Il debito pubblico non può essere ripagato, a maggior ragione con l’economia in recessione. Se vogliamo affrontare la tempesta ci vogliono almeno i minibot

DI PAOLO BECCH E GIOVANNI ZIBORDI

liberoquotidiano.it

Da quan­do c’è il nuo­vo gov­er­no si stril­la che le nos­tre banche per­dono in Bor­sa per via del­lo spread. Ora però tut­to il mon­do è nel­la stes­sa situ­azione e nes­suno par­la più del­lo spread. Le banche tedesche ad esem­pio han­no per­so il 40% in pochi mesi e il 90% dai liv­el­li di dieci anni. E qui non si può dare col­pa a Di Maio o a Salvi­ni. Tut­to il set­tore ban­car­io europeo è crol­la­to quan­to quel­lo ital­iano e anche quel­lo amer­i­cano lo sta seguen­do ora. Il 2018 è sta­to un anno in cui tut­ti i mer­cati, chi più chi meno, han­no per­so: emer­gen­ti ed asi­ati­ci, europei e amer­i­cani, bonds soci­etari, com­modi­ties e valute.

Solo il dol­laro Usa ha guadag­na­to. Il moti­vo sca­tenante prin­ci­pale è il modesto aumen­to dei tas­si di inter­esse da 0% a 2,5% degli Usa nonché il fat­to che la Fed­er­al Reserve ha ridot­to di 400miliardi i titoli in portafoglio riducen­do liq­uid­ità. Ma la causa di fon­do sem­bra essere un’altra: l’enorme aumen­to del deb­ito nel mon­do, il 40% negli ulti­mi dieci anni fino a 250 mila mil­iar­di (in dol­lari).

Noi siamo osses­sion­ati dal deb­ito pub­bli­co ital­iano che in realtà è solo 2,600 mil­iar­di (in dol­lari), cioè l’1,1% del deb­ito totale mon­di­ale. Una goc­cia d’acqua in un mare di deb­ito. Questo enorme accu­mu­lo di deb­ito ha prodot­to la crisi di dieci anni fa di Lehman Broth­ers e ora ne sta preparan­do un’altra, dato che gov­erni e Banche Cen­trali han­no reag­i­to dal 2008 in poi taglian­do i tas­si a zero spin­gen­do nell’economia altri 70mila mil­iar­di di deb­ito (pub­bli­co e pri­va­to).

LE CRITICHE

L’Italia è par­ti­co­lare rispet­to agli altri Pae­si per­ché ha poco deb­ito di famiglie, imp­rese e banche e più deb­ito pub­bli­co e in più non ha più la sua val­u­ta e la Ban­ca Cen­trale. Negli ulti­mi anni è sta­ta sof­fo­ca­ta per­ché non ha potu­to pom­pare deb­ito come han­no fat­to tut­ti gli altri. Per­ché il deb­ito nell’immediato è potere d’acquisto in più per chi lo con­trae. Molti han­no crit­i­ca­to il gov­er­no, o per­ché non riduce abbas­tan­za il deficit e il deb­ito (dal lato dei rig­oristi alla Cottarel­li…) o per­ché volen­do rispettare i vin­coli del­la Ue finirà con l’aumentare un po’ la pres­sione fis­cale.

Si attac­ca il gov­er­no per­ché usa le poche risorse disponi­bili per spe­sa cor­rente, red­di­to di cit­tad­i­nan­za e abbas­sa­men­to dell’età pen­sion­abile. Tut­tavia la povertà cres­cente, spe­cial­mente al Sud è innega­bile, e il Pd non è crol­la­to solo per i 600mila africani traghet­tati e mes­si in alber­go, ma anche per­ché ha con­tin­u­a­to con la polit­i­ca di aus­ter­ità impos­ta dal­la Ue, las­cian­do tan­ta gente in dif­fi­coltà.

Con un crol­lo dell’8% medio del red­di­to pro-capite dal 2008 ci sono set­tori del­la popo­lazione che han­no subito una riduzione del tenore di vita del 20%.

La mag­gior parte degli elet­tori ne ha abbas­tan­za dell’austerità impos­ta da Brux­elles e del fat­to che lo spread e i Btp sal­go­no o scen­dono non gliene impor­ta niente.

AUMENTA L’IVA

Anche se Di Maio e Salvi­ni avessero dato ret­ta agli econ­o­misti invece che agli elet­tori e avessero usato quei pochi mil­iar­di negoziati con la Ue per ridurre tasse o per inves­ti­men­ti pub­bli­ci, sareb­bero state solo brici­ole. Essendosi anche impeg­nati a ridurre il deficit al 2% quest’anno e poi all’1,8% e 1,5% negli anni suc­ces­sivi sono sta­ti persi­no costret­ti a pro­gram­mare un aumen­to dell’Iva di 23 e 28 mil­iar­di rispet­ti­va­mente. Il che sig­nifi­ca un Iva al 27% entro due anni. Con l’economia che sta andan­do in reces­sione entr­eran­no meno tasse nelle casse del­lo Sta­to e l’anno prossi­mo sare­mo dac­capo con la Com­mis­sione Ue, e con anco­ra meno sol­di di quest’anno da negoziare.

Cer­to, con una nuo­va Com­mis­sione molte cose potreb­bero cam­biare, ed è su questo che Salvi­ni pun­ta gius­ta­mente, ma come andrà a finire lo sapre­mo solo dopo le elezioni europee. Alla fine le polemiche attuali sul­la manovra gira­no intorno al fet­ic­cio del deb­ito pub­bli­co di 2,300 mil­iar­di e pas­sano gli anni, cam­biano i gov­erni e nes­suno indi­ca una soluzione. E il deb­ito con­tin­ua ad aumentare. Di soli­to ci si mette a par­lare di ridurre la buro­crazia e velo­ciz­zare la gius­tizia, cose belle in teo­ria, ma lente da far­si e che comunque non cre­ano sol­di e non diminuis­cono il deb­ito.

L’unica soluzione rad­i­cale, il ritorno alla Lira, è sta­ta a quan­to pare sepol­ta da Salvi­ni dopo che Di Maio già da tem­po lo ave­va fat­to. La ver­ità è che la soluzione dei prob­le­mi di deb­ito, quan­do superi una cer­ta soglia, e nel mon­do (non solo in Italia) ques­ta soglia è sta­ta super­a­ta, è sem­pre un mis­to di default e stam­pa di mon­e­ta.

Non esiste la pos­si­bil­ità di ripa­gare anche solo in parte 250mila mil­iar­di di deb­ito glob­ale e quan­do arri­va una reces­sione (di soli­to ogni otto anni cir­ca) molte famiglie e aziende non riescono a pagare neanche le rate.

Le reces­sioni fan­no parte del gio­co, il prob­le­ma dell’Italia è che si pas­sa da una reces­sione all’altra, per­ché a dare le carte è una Unione che ha come com­pi­to prin­ci­pale quel­lo di dan­neg­gia­re il nos­tro Paese.

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I Giubbotti gialli: serve al più presto un programma per le elezioni europee e amministrative.

DI PIERRE GILLRES BELLIN

agoravox.fr

Di fronte alla rab­bia cres­cente nel paese, la pri­ma rispos­ta di Emmanuel Macron fu di denun­cia­re il Gilet Gial­li come anti-ecol­o­gisti, poiché rifi­u­ta­vano la Tas­sa Car­bone. Argo­men­to sor­pren­dente: sig­nifi­ca ricavare dal­la sof­feren­za dei Gilet Gial­li, dal­la nos­tra sof­feren­za, l’argomento con­tro di loro, e con­tro tut­ti noi. Indig­nazione. Ma l’analisi degli argo­men­ti pres­i­den­ziali rib­al­ta queste cose e ci da i pri­mi ele­men­ti di un pro­gram­ma politi­co per due sca­den­ze impor­tan­ti: le elezioni europee e le ammin­is­tra­tive.
Spie­gazioni.

