot­ti ital­iani. Tra Frat­ta­m­ag­giore e Orta di Atel­la sono sta­ti chiusi quat­tro rac­cor­di fatis­cen­ti

Negli anni ’80, a cav­al­lo tra le due province di Napoli e Caser­ta, è sta­ta real­iz­za­ta la stra­da statale “San­nit­i­ca”, di pro­pri­età del­la Regione Cam­pa­nia e gesti­ta da Cit­tà Met­ro­pol­i­tana.

Per costru­ire il lun­go ponte fu nec­es­sario innalzare la bretel­la, con grossi piloni di cemen­to fini­ti all’interno di cor­tili e gia­r­di­ni di abitazioni pri­vate.

Il ponte sfiora i tetti delle abitazioni in più punti

Tra Frat­ta­m­ag­giore e Cardi­to, a nord del Napo­le­tano, la situ­azione è addirit­tura para­dos­sale, con il ponte che, in più pun­ti, sfio­ra i tet­ti e le ter­razze di molti appar­ta­men­ti; un pae­sag­gio urbano sur­reale nato sot­to gli occhi di tut­ti e nel silen­zio gen­erale. Sono trascor­si più di trent’anni, ma qual­cuno anco­ra ricor­da come le timide proteste dei res­i­den­ti e dei pro­pri­etari delle abitazioni inter­es­sate dal prog­et­to furono sedate con lau­ti com­pen­si.

Dal­lo scor­so mese di set­tem­bre ques­ta bretel­la è sta­ta chiusa al traf­fi­co. Sull’onda emo­ti­va del­la trage­dia di Gen­o­va, con il crol­lo del ponte Moran­di, la stra­da statale “San­nit­i­ca” è sta­ta inter­det­ta agli auto­mo­bilisti. “Dopo l’incontro tenu­to in Prefet­tura lo scor­so 11 set­tem­bre – spie­ga il sin­da­co di Frat­ta­m­ag­giore, Mar­co Anto­nio Del Prete – su sol­lecitazione di Cit­tà Met­ro­pol­i­tana, sono state evi­den­zi­ate delle caren­ze strut­turali, che neces­si­tano di ver­i­fiche appro­fon­dite. Per questo il ponte è sta­to chiu­so, per pro­gram­mare gli inter­ven­ti utili a met­tere in sicurez­za la stra­da. In questo momen­to sono in cor­so i rilievi per capire qual è la prob­lem­at­i­ca e, poi, sarà redat­to un prog­et­to di ristrut­turazione del­la bretel­la”.

Sui tem­pi di ria­per­tu­ra del cav­al­cavia il pri­mo cit­tadi­no non si sbi­lan­cia. “Al momen­to non pos­si­amo fare pre­vi­sioni sul­la tem­p­is­ti­ca dei lavori – con­tin­ua Del Prete – anche se vedi­amo che gli operai sono attivi nell’opera di con­trol­lo del­la sta­tic­ità del ponte”. La chiusura del­la stra­da statale “San­nit­i­ca” ha cre­ato non pochi dis­a­gi ai cit­ta­di­ni di Frat­ta­m­ag­giore e del com­pren­so­rio.

Il problema del traffico cittadino

Il ponte è molto traf­fi­ca­to – rac­con­ta il sin­da­co – e sono tan­ti gli auto­mo­bilisti che si spostano a tutte le ore tra le due province. C’è anche da dire che il cav­al­cavia fun­ziona solo in un ver­so, da Caser­ta ver­so Napoli. Il trat­to oppos­to man­ca di 800 metri per un prob­le­ma data­to. In quel luo­go insis­te­va un tral­ic­cio di Ter­na, che ha imped­i­to il com­ple­ta­men­to del­la bretel­la. Con la chiusura totale del­la stra­da le vet­ture sono costrette ad attra­ver­sare la cit­tà, con­ges­tio­nan­do il traf­fi­co e cre­an­do prob­le­mi alla via­bil­ità”.

