La corruzione passa per il tribunale Tra mazzette, favori e regali

Nei palazzi di gius­tizia cresce un nuo­vo fenom­e­no crim­i­nale. Che vede pro­tag­o­nisti mag­is­trati e avvo­cati. C’è chi aggius­ta sen­ten­ze in cam­bio di denaro, chi vende infor­mazioni seg­rete e chi ral­len­ta le udien­ze. Il Pm di Roma: ‘Un fenom­e­no odioso’

Emil­iano Fit­ti­pal­di

A Napoli, dove il caos è dan­nazione di molti e oppor­tu­nità per gli scal­tri, il tar­if­fario lo conosce­vano tut­ti: se un impu­ta­to vol­e­va com­prar­si il rin­vio del­la sua udien­za dove­va sgan­cia­re non meno di 1.500 euro. Per “un ritar­do” nel­la trasmis­sione di atti impor­tan­ti, invece, i can­cel­lieri e gli avvo­cati loro com­pli­ci ne chiede­vano molti di più, cir­ca 15mila. «Prezzi trat­ta­bili, dot­tò…», rab­boni­vano i cli­en­ti al tele­fono. Sol­di, mazzette, trat­ta­tive: a leg­gere le inter­cettazioni dell’inchiesta sul “mer­ca­to delle pre­scrizioni” su cui ha lavo­ra­to la procu­ra di Napoli, il Tri­bunale e la Corte d’Appello parteno­pea sem­bra­no un suk, con pregiu­di­cati e fun­zionari impeg­nati a mer­can­teggia­re scon­ti che nem­meno al dis­count.

Quel­lo cam­pano non è un caso iso­la­to. Se a Bari un sorveg­lia­to spe­ciale per ria­vere la patente pote­va pagare un mag­is­tra­to con aragoste e cham­pagne, oggi in Cal­abria sono tre i giu­di­ci anti­mafia accusati di cor­ruzione per lega­mi con le ’ndrine più fero­ci. Alla Fal­li­menta­re di Roma un grup­po for­ma­to da giu­di­ci e com­mer­cial­isti ha prefer­i­to arric­chir­si facen­do da paras­si­ta sulle aziende in dif­fi­coltà. Gli impren­di­tori dis­posti a pagare tan­gen­ti han­no scam­pa­to il crac gra­zie a sen­ten­ze pilotate; gli altri, che fal­lis­sero pure. Ma negli ulti­mi tem­pi mag­is­trati com­pia­cen­ti e avvo­cati sen­za scrupoli sono sta­ti bec­ca­ti anche nei Tar, dove in stanze anon­ime si deci­dono con­tro­ver­sie mil­ionar­ie, o tra i giu­di­ci di pace. I casi di cronaca sono centi­na­ia, in aumen­to espo­nen­ziale, tan­to che gli esper­ti com­in­ciano a par­lare di un nuo­vo set­tore ille­gale in forte espan­sione: la crim­i­nal­ità del giudiziario.

BUSINESS GIUDIZIARIO «Ciò che può cos­ti­tuire reato per i mag­is­trati non è la cor­ruzione per denaro: di casi in cinquant’anni di espe­rien­za ne ho visti tan­ti che si con­tano sulle dita di una sola mano. Il vero peri­co­lo è un lento esauri­men­to inter­no delle coscien­ze, una cres­cente pigrizia morale», scrive­va nel 1935 il giurista Piero Cala­man­drei nel suo “Elo­gio dei giu­di­ci scrit­to da un avvo­ca­to”. A ottant’anni dal­la pub­bli­cazione del pam­phlet, però, la situ­azione sem­bra assai peg­gio­ra­ta. La dif­fu­sione del­la cor­ruzione nel­la pub­bli­ca ammin­is­trazione ha con­ta­gia­to anche le aule di gius­tizia che, da luoghi dep­u­tati alla ricer­ca del­la ver­ità e alla lot­ta con­tro il crim­ine sono diven­tati anche occa­sione per busi­ness ille­gali.

Nel­lo Rossi, procu­ra­tore aggiun­to a Roma, pro­va a definire carat­ter­is­tiche e con­torni al fenom­e­no: «La crim­i­nal­ità del giudiziario è un seg­men­to par­ti­co­lare del­la crim­i­nal­ità dei col­let­ti bianchi. Una realtà tan­to più odiosa per­ché giu­di­ci, can­cel­lieri, fun­zionari e agen­ti di polizia giudiziaria mer­ci­f­i­cano il potere che gli dà la legge».

