Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Platea di reduci nell’aula bunker di Rebib­bia: tes­ta rasa­ta e tat­u­ag­gi, fac­cia dura e tan­ti ricor­di. Tra loro anche l’esponente di “Mili­tia”. Il “ceca­to” ricor­da la spara­to­ria che gli fece perdere l’occhio sin­istro: “Era il 21 aprile 1981, in quel momen­to era gius­to che ci sparassero”. Poi l’accusa ai cara­binieri: “Mai minac­cia­to Sec­ca­roni, mi è sta­ta fat­ta una porcheria, han­no omes­so le prove”

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Ha un’odore stan­tio di una vec­chia can­ti­na quel mon­do che Mas­si­mo Carmi­nati ricrea attorno a sé. Sem­bra di rivedere i volti dei “pis­chel­li” del­la ban­da del­la Magliana (“Bravi ragazzi alcu­ni, pres­i­dente, e lei lo sa che io non sono una mam­mo­la”) e i titoli dei gior­nali con le foto dei mor­ti rimasti sull’asfalto, in una Roma dei mis­teri, dove si incro­ci­a­vano servizi seg­reti, pezzi di cosa nos­tra, bat­terie di rap­ina­tori e fascisti dal gril­let­to facile. Ed è forse il rosso acce­so del sangue l’unico assente dal rac­con­to auto­cel­e­bra­ti­vo del “ceca­to”, alias “samu­rai”, alias “il pira­ta”. O il “nero”. Un mon­do un po’ fan­tas­ti­co, fat­to di onore ed omertà (“io non par­lo di chi non è nel proces­so”), dove le vit­time non devono avere spazio. Il pri­mo giorno del suo inter­roga­to­rio ha richiam­a­to quel manipo­lo di “200 per­sone”, la “comu­nità degli anni ’70”, come il suo mon­do.

Ed eccoli i reduci, oggi in aula, tes­ta rasa­ta e tat­u­ag­gi, fac­cia dura e tan­ti ricor­di. Quan­do Carmi­nati inizia a riper­cor­rere il pas­sato crim­i­nale nell’edificio bunker di Rebib­bia Mau­r­izio Boc­cac­ci, classe ’57, ascol­ta in silen­zio, assor­to. E’ accan­to al fratel­lo di Carmi­nati, insieme a qualche altro cam­er­a­ta. Niente bar nel­la pausa. Nes­sun con­tat­to con avvo­cati o gior­nal­isti. Uno come lui rap­p­re­sen­ta quel mon­do che anco­ra oggi si richia­ma al fas­cis­mo, che corse al funerale di Eric Priebke per ren­dere omag­gio al boia delle Fos­se ardea­tine, che ogni gen­naio si schiera in via Acca Lar­en­tia per com­mem­o­rare gli stu­den­ti di destra mor­ti, che si nasconde dietro le sigle di Mili­tia, il grup­po anti­semi­ta e neon­azista al cen­tro di indagi­ni recen­ti del­la Procu­ra di Roma. E che oggi viene in aula, per­ché par­la il samu­rai.

La guer­ra non è fini­ta – Appari­vano come riv­olte più a loro che al proces­so le parole pro­nun­ci­ate da Mas­si­mo Carmi­nati all’inizio del­la sec­on­da udien­za, rispon­den­do all’avvocato Ippoli­ta Naso: “A quan­to pare la guer­ra con il mon­do non è fini­ta, a me non mi fa pau­ra nul­la, a me mi fan­no rid­ere”. Il suo legale gli ave­va chiesto di com­mentare una inter­cettazione con l’imprenditore Cris­tiano Guarn­era, dove riper­cor­re­va la sua sto­ria crim­i­nale. E per rib­adire anco­ra una vol­ta quel­la sua immag­ine – tut­ta estet­i­ca e crim­i­nale – di guer­riero, di vero Samu­rai, ha pros­e­gui­to ricor­dan­do la spara­to­ria che gli fece perdere l’occhio sin­istro: “Ma chi se ne fre­ga che questo dato con­tin­ua ad essere ripro­pos­to… Sì, il 21 aprile 1981 sono sta­to fer­i­to, in un apposta­men­to del­la Digos, sta­vano den­tro un camion, han­no trova­to 145 colpi poi nell’automobile, mi han­no col­pi­to in fac­cia. Ci han­no spara­to e bas­ta, ma era­no altri tem­pi, io ho dato legit­tim­ità a questo fat­to, per me è una feri­ta di guer­ra, in quel momen­to era gius­to che ci sparassero, la procu­ra sa che è così, non mi inter­es­sa neanche spie­gar­lo”. Ed ecco che nell’aula bunker di Rebib­bia – dove sono pas­sati pezzi di neo­fas­cis­mo e del­la ban­da del­la Magliana – ritor­nano quelle tinte grige, plumbee degli anni ’70.