La Tas­sa Car­bone : una manipo­lazione seman­ti­ca e finanziaria.
Dopo aver dato 200 euro alle per­sone che vogliono il per­me­s­so di cac­cia (1), aver autor­iz­za­to a sparare con il silen­zi­a­tore, rimanda­to la mes­sa al ban­do del gli­fos­ato, ritarda­to di 10 anni la legge di tran­sizione ener­get­i­ca che pro­gram­ma l’uscita dal nucleare, ecco che improvvisa­mente il gov­er­no e Emmanuel Macron diven­tano i can­tori di un provved­i­men­to eco­logi­co: l’instaurazione del­la “Tas­sa Car­bone” che dovrebbe ren­dere parec­chi mil­iar­di di euro e ridurre la propen­sione all’uso dell’auto al quale è dovu­to l’aumento delle emis­sioni france­si di gas a Effet­to ser­ra che è sta­to del 3,5% nel 2016. Orbene nes­suno si fa pren­dere in giro, dato che è noto che solo il 20 % di ques­ta tas­sa incre­menterà gli inves­ti­men­ti diret­ti per l’ecologia, men­tre dovrebbe finanziare il deb­ito pub­bli­co, invece di aiutare a iso­lare le case, pro­durre elet­tric­ità in pro­prio o com­prare un’auto ibri­da. (2)

Pri­mo errore di Emmanuel Macron :come ha per­so la sua legit­tim­ità di rap­p­re­sentare il movi­men­to “Make the plan­et great again” (“fac­ciamo ripar­tire il piane­ta”)
Far apparire i Gilet Gial­li come anti-ecol­o­gisti ha anche dan­neg­gia­to l’immagine del­la Fran­cia, e Don­ald Trump ha potu­to met­tere in car­i­catu­ra la deci­sione del Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca e evi­den­ziare la sua rin­un­cia a per­son­ifi­care un’alternativa all’alterazione del cli­ma e alla dis­truzione del­la bios­fera che il capo di sta­to amer­i­cano incar­na per­sonal­mente con una indif­feren­za notev­ole. Improvvisa­mente, di fronte a ques­ta cat­a­strofe annun­ci­a­ta, ci ritro­vi­amo soli, anche quel­li che tra noi ave­vano a volte pen­sato, dopo l’intermezzo di Nico­las Hulot (3) (e anche pri­ma), che la Fran­cia avrebbe potu­to rap­p­re­sentare un’opposizione a Trump. È comunque tut­to un set­tore del­la nos­tra polit­i­ca estera che si è stac­ca­to. (4)

Sec­on­do errore di Emmanuel Macron : espres­sa­mente finanziario.
In effet­ti la tran­sizione ener­get­i­ca ha un cos­to di inves­ti­men­ti che cresce via via che la crisi ambi­en­tale si estende: cos­to per iso­lare le abitazioni, sos­ti­tuire i veicoli, cam­biare il mod­el­lo di agri­coltura, il mod­el­lo ener­geti­co, la riduzione degli spazi uti­liz­z­abili, eccetera. La neces­sità di viag­gia­re meno in macchi­na, per esem­pio, rimette in dis­cus­sione la dis­tinzione cen­tro-per­ife­ria, quel­la per­ife­ria dove abbi­amo rel­e­ga­to le clas­si medie. Il fat­to di muover­si in auto è pro­prio lo zoc­co­lo duro del­la nos­tra econo­mia: il suo cos­to avrebbe dovu­to essere annul­la­to dal­la cresci­ta, ma ques­ta non ritor­na.
Le spese dell’andirivieni tra gli iper-cen­tri e le per­iferie sono ormai impos­si­bili da sostenere, così come la cresci­ta enorme del (cos­to) metro quadro negli Iper-cen­tri, la cresci­ta degli affit­ti : La frat­tura tra i red­di­ti è una frat­tura nel­lo spazio. In per­ife­ria il prez­zo di costruzione di un metro quadro (di casa) è molto spes­so più alto del prez­zo di mer­ca­to.
La con­seguen­za è la sva­l­u­tazione dei pat­ri­moni, le case sono dif­fi­cil­mente rivendibili. Aumen­to delle spese ali­men­ta­ri, dell’acqua pota­bile, dell’elettricità (che è rad­doppi­a­ta dal 2008), del gas eccetera, del trat­ta­men­to dei rifiu­ti, fan­no crescere ques­ta crisi che è una crisi inter­na alle risorse stesse. Allargan­do il dis­cor­so, dietro ques­ta inflazione è l’insieme del mod­el­lo eco­nom­i­co che deve essere ripen­sato, come ho cer­ca­to di dimostrare in uno dei miei sag­gi: i gran­di indus­tri­ali dei rifiu­ti per esem­pio, sono sta­ti sem­pre avvan­tag­giati nelle loro tar­iffe esag­o­nali per­ché fos­sero com­pet­i­tivi fuori dal paese.
Con­seguen­za: sono le clas­si medie che han­no sostenu­to la loro com­pet­i­tiv­ità, men­tre con­tem­po­ranea­mente queste hold­ings sì riv­ela­vano cam­pi­oni dell’evasione fis­cale. Questo può durare? Così come l’eccesso di norme, il cui cos­to man­da a pic­co l’industria del­la costruzione, o anche gli obb­lighi imposti a tutte le pic­cole imp­rese, alle imp­rese medie e pic­cole, che ben presto dovran­no diventare sos­ti­tu­ti d’imposta con la ritenu­ta alla fonte. Questo si som­ma al cos­to del­la crisi finanziaria del 2008 (che ci ha por­tati a un deficit di 140 mil­iar­di di euro nel 2009, per esem­pio, e cioè al 7,5% del prodot­to inter­no lor­do), che noi con­tinuiamo a sostenere, 10 anni più tar­di, attra­ver­so gli impeg­ni di resti­tuzione del deb­ito (anche se la polit­i­ca di riac­quis­to del­la Ban­ca Cen­trale Euro­pea ha reso sop­porta­bile questo peso). Emmanuel Macron è l’erede di un sis­tema strut­turale che per la sua pro­pria inerzia sta per fare fuori i lim­i­ti del piane­ta. Lo schema al fon­do dell’articolo fa vedere con chiarez­za l’effetto di gril­let­to nel quale siamo col­let­ti­va­mente intrap­po­lati tut­ti . Se vogliamo assi­cu­rare la nos­tra soprav­viven­za dob­bi­amo prob­a­bil­mente fare lo sfor­zo di inve­stire un ulte­ri­ore 3% del prodot­to inter­no lor­do, por­tan­do il deficit al 6%. Il Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca si tro­va dunque imp­ri­gion­a­to in ques­ta situ­azione impos­si­bile, nel con­testo di un deb­ito inter­nazionale pub­bli­co e pri­va­to che non è mai sta­to così alto. Alla fine, un deb­ito non è rim­borsabile se non quan­do il sis­tema assi­cu­ra la sua immutabil­ità nel tem­po: è legit­ti­mo pen­sare che non abbi­amo più tut­to quel tem­po.

Ter­zo errore di Macron: pen­sare l’ecologia nel suo aspet­to di tas­sazione, rifi­utare di pen­sar­la nel­la sua dimen­sione di riduzione dei carichi (fis­cali).
I 200 -300 euro che man­cano nel bud­get men­sile dei bilan­ci famil­iari cor­rispon­dono prati­ca­mente agli utili che l’ecosistema appor­ta­va quan­do non era finanziariz­za­to, ovvero quan­do nes­suno ci face­va pagare i suoi servizi; in breve: “una vol­ta”. Ques­ta epoca è fini­ta negli anni 1960–1970. Con­sid­er­ate bene le vostre spese: l’acqua pota­bile e il suo trat­ta­men­to sono arrivati medi­a­mente a 4 euro al metro cubo; pen­sate al cos­to dell’immondizia, aumen­ta­to a causa del rifi­u­to delle lob­by di ridurne la pro­duzione alla sor­gente, con la dimin­uzione degli imbal­lag­gi, o anche il cos­to del riscal­da­men­to elet­tri­co, che noi erava­mo spin­ti a sovradi­men­sion­are; tenete pre­sente la com­pli­cazione delle norme per pro­durre in pro­prio l’elettricità in parte per­ché l’esigenza di inte­grare (nel­la rete) i pan­nel­li foto­voltaici spinge il cos­to delle instal­lazioni al rial­zo (una impo­sizione del­la lob­by nucleare par­ente­si, men­tre il prez­zo di ven­di­ta è cadu­to in cer­ti casi a 6 cen­tes­i­mi di euro al chilowat­to­ra men­tre all’uscita dal­la cen­trale nucleare di Fla­manville (l’EPR) il cos­to del kilo­wat­to­ra dovrebbe essere due volte supe­ri­ore al cos­to di pro­duzione dell’elettricità solare(5)…Questo fa sì che saran­no le clas­si medie che pagher­an­no, come già stan­no pagan­do, le scelte sbagli­ate dell’EDF (Elec­tric­ité de France), spin­ta fuori dal­la Bor­sa dalle autorità finanziarie stesse, a causa dell’allucinante fal­li­men­to del suo oper­a­to. Orbene la mia espe­rien­za di geniere inno­va­tore, di costrut­tore di case bio­cli­matiche e di scrit­tore spe­cial­iz­za­to su questo tema pro­va che questi servizi potreb­bero essere a cari­co dei sin­goli nel quadro dell’abitazione indi­vid­uale e in parte in un sis­tema col­let­ti­vo: acqua, ener­gia, ges­tione dei rifiu­ti. Ma come potreb­bero inve­stire le clas­si medie? Lo Sta­to potrebbe garan­tire i presti­ti ban­cari, e reg­is­trare fuori bilan­cio la sua garanzia (dunque il deficit non aumenterebbe), sapen­do che le banche devono inve­stire nell’economia sec­on­do il tas­so Rif (6) del­la ban­ca cen­trale euro­pea, che da anni è man­tenu­to al liv­el­lo più bas­so. Più pre­cisa­mente si trat­ta del tas­so al quale la BCE pres­ta del denaro alle imp­rese finanziarie, in base al ragion­a­men­to che quan­to più questo tas­so è bas­so, tan­to più le banche pos­sono fare cred­i­to e dunque rilan­cia­re l’economia: è la polit­i­ca del “Quan­ti­ta­tive Eas­ing”, base del­la rifor­ma mon­e­taria introdot­ta da Pierre Bere­gov­oy durante il pri­mo set­ten­na­to di Fran­cois Mit­terand, alter­na­ti­va alla polit­i­ca key­ne­siana di rilan­cio attra­ver­so la doman­da, che favorisce l’aumento dei salari, ma provo­ca inflazione. Evi­den­te­mente questo spingerà cer­ta­mente non tan­to a ridis­eg­nare il ruo­lo del­la BCE, ma a definire con mag­giore pre­ci­sione i ben­efi­ci indot­ti che le banche rica­vano dal­la sua polit­i­ca dei tas­si (si veda l’articolo di Mar­tine Orange su Mediapart)…Comunque sia del­la BCE, la propen­sione al con­sumo delle famiglie a red­di­to medio è impor­tante, dunque sarebbe in effet­ti pos­si­bile oper­are un rilan­cio con inves­ti­men­ti nell’ecologia, molto più vir­tu­osi che un rilan­cio con rischi di inflazione. Con­tem­po­ranea­mente, per­ché questo rilan­cio non vada a van­tag­gio dei pae­si che rov­inano il loro eco­sis­tema come il Brasile, o che sfrut­tano la loro popo­lazione, bisognerebbe asso­lu­ta­mente che i pae­si dell’Unione Euro­pea si orga­niz­zassero per tas­sare le impor­tazioni di beni e servizi sec­on­do delle regole sociali ed ambi­en­tali rig­orose. Per­ché non pos­si­amo essere solo noi i pal­a­di­ni del libero scam­bio.