Il sin­da­co è pre­oc­cu­pa­to anche per la vic­i­nan­za del ponte alle abitazioni frat­te­si. “Ave­vo due anni quan­do è sta­ta real­iz­za­ta la stra­da statale – dice Del Prete – ma so che le case già era­no state costru­ite. Sicu­ra­mente si sarebbe dovu­to evitare questo tipo di edi­fi­cazione, ma adesso è inutile guardare al pas­sato. Nel­la famosa riu­nione dell’11 set­tem­bre abbi­amo richiesto, oltre a una ver­i­fi­ca sta­t­i­ca del ponte, che fos­sero messe in sicurez­za le abitazioni ubi­cate sot­to il cav­al­cavia”.

Ad Orta di Atella, nel Casertano, sono tre i cavalcavia chiusi

A pochi chilometri da Frat­ta­m­ag­giore sono sta­ti chiusi altri tre cav­al­cavia. L’ordinanza è sta­ta effet­tua­ta dal sin­da­co di Orta di Atel­la, Andrea Vil­lano. Anche nel pri­mo Comune a sud di Caser­ta c’è il peri­co­lo che questi pon­ti pos­sano crol­lare. “È un prob­le­ma molto serio – affer­ma il pri­mo cit­tadi­no – poiché nonos­tante le strade siano state chiuse, sot­to con­tin­u­ano a cir­co­lare mac­chine e auto­car­ri sul­la statale”.

La ques­tione è molto del­i­ca­ta, poiché non si riesce a sta­bilire a chi com­pete la ges­tione dei cav­al­cavia. Comune di Orta di Atel­la e Anas si sono riv­olti al Tri­bunale ammin­is­tra­ti­vo regionale del­la Cam­pa­nia, ma i tem­pi del­la gius­tizia sono molto lunghi. “Noi non abbi­amo sol­di – sot­to­lin­ea il sin­da­co Vil­lano – l’Anas dice di non essere com­pe­tente nel mer­i­to e la Cit­tà Met­ro­pol­i­tana fa orec­chie da mer­cante”. Il gio­co a scar­i­cabar­ile potrebbe avere con­seguen­ze nefaste. “Non vor­rei che deb­ba scap­par­ci il mor­to – con­clude mesto il pri­mo cit­tadi­no – pri­ma che si pos­sa inter­venire per sis­temare i tre cav­al­cavia dan­neg­giati”.  

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Cosa sta succedendo tra India e Pakistan?

UPDATING CAPTION
Indian soldiers stand guard near the remains of an Indian Air Force helicopter after it crashed in Budgam district, on the outskirts of Srinagar on February 27, 2019. - Officials said an investigation was underway into the cause of the crash, which came as Pakistan claimed to have shot down two Indian fighter jets in the divided and disputed Kashmir region. (Photo by Tauseef MUSTAFA / AFP) / UPDATING CAPTIONLa sto­ria del Pak­istan è un “unicum” nel panora­ma inter­nazionale: è infat­ti l’unico Sta­to nato per aggre­gare una deter­mi­na­ta comu­nità di musul­mani. L’islam è reli­gione mag­gior­i­taria in diverse nazioni medior­i­en­tali, ma l’identità nazionale nasce pri­ma dell’avvento del­la fede musul­mana. Invece Ali Jin­nah, padre del­la patria pak­istana, immag­i­na una Repub­bli­ca musul­mana in gra­do di dare una nazione ai seguaci dell’Islam pre­sen­ti nell’India pos­ta anco­ra sot­to la col­o­niz­zazione inglese. Per molti quel­lo, com­pre­so per lo stes­so Jin­nah, è un modo per evitare ten­sioni tra la com­po­nente induista e quel­la islam­i­ca. Jin­nah muore pochi mesi dopo la fon­dazione del Pak­istan, non fa in tem­po a guidare la nuo­va nazione e, di con­seguen­za, ad evitare che con l’India sorgesse una rival­ità in gra­do di innescare poten­ziali gravi con­flit­ti.

