Esclusivo – Omicidio Mattei, depistaggi e bugie su un delitto di Stato raccontati dal magistrato che ha scoperto la verità

Giuseppe Oddo

La cop­er­ti­na del libro edi­to da Chiarelet­tere

Manomis­sione dell’altimetro” o “bom­ba a bor­do”. Sono le due ipote­si for­mu­late a cal­do in una per­izia dell’officina riparazioni motori dell’aeronautica di Novara con­dot­ta sui resti dei reat­tori dell’aereo pre­cip­i­ta­to il 27 otto­bre 1962 a Bas­capè, nei pres­si di Milano-Linate. Tenu­ta nascos­ta per decen­ni e scop­er­ta nel­la sec­on­da metà degli anni Novan­ta da Vin­cen­zo Calia, il sos­ti­tu­to procu­ra­tore di Pavia che riaprì le indagi­ni sul­la morte di Enri­co Mat­tei, la per­izia dell’aeronautica è una delle prove più lam­pan­ti dell’occultamento dei fat­ti e del depistag­gio avvenu­ti intorno all’assassinio del fonda­tore dell’Eni.

Per­ché di assas­sinio si trat­ta, con buona pace dei negazion­isti di ieri e di oggi.

Come ha accer­ta­to la Procu­ra di Pavia nel 2003, al ter­mine delle indagi­ni, il Morane Saulnier 760 pre­cip­i­ta­to a Bas­capè era sta­to sab­o­ta­to la sera prece­dente con una pic­co­la car­i­ca di esplo­si­vo, men­tre era parcheg­gia­to nell’aeroporto di Fonta­narossa, a Cata­nia. Mat­tei era sta­to con­vin­to a recar­si in Sicil­ia dove per­not­tò la notte tra il 26 e 27 otto­bre 1962 e dove scat­tò la trap­po­la del­la sua elim­i­nazione. Cosa nos­tra, attra­ver­so Ste­fano Bon­tate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristi­na, fece solo un lavoro di fiancheg­gia­men­to.

Il veliv­o­lo fu manomes­so da mani molto esperte. A fare da innesco fu il sis­tema di aper­tu­ra dei car­rel­li, che il pilota Irne­r­io Bertuzzi azionò quan­do il pic­co­lo jet era già allineato alla pista di Linate, pron­to per l’atterraggio.

Con­fer­i­men­to del­la cit­tad­i­nan­za ono­raria di Matel­ica al mag­is­tra­to Vin­cen­zo Calia. Cronache Mac­er­ate­si

La per­izia e varie altre carte inedite sul­la sci­agu­ra di Bas­capè fig­u­ra­no ora in un sag­gio di Chiarelet­tere che Busi­ness Insid­er Italia ha rice­vu­to in antepri­ma e che esce il 31 mar­zo in libre­ria: “Il caso Mat­tei”, lo stes­so tito­lo del film diret­to nel 1972 da Francesco Rosi, con Gian Maria Volon­tè nel­la parte del pro­tag­o­nista. Ed è un sag­gio che non passerà inosser­va­to, per­ché uno dei due autori è Calia. Il mag­is­tra­to, che oggi è procu­ra­tore aggiun­to del­la Procu­ra di Gen­o­va, ha scrit­to la pri­ma parte del libro, che con­tiene il rac­con­to dell’inchiesta e le sue con­vinzioni pro­fonde.

Del­la sec­on­da parte è invece autrice la gior­nal­ista di Euronews Sab­ri­na Pisu che avan­za una serie di ipote­si sui pre­sun­ti man­dan­ti dell’omicidio frut­to del­la mas­sa di indizi emer­sa dalle indagi­ni.

