Afghanistan, nuovi attentati per la supremazia jihadista

di Enrico Campofreda
domeni­ca 25 feb­braio 2018

I tal­iban nelle province di Hel­mand e Farah, l’Isis afghano a Kab­ul. Dopo nep­pure un mese riprende la sfi­da a dis­tan­za fra i due grup­pi che si con­tendono la supre­mazia jihadista nel Paese. E dunque un com­man­do tal­ib ha attac­ca­to sta­mane una base mil­itare a Humvee e suc­ces­si­va­mente ha fat­to esplodere un’autobomba pres­so il forti­no dell’Intelligence locale a Lashkar Gah, una delle cit­tà forte­mente insidi­ate dal con­tropotere ter­ri­to­ri­ale tale­bano. Altro aggua­to dei tur­ban­ti a Bala Boluk, ed è il più san­guinoso. Solo qui si con­tano diciot­to mor­ti, tut­ti mil­i­tari di guardia al check point pre­so di mira dal­la guer­riglia. In totale le vit­time accer­tate del­la mat­ti­na­ta s’aggirano sulle doppia dozzi­na, com­p­rese le tre o quat­tro vit­time civili reg­is­trate nel­la cap­i­tale. Lì nei pres­si del­la zona verde, area diplo­mat­i­ca cen­trale e teori­ca­mente con­trol­latis­si­ma, un atten­ta­tore sui­ci­da s’è fat­to esplodere coin­vol­gen­do alcu­ni pas­san­ti. Era sta­to nota­to dai mil­i­tari di vedet­ta per l’insolito abbiglia­men­to: por­ta­va al col­lo una cra­vat­ta che lo stes­so per­son­ale diplo­mati­co sul ter­ri­to­rio omette. All’intimare delle guardie di far­si riconoscere, l’uomo azion­a­va l’ordigno che indos­sa­va sot­to la giac­ca. Defla­grazione e sangue a fiot­ti. Sec­on­do un copi­one con­sol­i­datis­si­mo si reg­is­tra­no anche diver­si fer­i­ti, due in con­dizioni critiche.

L’attacco a Kab­ul, riven­di­ca­to dall’Isis, pur non rius­cen­do a colpire diret­ta­mente il quarti­er gen­erale del­la Nato e l’ambasciata statu­nitense, sem­br­erebbe diret­to sim­boli­ca­mente pro­prio a essi, vis­to che nel cor­so del mese di fuo­co (28 dicem­bre 2017–27 gen­naio 2018) l’amministrazione Trump ave­va annun­ci­a­to di attuare l’incremento di mil­i­tari statu­niten­si, sebbene il numero resti cir­co­scrit­to alle 3.000 unità pro­poste. Il gov­er­no locale ha lan­ci­a­to solo laconi­ci comu­ni­cati sui nuovi lut­tu­osi even­ti che vedono le forze di sicurez­za inca­paci non solo di pre­venir­li, ma spes­so di gestire l’emergenza sul­la lin­ea di fuo­co. Mostran­do, d’altro can­to, una pseu­do nor­mal­ità grande enfasi in questi giorni viene data all’avvìo dei lavori sul ter­ri­to­rio afghano del famoso gas­dot­to denom­i­na­to TAPI, acron­i­mo ripreso dalle nazioni attra­ver­sate dall’opera (Turk­menistan, Afghanistan, Pak­istan, India). Cos­ic­ché nel­la provin­cia di Her­at, del­egazioni prove­ni­en­ti da varie local­ità sono inter­venute alla cer­i­mo­nia d’inaugurazione, vesten­do cos­tu­mi tradizion­ali e insce­nan­do inter­mezzi musi­cali e dan­zan­ti. Sec­on­do dichiarazioni rac­colte da Tolo-tv il gov­er­na­tore, un rap­p­re­sen­tante del comi­ta­to del­la cit­tad­i­nan­za, un espo­nente trib­ale han­no par­la­to di svilup­po e miglio­ra­men­to delle con­dizioni di vita e di lavoro gra­zie a quest’opera.

C’è un pic­co­lo par­ti­co­lare. Il gas­dot­to, già nei piani statu­niten­si ai tem­pi delle pres­i­den­ze Clin­ton che vede­va (e vede assieme alla sau­di­ta Delta Oil) la Uno­cal al ver­tice dell’impresa, attra­ver­sa per qua­si 800 km il ter­ri­to­rio afghano lun­go le province di Her­at, Kan­da­har, Hel­mand. Le ultime due se non uffi­cial­mente a gui­da tale­bana poco ci man­ca. Dunque i tale­bani nel bene e nel male, rap­p­re­sen­ta­to da sab­o­tag­gi d’ogni tipo, sono un sogget­to con cui le imp­rese costrut­tri­ci devono fare i con­ti. Per anni, lo stes­so con­flit­to e la via dell’oppio l’hanno inseg­na­to come il busi­ness pur di pro­cedere paga qual­si­asi prez­zo, per­ciò l’accordo è e dovrebbe essere pos­si­bile almeno con l’interlocutore tale­bano, inter­es­sato alle sor­ti del ter­ri­to­rio e del­lo sta­to afghano addirit­tura con mire di gov­er­no. Ora, però, è spun­ta­to un ter­zo inco­mo­do: l’Isis locale, che sia nelle fig­ure del­la dias­po­ra tal­ib, sia nelle nuove leve dell’Islamic State Kho­rasan Province, sem­bra dis­in­ter­es­sato ai pat­teggia­men­ti e potrebbe seguire diret­tive dif­fer­en­ti. Insom­ma la par­ti­ta dell’acclamato inves­ti­men­to del TAPI — che rispet­to alle altre nazioni coin­volte por­ta all’Afghanistan una quo­ta ridot­ta sia di con­su­mi di metano (4 mil­ioni di metri cubi gior­nalieri dagli iniziali 14), sia d’introiti per l’attraversamento — non è affat­to scon­ta­ta sul fronte del­la sicurez­za. E gli obi­et­tivi sim­bol­i­ci che i jihadisti d’ogni fronte con­tin­u­ano a colpire, potran­no riv­ol­gere il miri­no anche sull’investimento del gas, quale ennes­i­mo tas­sel­lo d’instabilità duratu­ra.

Enri­co Cam­pofre­da, 25 feb­braio 2018

arti­co­lo pub­bli­ca­to su http://enricocampofreda.blogspot.it

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