La questione del Kashmir

Per la ver­ità il con­flit­to più impor­tante tra Pak­istan ed India risale per ben altro con­tenzioso. Nel 1971 i due pae­si entra­no in guer­ra men­tre il Bangladesh attua la sua seces­sione. Quest’ultimo fino a quell’anno è una provin­cia ori­en­tale del Pak­istan, stac­ca­to però dal­la madrepadria e divi­so dal­la pre­sen­za dell’immenso ter­ri­to­rio indi­ano. Essendo però ter­ri­to­rio a mag­gio­ran­za musul­mana, nel 1947 si decide di incor­po­rar­lo al Pak­istan. La Lega Awa­mi gui­da il Bangladesh alla totale indipen­den­za del paese da Islam­abad, l’India appog­gia il nascente gov­er­no ben­galese. Da qui un con­flit­to dura­to appe­na due set­ti­mane, ma ter­ri­bil­mente cru­en­to tan­to da creare da allo­ra dei grup­pi di con­tat­to volti ad evitare altri scam­bi di colpi lun­go il con­fine. Ma in realtà la vera rival­ità si ha riguar­do al Kash­mir. Nonos­tante ques­ta mon­tu­osa regione sia a mag­gio­ran­za musul­mana, nel 1947 viene asseg­na­ta alla fed­er­azione indi­ana.

Da allo­ra il Pak­istan ne riven­di­ca la sovran­ità e subito dopo l’indipendenza scat­tano offen­sive e vere e pro­prie battaglie su entram­bi i fron­ti. Pro­prio il con­flit­to del 1971 fa sì che tra i due pae­si reg­ni un cli­ma di equi­lib­rio, sep­pur sem­pre sospe­so e rego­la­to da una cer­ta ten­sione. Il prob­le­ma odier­no, è che sia Pak­istan che India oggi sono poten­ze nucleari. Ed anche una pic­co­la provo­cazione può degener­are e destare non poca pre­oc­cu­pazione. Fig­u­rar­si poi, come avvenu­to in queste ore, se tra i cieli del Kash­mir si ver­i­f­i­cano esca­la­tion che riguardano rec­i­pro­ci abbat­ti­men­ti di mezzi mil­i­tari e di scam­bio di colpi di artiglieria.

Il perchè dell’escalation

Eppure lun­go questo del­i­ca­to asse asi­ati­co sem­bra pale­sar­si una cer­ta sta­bil­ità negli ulti­mi mesi. Pro­prio di recente Pak­istan ed India ven­gono toc­cate dal­la visi­ta del principe ered­i­tario sau­di­ta Moham­mad Bin Salman, accolto in grande stile in entram­bi i pae­si. Tra con­trat­ti ener­geti­ci e for­ni­ture di armi ed infra­strut­ture, Islam­abad e New Del­hi sem­bra­no accan­tonare le diver­gen­ze. Ed invece pochi giorni dopo arri­va l’escalation. Alla base di tut­to ciò sus­sistono moti­vazioni sia di polit­i­ca inter­na che estera. A liv­el­lo inter­no, India e Pak­istan affrontano momen­ti molto del­i­cati:in India si vota in pri­mav­era, il gov­er­no guida­to dai nazion­al­isti Indù non può esimer­si dal mostrare i mus­coli pro­prio con­tro la poten­za rivale. In Pak­istan si è vota­to lo scor­so anno, con le elezioni che incoro­nano Imram Khan quale nuo­vo pre­mier e con il suo par­ti­to che avvia una fase di ulte­ri­ore avvic­i­na­men­to alla Cina.

La zona contesa del Kashmir (Alberto Bellotto)

E qui forse vi sono le ragioni riguardan­ti la polit­i­ca estera: India e Cina sono due poten­ze emer­gen­ti rivali. Anzi, pro­prio il gov­er­no indi­ano può fare da argine all’avanzata cinese nel­la zona. Pechi­no dal can­to suo ha nel Pak­istan uno sno­do fon­da­men­tale per la nuo­va via del­la Seta. I cine­si infat­ti costru­is­cono il grande por­to di Gwadar, nel sud del paese, des­ti­na­to ad essere usato come sboc­co del drag­one asi­ati­co nell’oceano indi­ano. Islam­abad e Pechi­no han­no rap­por­ti decen­nali: è pro­prio il gov­er­no pak­istano a fare da inter­me­di­ario tra Usa e Cina quan­do al tim­o­ne vi è anco­ra Mao e quan­do gran parte del mon­do riconosce quel­lo tai­wanese quale uni­co rap­p­re­sen­tante del popo­lo cinese. Se si chiede ad un cinese qual è il paese estero prefer­i­to, in mag­gio­ran­za rispon­dono pro­prio Pak­istan. Dunque, tan­to dall’India quan­to dal Pak­istan oggi c’è inter­esse a mostrare i mus­coli. Un gio­co però che potrebbe diventare peri­coloso. E le diplo­mazie, in queste ore, sono già a lavoro per dis­ten­dere gli ani­mi ed evitare ulte­ri­ori e ben più gravi con­seguen­ze. http://www.occhidellaguerra.it/le-ragioni-dell-escalation-tra-india-e-pakistan/