31/03/1977. Amintore Fan­fani, Pres­i­dente del Sen­a­to e Giulio Andreot­ti, Pres­i­dente del Con­siglio. AGF

Smontata la tesi dell’incidente

Calia smon­ta la tesi dell’incidente – accred­i­ta­ta dal­la com­mis­sione ammin­is­tra­ti­va di inchi­es­ta isti­tui­ta dall’allora min­istro del­la Dife­sa, Giulio Andreot­ti – e dimostra come l’aereo cadde per un’”esplosione lim­i­ta­ta non dis­trut­ti­va” all’interno del veliv­o­lo, innesca­ta dal con­geg­no di aper­tu­ra del car­rel­lo ante­ri­ore. Gli accer­ta­men­ti ese­gui­ti dall’esperto di tec­nolo­gia dei met­al­li Dona­to Fir­rao su pic­coli fram­men­ti dell’aereo, su ogget­ti per­son­ali di Mat­tei e su schegge estrat­te dai cor­pi riesumati, han­no evi­den­zi­a­to sui vari reper­ti la “pre­sen­za di mod­i­fi­cazioni” ricon­ducibili a “una sol­lecitazione ter­mi­ca e mec­ca­ni­ca di notev­ole inten­sità ma di breve dura­ta, carat­ter­is­ti­ca dei fenomeni esplo­sivi”. In prat­i­ca, la certez­za di un’esplosione.  L’ingegner Fir­rao ha anche parte­ci­pa­to al col­le­gio per­i­tale sul­la sci­agu­ra di Usti­ca.

La car­i­ca esplo­si­va era sta­ta sis­tem­a­ta nel crus­cot­to, pro­prio davan­ti al sedile del pilota Irne­r­io Bertuzzi, a destra del quale era sedu­to Mat­tei. Bertuzzi perse il con­trol­lo del veliv­o­lo a causa del­la pic­co­la defla­grazione, che invalidò tut­ti i passeg­geri. Viag­gia­va a bor­do anche il gior­nal­ista statu­nitense di Time-Life William McHale, che sta­va real­iz­zan­do un reportage su Mat­tei e che accettò all’ultimo momen­to l’invito del pres­i­dente dell’Eni di ritornare con lui a Milano. I cor­pi furono in parte spap­po­lati dall’esplosione, e fram­men­ti umani furono espul­si all’esterno, per la dis­in­te­grazione del tet­tuc­cio in plex­i­gas che chi­ude­va la cab­i­na di pilotag­gio, e ritrovati spar­si per i campi lun­go la trai­et­to­ria oppos­ta a quel­la di cadu­ta dell’aereo. Uno dei tes­ti­moni chi­ave, l’agricoltore Mario Ronchi, che ave­va vis­to nel buio del­la sera l’aereo in fiamme girare a vuo­to nel cielo e che fu il pri­mo ad arrivare sul luo­go del dis­as­tro, fu con­vin­to a ritrattare le inter­viste che ave­va rilas­ci­ate al Cor­riere del­la Sera e alla Rai.

Il Genen­erale Gio­van­ni Allave­na, capo del Sifar. Screen­shot da “La vera sto­ria del­la log­gia mas­son­i­ca P2”. Youtube

Intorno al relit­to – scrive Calia sul­la base delle tes­ti­mo­ni­anze – c’era un bruli­care di uomi­ni delle forze dell’ordine, di per­son­ale dell’Eni e di agen­ti in borgh­ese del Sifar, il servizio seg­re­to mil­itare dell’epoca, a capo del quale il pres­i­dente del Con­siglio in car­i­ca, Amintore Fan­fani, ave­va nom­i­na­to due set­ti­mane pri­ma il gen­erale Gio­van­ni Allave­na, il cui nome fig­ur­erà molti anni dopo nelle liste del­la log­gia mas­son­i­ca seg­re­ta P2.

Ordini dall’alto

Tes­ti­moni ripescati da Calia a dis­tan­za di oltre trentac­inque anni han­no dichiara­to che l’ordine prove­niente dalle alte sfere mil­i­tari e politiche era di dimostrare che l’aereo fos­se venu­to giù per il mal­tem­po o per una manovra erra­ta del pilota, anche se su Linate la vis­i­bil­ità era buona, quel­la sera scen­de­va solo una leg­gera piog­gia, come dimostra­no le prove rac­colte dal mag­is­tra­to.

