Mafia nigeriana: il patto con Cosa nostra, agguati con l’ascia e sangue bevuto. A Palermo prima inchiesta sulla ‘Cosa nera’

Nel regno che fu di Riina e Provenzano, contestato per la prima volta l'aggravante mafiosa a un'organizzazione straniera. Il gruppo Black Axe controlla spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali. L'indagine partita da un regolamento di conti a colpi di scuri e machete. I simboli e i riti di affiliazioni emersi anche in precedenti processi a Brescia e Torino

Non è la storia di una famiglia di Cosa nostra, fatta di “soldati” e capibastone, boss latitanti e pentiti, sicari e sentinelle dello spaccio. Non è la storia di una gang di camorristi in trasferta, che ha attraversato il Sud Italia per mettere apposto gli affari in terra di Sicilia e rinsaldare alleanze con la “cupola”. Non c’entra nulla nemmeno con gli “scappati”, le famiglie massacrate dalla seconda guerra di mafia negli anni ’80, fuggite negli Stati Uniti e da lì ricomparse in Sicilia negli anni duemila. Eppure l’ultima inchiesta della procura di Palermo ha comunque svelato l’esistenza di un’associazione criminale di stampo mafioso, con capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento violenti, protetta dalla più arcaica forma d’immunità: l’omertà. Solo che con la mafia di Riina e Provenzano, delle stragi e del business dell’eroina, ha poco a che fare.

Dopo un secolo e mezzo di storia criminale legata a Cosa nostra, in Sicilia, c’è infatti una nuova mafia, che ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e dettando legge tra i vicoli del centro storico. Qui i nuovi boss vengono da lontano, non parlano il siciliano, e la loro organizzazione ha un nome e una storia consolidate in un altro continente: la chiamano Black Axe, l’ascia nera, ed è nata negli anni ’70 all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti. All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra criminale sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra. “Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”, si legge in un’informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma del 2011. E adesso, per la prima volta, i pm di Palermo hanno contestato l’aggravante mafioso ai boss nigeriani.

Gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova pericolosissima gang mafiosa il 27 gennaio del 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò, uno dei mercati storici della città – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto.

le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto

Le indagini s’indirizzano subito su altri tre cittadini originari della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò: si chiamano Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Li abbiamo picchiati perché hanno molestato la mia donna” dice Johnbull, il capo dei tre: una scusa utilizzata spesso anche in altre città italiane per giustificare le risse tra nigeriani. Quello di Ballarò è, dunque, solo un regolamento di conti tra connazionali? I pm Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono: e scoprono che Johnbull non è solo il capo del trio, ma probabilmente anche uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è tra quei vicoli che Johnbull e i suoi gestiscono lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che vogliono piazzare la “roba” senza sottomettersi alla banda.

Ma non solo. Perché gli inquirenti si pongono una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire? Giovanni Di Giacomo è un boss autorevole, un mafioso dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a fare nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe Di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere.

il boss in carcere: “Mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere…”

In uno di quei colloqui, Giovanni Di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi” dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani” chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere …e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio. E quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. È così che il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò. Ed è per questo motivo che i pm della procura hanno deciso di contestare alla banda di Johnbull il tentato omicidio e lo spaccio di droga aggravati dalle modalità mafiose.

E mentre a novembre il tribunale di Palermo processerà per la prima volta un gruppo di nigeriani contestandogli di aver agito con le stesse modalità della mafia, è da quasi tre anni che gli agenti segreti dell’Aisi, l’agenzia per la sicurezza interna, compilano informative su Grabriel Ugiagbe, nigeriano di 33 anni, boss di primo livello di Eiye, un’altra importante organizzazione criminale nigeriana, che ha spesso scatenato faide contro gli uomini della Black Axe, salvo poi tornare a promuovere alleanze in nome di un solo obiettivo: gli affari.

È questo che fa Ugiagbe: gestire lo spaccio di droga e dirimere questioni spinose con le altre mafie straniere in Italia

È questo che fa Ugiagbe: gestire lo spaccio di droga e dirimere questioni spinose sorte tra la sua organizzazione e le altre mafie straniere in Italia. Ed è così che Ugiagbe è diventato un boss autorevole tra le cosche di mezza Europa. Dal suo residence a Catania, nel quartiere Librino – dove lo ha localizzato Franco Viviano di Repubblica nel novembre del 2013 – si sposta in continuazione all’estero, in Austria e Spagna, ma anche nel nord Italia, terreno di conquista per le mafie nigeriane già da diversi anni.

Prima dell’indagine dei pm palermitani, prima delle informative dei servizi sul boss di stanza a Catania, prima delle note dell’ambasciata di Lagos, due tribunali italiani avevano emesso sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane, sempre le stesse: Black Axe e Eiye. Nel 2009 a Brescia vengono condannati per 416 bis, con pene dai 5 ai 7 anni,dodici persone, la “cupola” della mafia nigeriana nella città lombarda, guidata in città da Frank Edomwonyi. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento, obbligatorio e periodico, di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta scopre anche come l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedesse un rito particolare: bere sangue umano, recitando strane invocazioni.

Il pm di Brescia Savio scopre come l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedesse un rito particolare: bere sangue umano, recitando strane invocazioni

Più o meno come l’arcaica forma di affiliazione a Cosa nostra, che prevedeva un taglio sul dito per farlo sanguinare, e un giuramento pronunciato mentre un’immagine sacra veniva fatta bruciare insieme a quel sangue. Anche a Torino, la mafia nigeriana ha messo radici da anni: già nel 2010 sono stati condannati per associazione mafiosa 36 imputati, appartenenti ai clan Black Axe e Eiye, con pene dai 4 ai 14 anni di carcere. Nel capoluogo piemontese, infatti, gli Eiye e i Black Axe entrano in rotta di collisione già nel 2003. Scoppia una guerra, combattuta per le strade della città con coltelli, machete e asce, che fa feriti su feriti e attira l’attenzione degli investigatori. Sembrava un caso isolato, una guerra tra bande che si fermava solo alle periferie torinesi: e invece adesso la mafia made in Nigeria è arrivata a mettere radici anche a Palermo, la stessa città che ha visto suo malgrado la nascita della Piovra.

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Placidi71

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