Con­clu­sioni
A queste con­dizioni, che devono essere pre­cisate e ridis­cusse con un dibat­ti­to col­let­ti­vo, un rilan­cio per mez­zo di inves­ti­men­ti eco­logi­ci può essere pos­si­bile. Ma non è suf­fi­ciente ascoltare “il popo­lo” se si è soltan­to capaci di ascoltare i mor­morii delle lob­by del mon­do anti­co, da Veo­lia a EDF. Ecco per­ché i Gilet Gial­li, met­ten­do­ci in guardia sulle loro dif­fi­coltà ad arrivare alla fine del mese, sot­to­lin­eano i vicoli ciechi bio-eco­nomi­ci del nos­tro mod­el­lo indus­tri­ale: le loro voci con­tribuis­cono let­teral­mente a sal­var­ci da una cat­a­strofe plan­e­taria. Ridurli al silen­zio, incalzarli, bru­tal­iz­zarli, perseguir­li legal­mente, è un pec­ca­to orig­i­nale cap­i­tale, “cristi­co”, del pres­i­dente Macron: aver uti­liz­za­to il deside­rio di democrazia per arrivare al potere attra­ver­so un “movi­men­to” che rib­al­ta il “Mon­do Anti­co”, quel­lo dei nota­bili del­la polit­i­ca nazionale e locale; e vol­er far tacere questo movi­men­to che alla fin fine non vuole nient’altro che man­tenere le promesse demo­c­ra­tiche del pres­i­dente e riprende i fon­da­men­tali del movi­men­to LREM. Per lui c’è il ris­chio di una sec­on­da dele­git­ti­mazione car­i­ca di con­seguen­ze pro­prio quan­do il piane­ta sem­bra oscil­lare ver­so un pop­ulis­mo xeno­fobo e nazion­al­ista.

Pierre-Gilles Bellin, Autore di “L’habitat bio-eco­nom­i­co”, edi­zioni Eyrolles

NOTE a cura del Tradut­tore

(1) – Emmanuel Macron ha por­ta­to la licen­za di cac­cia nazionale a 200 euro invece degli attuali 400 euro. Durante la cam­pagna elet­torale Emmanuel Macron ave­va sor­pre­so e forte­mente col­pi­to una parte dei cac­cia­tori difend­en­do tut­ti i tipi di cac­cia tradizion­ali in nome del­la dife­sa del pat­ri­mo­nio francese incon­tran­do in una riu­nione pri­va­ta i mem­bri del­la Fed­er­azione Nazionale del­la Cac­cia (FNC) .(link dell’articolo orig­i­nale)
(2) Dei 37,7 mil­iar­di di euro di introiti pre­visti dal­la TICPE (taxe intérieure de con­som­ma­tion sur les pro­duits énergé­tiques – tas­sa nazionale di con­sumo dei prodot­ti ener­geti­ci) ‚solo 7,2 mil­iar­di saran­no real­mente ind­i­riz­za­ti ver­so la trasfor­mazione ener­get­i­ca (con­tribu­ti allo svilup­po di energie rin­nov­abili) e 1,2 mil­iar­di all’Agenzia di finanzi­a­men­to delle infra­strut­ture di trasporti in Fran­cia ovvero poco più del 20 % dell’incasso. Il resto va alle realtà ter­ri­to­ri­ali, regioni e dipar­ti­men­ti (12 mil­iar­di) per finanziare l’apprendistato o l’RSA (come il nos­tro Red­di­to di cit­tad­i­nan­za -N. d. T.) e altri 17 mil­iar­di andran­no al bilan­cio statale all’interno del quale vi sono 30 mil­iar­di ded­i­cati alla con­ver­sione eco­log­i­ca in varie forme, sec­on­do la Sig­no­ra Pey­rol (Dep­u­ta­ta del par­ti­to LREM di E. Macron). (link dell’articolo orig­i­nale)

(3) – Nico­las Hulot è un gior­nal­ista, con­dut­tore tele­vi­si­vo, pro­dut­tore tele­vi­si­vo e ambi­en­tal­ista francese. In segui­to al suc­ces­so del­la sua trasmis­sione tele­vi­si­va Ushuaïa Nature, ha accresci­u­to sem­pre più il suo impeg­no per la dife­sa dell’ambiente e la sen­si­bi­liz­zazione del­la gente nei con­fron­ti dei temi ecol­o­gisti. (Wikipedia)
(4) Da qualche mese le relazioni tra Pari­gi e Wash­ing­ton si sono raf­fred­date, dopo le accuse di Trump cir­ca la creazione di un eserci­to europeo; anche i com­men­ti su Twit­ter del Pres­i­dente Amer­i­cano sui Gilet Gial­l­li non miglio­ra­no i suoi rap­por­ti con Macron. …Trump ha pre­so spun­to dalle vio­len­ze avvenute nel quar­to giorno di grande mobil­i­tazione dei Gilet Gial­li per dimostrare che l’accordo di Pari­gi sul cli­ma non è applic­a­bile. Provo­can­do la reazione del Min­istro degli esteri francese che ha dichiara­to a LeFi­garo: “…dico a Don­ald Trump come ha det­to anche il Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca francese, che noi non inter­ve­ni­amo nel dibat­ti­to politi­co amer­i­cano, las­ci­ate­ci vivere la nos­tra vita di nazione”.(link dell’articolo orig­i­nale)
(5) Al cos­to di 62,50 euro per megawat­to­ra, il solare dis­tanzia ormai sen­si­bil­mente l’eolico il cui cos­to medio è sti­ma­to a 80 euro. … cos­to che è cir­ca anche la metà del cos­to del Reat­tore nucleare ad acqua pres­sur­iz­za­ta di Fla­manville (EPR) . La pro­duzione di ener­gia dei reat­tori di ulti­ma gen­er­azione attual­mente in cantiere dovrebbe costare alla fonte cir­ca 120 euro al Megawat­to­ra. (link dell’articolo orig­i­nale)

(6) -Il tas­so sulle oper­azioni di rifi­nanzi­a­men­to prin­ci­pali (ORP) è il tas­so di inter­esse cor­rispos­to dalle banche quan­do assumono presti­ti dal­la BCE per la dura­ta di una set­ti­mana. A questo fine devono fornire attiv­ità a garanzia del rim­bor­so del­la som­ma rice­vu­ta.
Il tas­so sulle oper­azioni di rifi­nanzi­a­men­to prin­ci­pali (RIF) è uno dei tre tas­si di rifer­i­men­to che la BCE fis­sa ogni sei set­ti­mane nel quadro del­la sua azione tesa a man­tenere sta­bili i prezzi nell’area dell’euro.

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Capodanno Roma, la sindaca Raggi vieta i botti: per 24 ore niente fuochi e petardi

Fir­ma­ta l’ordinanza: sarà in vig­ore dalle 00.01 del 31 dicem­bre 2018 alle 24.00 dell’1 gen­naio 2019, su tut­to il ter­ri­to­rio di Roma Cap­i­taleCapodanno Roma, la sindaca Raggi vieta i botti: per 24 ore niente fuochi e petardiNiente bot­ti su tut­to il ter­ri­to­rio di Roma Cap­i­tale per ven­ti­quat­tro ore, a par­tire da un min­u­to dopo la mez­zan­otte fra il 31 dicem­bre e l’1 gen­naio. La sin­da­ca di Roma Vir­ginia Rag­gi ha fir­ma­to l’ordinanza che vieta l’utilizzo di petar­di, bot­ti e ati­fi­ci pirotec­ni­ci in occa­sione dei fes­teggia­men­ti di fine annoN­iente bot­ti su tut­to il ter­ri­to­rio di Roma Cap­i­tale per ven­ti­quat­tro ore, a par­tire da un min­u­to dopo la mez­zan­otte fra il 31 dicem­bre e l’1 gen­naio. La sin­da­ca di Roma Vir­ginia Rag­gi ha fir­ma­to l’ordinanza che vieta l’utilizzo di petar­di, bot­ti e arti­fi­ci pirotec­ni­ci in occa­sione dei fes­teggia­men­ti di fine anno.