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Cucchi, Alfano dichiarò il falso in Parlamento”

Il pm: manipo­late le con­dizioni del ragaz­zo nelle relazioni por­tate al min­istro dal­l’Ar­ma

Anche l’ex min­istro Angeli­no Alfano venne incon­sapevol­mente indot­to «a riferire il fal­so su atti fal­si»: è ciò che emerge dal­l’en­nes­i­ma udien­za sul caso del­la morte di Ste­fano Cuc­chi.

Per il pm Gio­van­ni Musarò l’at­tiv­ità di depistag­gio è sta­ta tal­mente pro­fon­da che «in ques­ta vicen­da si è gio­ca­ta una par­ti­ta truc­ca­ta, con carte seg­nate. Una par­ti­ta — ha det­to il giu­dice — gio­ca­ta sulle spalle di una famiglia: qui c’è in gio­co la cred­i­bil­ità di un intero sis­tema».

I doc­u­men­ti par­lano chiaro. Dopo un lan­cio del­l’a­gen­zia Ansa, il 26 otto­bre del 2009, in cui si denun­ci­a­va che Ste­fano Cuc­chi al momen­to del­l’ar­resto non pre­sen­ta­va ferite o seg­ni sul volto, sarebbe inizia­to il vero depistag­gio.

Nel doc­u­men­to si legge che a par­tire da quel­la data iniziarono «a pul­lu­lare richi­este di anno­tazioni su ordine del­la scala ger­ar­chi­ca del­l’Ar­ma, com­p­rese quelle false e quelle det­tate». Il pm si chiede: «Cosa suc­cesse quel giorno»? La rispos­ta arri­va diret­ta: «Il lan­cio di agen­zia delle 15:38 scate­na un putife­rio. Dal Coman­do gen­erale del­l’Ar­ma partono richi­este urgen­tis­sime di chiari­men­ti. E tutte queste anno­tazioni non ser­vivano al pm ma all’al­lo­ra min­istro del­la Gius­tizia Angeli­no Alfano che avrebbe dovu­to rispon­dere al ques­tion time alla Cam­era». Il politi­co, per assur­do e in maniera incon­sapev­ole «si lim­itò a riferire il fal­so su atti fal­si».

E nel cor­so del ques­tion time di fronte ai giu­di­ci del­la pri­ma corte d’As­sise, «disse che Cuc­chi era sta­to col­lab­o­ra­ti­vo al momen­to del­l’ar­resto, omet­ten­do ogni pas­sag­gio pres­so la com­pag­nia Casili­na e che era già in con­dizioni fisiche debil­i­tate quan­do venne fer­ma­to».

Ecco il per­ché partì subito dopo una vera e pro­pria dife­sa nei con­fron­ti del­l’Ar­ma che, sem­pre sec­on­do il pm, «si tra­duce in una implici­ta accusa nei con­fron­ti degli agen­ti di polizia pen­iten­ziaria». In quel pre­ciso momen­to si pro­cede­va per una denun­cia con­tro ignoti, ma il 3 novem­bre, subito dopo che Alfano ave­va fini­to di rispon­dere all’in­ter­rogazione, com­parve «davan­ti ai mag­is­trati il detenu­to gam­biano Samu­ra Yaya che riferì di aver sen­ti­to nelle camere di sicurez­za del tri­bunale una cadu­ta di Cuc­chi».

In sostan­za, i cara­binieri veni­vano esclusi da even­tu­ali respon­s­abil­ità, attribuite, invece, ai medici. Nes­sun col­lega­men­to tra le frat­ture, le botte, gli emato­mi. Tut­ti inno­cen­ti, insom­ma, per una morte che anco­ra oggi ha del­l’as­sur­do.   

