Cancellarsi da Facebook in massa

Che aspet­ti­amo a fare la più brut­ta e la meno roman­ti­ca di tutte le riv­o­luzioni? Si fa da casa, sul divano. Bas­ta un click. Adesso. Non dob­bi­amo spin­tonar­ci con la ressa dei man­i­fes­tanti, non ci sono molo­tov da bru­cia­re, Palazzi d’inverno da asse­di­are. Tut­to sarà così poco eroico! Niente epi­ca, niente eti­ca, niente estet­i­ca!
di Loren­zo Vitel­li — 16 dicem­bre 2017

Se qual­cuno bus­sa alla tua por­ta con l’idea di far­ti del bene, tu scap­pa a gambe lev­ate. Così, più o meno, dice­va Hen­ry-David Thore­au, un uomo che si era fat­to bastare le stelle e la com­pag­nia di se stes­so (la più atroce da sop­portare). Ma così dovrem­mo fare noi tut­ti, darcela a gambe, di fronte alla mega­macchi­na vir­tuale gesti­ta dall’équipe di panto­fo­lari del­la cal­i­for­ni­ana Valle del Sili­cio. Cresciu­ti a forza di pata­tine, skate­board, video su Youtube e teste infi­late nel gabi­net­to, questi dis­a­dat­tati si sono mes­si in tes­ta di fare il nos­tro bene! Mai idea fu più peri­colosa!

Se Rousseau, di cui odi­amo l’ingenuità leziosa, sostene­va che l’uomo è nat­u­ral­mente buono per­ché è mosso dall’istinto del­la pietà, noi dici­amo che pro­prio questo istin­to – a metà tra una non ben defini­ta empa­tia uni­ver­sale e una nar­ci­sis­ti­ca volon­tà di poten­za indi­vid­uale – è la causa di tut­ti mali. Tut­ti i filosofi, persi­no Hobbes, ma anche Kant, a dare addos­so all’insocievolezza. Ma è la sociev­olez­za il nos­tro vizio più grande! Vol­er entrare per forza nel­la vita degli altri, con­di­videre le nos­tre espe­rien­ze, mod­i­fi­care la con­dizione altrui, cam­biare le sor­ti dell’umanità tut­ta. Ma chi la conosce ques­ta uman­ità? Fare del bene: a chi? Come? Con quale legit­tim­ità? Chi ve lo ha chiesto? Non era questo lo scopo dei dit­ta­tori più san­guinari? Cristo non era sce­so sul­la ter­ra pro­prio per far­si cari­co del nos­tro dolore? E quan­to dolore, quante guerre, quan­to sangue ha por­ta­to a sua vol­ta? Il rude pug­no del­la morale non ha alcun rispet­to del­la nobile essen­za dell’egoismo dice­va Max Stirn­er. E allo­ra siano maledet­ti i bene­fat­tori e tut­ti col­oro che si esp­ri­mono per boc­ca dell’umanità.

Max Stirner, anarco-individualista, in un ritratto realizzato da Friedrich Engels.

Max Stirn­er, anar­co-indi­vid­u­al­ista, in un ritrat­to real­iz­za­to da Friedrich Engels.

Così questi guru delle nuove piattaforme sociali si sono pre­posti questo obi­et­ti­vo. Vogliono far­ci del bene. Vogliono sug­gerir­ci la felic­ità! E chi l’ha mai defini­ta, la felic­ità? Non ci è rius­ci­to Socrate, ma è con­vin­to di esser­ci rius­ci­to un nerd in panto­fole! Mark Zucker­berg, questo mod­er­no Prom­e­teo, ha det­to infat­ti durante il suo dis­cor­so ad Har­vard che la felic­ità è un sen­so di apparte­nen­za a qual­cosa di più grande di noi, e che tut­ti vogliono essere con­nes­si. Tut­ti quan­ti, gra­tuita­mente, come una grande tribù uni­ver­sale!