Le parole di Carmi­nati suo­nano qua­si come un richi­amo. Un seg­nale, un assist politi­co. Dif­fi­cile inter­pretare il gesto, ma di cer­to quel­la “comu­nità” è anco­ra oggi atti­va. Nelle infor­ma­tive gli inves­ti­ga­tori del Ros ave­vano ricostru­ito nei det­tagli – durante le indagi­ni – gli incon­tri tra Mas­si­mo Carmi­nati e Mau­r­izio Boc­cac­ci: il 24 gen­naio 2012 l’esponente di Mili­tia era sta­to scarcer­a­to e solo quat­tro giorni dopo le microspie reg­is­tra­no l’incontro tra i due. Boc­cac­ci, anno­tano i cara­binieri, ”dis­cute­va del panora­ma politi­co ital­iano del momen­to”. Una conoscen­za ed un rap­por­to che, però, lo stes­so Carmi­nati cer­ca­va di occultare, sec­on­do gli inves­ti­ga­tori: “In tale cir­costan­za – scrivono i cara­binieri del Ros – assume­va par­ti­co­lare inter­esse la volon­tà espres­sa dal Carmi­nati di evitare con­trol­li di Polizia che avreb­bero las­ci­a­to trac­cia dell’incontro con l’interlocutore”. Un det­taglio che rac­con­ta l’impor­tan­za che il “nero” dava al quel rap­por­to.

Le ultime parole di Carmi­nati – Le ore dell’interrogatorio scor­rono poi con una cer­ta stanchez­za, tra pun­tu­al­iz­zazioni, ricostruzioni con­trap­poste a quelle dell’accusa e un attac­co ai cara­binieri del Ros. La sto­ria riguar­da quel­la che per la Procu­ra era una intim­i­dazione, una vera e pro­pria minac­cia, nei con­fron­ti di Lui­gi Sec­ca­roni, un con­ces­sion­ario romano in stret­ti rap­por­ti con Carmi­nati. “Ci sono volu­ti due mesi ma alla fine con l’avvocato abbi­amo ricostru­ito quel­lo che è accadu­to”, spie­ga nel cor­so dell’interrogatorio. “Io non ho incon­tra­to quel giorno Sec­ca­roni, i dati del gps mes­so sul­la mia auto­mo­bile lo dimostra­no”. E’ l’occasione per par­tire a tes­ta bas­sa con­tro gli inves­ti­ga­tori.

Riemerge, per qualche min­u­to, il Samu­rai, il ban­di­to che non per­dona “le guardie”: “Io pen­so che in questo atto c’è una azione dolosa, non da parte del­la Procu­ra. Io pos­so fare il ban­di­to, pos­so fare qual­si­asi reato, ma voi, come Ros, non lo potete fare, mi è sta­ta fat­ta una porcheria, han­no omes­so le prove, io non ho mai minac­cia­to Sec­ca­roni in ques­ta cosa non c’è niente che va bene”. Nel con­troe­same il pm Luca Tescaroli gli con­tes­ta una tele­fona­ta fat­ta con Ric­car­do Bru­gia, pro­prio quel giorno, dove lui usa parole pesan­tis­sime nei con­fron­ti del con­ces­sion­ario: “Nano putre­fat­to, capi­to? Io ti pis­cio addos­so, capi­to? Mo’ vai a denun­cia­r­mi ai cara­binieri, non me ne fre­ga niente…”, era­no le parole di Carmi­nati su Sec­ca­roni inter­cettate quel giorno. Ma ques­ta era l’occasione che il “ceca­to” aspet­ta­va, colpire il Ros, il suo nemi­co giu­ra­to con accuse pesan­ti di indagi­ni manipo­late; anco­ra una vol­ta può mostrare alla Roma che vol­e­va dom­inare di che pas­ta è fat­to.