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Nel tempio del tatuaggio dove si riscoprono i simboli tribali

A Milano, nel­lo stu­dio di Clau­dio Pit­tan, riv­ive l’an­ti­ca arte del tat­u­ag­gio. Lo stile giap­ponese e i sim­boli delle isole del Paci­fi­co tor­nano attuali con grande maes­tria

TatauTa-tau. Il rit­mo del tat­u­ag­gio rim­balza sul­la pelle: incide la carne e las­cia trac­cia nel­la sto­ria. Sim­boli trib­ali che a Milano riv­ivono nel­lo stu­dio di Clau­dio Pit­tan, un tem­pio che ha riscop­er­to l’arte mil­lenar­ia del tat­u­ag­gio facen­dola riv­i­vere in tutte le sue innu­merevoli sfac­cettature (guar­da il video).

Nel negozio di Milano, dove tra le pareti nere fiamman­ti lavo­ra uno dei più richi­esti tat­u­a­tori d’I­talia e d’Eu­ropa, Sonia Giot­toli ha ricre­ato un pic­co­lo museo di reper­ti che ripor­tano alla luce un lon­tano pas­sato. In una bacheca di vetro pos­ta all’in­gres­so si pos­sono ammi­rare orec­chi­ni del Bor­neo e del Tri­an­go­lo d’Oro, bac­chette hari con cui i maestri giap­pone­si “inserivano inchiostro nero” (irezu­mi), col­lane indi­ane fat­te con le ver­te­bre di ser­pente e labret degli esquime­si che per duemi­la anni sono rimasti con­ser­vati sot­to i ghi­ac­ci. Seg­ni tan­gi­bili di un’ev­i­den­za che non sem­pre la nos­tra soci­età riesce ad accettare: da sem­pre l’uo­mo ha cer­ca­to di mod­i­fi­care la realtà cor­porea con tat­u­ag­gi o pierc­ing.

Da tren­t’an­ni Pit­tan è sul­la sce­na e i suoi tat­u­ag­gi giap­pone­si sono una novità nel panora­ma inter­nazionale. Per ben due volte è sta­to pre­mi­a­to quale migliore tat­u­a­tore d’I­talia e i riconosci­men­ti gli sono arrivati dalle prin­ci­pali fiere del Vec­chio Con­ti­nente. “L’evoluzione del mio stile – ci rac­con­ta – è sta­ta con­tin­ua. Ho sem­pre cer­ca­to di miglio­rare nel dis­eg­no, ma soprat­tut­to ho sem­pre cer­ca­to di capire il sig­ni­fi­ca­to dei tat­u­ag­gi che fac­cio”. Oggi per avere un suo dis­eg­no sul­la pelle bisogna met­ter­si in coda e avere pazien­za, ma quan­do arri­va il momen­to e si var­ca l’in­gres­so del suo stu­dio di via Vet­ere si spalan­ca un mon­do arcaico. A far da sot­to­fon­do è il per­sis­tente bru­sio delle macchinette che inci­dono la pelle dei cli­en­ti. Pit­tan, che dopo esser­si fat­to incidere la schiena da Horiyoshi III con la tec­ni­ca tebori (scolpire a mano), si è spe­cial­iz­za­to nel­l’arte del tat­u­ag­gio giap­ponese. Sul suo let­ti­no pren­dono vita draghi, demoni, samu­rai e principesse (guar­da il video). Per ter­mi­narli, come spes­so accade, ser­vono diverse sedute durante le quali nasce un rap­por­to di con­fi­den­za tra il tat­u­a­tore e il tat­u­a­to (guar­da la gallery). “Un rap­por­to molto stret­to – spie­ga Pit­tan – che, in alcu­ni casi, può sfo­cia­re in una duratu­ra ami­cizia”.