Se la cor­ruzione è uno dei reati più dif­fusi e la figu­ra del giu­dice com­pra­to è quel­la che des­ta più scan­da­lo nell’opinione pub­bli­ca, il pm che ha inda­ga­to sul­la ban­car­ot­ta Ali­talia e sul­lo Ior ricor­da come tut­ti pos­sono cadere in ten­tazione, e che nel gran bazar del­la giuris­dizione si può vendere non solo una sen­ten­za, ma molti altri arti­coli di enorme val­ore. «Come un’informazione seg­re­ta che può trasfor­mare l’iter di un pro­ced­i­men­to, un ritar­do che avvic­i­na la pre­scrizione, uno stop a un pas­sag­gio pro­ce­du­rale, fino alla sparizione di carte com­pro­met­ten­ti». Numeri uffi­ciali sul fenom­e­no non esistono. Per quan­to riguar­da i mag­is­trati, le sta­tis­tiche del­la Sezione dis­ci­pli­nare del Csm non fotografano i pro­ced­i­men­ti penali ma la più ampia sfera degli illeciti dis­ci­pli­nari. Nell’ultimo decen­nio, comunque, non sem­bra che lo spir­i­to di cas­ta sia preval­so come un tem­po: se nel 2004 le assoluzioni era­no qua­si doppie rispet­to alle con­danne (46 a 24) ora il trend si è inver­ti­to, e nei pri­mi dieci mesi del 2012 i giu­di­ci con­dan­nati sono sta­ti ben 36, gli assolti 27.

«Inoltre, se si con­frontano queste sta­tis­tiche con quelle degli altri Pae­si europei redat­te dal­la Cepej — la Com­mis­sione euro­pea per l’efficacia del­la gius­tizia — sul­la base dei dati del 2010», ragiona in un sag­gio Ernesto Lupo, fino al 2013 pri­mo pres­i­dente del­la Cas­sazione, «si sco­pre che a fronte di una media sta­tis­ti­ca euro­pea di 0,4 con­danne ogni cen­to giu­di­ci, il dato ital­iano è di 0,6». Su trenta­sei Pae­si anal­iz­za­ti dal­la Com­mis­sione, rispet­to all’Italia solo in cinque nazioni si con­tano più pro­ced­i­men­ti con­tro i mag­is­trati.

GIUDICI CRIMINALI Chi vuole arric­chir­si ille­gal­mente strut­tan­do il set­tore giudiziario ha mille modi per far­lo. Il meto­do clas­si­co è quel­lo di aggiustare sen­ten­ze (come inseg­nano i casi scuo­la delle “Toghe Sporche” di Imi-Sir e quel­lo del giu­dice Vit­to­rio Met­ta, cor­rot­to da Cesare Previ­ti affinché girasse al grup­po Berlus­coni la Mon­dadori), ma spul­cian­do le carte delle ultime indagi­ni è la fan­ta­sia a far­la da padrona. L’anno scor­so la Procu­ra di Roma ha fat­to arrestare un grup­po, capeg­gia­to da due avvo­cati, che ha real­iz­za­to una frode all’Inps da 22 mil­ioni di euro: usan­do nomi di centi­na­ia di ignari pen­sion­ati (qual­cuno era mor­to da un pez­zo) han­no mitraglia­to di cause l’istituto per ottenere l’adeguamento delle pen­sioni.

Dopo aver pre­so i sol­di la frode con­tin­u­a­va agli sportel­li del min­is­tero del­la Gius­tizia, dove gli avvo­cati chiede­vano, nov­el­li Totò e Pep­pino, il rim­bor­so causato delle «lun­gag­gi­ni» dei fin­ti pro­ces­si.    Un avvo­ca­to e un giu­dice di Taran­to, pres­i­dente di sezione del tri­bunale civile del­la cit­tà dei Due Mari, sono sta­ti invece arresta­ti per aver chiesto a un ben­z­i­naio una tan­gente di 8mila euro per com­bina­re un proces­so che il tito­lare del­la pom­pa ave­va con una com­pag­nia petro­lif­era. Se a Impe­ria un mag­is­tra­to ha aiu­ta­to un pregiu­di­ca­to a evitare la “sorveg­lian­za spe­ciale” dietro lau­to com­pen­so, due mesi fa un giu­dice di pace di Udine, Pietro Volpe, è sta­to mes­so ai domi­cil­iari per­ché (insieme a un ex sottuf­fi­ciale del­la Finan­za e un avvo­ca­to) fir­ma­va fal­si decreti di dis­se­que­stro in favore di fur­goni con tar­ga ucraina bloc­cati dal­la polizia men­tre trasporta­vano mer­ce ille­gale sul­la Venezia-Tri­este. Il giro d’affari dei viag­gi abu­sivi pro­tet­ti dal giu­dice era di oltre 10 mil­ioni di euro al mese.