Amintore Fan­fani con Enri­co Mat­tei. Sceen­shot. Oriz­zon­ti tv

Par­ti dell’aereo, tra cui il car­rel­lo ante­ri­ore tran­ci­a­to di net­to con la gom­ma inte­gra, furono ritrovati a molte centi­na­ia di metri dal relit­to, come con­fer­ma il vastis­si­mo reper­to­rio fotografi­co rin­venu­to da Calia, mai con­sul­ta­to dal­la com­mis­sione di inchi­es­ta né dai mag­is­trati che inda­garono all’epoca. Se l’aereo si fos­se fra­cas­sato nell’impatto vio­len­to con il suo­lo, i rot­ta­mi sareb­bero dovu­ti rimanere intorno al relit­to e i cor­pi all’interno del­la cab­i­na, men­tre la macabra pre­sen­za di arti e bran­del­li di carne pen­zolan­ti dagli alberi e del­la mano di Mat­tei trova­ta tran­ci­a­ta prova­vano l’esatto con­trario. Era inoltre evi­dente che se l’aereo fos­se esploso e si fos­se incen­di­a­to a ter­ra – come sostene­va la com­mis­sione di inchi­es­ta pre­siedu­ta dal gen­erale dell’Aeronautica Ercole Savi –  le foglie dei piop­pi a pochi metri di dis­tan­za avreb­bero dovu­to pre­sentare almeno qualche seg­no di bru­ciatu­ra. Invece gli alberi era­no inte­gri, come ha accer­ta­to Calia.

E i resti umani trat­tenu­ti dai rami, sparpagliati in un rag­gio molto ampio, non pote­vano che essere “piovu­ti” dall’alto: dimostrazione ulte­ri­ore che il pic­co­lo jet fu dan­neg­gia­to in volo nel momen­to in cui il pilota, già in fase di atter­rag­gio, ave­va azion­a­to la leva di coman­do delle ruote, che fu infat­ti rin­venu­ta in posizione “car­rel­lo giù”.

Il rac­con­to di Calia è sor­pren­dente per la quan­tità di prove e di tes­ti­mo­ni­anze che il mag­is­tra­to riesce a recu­per­are a dis­tan­za di così tan­ti anni e nonos­tante tutte le ret­i­cen­ze, le resisten­ze, i silen­zi che anco­ra oggi avvol­go­no la vicen­da di Enri­co Mat­tei.

Enorme e sistematica attività di depistaggio

L’aspetto più inter­es­sante e scon­cer­tante è l’enorme e sis­tem­at­i­ca attiv­ità di depistag­gio e occul­ta­men­to delle prove fat­ta emerg­ere da Calia con la sua tenace azione giudiziaria frut­to di centi­na­ia di inter­roga­tori avvenu­ti nel più asso­lu­to ris­er­bo e del­la con­sul­tazione di doc­u­men­ti che fan­no luce sul delit­to.

Un delit­to mat­u­ra­to nelle alte sfere del­lo Sta­to, i cui man­dan­ti non anda­vano ricer­cati all’esterno, tra le “sette sorelle” del petro­lio con cui il pres­i­dente dell’Eni era ormai in procin­to di scen­dere a com­pro­mes­so, ma all’interno: nei poten­tati del­la Dc e negli appa­rati del­lo Sta­to più esposti nel­la lot­ta inter­nazionale con­tro il comu­nis­mo, i quali vede­vano in Mat­tei – nel­la sua stra­or­di­nar­ia capac­ità di manovrare il par­la­men­to e i par­ti­ti e di con­dizionare la polit­i­ca estera – un nemi­co da abbat­tere.