Fat­ti lo smart­phone, cos­ta solo 15 euro al mese! Scar­i­cati quest’App, è gratis! – così gli fa eco l’inebetito fruitore di tele­foni intel­li­gen­ti, ignaro del fat­to che più il suo tele­fono s’ingegna, più lui si istu­pidisce. È pro­prio per­ché è gratis, pro­prio per­ché tut­ta ques­ta truf­fa dell’iperconnessione sem­bra dis­in­ter­es­sa­ta, che non bisogna cas­care nel­la trap­po­la dei gob­bu­ti e pal­li­di web­mas­ter con aspi­razioni impren­di­to­ri­ali. Con il volto bonario e benevo­lo del­la filantropia ci regalano le piattaforme che poi ci ruber­an­no, giorno dopo giorno, local­iz­zazione dopo local­iz­zazione, click dopo click, ciò che abbi­amo di più prezioso: il dirit­to, sacrosan­to, di essere irreperi­bili, e soprat­tut­to quel­lo di non sapere che cosa vogliamo, di quale felic­ità vogliamo vivere.

Mark Zuckerberg, un dittatore in ciabatte

Mark Zucker­berg, un dit­ta­tore in cia­bat­te

Bas­ta essere sem­pre rag­giun­gi­bili, sem­pre con­nes­si, sem­pre sul pez­zo. Dio bened­i­ca i ritar­datari, i fug­giaschi, i clan­des­ti­ni, i tituban­ti, i desa­pare­ci­dos del mon­do vir­tuale. Bas­ta essere sem­pre con­sigliati, gui­dati, eterodi­ret­ti, influen­za­ti da una car­rel­la­ta di prodot­ti, immag­i­ni e infor­mazioni che sti­molano i nos­tri organi a una veloc­ità che la nos­tra intel­li­gen­za non riesce a con­trol­lare, tan­to che dob­bi­amo arren­der­ci all’emotività, dob­bi­amo appaltare la nos­tra mor­folo­gia sen­ti­men­tale al più istin­ti­vo ed ele­mentare dei giudizi: mi piace/non mi piace.

Non ne pos­si­amo più di sapere che gli orsi polari sono in via di estinzione, di vedere i seni turgi­di dell’ultima super­top­mod­el. Noi li vogliamo anche pal­pare. Non ne pos­si­amo più di credere che il seg­re­to del­la felic­ità è in quel viag­gio in Thai­lan­dia. Noi non vor­re­mo neanche sapere dove sta la Thai­lan­dia. Non ne pos­si­amo più di sapere che men­tre ci sbat­ti­amo le ore per portare a casa gli scam­poli di uno stipen­dio vero che non arriverà mai, c’è un tipo bar­b­u­to che ha mol­la­to tut­to – che cosa poi? Che cosa han­no mol­la­to davvero questi san­toni vesti­ti Quechua? – per fare il giro del mon­do in bici­clet­ta. Che un altro ha svolta­to venden­do suc­chi di papaya bio­logi­ci online. Che una ex imp­ie­ga­ta di ban­ca ha trova­to la felic­ità gra­zie alle prestazioni ses­su­ali di un aitante sudafricano sulle sponde di cit­tà del Capo. Chissene­fre­ga di ques­ta uman­ità!

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E invece no! Per­ché fre­garsene? È tut­to gratis, tut­to a por­ta­ta di click. La felic­ità è a un pas­so! Ma la stra­da del­la felic­ità sui social net­work è las­tri­ca­ta di pop-up pub­blic­i­tari. E così se non pos­si­amo per­me­t­ter­ci le tette del­la top­mod­el o il giro del mon­do in moun­tain bike (per­ché real­is­ti­ca­mente abbi­amo altro da fare) dopo aver­ci sti­mo­la­to, fat­ti sen­tire parte di ques­ta brodaglia iper­con­nes­sa, per con­so­lar­ci gli algo­rit­mi funam­bol­i­ci di queste piattaforme ci incor­ag­giano a com­prare qualche sur­roga­to. Mag­a­ri un due not­ti sull’appenino a fare un po’ di freeclimb­ing, mag­a­ri una escort o un bel fuoristra­da 4×4.