A dividere lo stu­dio con Pit­tan c’è appun­to la Giot­toli che, dopo aver lavo­ra­to a stret­to con­tat­to con il samoano Pao­lo Sulu’Ape conosci­u­to durante una con­ven­tion a Bologna più di ven­t’an­ni fa, si è spe­cial­iz­za­ta nel­l’arte del tat­u­ag­gio trib­ale dei popoli che vivono nel Paci­fi­co. È lì che ha impara­to la sim­bolo­gia del martel­lante pic­chi­et­tio ta-tau che oggi le macchinette a elet­tro­calami­ta non san­no più ripro­durre ma che riper­cor­rono con estrema ele­gan­za un rit­uale fat­to di sim­boli e sig­ni­fi­cati che si con­ser­vano anco­ra oggi. E così, in un sapi­ente lavoro di sim­me­tria, ripren­dono vita le tradizion­ali crea­ture del tat­u­ag­gio delle varie cul­ture del Paci­fi­co. Sfoglian­do i lavori fat­ti in questi anni ecco che i dis­eg­ni si alter­nano alle geome­trie tahi­tiane. Queste ultime han­no un fas­ci­no sen­za prece­den­ti (guar­da la gallery). I tiki, per esem­pio, sono guardiani che pro­teggono chi se li fa tat­u­are dal­la pro­pria parte oscu­ra. Sono una sor­ta di “bilan­ci­a­tori” di ener­gia. E anco­ra: le lucer­tole che sim­bo­leg­giano le mes­si e i frut­ti del­la ter­ra, il dente di pesce­cane dio dei mari, la tar­taru­ga che tutela la fer­til­ità, la conchiglia sacra sul­la quale ven­gono date le offerte agli dei. E, infine, ci sono i math­ai, occhi che aumen­tano la percezione visi­va.         In tut­ti i dis­eg­ni del­la Giot­toli emerge una con­tin­ua ricer­ca ad andare a fon­do nel­la sto­ria del tat­u­ag­gio. Per­ché, come si può vedere sul­la mum­mia Otzy, già nel 3mila avan­ti Cristo l’uo­mo ha prova­to a mod­i­fi­care il pro­prio aspet­to este­ri­ore. D’al­tra parte, come spie­gano gli stes­si soci­olo­gi, una delle prime reazioni istin­tive dei bam­bi­ni è pren­dere un pennarel­lo o un pastel­lo e col­orar­si il volto, le brac­cia o le gambe. Il tat­u­ag­gio è, insom­ma, qual­cosa di ances­trale che ognuno di noi ha den­tro di sé. Deve solo per­me­t­ter­gli di uscire allo scop­er­to.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/nel-tempio-tatuaggio-dove-si-riscoprono-i-simboli-tribali-1651169.html

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Marocchino stupra due donne: violenza continuata ma pena inferiore

cara­binieri han­no rag­giun­to l’uo­mo a casa dopo la con­dan­na defin­i­ti­va del­la Cas­sazione. Il marocchi­no scon­terà la pena del carcere per poi essere espul­so dal­l’I­talia

Sette anni e otto mesi per due vio­len­ze ses­su­ali. Ques­ta è la con­dan­na data dal­la Cas­sazione a un marocchi­no che ha vio­len­ta­to due ragazze in Val­ca­mon­i­ca tra il 2014 e il 2016.

Gli episo­di sono avvenu­ti a Civi­date Camuno, in provin­cia di Bres­cia. Il pri­mo, nel novem­bre del 2014, il sec­on­do nel mar­zo del 2016. La Cas­sazione ha così con­fer­ma­to la sen­ten­za del­la Corte d’Ap­pel­lo di Bres­cia che ave­va con­dan­na­to per vio­len­za ses­suale con­tin­u­a­ta il marocchi­no. Per questo moti­vo, la sever­ità del­la pena sem­bra minore rispet­to a quel­la che ci si potrebbe aspettare. Essendo un reato con­tin­u­a­to, il crim­ine viene con­sid­er­a­to in un uni­co dis­eg­no crim­i­noso.

A incas­trare lo stupra­tore sono state le tes­ti­mo­ni­anze delle due donne, una con­nazionale di 30 anni e una don­na del pos­to di 36 anni. Le vit­time han­no infat­ti avu­to il cor­ag­gio di denun­cia­re quan­to avvenu­to ai loro dan­ni e dal­la sovrap­po­sizione delle diverse dichiarazioni i cara­binieri han­no potu­to riscon­trare la colpev­olez­za del marocchi­no. Iden­ti­co il modus operan­di in entram­bi i delit­ti. Dopo aver con­dot­to le vit­time in un luo­go appar­ta­to con la macchi­na, le ave­va pri­ma pic­chi­ate e minac­ciate, poi obb­li­gate a un rap­por­to non con­sen­ziente.