Nos­tro dovere — spie­ga la sin­da­ca — è tute­lare l’incolumità dei cit­ta­di­ni e la loro sicurez­za, in par­ti­co­lare durante i numerosi even­ti orga­niz­za­ti in cit­tà in occa­sione dell’ultima notte dell’anno. I bot­ti e le esplo­sioni, com’è noto, rischi­ano di provo­care inci­den­ti soprat­tut­to nei luoghi affol­lati e in pre­sen­za di minoren­ni. Per non par­lare degli effet­ti neg­a­tivi sug­li ani­mali. Voglio quin­di augu­rare a tut­ti col­oro che decider­an­no di fes­teggia­re a Roma l’arrivo del nuo­vo anno, di pot­er trascor­rere una ser­a­ta in seren­ità e all’insegna del divertimento”.Il provved­i­men­to prevede il divi­eto asso­lu­to di usare mate­ri­ale esplo­dente come fuochi arti­fi­ciali, razzi e giochi pirotec­ni­ci: sarà in vig­ore dalle 00.01 del 31 dicem­bre 2018 alle 24.00 dell’1 gen­naio 2019, su tut­to il ter­ri­to­rio di Roma Cap­i­tale. Sono escluse dal divi­eto ben­gala, fontane, bac­chette scin­til­lan­ti, trot­tole e giran­dole lumi­nose.

L’ordinanza ricor­da inoltre che l’accensione di fuochi pirotec­ni­ci aggra­va e incre­men­ta l’emissione di inquinan­ti nell’ambiente in con­trasto con i provved­i­men­ti adot­tati da Roma Cap­i­tale per la riduzione di polveri sot­tili PM10 e bios­si­do di azoto.ttps://roma.repubblica.it/cronaca/2018/12/

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Passione Capitale, un anno vissuto maldestramente tra buche e ‘monnezza’: sei pareri d’autore

E sta­to un anno dif­fi­cile per la cap­i­tale, alla rib­al­ta del­la cronaca per i cat­tivi servizi che offre ai romani e ai tur­isti. Gov­ernare Roma non mai sta­to facile ma viver­ci non è mai sta­to cosi dif­fi­cile. Di questo 2018 che sta per finire, ci ven­gono in mente qua­si solo immag­i­ni neg­a­tive: bus in fiamme, la scala mobile del­la metro Repub­bli­ca che inghiotte i tifosi del Cska, gli sgomberi forza­ti, le buche. E poi la morte di Desirée a San Loren­zo. Abbi­amo chiesto a sei firme del nos­tro gior­nale di fare delle con­sid­er­azioni, cias­cuno in un ambito speci­fi­co. Ecco il ritrat­to di una cit­tà che lot­ta per soprav­vi­vere

di FABRIZIO BOCCA, ATTILIO BOLZONI, VITTORIO EMILIANI, MARCO LODOLI, FRANCESCO MERLO E CLAUDIO TITOLa mobil­ità

L’idea (falsa) che la colpa dei disastri sia dei romani

di FRANCESCO MERLO

Sta pas­san­do l’idea che, se crol­lano le scale mobili, la col­pa è di quel­li che ci sal­go­no sopra. E se, quan­do piove, si alla­ga la metro, è per­ché i romani, sin dai tem­pi di Vercinge­torige, non san­no affrontare il mal­tem­po. nDunque non i tombi­ni avreb­bero bisog­no di manuten­zione, ma il carat­tere dei cives romani, diavoli d’Italia.
E, andan­do avan­ti con questo scioc­chez­zaio saputo, sareb­bero le teste dei romani — inte­si come res­i­den­ti — che avreb­bero bisog­no di una Recon­quista e non l’Atac.

Il 2108 è sta­to l’anno delle buche, del­la spaz­zatu­ra e dei cespugli sel­vag­gi? La respon­s­abil­ità, sec­on­do ques­ta rilan­ci­a­ta anti­ca pul­sione antiro­mana, è del­la invin­ci­bile natu­ra del gov­er­na­to e non dell’incapacità del gov­er­no. Insom­ma, se i trasporti pub­bli­ci sono un dis­as­tro, se gli auto­bus si incen­di­ano e gli alberi abbat­tono i pas­san­ti, se autono­leg­gia­tori e tassi­nari si affrontano come ultrà, non dovrem­mo così tan­to pren­dercela con la Rag­gi e con i due sin­daci che l’hanno pre­ce­du­ta — Mari­no e Ale­man­no — ma con l’eterna vol­gar­ità dell’Urbe, con un’antropologia cor­rot­ta, infet­ta, ladrona e da ulti­mo anche mafiosa.

Ebbene, pro­prio noi che per anni abbi­amo rac­con­ta­to, in (qua­si) soli­tu­dine il degra­do di Roma, vi dici­amo che ques­ta idea, fal­sa e ingius­ta, sta diven­tan­do più peri­colosa degli auto­bus che sur­riscal­dano, scin­til­lano e muoiono sen­za nep­pure divam­pare. È infat­ti vero che ven­gono da lon­tano gli stereotipi che divi­dono le cit­tà ital­iane, si for­marono nel Medio­e­vo e si trovano già nel De vul­gari elo­quen­tia di Dante: i fioren­ti­ni sono spaval­di, i gen­ovesi tirchi, i romani ingovern­abili. Ora però i vec­chi pregiudizi stan­no ali­men­tan­do un nuo­vo razz­is­mo, un sovranis­mo urban­is­ti­co, con la con­vinzione che non l’Atac e il Comune bisognerebbe com­mis­sari­are, ma l’intera Roma e tut­ti i romani

 La polit­i­ca

Buche e roghi. Raggi delude anche Di Maio e Salvini

di CLAUDIO TITO

In un anno, il 2018, che ha seg­na­to la vit­to­ria pop­ulista in Italia, l’amministrazione di Roma gui­da­ta dal­la gril­li­na Vir­ginia Rag­gi, si è trasfor­ma­ta in un emble­ma. La dimostrazione che l’incompetenza può rag­giun­gere solo due risul­tati. Il pri­mo: non saper gov­ernare, in questo caso la Cap­i­tale d’Italia. Il sec­on­do: il ris­chio con­cre­to, come han­no dimostra­to le inchi­este, di cir­con­dar­si di per­sone e con­sulen­ti opachi e dis­cutibili.

La sin­da­ca si è sal­va­ta dopo aver scansato in extrem­is l’inchiesta che la vede­va coin­vol­ta e che, se avesse dato l’esito immag­i­na­to dai pm, avrebbe prodot­to un effet­to imme­di­a­to: le sue dimis­sioni. Ma la sua per­ma­nen­za sul Campi­doglio è diven­ta­ta un tor­men­to. Di cer­to per i romani, ormai alle prese con una cit­tà scon­quas­sa­ta dalle buche, ottene­bra­ta dai rifiu­ti e umil­i­a­ta da una palude orga­niz­za­ti­va. Ma lo è anche per il suo par­ti­to, il Movi­men­to 5Stelle. I ver­ti­ci pen­tastel­lati han­no sper­a­to fino all’ultimo di pot­er fare a meno di ques­ta pri­ma cit­tad­i­na che rap­p­re­sen­ta plas­ti­ca­mente le dif­fi­coltà che vive il grup­po cre­ato da Gril­lo e Casa­leg­gio.

Lo stes­so leader politi­co dell’M5S, Lui­gi Di Maio, sa che Vir­ginia Rag­gi sta diven­tan­do il sim­bo­lo delle loro inca­pac­ità. Il fal­li­men­to di Roma viene vis­su­to, nel­la Cap­i­tale, ma anche nel resto d’Italia, come il pro­dro­mo dell’esaurimento dell’esperienza gril­li­na nel gov­er­no nazionale.

È insom­ma un spina nel fian­co del Movi­men­to. E a più riprese i suoi leader han­no atte­so di pot­er­si rap­i­da­mente estrarre quel­la spina. Non ci sono rius­ci­ti. Ma il tema res­ta. Di sicuro la ques­tione si ripro­por­rà con dram­matic­ità se e quan­do si tornerà al voto per il Par­la­men­to nazionale. Non è un caso che tra i più crit­i­ci con­tro la Sin­da­ca, c’è Mat­teo Salvi­ni. Il leader leghista teme che il dis­as­tro romano pos­sa essere trasmes­so dai suoi alleati anche al suo par­ti­to. La crisi di Roma è insom­ma vis­su­ta come un virus. Da elim­inare al più presto

Rifiu­ti e verde pub­bli­co

Monnezza” come simbolo sui sette colli del disonore

di MARCO LODOLI

La parte per il tut­to: è la figu­ra retor­i­ca del­la sined­doche che sen­za far­ci caso uti­lizzi­amo quan­do ad esem­pio par­liamo di scafi per indi­care le navi o di tet­ti per le case. E ormai si rischia che la “mon­nez­za” definis­ca in un atti­mo l’intera cit­tà, che la foto di un cas­sonet­to tra­boc­cante pren­da il pos­to del Cupolone o del Colosseo.