Il con­troe­same, che dura meno di un’ora, lo vede con un atteggia­men­to molto diver­so rispet­to a quel­lo mostra­to fino al momen­to. Quan­do il pm Tescaroli gli chiede delle armi, la pri­ma rispos­ta vor­rebbe qua­si essere iron­i­ca: “Negli anni ’70 face­vo il rap­ina­tore, può essere che con qualche arma ho avu­to a che fare, dot­tore”. E quan­do la Procu­ra gli con­tes­ta un’intercettazione dove parla­va con Bru­gia di armi durante le indagi­ni di Mafia cap­i­tale, la rispos­ta è sec­ca: “Stava­mo par­lan­do di qualche film. Abbi­amo par­la­to di armi, a me piac­ciono le armi”. E aggiunge: “Non mi risul­ta che siano state trovate… sì, non sono state trovate, non sono state usate… parlava­mo di film visti la sera pri­ma”.

Sfugge anche alle domande sui suoi rap­por­ti con altri pezzi del mon­do crim­i­nale romano: “Diot­tal­le­vi? Era pas­sato solo per un salu­to, ci siamo pre­si solo un caf­fè”. Riven­di­ca solo l’amicizia con Michele Senese, il boss inser­i­to nel famoso arti­co­lo de L’Espresso sui quat­tro Re di Roma: “Michele era usci­to dal carcere, ero feli­cis­si­mo, ci siamo salu­tati e abbi­amo par­la­to del più del meno, io con lui non ho avu­to pro­ces­si o indagi­ni insieme; io sono con­tento anche quan­do evade qual­cuno, si fig­uri se non sono felice quan­do qual­cuno esce dal­la galera”.

Nes­suna dis­pu­ta, nes­suna dis­cus­sione per spar­tizioni che, dice, “non esistono”, “nes­sun moti­vo di con­tendere”. E di dro­ga non ne vuole poi pro­prio sen­tire par­lare, sto­rie “inven­tate dal­la stam­pa”, spie­ga, che lo fan­no infu­ri­are. “Io denuncerò tut­ti – aggiunge poi promet­ten­do una guer­ra di carte bol­late – quan­do sarà fini­to il proces­so; gli uni­ci che rispet­to sono Il Fat­to Quo­tid­i­ano e Report. Mi attac­cano, ma attac­cano tut­ti e non han­no padroni”.

Sono prob­a­bil­mente le ultime parole in pub­bli­co di Mas­si­mo Carmi­nati, che rischia la pena più dura del­la sua lunghissi­ma car­ri­era crim­i­nale. Non ave­va mai rispos­to in aula, sal­vo qualche breve inter­ven­to, molto spes­so per con­tro­bat­tere ad inchi­este gior­nal­is­tiche. Pri­ma dell’estate arriverà la sen­ten­za, che chi­ud­erà la pri­ma parte di una lunghissi­ma battaglia giudiziaria. Il “nero”, l’uomo a cav­al­lo tra l’eversione di destra e il mon­do del crim­ine del­la ban­da del­la Magliana, rip­i­omberà nel silen­zio. Con l’accusa peg­giore, che tra poco ver­rà val­u­ta­ta dai giu­di­ci: quel suo mon­do altro non è se non Mafia cap­i­tale.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/30/mafia-capitale-boccacci-e-i-camerati-in-aula-carminati-parla-e-torna-il-clima-di-piombo-anni-70-io-ancora-in-guerra/3487634/

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