Il reg­ista Francesco Rosi, con Clau­dia Car­di­nale, pre­sen­ta il suo film ‘Il Caso Mat­tei’ al Fes­ti­val del Cin­e­ma di Cannes Film Fes­ti­val, 13 Mag­gio 1972. Keystone/Hulton Archive/Getty Images

Nell’immaginario col­let­ti­vo la sci­agu­ra di Bas­capé era sta­ta fis­sa­ta come un inci­dente e tale dove­va restare.

E tut­ti col­oro che si dis­costarono dal­la nar­razione uffi­ciale dei fat­ti furono in qualche modo neu­tral­iz­za­ti. Alcu­ni ci rim­is­ero la vita, forse s’erano avvi­c­i­nati trop­po alla ver­ità. Altri si las­cia­rono com­prare con con­sulen­ze, prebende, lib­ri e arti­coli ricat­ta­tori pub­bli­cati, poi riti­rati o solo minac­ciati.

Una scia di sangue

Il cada­v­ere di Mat­tei las­cia sul cam­po una scia di sangue impres­sio­n­ante. La più inqui­etante è la morte di Mari­no Loret­ti, il motorista dei due Morane Saulnier con cui viag­gia­va Mat­tei, molto ami­co del coman­dante Bertuzzi. Loret­ti fu accusato di aver dimen­ti­ca­to un cac­ciavite nel motore di uno dei due jet durante un’attività di manuten­zione (vicen­da su cui si è molto ironiz­za­to, pas­sa­ta alla sto­ria come ”atten­ta­to del cac­ciavite”). In realtà il cac­ciavite era sta­to las­ci­a­to appos­ta da qual­cun altro affinché la respon­s­abil­ità potesse ricadere su Loret­ti: il quale fu rimosso dall’incarico e trasfer­i­to in Africa. Un tec­ni­co di grande espe­rien­za, uomo di estrema fidu­cia di Bertuzzi, veni­va così allon­tana­to dai Morane Saulnier pri­ma dell’ottobre 1962, men­tre il pres­i­dente dell’Eni riceve­va pesan­ti minac­ce di morte e l’efficienza e la vig­i­lan­za sui suoi aerei diveni­vano anco­ra più impor­tan­ti per la sua sicurez­za. Loret­ti finì per dimet­ter­si dall’Eni e per andare a lavo­rare per una pic­co­la com­pag­nia aerea. Morì nel 1969 pilotan­do un pic­co­lo aereo tra Ciampino e Roma Urbe. I due motori si piantarono in fase di decol­lo e l’aereo pre­cip­itò.

Gian Maria Volon­té ne Il caso Mat­tei (1972)

Qui com­in­cia un’altra sto­ria: Calia acqui­sisce agli atti le carte del­la com­mis­sione d’inchiesta che ave­va accer­ta­to come causa dell’incidente di Loret­ti la man­can­za di car­bu­rante e sco­pre, attra­ver­so doc­u­men­ti e tes­ti­mo­ni­anze, che l’aereo ave­va cherosene più che suf­fi­ciente e che i motori s’erano piantati per­ché qual­cuno durante la notte, a Ciampino, ave­va ver­sato parec­chi litri d’acqua nel ser­ba­toio. Loret­ti fa in sostan­za la stes­sa fine di Mat­tei.

E muore pochi mesi dopo aver invi­a­to una let­tera a Ita­lo Mat­tei, fratel­lo del fonda­tore dell’Eni, dove scrive di essere sta­to allon­tana­to in modo inten­zionale dall’incarico di motorista e di pot­er sug­gerire con le infor­mazioni di cui è in pos­ses­so una nuo­va pista inves­tiga­ti­va sul­la morte di Enri­co Mat­tei.

Per­ché la com­mis­sione d’inchiesta tacque sull’acqua nel ser­ba­toio dell’aereo nonos­tante l’esame di un cam­pi­one di car­bu­rante effet­tua­to dai lab­o­ra­tori dell’aeronautica mil­itare ne avesse ril­e­va­to la pre­sen­za?