È vero che noi romani ci abi­tu­iamo velo­ce­mente a tut­to, ma il tur­ista che arri­va in cit­tà rimane sbig­ot­ti­to di fronte alla frana di schifezze che invade i mar­ci­apie­di: in nes­suna cap­i­tale euro­pea si assiste allo spet­ta­co­lo immon­do di topi e gab­biani che raz­zolano in mez­zo a quei pas­coli immon­di, male­odor­an­ti, inesauri­bili. D’accordo, Roma non sarà mai come Zuri­go o Stoc­col­ma, però fa male al cuore vedere la “mon­nez­za” che dila­ga sen­za lim­i­ti, sen­za che nes­suno dell’amministrazione comu­nale sap­pia come arginarla e smaltir­la.

Il rogo del Tmb sul­la Salaria è sta­ta l’ignobile can­deli­na su una tor­ta mar­cia e abominev­ole. E ora, durante queste feste di fine anno, il prob­le­ma appare anco­ra più evi­dente: cat­a­ste di buste sfas­ci­ate s’ammucchiano attorno ai cas­sonet­ti come osceni mon­u­men­ti al degra­do pub­bli­co, e ogni giorno noi ali­men­ti­amo quei mostri get­tan­do a mal­in­cuore i nos­tri rifiu­ti sulle colline del dis­onore.

Non sta meglio il verde di Roma, i nos­tri parchi e gia­r­di­ni che era­no i più bel­li di tut­ti se la pas­sano pro­prio male: gli alberi crol­lano, l’erba cresce incon­trol­la­ta, l’incuria reg­na sovrana. I gia­r­dinieri romani era­no bravis­si­mi, era­no ammi­rati in tut­to il mon­do, ma ora evi­den­te­mente sono trop­po pochi per occu­par­si del verde del­la cit­tà. E così i nos­tri parchi sem­bra­no abban­do­nati, e le pan­chine sono rotte, i giochi per i bam­bi­ni dev­as­ta­ti dai tep­pisti, le fontanelle sec­che, i prati come savane.
Rivogliamo strade pulite e gia­r­di­ni alle­gri, Roma non può essere trat­ta­ta così male

 La lot­ta alla crim­i­nal­ità

Arriva il “bollo” dei giudici, Roma svegliati: la mafia è qui

di ATTILIO BOLZONI

Trop­po facile par­lare di Roma e di mafia in questo 2018. Trop­po scon­ta­to con la sen­ten­za d’appello che rib­al­ta quel­la di pri­mo gra­do e riconosce il 416 bis al “nero” e al “rosso”, a Mas­si­mo Carmi­nati e a Sal­va­tore Buzzi. Trop­po como­do dire che la mafia c’è, che final­mente c’è solo per­ché i giu­di­ci han­no mes­so il “bol­lo”, l’hanno cer­ti­fi­ca­ta con un verdet­to.

Scri­vo queste righe e mi ven­gono in mente l’onorevole Pio La Torre e il gen­erale Car­lo Alber­to dal­la Chiesa, il pri­mo ucciso il 30 aprile del 1982 e il sec­on­do il 3 set­tem­bre del 1982. Tut­ti e due assas­si­nati dal­la mafia quan­do la mafia per lo Sta­to ital­iano anco­ra non c’era, non esiste­va. Per­ché la legge sull’associazione mafiosa fu approva­ta dal Par­la­men­to solo il 13 set­tem­bre del 1982, cinque mesi dopo il delit­to La Torre e dieci giorni dopo il delit­to Dal­la Chiesa. Si dice­va mafia e si pen­sa­va a qual­cosa di etereo, di incor­poreo.

È anda­ta così anche qui a Roma con la sen­ten­za di “Mafia Cap­i­tale”. Quin­di, questo 2018, io lo con­sidero uffi­cial­mente l’anno zero. Uffi­cial­mente però. Dob­bi­amo impara­re (spe­cial­mente noi gior­nal­isti) a pren­dere un po’ più le dis­tanze dalle ver­ità proces­su­ali e con­cen­trar­ci un po’ di più sul­la realtà. È inevitabile che le indagi­ni e che i pro­ces­si arriv­i­no dopo, sem­pre dopo.

Dob­bi­amo impara­re a dis­tinguere quel­lo che accer­tano i giu­di­ci e quel­lo che vedi­amo con i nos­tri occhi.
Qui a Roma cosa abbi­amo vis­to in questo 2018? Abbi­amo vis­to gli Spa­da e i Casa­mon­i­ca che ci han­no fat­to un bel­lis­si­mo “rega­lo”. Con i loro com­por­ta­men­ti han­no aiu­ta­to inves­ti­ga­tori e pm e col­le­gi giu­di­can­ti ad attestare che, nel­la cap­i­tale d’Italia, ci sono mafie riconosci­bili. I Roberti­no Spa­da e gli ere­di Casa­mon­i­ca sono sta­ti più utili di mille pen­ti­ti. Ma già lo sape­va­mo, lo sape­va­mo da molto tem­po

Gial­lorossi e Bian­co­ce­lesti

Due squadre in grigio, ora regalateci follia e vittorie

di FABRIZIO BOCCA
Sono anni, anche quel­li del cal­cio, in cui ci si accon­tenta.
Non per forza tem­pi infe­li­ci o mod­esti, sem­plice­mente ari­di di vit­to­rie. La semi­fi­nale di Cham­pi­ons del­la Roma con­tro il Liv­er­pool è sta­ta il mas­si­mo.
Vista da vici­no un’impresa, vista da lon­tano un risul­ta­to che dovrebbe essere un pun­to di parten­za e non di arri­vo.

Ma oggi si ragiona al rib­as­so, si fan­no i con­ti con la fol­lia di un cal­cio che cos­ta cifre mostru­ose che pochi si pos­sono per­me­t­tere, si smon­ta e si riparte sem­pre da capo. È facile e ipocri­ta fare i ric­chi con i sol­di degli altri.

Un gradi­no più sot­to vale anche per la Lazio, arriva­ta a un pas­so dal­la Cham­pi­ons ed estromes­sa all’ultima gior­na­ta dall’Inter. Una voglia insod­dis­fat­ta stron­ca­ta sul più bel­lo.
La Roma amer­i­cana cer­ca da sette anni un tri­on­fo che non arri­va più, con qual­si­asi gio­ca­tore (Salah o Dzeko), allena­tore (Spal­let­ti o Di Francesco), diri­gente (Saba­ti­ni o Monchi): alla fine gli anni si somigliano un po’ tut­ti, anche se qualche exploit in Europa comunque qual­cosa fa sper­are o sognare. Poi però dal­lo scud­et­to i pun­ti di dis­tac­co sono tan­ti, trop­pi.
Del­la Roma si è par­la­to dei suoi for­mi­da­bili gio­vani, ma quan­do è il momen­to ognuno vor­rebbe solo un Tot­ti o un De Rossi che ti por­tasse in alto.

La Lazio paga un dazio anche supe­ri­ore, ma non sem­pre gius­to. Ci si è dis­a­bit­uati a pen­sar­la come grande, ha gio­ca­tori impor­tan­ti — alcu­ni “inven­tati” né più né meno come la Roma — ma ambizioni mai dichiarate. È una squadra a forte carat­ter­iz­zazione del suo pres­i­dente, un allena­tore in asce­sa ma anco­ra un po’ inespres­so e sovras­ta­to dal­la figu­ra del padre spir­i­tuale. Sem­pre sull’orlo del vor­rei ma non pos­so. Per Roma e Lazio ci vor­rebbe tan­to un 2019 folle, paz­zo, con una grande vit­to­ria a sor­pre­sa. È chiedere trop­po?

 La cul­tura

Su musei e libri il modello è “la città che resiste”

di VITTORIO EMILIANI
Il dato nuo­vo del 2018 — da poten­ziare nel 2019 — è una forte ripresa di attiv­ità cul­tur­ali in alcu­ni Municipi ormai semi­cen­trali. Pen­so alla Gar­batel­la, a Mon­te­sacro-Nomen­tano, o al Lau­renti­no dove è sta­ta inau­gu­ra­ta da poco una esem­plare Bib­liote­ca comu­nale, con ludote­ca, are­na all’aperto e teatro.

Si avverte l’ottima pres­i­den­za di Pao­lo Fal­lai al Con­sorzio delle Bib­lioteche, come il lavoro inces­sante, di tan­ti anni, di Maria Ida Gae­ta alla Casa delle Let­ter­a­ture. Mag­a­ri fos­sero con­tin­uati, con la stes­sa modal­ità, i lavori, region­ali e statali, di recu­pero, in pieno cen­tro, di Palaz­zo Nar­di­ni che, invece di essere per­no di un “polo cul­tur­ale”, rischia di finire a qualche palazz­i­naro. Se nell’ultimo ven­ten­nio, anziché favorire il dilu­vio di cen­tri com­mer­ciali, si fos­se cre­ato un Cen­tro cul­tur­ale di vaste dimen­sioni in ogni Munici­pio, cir­col­erebbe meno rab­bia indis­crim­i­na­ta, e meno igno­ran­za. La cit­tà sarebbe più coesa.