Raf­faele Can­tone, da pochi giorni nom­i­na­to da Mat­teo Ren­zi pres­i­dente dell’Autorità nazionale anti­cor­ruzione, evi­den­zia come l’aumento dei cri­m­i­ni nei palazzi del­la legge può essere spie­ga­to, in prim­is, «dall’enorme numero di pro­ces­si che si fan­no in Italia: una gius­tizia dei gran­di numeri com­por­ta, inevitabil­mente, meno trasparen­za, più opac­ità e mag­giore dif­fi­coltà di con­trol­lo». I dati snoc­ci­o­lati tre mesi fa dal pres­i­dente del­la Cas­sazione Gior­gio San­tacroce mostra­no che le liti penali gia­cen­ti sono anco­ra 3,2 mil­ioni, men­tre le cause civili arretrate (calate del 4 per cen­to rispet­to a un anno fa) super­a­no la cifra-mon­stre di 5,2 mil­ioni. «Anche la far­ragi­nosità delle pro­ce­dure può incor­ag­gia­re i mal­in­ten­zionati» aggiunge Rossi. «Per non par­lare del sen­so di impunità dovu­to a leg­gi che — sul­la cor­ruzione come sull’evasione fis­cale — sono meno severe rispet­to a Pae­si come Ger­ma­nia, Inghilter­ra e Sta­ti Uni­ti: dif­fi­cile che, alla fine dei pro­ces­si, giu­di­ci e avvo­cati con­dan­nati scon­ti­no la pena in carcere».

QUANTE TENTAZIONI Tut­to si muove attorno ai sol­di. E di denaro, nei tri­bunali ital­iani, ne gira sem­pre di più. «Noi giu­di­ci del­la sezione Gran­di Cause siamo un pic­co­lo, soli­tario, malfer­mo scoglio sul quale piom­bano da tutte le par­ti ondate immense, spaven­tose, vere schi­u­mose mon­tagne. E cioè inter­es­si impla­ca­bili, ric­chezze ster­mi­nate, uomi­ni tremen­di… insom­ma forze vera­mente sel­vagge il cui urto, poveri noi mes­chi­ni, è qual­cosa di sel­vag­gio, di affasci­nante, di feroce. Io vor­rei vedere il sign­or min­istro al nos­tro pos­to!», si difend­e­va Glau­co Mau­ri men­tre imper­son­a­va uno dei giu­di­ci pro­tag­o­nisti di “Cor­ruzione a palaz­zo di gius­tizia”, pièce teatrale scrit­ta dal mag­is­tra­to Ugo Bet­ti settant’anni fa.

Da allo­ra l’importanza delle toghe nel­la nos­tra vita è cresci­u­ta a dis­misura. «Tut­to, oggi, rischia di avere strasci­chi giudiziari: un appal­to, un con­cor­so, una con­ces­sione, sono mil­ioni ogni anno i con­tenziosi che finis­cono davan­ti a un giu­dice», ragiona Rossi. I mafiosi nelle maglie larghe ne approf­ittano appe­na pos­sono, e in qualche caso sono rius­ci­ti a com­prare — pagan­do persi­no in pros­ti­tute — giu­di­ci com­pia­cen­ti. In Cal­abria il gip di Pal­mi Gian­car­lo Giusti è sta­to arresta­to dal­la Dda di Milano per cor­ruzione aggra­va­ta dalle final­ità mafiose («Io dove­vo fare il mafioso, non il giu­dice!», dice iron­i­co Giusti al boss Giulio Lam­pa­da sen­za sapere di essere inter­cetta­to), men­tre accuse sim­ili han­no dis­trut­to le car­riere del pm Vin­cen­zo Giglio e del finanziere Lui­gi Mon­gel­li.

A gen­naio la procu­ra di Catan­zaro ha inda­ga­to un sim­bo­lo cal­abrese dell’antimafia, l’ex sos­ti­tu­to procu­ra­tore di Reg­gio Cal­abria Francesco Mol­lace, che avrebbe “aiu­ta­to” la potente ’ndri­na dei Lo Giu­dice attra­ver­so pre­sunte omis­sioni nelle sue indagi­ni. Sor­prende che in qua­si tutte le gran­di istrut­to­rie degli ulti­mi anni insieme a politi­ci e fac­cendieri siano spes­so spun­tati nomi di fun­zionari di gius­tizia e poliziot­ti.