Per­ché col­lab­o­rarono alle indagi­ni un ingeg­nere e un cap­i­tano dei servizi seg­reti?

Uno dei due, Romual­do Moli­nari, si trova­va per­al­tro in Sicil­ia nell’ottobre 1962 come pilota di un grup­po di volo del coman­do dell’aeronautica mil­itare anti­Som di Fonta­narossa nei cui hangar era sta­to ricov­er­a­to, nel­la notte tra il 26 e il 27, l’aereo di Mat­tei. Tante. Troppe coin­ci­den­ze.

Il rapimento di De Mauro

Mau­ro De Mau­ro. Wikipedia

La scia di sangue avan­za con la morte di Mau­ro De Mau­ro, il cro­nista del quo­tid­i­ano di Paler­mo “L’Ora”, il cui rapi­men­to trascin­erà con sé altre mor­ti. La sera del 16 set­tem­bre 1970, De Mau­ro si allon­tana sul­la sua Bmw con alcu­ni uomi­ni di Cosa nos­tra che lo aspet­ta­vano sot­to casa e sparisce nel nul­la. Il suo cor­po non sarà mai ritrova­to. Era sta­to incar­i­ca­to dal reg­ista Francesco Rosi di ricostru­ire, per la pro­duzione del film su Mat­tei, gli ulti­mi due giorni di vita del pres­i­dente dell’Eni, trascor­si in Sicil­ia.

De Mau­ro riper­corre il tragit­to di Mat­tei. Va a Gagliano Castel­fer­ra­to, in provin­cia di Enna e poi a Riesi, il paese del mafioso Di Cristi­na, di cui era sta­to tes­ti­mone di nozze Graziano Ver­zot­to, il seg­re­tario regionale del­la Dc che cura­va le relazioni esterne dell’Eni in Sicil­ia. Va a Gela. E incon­tra a Paler­mo i poten­ti dell’epoca, tra cui Ver­zot­to e l’avvocato Vito Guar­rasi, una delle fig­ure più ambigue del­la sto­ria sicil­iana e nazionale, che nel 1943 ave­va parte­ci­pa­to alla mis­sione ital­iana pres­so il coman­do alleato ad Algeri. Ad ami­ci e par­en­ti De Mau­ro con­fi­da di avere in tas­ca uno scoop che farà tremare l’Italia.

Come scrisse Leonar­do Sci­as­cia, forse ave­va det­to la cosa gius­ta alla per­sona sbagli­a­ta o forse la cosa sbagli­a­ta alla per­sona gius­ta.

Il rin­ven­i­men­to dell’auto di Mau­ro De Mau­ro. Wikipedia

Sta di fat­to che le indagi­ni del­la polizia, ind­i­riz­zate fin dal pri­mo momen­to sul­la pista Mat­tei, furono presto abban­do­nate a favore di quelle dei cara­binieri, i quali sostenevano che De Mau­ro fos­se sta­to rapi­to per i suoi arti­coli sui traf­fi­ci di stu­pe­facen­ti del­la mafia. L’allora colon­nel­lo Car­lo Aber­to Dal­la Chi­es­ta, coman­dante del­la legione dei cara­binieri di Paler­mo, ebbe uno scon­tro ver­bale con la moglie di De Mau­ro, che imputa­va invece il rapi­men­to del mar­i­to al lavoro sul­la ricostruzione degli ulti­mi giorni di Mat­tei in Sicil­ia che lo ave­va assor­bito nei mesi prece­den­ti.

Come De Mau­ro era scom­par­so nel nul­la, così si dis­solsero le indagi­ni sul suo con­to.