Anche l’idea — avan­za­ta anni fa Nico­la Sig­norel­lo e di recente da Pao­lo Ber­di­ni — di creare rac­colte arche­o­logiche in quartieri per­iferi­ci sen­za volto può con­cor­rere a costru­ire un orgoglio iden­ti­tario: a Tor Bel­la Monaca pas­sa la Via Gabi­na (per Cas­trum Gabii) tut­ta da val­oriz­zare, a Tor Tre teste si è scop­er­ta un’ampia necrop­oli che esige un Museo di sca­vo, a Cen­to­celle, vin­co­la­ta in toto da Alber­to Ronchey, non si deve las­ciar som­merg­ere la preziosa area del­la Vil­la impe­ri­ale ad Duos Lau­ros da rifiu­ti, veleni e degra­do. Un crim­ine.

Campi­doglio e Sta­to devono rac­cogliere le istanze del­la “Roma che resiste” gra­zie ai tan­ti volon­tari, mag­a­ri ripristi­nan­do quel­la Soprint­en­den­za arche­o­log­i­ca spe­ciale, ora fran­tu­ma­ta in vari pezzi, che diede otti­mi risul­tati. Ci vuole una strate­gia com­p­lessi­va per Roma, una strate­gia socio-cul­tur­ale di mas­sa

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Usa, “shutdown” da nove giorni per lo scontro sul muro col Messico. Trump: “Non so quando il governo riaprirà”

Il tycoon: “Sono alla Casa Bian­ca in atte­sa che i demo­c­ra­ti­ci vengano e fac­ciano un accor­do sul­la sicurez­za dei con­fi­ni”. Il bloc­co ammin­is­tra­ti­vo è arriva­to a nove giorni e, sec­on­do molti osser­va­tori, rischia di diventare il più grave del­la sto­ria statu­nitense. Sono già 350mila i lavo­ra­tori a cui è sta­to det­to di rimanere a casa, 800mila quel­li sen­za stipen­dio. Oggi chi­ude l’agenzia fed­erale per la pro­tezione ambi­en­tale

È arriva­to a nove giorni lo stal­lo dei negoziati per uscire dal­lo “shut­down” scat­ta­to il 22 dicem­bre dopo il fal­li­men­to dell’ultimo ten­ta­ti­vo di negozi­a­to tra il Con­gres­so e l’amministrazione di Don­ald Trump sul­la richi­es­ta di fon­di per la costruzione del muro al con­fine con il Mes­si­co. Richi­es­ta a cui i demo­c­ra­ti­ci han­no fat­to fer­ma oppo­sizione. E il bloc­co parziale delle attiv­ità ammin­is­tra­tive – il ter­zo durante il manda­to del tycoon – potrebbe andare avan­ti anco­ra per molto, come riferisce la Cnn, ripor­tan­do una dichiarazione del pres­i­dente nel giorno di Natale: “Non so quan­do il gov­er­no riaprirà. Ma pos­so dirvi che non riaprirà fino a quan­do non avre­mo un muro”. Un pun­to questo su cui Trump non intende mol­lare, soste­nen­do come il muro sia indis­pens­abile per “fer­mare i traf­fi­can­ti di dro­ga e di esseri umani e i crim­i­nali delle gang”. “Io sono alla Casa Bian­ca – ha dichiara­to il pres­i­dente su Twit­ter – in atte­sa che i demo­c­ra­ti­ci vengano e fac­ciano un accor­do sul­la sicurez­za dei con­fi­ni”.

Il brac­cio di fer­ro tra pres­i­dente e demo­c­ra­ti­ci sta rica­den­do sulle molte agen­zie gov­er­na­tive rimaste a sec­co di fon­di, com­pro­met­ten­do nell’arco del­la set­ti­mana il lavoro di cir­ca il 25% dell’amministrazione. Sono infat­ti cir­ca 350mila i lavo­ra­toria cui fino­ra è sta­to comu­ni­ca­to di non pre­sen­tar­si al lavoro fino ad ulte­ri­ori avvisi. Inoltre 800mila dei 2,1 mil­ioni di imp­ie­gati fed­er­ali sono sen­za paga. L’ultimo dipar­ti­men­to a chi­ud­ere sarà l’Epa, l’agenzia fed­erale per la pro­tezione ambi­en­tale, che ha già avvisato il pro­prio per­son­ale che da lunedì 31 dicem­bre gli uffi­ci saran­no chiusi. Ma ad essere par­ti­co­lar­mente col­pite sono le agen­zie sci­en­ti­fiche che si occu­pano di ricer­ca, con gravi riper­cus­sioni anche sul set­tore pri­va­to. Come sot­to­lin­eano molti osser­va­tori, questo “shut­down” rischia di diventare il più lun­go e grave del­la sto­ria amer­i­cana.

Don­ald J. Trump

@realDonaldTrump

I am in the White House wait­ing for the Democ­rats to come on over and make a deal on Bor­der Secu­ri­ty. From what I hear, they are spend­ing so much time on Pres­i­den­tial Harass­ment that they have lit­tle time left for things like stop­ping crime and our mil­i­tary!

74.100 uten­ti ne stan­no par­lan­do

Il pres­i­dente è tor­na­to anche a minac­cia­re la totale chiusura del con­fine sud e il taglio di tut­ti gli aiu­ti ai pae­si cen­troamer­i­cani da cui arrivano le carovane di immi­grati: Ecuador, El Sal­vador e Guatemala. I demo­c­ra­ti­ci invece, for­ti del risul­ta­to delle elezioni di metà manda­to del­lo scor­so novem­bre, aspet­tano l’insediamento del nuo­vo Con­gres­so, dove avran­no di nuo­vo la mag­gio­ran­zaalla Cam­era, con la pos­si­bil­ità di far saltare defin­i­ti­va­mente la promes­sa sim­bo­lo del­la cam­pagna elet­torale di Trump.

Spet­ta a loro” ha rib­a­di­to, rifer­en­dosi ai demo­c­ra­ti­ci, la con­sigliera dell’inquilino del­la Casa Bian­ca, Kellyanne Con­way, spie­gan­do come Trump sia già sce­so ad un com­pro­mes­so riducen­do la sua richi­es­ta per il muro al con­fine col Mes­si­co da 25 a 5 mil­iar­di di dol­lari e poi a 2,5 mil­iar­di di dol­lari. Una situ­azione che potrebbe con­tin­uare anche oltre l’insediamento del nuo­vo Con­gres­so come ha ipo­tiz­za­to Mick Mul­vaney, attuale respon­s­abile dell’ufficio del bilan­cio dall’amministrazione Usa. Durante un’intervista a FoxMul­vaney ha anche pre­cisato che il Mes­si­co “parteciperà alla nos­tra sicurez­za al con­fine”. Una dichiarazione che rap­p­re­sen­ta un pas­so indi­etro rispet­to a quan­to sem­pre affer­ma­to da Trump, sec­on­do cui sarebbe sta­to lo sta­to mes­si­cano ad accol­lar­si il finanzi­a­men­to del muro: “Il Dipar­ti­men­to per la sicurez­za nazionale non può spendere sol­di del Mes­si­co. Dob­bi­amo ricev­er­li dal Tesoro amer­i­cano“. Par­lan­do con i gior­nal­isti, il sen­a­tore repub­bli­cano Gra­ham, con­sid­er­a­to uno stret­to alleato del tycoon, ha invece aus­pi­ca­to che i dem arriv­i­no ad un com­pro­mes­so sui fon­di, ricor­dan­do che in pas­sato votarono a favore del­la costruzione di alcune bar­riere al con­fine sud: “Non c’è niente di immorale in un muro alla frontiera”.ttps://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/31/usa-shutdown-

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Cara Italia, quanto ci manchi. Ma se torniamo troviamo burocrazia, corruzione e stipendi più bassi”

In cima alla lista dei desideri di molti con­nazion­ali expat che han­no rac­con­ta­to le loro sto­rie a ilfattoquotidiano.it c’è il ritorno a casa. Ma a man­care sono le con­dizioni che han­no trova­to o fati­cosa­mente costru­ito in un altro Paese. A par­tire dal­la pos­si­bil­ità di lavo­rare sen­za rac­co­man­dazioni e di essere eco­nomi­ca­mente indipen­den­ti

La loro sec­on­da vita è sboc­cia­ta all’estero. Un bigli­et­to di sola anda­ta per seguire un sog­no, un lavoro o una qual­ità di vitamigliore. Abbi­amo rac­con­ta­to le loro sto­rie su ilfattoquotidiano.it e li abbi­amo ricon­tat­tati in questi giorni per capire dove avreb­bero trascor­so le feste, se a casa o nel paese dove si sono trasfer­i­ti. E se pri­ma o poi il loro piano è di tornare. Un deside­rio che non nascon­dono, come quel­lo del­la mal­in­co­nia per chi han­no las­ci­a­to anche a migli­a­ia di chilometri di dis­tan­za. Vor­reb­bero rien­trare, ma il prez­zo da pagare è trop­po alto. Per Valenti­na sig­ni­ficherebbe “dipen­dere dai gen­i­tori” per­ché a par­ità di ruo­lo nelle uni­ver­sità ital­iane non sarebbe paga­ta bene come lo è a Copen­hagen. Per Rober­to, invece, l’idea di tornare si con­fonde con l’insostenibile vor­tice del­la buro­crazia ital­iana men­tre a Drusil­la manchereb­bero sti­moli e aper­tu­ra men­tale. Eppure per tan­ti, se ci fos­sero le con­dizioni, il rim­pa­trio sarebbe in cima alla lista dei desideri.