Che aspet­ti­amo allo­ra, a riv­oltar­ci in mas­sa, noi annoiati sca­la­tori di pagine vir­tu­ali con la sola forza dei nos­tri pol­li­ci logori? Che aspet­ti­amo a fare la più brut­ta e la meno roman­ti­ca di tutte le riv­o­luzioni? Si fa da casa, sul divano. Bas­ta un click. Adesso. Non dob­bi­amo spin­tonar­ci con la ressa dei man­i­fes­tanti, non ci sono cori da intonare, san­pietri­ni da lan­cia­re, molo­tov da bru­cia­re. Non ci saran­no celeri­ni né Palazzi d’inverno. Su di noi non sarà fat­ta vio­len­za. Tut­to sarà così poco eroico! Così meschi­no. Niente epi­ca, niente eti­ca, niente estet­i­ca! La nos­tra pre­sa del­la Bastiglia è impeg­na­ti­va quan­to una par­ti­ta a Ruz­zle. Cosa è rimas­to, infat­ti, di epi­co, in ques­ta soci­età, se non gli spot pub­blic­i­tari? Intre­pi­di guida­tori di auto sportive man­dano a quel paese il pro­prio capo e sfrec­ciano sul­la Route 666. Ecco l’ultima nar­razione eroica. Ma la mitopoiesi degli spot è inver­sa­mente pro­porzionale all’eccezionalità delle nos­tre vite reali. Gli hash­tag camuf­fano la banal­ità del quo­tid­i­ano.

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Eppure ques­ta riv­o­luzione così pic­co­la, pas­co­l­iana, sem­bra impos­si­bile. Soprag­giun­gono i pen­sieri, i cat­tivi pen­sieri, come put­tane del­la nos­tra impoten­za: – e poi come rimorchierò la tipa dis­in­vol­ta che ha mes­so like alla mia foto? Come rag­giungerò il ris­toran­ti­no sull’ostiense? Come con­terò i miei bat­ti­ti car­diaci men­tre fac­cio jog­ging? Le calo­rie del pas­to? Come ordinerò il sushi a quel povero diavo­lo che si era com­pra­to la bici­clet­ta per mol­lare tut­to e si ritro­va invece con lo zaino di Deliv­eroo sulle spalle? Come farò a dire la mia sul­la vit­to­ria di Mario Mario a X Fac­tor? Come tro­verò quel buono scon­to? Come rispon­derò alle mail? Come come come…

Utopia delle utopie, è diven­ta­ta per noi la più pic­co­la, la più mis­era delle riv­o­luzioni che un popo­lo abbia mai dovu­to fare. Can­cel­lar­si tut­ti, adesso, da Face­book e sim­ili. Sen­za neanche dover­si river­sare nelle strade. Can­cel­lar­si da Face­book e poi aspettare. Guardare fuori dal­la fines­tra, dove un uomo invasato cor­rerà strepi­tan­do:

Face­book è mor­to e noi lo abbi­amo ucciso. Non è per noi trop­po grande, la grandez­za di ques­ta azione? Che altro sono anco­ra questi dan­nati tele­foni, se non le fos­se e i sepol­cri di Face­book?

E così scar­aventare con­tro il muro il nos­tro cel­lu­lare intel­li­gente, e fre­garcene beat­a­mente del­la situ­azione demografi­ca dei pan­da, delle malat­tie, delle epi­demie, del­la fame nel mon­do, dei dan­ni del fumo. E pot­er non parte­ci­pare. Non dare infor­mazioni. Svuotare i luoghi vir­tu­ali dove si eserci­ta ques­ta scan­sione ille­git­ti­ma dei nos­tri desideri, dove se ne innes­tano di nuovi. Lib­er­ar­ci da chi gra­tuita­mente si prodi­ga per il nos­tro bene, facen­do il suo di bene! Fer­mare ques­ta macchi­na impazz­i­ta. A quel pun­to i più val­orosi potran­no andare anche loro per le strade. Mag­a­ri par­lare con qual­cuno. Star­gli sin­ce­ra­mente sulle palle. Sen­za sapere cosa suc­cede agli orsi polari. Ai bam­bi­ni africani. Sen­za che nes­suna appli­cazioni si pre­oc­cu­pi per lui. Sen­za che nes­suno gli indichi il sen­tiero del­la felic­ità. Solo con se stes­so. Con la des­o­lazione cos­mi­ca. Come il pri­mo degli uomi­ni. Sen­za sapere niente. Per­ché riposo non avre­mo se non nelle ombre dell’ignoto.

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