L’avvocato Vito Guar­rasi. Car­lo Carino/Imagoeconomica

Annacquare le indagini

Calia stu­dia le carte e nel 1988 chia­ma a deporre tra gli altri il sos­ti­tu­to procu­ra­tore di Paler­mo Ugo Saito incar­i­ca­to delle indagi­ni. Saito dichiara che l’ordine di annac­quare le ricerche era par­ti­to dal capo dei servizi seg­reti, Vito Miceli, durante una riu­nione cui ave­va parte­ci­pa­to il vice­que­store Boris Giu­liano (a sua vol­ta ucciso dal­la mafia), e che l’ultimo anel­lo del­la cate­na delit­tu­osa su cui inda­ga­va la Procu­ra di Paler­mo era Amintore Fan­fani.

Saito aggiunge che era in procin­to di trasmet­tere gli atti delle indagi­ni su De Mau­ro alla Procu­ra di Pavia, chieden­do l’arresto di Fan­fani per l’omicidio di Enri­co Mat­tei.

E tira in bal­lo anche un altro nome: “Ho anche memo­ria del fat­to che dagli atti pote­vano emerg­ere ipote­si di respon­s­abil­ità a cari­co di alcu­ni per­son­ag­gi di rile­vo del­la vita ital­iana. Fan­fani, Cefis…”. Per­al­tro, stan­do alla ricostruzione di Junia De Mau­ro, figlia del gior­nal­ista, sem­bra che anche Mau­ro De Mau­ro attribuisse a Cefis “pre­cise respon­s­abil­ità sul­la morte di Mat­tei”.

1968 – Euge­nio Cefis Vice Pres­i­dente dell’ENI (Ente Nazionale Idro­car­buri). Key­stone Pic­tures USA/ZUMAPRESS.com

Il braccio destro

Euge­nio Cefis era sta­to l’ombra di Mat­tei all’Eni. Allie­vo del­la scuo­la mil­itare di Mod­e­na e poi agente del Sim, il con­tros­pi­onag­gio mil­itare fascista, Cefis è in Val­dos­so­la durante la resisten­za come vice­co­man­dante del­la divi­sione Val­toce e come orga­niz­za­tore delle brigate “Di Dio”. Durante la guer­ra par­ti­giana conosce Mat­tei, che è a capo delle for­mazioni cat­toliche, il quale dopo la lib­er­azione lo vor­rà al suo fian­co all’Agip.

Quan­do nel 1953 nasce l’Eni, Cefis diven­ta il numero due del grup­po. E’ l’uomo delle oper­azioni ris­er­vate di Mat­tei. La sua inter­fac­cia in Sicil­ia è l’avvocato Guar­rasi, il suo acer­ri­mo nemi­co il sen­a­tore Ver­zot­to. Ful­vio Belli­ni, autore di un famoso libro su Mat­tei, dice­va che Cefis traesse il pro­prio potere non sono dal fat­to di tenere in pug­no un cer­to numero di dep­u­tati e sen­a­tori, ma anche dal­la capac­ità di gestire somme di denaro ril­e­van­ti al di fuori dei fini isti­tuzion­ali dell’Eni. Ave­va il cul­to del­la seg­retez­za ed era­no suoi ami­ci alcu­ni espo­nen­ti di pun­ta dei servizi, da cui riceve­va infor­mazioni di pri­ma mano e per i quali rap­p­re­sen­ta­va a sua vol­ta un pun­to di rifer­i­men­to, come se avesse rice­vu­to una qualche investi­tu­ra supe­ri­ore. Un appun­to dei servizi ritrova­to da Scalia, il cui gra­do di attendibil­ità è tut­to da dimostrare, lo indi­ca come fonda­tore del­la P2. Di cer­to conosce­va parec­chi espo­nen­ti del­la log­gia e il mae­stro ven­er­a­bile Licio Gel­li, con il quale restò in con­tat­to fino al momen­to in cui questi non fu arresta­to in Svizzera.

L’originale del documento dei servizi in cui si indica Eugenio Cefis come fondatore della loggia P2 (evidenziato da Business Insider Italia) .