Il 34enne orig­i­nario del Maroc­co ha alle spalle diver­si prece­den­ti per spac­cio di dro­ga. I cara­binieri di Breno l’han­no arresto oggi dopo la sen­ten­za defin­i­ti­va del­la Corte di Cas­sazione e por­ta­to nel carcere di Bres­cia. Una vol­ta scon­ta­ta la pena, il vio­len­ta­tore sarà poi espul­so dal­l’i­talia e rim­pa­tri­a­to nel Paease d’o­rig­ine. -

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Stefano Cucchi, il generale Tomasone: “Fu arresto normale. Sapevo in anticipo i risultati dell’autopsia? Non mi ricordo”

L’al­to uffi­ciale del­l’Ar­ma ascolta­to come tes­ti­mone al proces­so bis sul­la morte del geome­tra, dece­du­to il 22 otto­bre del 2009 all’ospedale San­dro Per­ti­ni di Roma, sei giorni dopo essere sta­to arresta­to per pos­ses­so di dro­ga. Per il mil­itare era un “arresto nor­male”. Ma il pm in aula che gli ha mostra­to un atto nel quale si antic­i­pa­vano le con­clu­sioni sul­l’au­top­sia, in par­ti­co­lare in mer­i­to a due frat­tureStefano Cucchi, il generale Tomasone: “Fu arresto normale. Sapevo in anticipo i risultati dell’autopsia? Non mi ricordo”

Per me quel­lo di Cuc­chi era un arresto nor­male, come ne avven­gono tan­ti”. È in questo modo che si è espres­so il gen­erale dei Cara­binieri, Vit­to­rio Toma­soneascolta­to come tes­ti­mone al proces­so bis sul­la morte di Ste­fano Cuc­chi dece­du­to il 22 otto­bre del 2009 all’ospedale San­dro Per­ti­ni di Roma, sei giorni dopo essere sta­to arresta­to per pos­ses­so di dro­ga. Durante la sua depo­sizione l’allora coman­dante provin­ciale di Roma dei Cara­binieri ha det­to di non esser­si mai inter­es­sato dell’aspetto medico-legale del­la morte del geome­tra 31enne.

Un fat­to smen­ti­to però dal pm Gio­van­ni Musarò che in aula  gli ha mostra­to un atto a fir­ma pro­prio del gen­erale nel quale si antic­i­pa­vano le con­clu­sioni sull’autopsia, in par­ti­co­lare in mer­i­to a due frat­ture, che neanche la Procu­ra di Roma anco­ra conosce­va. “Come face­vate ad avere già queste infor­mazioni?” ha chiesto quin­di il pm. Alla doman­da di Musarò, Toma­sone ha rispos­to chia­man­do in causa il suo sot­to­pos­to diret­to, il colon­nel­loAlessan­dro Casarsa. Quin­di il pm gli ha chiesto se sape­va se l’allora coman­dante del grup­po Roma avesse avu­to con­tat­ti diret­ti con il con­sulente tec­ni­co. E qui Toma­sone ha repli­ca­to dicen­do “questo non lo so”. Il pm ha fat­to emerg­ere anche che il 23 novem­bre fu dis­pos­ta l’autopsia del geome­tra, il suc­ces­si­vo 6 dicem­bre il medico incar­i­ca­to aus­pi­ca­va la nom­i­na di altri spe­cial­isti, “ma il pri­mo novem­bre il gen­erale Toma­sone, in un atto ind­i­riz­za­to al Coman­do gen­erale, scrive dei risul­tati ‘parziali’ dell’autopsia che anco­ra non era sta­ta fat­ta”. Ma il gen­erale ha rispos­to: “Sul modo con il quale è sta­ta assun­ta l’informazione non ricor­do. Non ho memo­ria”.