Qui ho il priv­i­le­gio di una vita che in Italia non potrei per­me­t­ter­mi” – Michele Diomà ha prodot­to il suo ulti­mo film a New York con il pre­mio Oscar James Ivory, ma in Italia “l’assistenzialismo al cin­e­ma attra­ver­so la dis­tribuzione di finanzi­a­men­ti pub­bli­ci, con modal­ità del tut­to arbi­trarie, ha trasfor­ma­to il set­tore in una grande macchi­na per smuo­vere con­sen­so elet­torale”, rac­con­ta. Spera, un giorno, di pot­er pro­durre final­mente il suo film in Italia sen­za spec­u­lazioni e pres­sioni di ogni tipo. Ma al momen­to questo sce­nario ide­ale res­ta un sog­no. Per lui come per Rober­to Pagani, che inseg­na all’università in Islan­da nonos­tante i suoi 25 anni e sente di essere rispet­ta­to, val­oriz­za­to come dot­toran­do, men­tre “in Italia siamo spes­so trat­tati alla stregua di fac­cendieri dei pro­fes­sori”. Sen­za con­tare gli aiu­ti dal sin­da­ca­to “che qui fun­zio­nano davvero”, aggiunge. Poi ci sono anche i casi di chi ha già las­ci­a­to alle spalle gli anni del lavoro, e che all’estero, con la sua pen­sione ital­iana, può goder­si la vita. Rodol­fo Riz­zo se n’è anda­to 17 anni fa alle Azzorre e indi­etro non tornerebbe. “Come potrei? Qui non c’è inquina­men­to, il cli­ma è per­fet­to, zero crim­i­nal­ità, esci e non chi­u­di la por­ta di casa. Sono priv­i­le­gi che da noi non potrei per­me­t­ter­mi. Non esistono con­dizioni inter­es­san­ti, ad oggi, per il mio rien­tro in Italia”.

Il mio pen­siero nel lun­go peri­o­do è di tornare a casa” – Valenti­na Bar­let­ta dall’Università Tec­ni­ca del­la Dan­i­mar­carien­tr­erebbe, cer­to, ma solo con stipen­di (da ricer­ca­tore) adeguati al cos­to del­la vita: “Nel migliore dei casi mi ritro­verei di nuo­vo a dover dipen­dere dai miei”, risponde. E pro­prio non le va. A Cope­naghen ha un appar­ta­men­to in cen­tro, la vita è a misura d’uomo e non ha bisog­no di pre­oc­cu­par­si del suo futuro. Andrea Baldessari ammette che a Hong Kong ci sono mille risorse e mille oppor­tu­nità, “ma il mio pen­siero nel lun­go peri­o­do è quel­lo di tornare nel mio Paese d’origine”. Eleono­ra Caso si è abit­u­a­ta ad uno stan­dard di vita alto e tornerebbe, sì, ma solo se “lo stipen­dio fos­se adegua­to”, ammette. E poi dovrebbe con­vin­cere il suo com­pag­no (che non è ital­iano) ad impara­re la lin­gua, a tornare e a trovare un lavoro in Italia. C’è Drusil­la Galel­li, che in Italia con la sua famiglia ci è tor­na­ta davvero dopo aver vis­su­to per anni in Kuwait, e rac­con­ta che “ciò che sta stret­to è la man­can­za di aper­tu­ra men­tale: vivere all’estero ti smuove, ti regala sem­pre nuove sfide”. E sogna, mag­a­ri, di ripar­tire. Maico Campi­lon­go da Palo Alto tornerebbe, cer­to, se avesse l’opportunità di creare un’azienda così come ha fat­to negli Sta­ti Uni­ti, lavo­ran­do ones­ta­mente e sen­za chiedere favori di turno. Anto­nio Ric­ciodall’Iraq res­ta anco­ra stu­pe­fat­to da come gli Emi­rati abbiano saputo costru­ire un polo eco­nom­i­co mon­di­ale dal deser­to. “Qui – rac­con­ta – mi han­no dato la pos­si­bil­ità di lavo­rare sen­za favoritis­mi, sen­za cor­ruzione, sen­za dover pagare peg­no a qualche barone”.

Non ho nul­la con­tro l’Italia, ma ormai la mia vita è qui” – Ma se si par­la di vacanze di Natale sono tut­ti acco­mu­nati dal­la nos­tal­gia. Qua­si sus­sur­ra­no. Michele si ritiene for­tu­na­to per­ché è tor­na­to per alcu­ni giorni nel­la sua Napoli e ammette che “la pri­ma sfi­da per farcela all’estero è pro­prio vin­cere la nos­tal­gia di casa”. Rober­to passerà questi giorni a dis­cutere se tornare con la sua ragaz­za fin­lan­dese. “Lei – dice – è favorev­ole, ma non ha idea di cosa l’aspetta”. Rodol­fo lus­tr­erà la sua bandiera ital­iana che sven­to­la dal­la casa alle Azzorre ma per spie­gar­si cita Gaber. “Io non mi sen­to ital­iano, ma per for­tu­na o purtrop­po lo sono”. Valenti­napasserà da Milano, “ma solo in visi­ta”. Ad Andrea, trenti­no, par­lare di Italia oggi si lega al ricor­do di Anto­nio Mega­l­izzi, “un gio­vane che si è mes­so in dis­cus­sione come molti di noi, andan­do oltre i con­fi­ni per trovare la pro­pria stra­da”. Maico è rimas­to a Palo Alto, ma la nos­tal­gia in questi giorni è pro­tag­o­nista. “Nonos­tante tut­to mi man­ca immen­sa­mente la mia Cal­abria e la mia famiglia in fes­ta per Natale”. Anto­nio pen­sa a tut­ti “quel­li che stan­no inseguen­do il loro sog­no lon­tani da casa”, Eleono­ra invece è con­vin­ta di vol­er restare a Dubai anche se “più invec­chio più vor­rei tornare in Europa”. E poi c’è Mat­teo Fras­son, chirur­go a Valen­cia, che l’anno prossi­mo pren­derà il pas­s­apor­to spag­no­lo. “Alla fine mi sen­to un cit­tadi­no europeo. Non ho nul­la con­tro l’Italia: qui ho il mio lavoro, i miei bim­bi, la mia sta­bil­ità eco­nom­i­ca”. La notte di Natale ha chiam­a­to i suoi gen­i­tori, sua sorel­la, gli ami­ci più stret­ti. “Poi sono tor­na­to al lavoro – con­clude – Quest’anno ero di guardia”.

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Emmanuel Macron come Adolf Hitler: un affronto clamoroso, il segnale della fine vicina

Emmanuel Macron come Adolf Hitler: un affronto clamoroso, il segnale della fine vicinaCam­pane a mor­to per Emmanuel Macron. Anche Le Monde, quo­tid­i­ano pres­ti­gioso e mod­er­a­to di Fran­cia, colpisce duro sul pres­i­dente tra­volto dalle proteste dei gilet gial­li, a ris­chio infrazione dall’Ue e a pic­co nei sondag­gi di gradi­men­to. La cop­er­ti­na di M, mag­a­zine set­ti­manale del quo­tid­i­ano, ritrae il pres­i­dente con un fotomon­tag­gio “costrut­tivista” che ricor­da molto da vici­no uno stori­co ritrat­to d’epoca nazista di Adolf Hitler. L’equazione “Macron come Hitler” ha fat­to presto il giro del Paese, soll­e­van­do un ves­paio tra i politi­ci france­si, con le rimostranze di En Marche, e costrin­gen­do poi i respon­s­abili del gior­nale a scusar­si, moti­van­do la scelta dei grafi­ci pura­mente estet­i­ca e non polit­i­ca. Ma la frit­ta­ta è fat­ta, anche per­ché ulti­ma­mente Macron stes­so sa far­si male benis­si­mo da solo.www.liberoquotidiano.it/gallery/esteri/13414938

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Russia trasferisce tecnologia a Cina in cambio di ammodernamento portaerei russa

La portaerei “Admiral Kusnetsov”

La Rus­sia ha for­ni­to alla Cina una tec­nolo­gia che per­me­t­terà a Pechi­no di equipag­gia­re i suoi cac­cia­tor­pe­diniere con armi ad alta tec­nolo­gia, ripor­ta Next Big Future. In cam­bio la Cina sta aggior­nan­do l’unica por­taerei rus­sa, la Admi­ral Kuznetsov.

La Rus­sia ha trasfer­i­to alla Cina tec­nolo­gia che con­sen­tirà al paese di rag­giun­gere un’importante svol­ta tec­no­log­i­ca, ripor­ta Next Big Future. Queste tec­nolo­gie per­me­t­ter­an­no a Pechi­no di equipag­gia­re i pro­pri cac­cia­tor­pe­diniere armi ad alta tec­nolo­gia, come il fucile da cac­cia.