Chiarelet­tere
Chiarelet­tere
Chiarelet­tere

La sua car­ri­era sem­bra­va dovesse ces­sare nel gen­naio 1962, quan­do Cefis las­ciò l’Eni per ragioni mai chiarite. Uffi­cial­mente si dimise per motivi per­son­ali. Ita­lo Mat­tei sostenne invece che il fratel­lo lo avesse allon­tana­to per­ché ne ave­va scop­er­to i maneg­gi e lo con­sid­er­a­va un doppi­o­giochista asservi­to agli amer­i­cani.

La sua usci­ta di sce­na dura però appe­na nove mesi. Subito dopo la morte di Mat­tei, Fan­fani lo nom­i­na infat­ti capo dell’Eni, dove resterà – pri­ma come vicepres­i­dente esec­u­ti­vo e poi come pres­i­dente – fino al momen­to del suo sbar­co in Monte­di­son. L’Eni ave­va sca­la­to con i sol­di del­lo Sta­to la più grande impre­sa chim­i­ca pri­va­ta, che Cefis guidò con piglio riso­lu­to fino al 1977, finché non decise di uscire per sem­pre dal­la sce­na pub­bli­ca, andan­do a vivere in Svizzera ma con­tin­uan­do a curare i pro­pri affari di famiglia spar­si tra l’Italia e il Cana­da.

Enri­co Mat­tei a un raduno di par­ti­giani. Wikipedia

L’accusa di PPP

Cosa sape­va Cefis del­la morte di Mat­tei? Cosa ave­va capi­to? Mario Reali, che è sta­to a lun­go rap­p­re­sen­tante dell’Eni a Mosca nel peri­o­do sovi­eti­co e che ave­va rap­por­ti con il pri­mo min­istro Alek­sej Kos­sigh­in e con altre per­son­al­ità dell’Urss, sostiene che Cefis conoscesse la ver­ità sul­la morte di Mat­tei. Sab­ri­na Pisu cita fra le altre cose un appun­to ris­er­va­to trasmes­so il 9 dicem­bre 1970 dal que­store di Milano al min­is­tero dell’Interno e alla divi­sione Affari ris­er­vati, dove si affer­ma che la respon­s­abil­ità di Cefis nel­la morte di Mat­tei fos­se molto più diret­ta di quan­to si cre­desse allo­ra e che nell’Eni più d’uno ne era con­vin­to.

Calia da mag­is­tra­to non si pro­nun­cia. Per lui par­la l’inchiesta, anche se con­clude il libro con una citazione di “Petro­lio”, il roman­zo di Pier Pao­lo Pasoli­ni pub­bli­ca­to pos­tu­mo, di cui uno dei per­son­ag­gi è Car­lo Troya, alias Euge­nio Cefis. La citazione è emblem­at­i­ca: “In questo pre­ciso momen­to stori­co Troya sta per essere fat­to pres­i­dente dell’Eni: e ciò impli­ca la sop­pres­sione del suo pre­de­ces­sore”.

L’ombra del caso Mat­tei con la sua sequen­za di delit­ti si allun­ga fino alla spi­ag­gia dell’idroscalo di Ostia, dove nel­la notte tra l’1 e il 2 novem­bre 1975 lo scrit­tore “cor­saro” è assas­si­na­to in modo effer­a­to. E anco­ra una vol­ta il nome di Cefis è accosta­to, in tem­pi non sospet­ti, alla morte del fonda­tore del grup­po del “cane a sei zampe”: non da un mag­is­tra­to, ma dal più grande intel­let­tuale di quegli anni, il quale nelle sue opere anda­va denun­cian­do la natu­ra vio­len­ta, bru­tale e omolo­gante del potere.

 

https://it.businessinsider.com/esclusivo-omicidio-mattei-depistaggi-e-bugie-su-un-delitto-di-stato-raccontati-dal-magistrato-che-ha-scoperto-la-verita/

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