Casarsa da parte sua ha det­to ai pm nell’interrogatorio del 28 gen­naio scor­so: “Non sape­vo che fos­sero state redat­te due ver­sioni delle stesse anno­tazioni sul­lo sta­to di salute di Cuc­chi. Il tenente colon­nel­lo Cav­al­lo si rap­por­ta­va diret­ta­mente a me ed esegui­va le mie dis­po­sizioni, ma sicu­ra­mente non ebbe da me la dis­po­sizione di mod­i­fi­care le anno­tazioni”. In quel doc­u­men­to Casarsa affer­ma, inoltre, che i risul­tati parziali dell’autopsia “sem­br­ereb­bero non attribuire le cause del deces­so a trau­mi, non essendo state ril­e­vate emor­ragie interne né seg­ni macro­scop­i­ci di per­cosse”. Sul pun­to, rispon­den­do alle domande del procu­ra­tore Giuseppe Pig­na­tone e del sos­ti­tu­to Gio­van­ni Musarò, Casarsa affer­ma di non essere in gra­do di dire da chi ebbe “le infor­mazioni che sono ripor­tate nel­la nota che mi esi­b­ite e che atten­gono ai pre­lim­i­nari accer­ta­men­ti di natu­ra medico-legale ese­gui­ti sul cada­v­ere di Ste­fano Cuc­chi. Pren­do atto che Cav­al­lo ha dichiara­to che ques­ta nota l’aveva scrit­ta lui su mia det­tatu­ra, io esclu­do tale cir­costan­za”.

Il gen­erale ha poi ricostru­ito cosa fece dopo avere rice­vu­to, da alcu­ni gior­nal­isti, la notizia che l’arresto del gio­vane geome­tra romano era sta­to com­pi­u­to dai Cara­binieri: “Chiesi se era vero che era sta­to arresta­to dai Cara­binieri e mi fu det­to che era sta­to arresta­to una set­ti­mana pri­ma. Quin­di chiesi altre infor­mazioni e mi dis­sero che, a parte l’attivazione del 118, non c’erano sta­ti prob­le­mi, che c’era sta­ta un’udienza di con­va­l­i­da dell’arresto e la con­seg­na alla Polizia pen­iten­ziaria. Chiesi al coman­dante del grup­po e agli altri coman­dan­ti di preparare una relazione da parte di tut­ti quel­li che ave­vano avu­to un con­tat­to fisi­co con Cuc­chi, dall’arresto alla con­seg­na alla Polizia pen­iten­ziaria. Quin­di, uno degli ulti­mi giorni di otto­bre, chia­mai la sig­no­ra Cuc­chi per esprimer­le la mia vic­i­nan­za per­son­ale sul­la scor­ta di quel­lo che mi era sta­to rifer­i­to e degli accer­ta­men­ti pos­si­bili fatti”.Tomasone ha poi ricostru­ito i fat­ti avvenu­ti dopo la morte di Cuc­chi, quan­do a fine otto­bre con­vocò una riu­nione per fare il pun­to sul­la vicen­da. “A tut­ti col­oro che era­no sta­ti pre­sen­ti ave­vo chiesto di venire da me al Coman­do provin­ciale e, oltre a portare la relazione, di dire quel­lo che ave­vano fat­to. Al ter­mine di questi ulte­ri­ori accer­ta­men­ti, mi con­vin­si che non vi pote­vano essere respon­s­abil­ità- ha con­tin­u­a­to il gen­erale – Un cara­biniere mi disse ‘io lo ave­vo in cus­to­dia, lamen­ta­va dei dolori e ho chiam­a­to il 118’, ricor­do di avere espres­so parole di apprez­za­men­to e dopo che uno dei mil­i­tari mi disse che ave­va atti­va­to la cen­trale oper­a­ti­va, affinché potesse inviare una pat­tuglia pres­so la stazione dove di notte Cuc­chi era in cam­era sicurez­za, per­ché lo aiu­tasse nell’operazione di met­ter­lo sull’ambulanza, feci subito pren­dere dal­la cen­trale oper­a­ti­va il nas­tro di quel­la tele­fona­ta di alcu­ni giorni pri­ma e nell’ascoltarla non notai, nel­la con­ver­sazione tra il cara­biniere di servizio la notte e l’operatore del­la cen­trale, asso­lu­ta­mente nul­la. Tut­to questo por­ta­va ad esclud­ere qual­si­asi coin­vol­gi­men­to” dei cara­binieri, ha rib­a­di­to Toma­sone ricor­dan­do di aver ammoni­to i pre­sen­ti alla riu­nione: “Se c’è qualche altra cosa, dite­lo adesso per­ché questi atti andran­no in Procu­ra”.   www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/27/stefano-cucchi-il-generale-tomasone-

 

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