Nell’inchiesta sul­la cric­ca del G8 finirono trit­u­rati con­siglieri del­la Corte dei Con­ti, pres­i­den­ti di Tar e pm di fama (il procu­ra­tore romano Achille Toro ha pat­teggia­to otto mesi), men­tre nell’inchiesta P3 si sco­prì che era­no molti i togati in con­tat­to con l’organizzazione cre­a­ta da Pasquale Lom­bar­di e Flavio Car­boni per aggiustare pro­ces­si. Anche il lob­bista Lui­gi Bisig­nani, insieme al mag­is­tra­to Alfon­so Papa, ave­va intu­ito gli enor­mi van­tag­gi che pote­vano venire dal com­mer­cio di infor­mazioni seg­rete: la P4, oltre che di nomine nel­la pub­bli­ca ammin­is­trazione, sec­on­do il pub­bli­co min­is­tero Hen­ry Wood­cock ave­va la sua ragion d’essere pro­prio nell’«illecita acqui­sizione di notizie e di infor­mazioni» di pro­ces­si penali in cor­so.

COME IN UN NIDO DI VESPE Sec­on­do Can­tone «nel set­tore giudiziario, e in par­ti­co­lare nei Tar e nel­la Fal­li­menta­re, si deter­mi­nano vicende che dal pun­to di vista eco­nom­i­co sono ril­e­van­tis­sime: che ci siano episo­di di cor­ruzione, davan­ti a una mas­sa così ingente di denaro, è qua­si fisi­o­logi­co». I casi, in pro­porzione, sono anco­ra pochi, ma l’allarme c’è. Se i Tar di mez­za Italia sono sta­ti tra­volti da scan­dali di ogni tipo (al Tar Lazio è fini­to nei guai il giu­dice Fran­co Maria Bernar­di; nelle Marche il pres­i­dente Lui­gi Pas­sanisi è sta­to con­dan­na­to in pri­mo gra­do per aver accetta­to la promes­sa di rice­vere 200 mila euro per favorire l’imprenditore Amedeo Mat­a­ce­na, men­tre a Tori­no è sta­to aper­to un pro­ced­i­men­to per cor­ruzione con­tro l’ex pres­i­dente del Tar Piemonte Fran­co Bianchi), una delle vicende più emblem­atiche è quel­la del­la Fal­li­menta­re di Roma.

«Lì non ci sono solo spar­tizioni di denaro, ma anche viag­gi e regali: di tut­to di più. Una nom­i­na a com­mis­sario giudiziale vale 150 mila euro, pagati al mag­is­tra­to dal pro­fes­sion­ista incar­i­ca­to. Tut­ti san­no tut­to, ma nes­suno fa niente», ha attac­ca­to i col­leghi il giu­dice Chiara Schet­ti­ni, con­sid­er­a­ta dai pm di Peru­gia il domi­nus del­la cric­ca che mer­can­teggia­va le sen­ten­ze del Tri­bunale del­la Cap­i­tale. Dinamiche sim­ili anche a Bari, dove l’inchiesta “Gib­ban­za” ha mes­so nel miri­no la sezione Fal­li­menta­re del­la cit­tà man­dan­do a proces­so una quar­an­ti­na tra giu­di­ci, com­mer­cial­isti, avvo­cati e can­cel­lieri. «Non bisogna stupir­si: il nos­tro sis­tema giudiziario sof­fre degli stes­si prob­le­mi di cui sof­fre la pub­bli­ca ammin­is­trazione», spie­ga Daniela March­esi, esper­ta di cor­ruzione e col­lab­o­ra­trice del­la “Voce.info”.

Episo­di endemi­ci, in prat­i­ca, vis­to che anche Euro­stat seg­nala che il 97 per cen­to degli ital­iani con­sid­era la cor­ruzione un fenom­e­no “dila­gante” nel Paese. «Mai vis­to una cit­tà così cor­rot­ta», protes­ta uno dei mag­is­trati pro­tag­o­nisti del dram­ma di Bet­ti davan­ti all’ispettore manda­to dal min­istro: «Il delit­to dei giu­di­ci, in con­clu­sione, sarebbe quel­lo di assomigliare un pochi­no ai cit­ta­di­ni!». Come dar­gli tor­to?

http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2014/04/25/news/la-corruzione-passa-per-il-tribunale-tra-mazzette-favori-e-regali-1.162956
Facchin71
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