Dunque adesso la Cina sarà in gra­do di pro­durre pale di tur­bine in gra­do di sop­portare lo sfor­zo gen­er­a­to all’interno del­la turbina con l’aiuto dell’elettricità.

Questo per­me­t­terà loro di miglio­rare i motori dei loro nuo­vis­si­mi cac­cia­tor­pe­diniere, Type 055, navi che la Cina sta costru­en­do negli ulti­mi anni. Allo stes­so tem­po, i cine­si saran­no in gra­do di equipag­gia­re le navi con i can­noni a rotaie, armi in gra­do di sparare proi­et­tili a una veloc­ità da due a tre volte più veloce rispet­to all’artiglieria navale con­ven­zionale.

Allo stes­so tem­po, si prevede che la Cina ripar­erà o aggiornerà l’unica por­taerei rus­sa, dal momen­to che dopo un inci­dente al suo uni­co grande baci­no gal­leg­giante, la Rus­sia non può riparare le prin­ci­pali attrez­za­ture navali da sola.

Quin­di, la Rus­sia ha bisog­no che la Cina rimet­ta in servizio la sua uni­ca por­taerei rus­sa, l’Admiral Kuznetsov, il cui scafo, cop­er­ta e altre par­ti sono state dan­neg­giate all’inizio di quest’anno. In futuro, il paese dovrà chiedere l’aiuto dei cine­si per riparare tutte le gran­di navi o costru­ire un nuo­vo bacino.Next Big Future scrive che questo indi­ca che la Cina ha anco­ra bisog­no di tec­nolo­gia straniera, sebbene stia facen­do pro­gres­si sig­ni­fica­tivi nel col­mare le lacune tec­no­logiche. A sua vol­ta, la Rus­sia non è in gra­do di fornire manuten­zione e ammod­er­na­men­to delle attrez­za­ture mil­i­tari sovi­etiche sen­za assistenza.https://it.sputniknews.com/mondo/20181230703396

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Il jihadismo colpisce in nord Africa E sono segnali da non sottovalutare

jihadismo africa

C’è un filo sot­tile che col­le­ga l’atten­ta­to del 28 dicem­bre al pull­man di tur­isti viet­na­mi­ti nel­la piana di Giza e il mas­sacro delle due tur­iste scan­di­nave del­lo scor­so 17 dicem­bre sull’Atlante marocchi­no ed è quel­lo del ter­ror­is­mo islamista, quel­lo degli sgoz­za­men­ti e degli atten­tati ai tur­isti con un modus operan­di che ricor­da il peri­o­do nero tra metà anni ’90 e i pri­mi anni del 2000, quan­do il nord-Africa divenne teatro di una serie di carn­eficine per­pe­trate da vari grup­pi jihadisti.

Il 17 novem­bre 1997 un com­man­do di sei ter­ror­isti legati alla Gama al-Islamiyya camuf­fati da agen­ti delle forze di sicurez­za attac­ca­va un sito tur­is­ti­co nei pres­si di Lux­or e mas­sacra­va 62 per­sone (4 egiziani e 58 stranieri). I sei jihadisti, muni­ti di armi auto­matiche e coltel­lac­ci, giun­sero sul pos­to in mat­ti­na­ta e diedero il via a un mas­sacro che durò qua­si un’ora, nel cor­so del quale numerosi cor­pi, spe­cial­mente di donne, furono muti­lati a colpi di machete.

Il 4 set­tem­bre 2001 due grup­pi di ter­ror­isti islamisti pren­de­va di mira il com­p­lesso tur­is­ti­co costiero di Zer­al­da, 30 chilometri a ovest di Algeri, ucci­den­do sette per­sone e fer­en­done undi­ci.

Il 16 mag­gio 2003 una serie di atten­tati sui­ci­di per­pe­trati da ter­ror­isti di al-Qae­da colpi­vano una serie di obi­et­tivi a Casablan­ca, con un bilan­cio finale di 33 mor­ti (oltre ai 12 ter­ror­isti rimasti uccisi) e più di 100 fer­i­ti.

E’ chiaro, il con­testo odier­no è ben lon­tano da quel­lo di quegli anni, sia per il numero delle vit­time che per le poten­zial­ità da parte dei ter­ror­isti di per­pe­trare attac­chi di tale por­ta­ta. Il jihadis­mo glob­ale ha subito pesan­ti scon­fitte su più fron­ti, in Siria, in Iraq, nel Cau­ca­so set­ten­tri­onale; lo stes­so esec­u­ti­vo egiziano guida­to dal pres­i­dente Abdelfat­tah al-Sisi, sep­pur tar­get pri­mario del ter­ror­is­mo islamista locale, sta dimostran­do di sapere come rispon­dere alla minac­cia jihadista. Il giorno dopo l’attentato al pull­man di tur­isti infat­ti l’esercito egiziano ha dato il via a una serie di oper­azioni che han­no por­ta­to all’eliminazione di 40 jihadisti legati al grup­po filo-Isis Ansar Bayt al-Maqdis; le autorità del Cairo non sem­bra­no avere dub­bi sul fat­to che siano loro i respon­s­abili dell’attacco.

L’Egitto con­tin­ua ad avere prob­le­mi di sicurez­za, questo è evi­dente, lo dimostra­no atten­tati come quel­lo al volo char­ter del­la com­pag­nia rus­sa Metro­jet abbat­tuto nell’ottobre del 2015 sopra il Sinai, oppure gli accoltel­la­men­ti di tur­isti a Hurgha­da nel luglio 2017 o anco­ra quel­lo del­lo scor­so novem­bre al pull­man di pel­le­gri­ni cop­ti, per non par­lare dei fre­quen­ti attac­chi con­tro le forze armate.

Negli anni i mukhabarat egiziani han­no però raf­forza­to e adegua­to le pro­prie modal­ità oper­a­tive nei con­fron­ti di un jihadis­mo che è notevol­mente cam­bi­a­to rispet­to a quel­lo degli anni ’90, con grup­pi ter­ror­isti dalle strut­ture più fram­men­tate e flu­ide.

Diver­so invece il caso del Maroc­co che da inizio 2000 subi­va soltan­to due atten­tati di notevoli pro­porzioni, nel 2003 a Casablan­ca e nel 2011 a Mar­rakech. Nonos­tante ciò, le autorità maroc­chine sono ben con­sapevoli dell’incremento del numero di sim­pa­tiz­zan­ti jihadisti sul pro­prio ter­ri­to­rio e oper­a­no costan­te­mente per sgom­inare cel­lule in procin­to di atti­var­si con­tro obi­et­tivi isti­tuzion­ali e tur­is­ti­ci. Non a caso il Dipar­ti­men­to di Sta­to con­siglia ai tur­isti statu­niten­si in viag­gio in Maroc­co di evitare tragit­ti preved­i­bili e di man­tenere un pro­fi­lo bas­so.

Il mas­sacro delle due tur­iste scan­di­nave è una vera e pro­pria doc­cia fred­da per le autorità di Rabat, non soltan­to per l’attentato in sé ma anche per l’efferatezza dell’atto, con tan­to di fil­ma­to pub­bli­ca­to in rete (plau­si­bil­mente dagli stes­si ter­ror­isti) pri­ma di venire rimosso dalle autorità com­pe­ten­ti.

Le tem­p­is­tiche degli atten­tati di Giza e alle pen­di­ci del Toubkal non las­ciano molti dub­bi, in meno di 20 giorni due attac­chi, entram­bi con­tro mete tur­is­tiche e in alta sta­gione. L’obiettivo è chiaro: colpire il tur­is­mo di Maroc­co ed Egit­to, la com­po­nente più impor­tante del­la loro econo­mia.

Sono seg­nali chiari che sep­pur deboli, non van­no sot­to­va­l­u­tati. Il jihadis­mo qaedista e quel­lo dell’Isis, dopo la dis­fat­ta siri­ana, si è in buona parte sposta­to in Africa, in par­ti­co­lare nel­la zona del Sahel, con­testo favorev­ole dove può con­tare su appog­gi locali e reti pre­sen­ti da tem­po e strut­turate.

Un’area otti­male dove rior­ga­niz­zare le pro­prie attiv­ità sfrut­tan­do i vari traf­fi­ci di sigarette, di sostanze stu­pe­facen­ti e di esseri umani, in accor­do con le tribù locali. Dal­la “piattafor­ma” del Sahel non è poi dif­fi­cile fornire sup­por­to ai fratel­li jihadisti che pun­tano a colpire i gov­erni “infedeli” del nord-Africa, dal Maroc­co all’Egitto, ma sen­za perdere di vista la Lib­ia dove pochi giorni fa è sta­to col­pi­to il Min­is­tero degli Esteri e la Tunisia, alle prese con una fase isti­tuzionale par­ti­co­lar­mente del­i­ca­ta e con ele­va­to ris­chio di attac­chi da parte dei jihadisti, inclusi quei 6mila tunisi­ni par­ti­ti per unir­si a Isis e al-Qae­da in Siria.ww.occhidellaguerra.it/jihadismo-nord-africa-segnali/

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