SGARBI: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLO

SGARBI: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLOVITTORIONE: ‘HO PROBLEMI DI EREZIONE, MA NON È UNA MALATTIA, È AVERE MENO ENERGIE. PARAGONARE IL VIAGRA ALLE DROGHE È SBAGLIATO’ — E POI ALLA DE GIROLAMO, SPOSATA CON IL DEPUTATO BOCCIA: ‘LUI USA IL CIALIS O NO?’. LEI RISPONDE PICCATA (VIDEO)

SGARBI IERI DANEMO’: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLO

Sgar­bi ieri sera a ‘Nemo’ su Rai2: Le gran­di con­quiste: Berlus­coni ha avu­to meno di 100 donne, 35mila Cas­tro, Cal­i­fano tre al mese. La vec­chi­a­ia colpisce più l’uccello che il cervel­lo’. Luc­ci: ‘T’è rimas­ta la pit­tura Vit­to’’

Da www.ilfattoquotidiano.it

VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO

Dibat­ti­to a Tagadà (La7) sulle pil­lole blu e sul Cialis, per i quali il criti­co d’arte Vit­to­rio Sgar­bi invo­ca la lib­er­al­iz­zazione: “E’ biz­zarro parag­onare il Via­gra alle droghe. Io sto invec­chi­an­do, ho dei prob­le­mi di erezione quin­di non cre­do si trat­ti di una malat­tia, ma di ener­gia che il tem­po limi­ta. Ma con le donne non ho nes­sun prob­le­ma psi­co­logi­co”. “Io sper­a­vo che Sgar­bi con un’opera d’arte trovasse la sua ispi­razione”, com­men­ta la dep­u­ta­ta di Forza Italia, Nun­zia De Giro­lamo.

VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO

In certe situ­azioni, soprat­tut­to in quelle coni­u­gali” – repli­ca Sgar­bi – “l’eccitazione è ridot­ta per la con­sue­tu­dine. Non tro­vo che un med­i­c­i­nale, che ti riac­cende il deside­rio fisi­co, deb­ba essere parag­o­na­to a una dro­ga”. “Mi hai depres­so con questo rifer­i­men­to allo sta­to coni­u­gale”, osser­va la par­la­mentare. “Ma Boc­cia usa Cialis o no?“, chiede il criti­co. E De Giro­lamo risponde: “Spero pro­prio di no“

Cialis Cialis il falso viagra contiene arsenico il fal­so via­gra con­tiene arseni­co pillole viagra pil­lole via­gra

 

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/sgarbi-vecchiaia-colpisce-pi-uccello-che-cervello-vittorione-144831.htm

Share / Con­di­vi­di:

GONG! TERZO ROUND TRA MAGALLI E ADRIANA VOLPE

1. GONG! TERZO ROUND TRA MAGALLI E ADRIANA VOLPE: ‘IO SESSISTA? LE DONNE FORSE SI SENTIREBBERO PIÙ INSULTATE SE SAPESSERO COME FA LEI A LAVORARE DA 20 ANNI…’
2. GIANCARLONE AVEVA DATO DELLAROMPIPALLEALLA COLLEGA CHE AVEVA RICORDATO LA SUA ETÀ (PER LIBERARSI DI LUI, SOSTIENE MAGALLI), E LEI LO AVEVA ACCUSATO DI SESSISMO
3. LA VOLPE NON CI STA E REPLICA: IN QUANTO DONNA DEVO ESSERE RISPETTATA SUL POSTO DI LAVORO. MAGALLI PERSEVERA CON UN COMPORTAMENTO MASCHILISTA. ORA VOGLIO GIUSTIZIA PER ME E PER TUTTE LE DONNE CHE SUBISCONO INSULTI E OFFESE SUL LAVORO
4. E AGGIUNGE: ‘QUANTO È DIFFICILE SORRIDERE IN DIRETTA, MA IO LO FACCIO SOLO PER…’

Giuseppe Can­dela per Dagospia

GIANCARLO MAGALLI CONTRO ADRIANA VOLPE GIANCARLO MAGALLI CONTRO ADRIANA VOLPE

Gian­car­lo Mag­a­l­li con­tro Adri­ana Volpe: il sec­on­do round. Il pri­mo era anda­to in onda pochi giorni fa a suon di “rompi­palle” durante I Fat­ti Vostri e subito dopo la mes­sa in onda la lite era pros­e­gui­ta con attac­chi e con­trorepliche sui social (ma una tele­fona­ta, no?). Cli­ma tesis­si­mo in onda e forse una richi­es­ta di mag­giore cal­ma da parte dei diri­gen­ti di Viale Mazz­i­ni che non ha por­ta­to però risul­tati.

La situ­azione, se pos­si­bile, si è fat­ta anco­ra più com­p­lessa nelle ultime ore da quan­do il con­dut­tore, sem­pre su Face­book, ha deciso di rispon­dere ad una crit­i­ca del gior­nal­ista Wal­ter Gian­nò che ha ave­va così com­men­ta­to la vicen­da:  “Gian­car­lo Mag­a­l­li che se la prende con Adri­ana Volpe solo per­ché ques­ta ha ricorda­to in TV l’età è da pen­sione imme­di­a­ta. Gli insul­ti in diret­ta sono sta­ti ver­gog­nosi. Eppure la RAI — tan­to celere a buttare fuori Pao­la Perego- non ha mosso un dito con­tro il con­dut­tore dei Fat­ti Vostri.”

ADRIANA VOLPE RISPONDE A GIANCARLO MAGALLI ADRIANA VOLPE RISPONDE A GIANCARLO MAGALLI

Il com­men­to del con­dut­tore ama­to sul web è arriva­to a stret­to giro: “Insul­ti ver­gog­nosi? Ma hai vis­to quel­lo che è suc­ces­so o par­li solo per sen­ti­to dire? Le ho solo det­to che è una rompi­palle, e quel­lo è un fat­to, non un insul­to. Poi lei, e forse questo ti ha coin­volto, ha cer­ca­to di far­lo pas­sare come un insul­to alle donne, ma io ce l’avevo solo con lei, non con le donne che ho sem­pre rispet­ta­to e che forse si sen­tireb­bero più insul­tate se sapessero come fa a lavo­rare da 20 anni…”

A cosa e soprat­tut­to a chi si riferisce? L’ultima frase non è cer­to pas­sa­ta inosser­va­ta sui social e il com­men­to è sta­to subito bol­la­to come ses­sista e vol­gare. Mag­a­l­li, forse accor­tosi del tono usato, ha poi aggiun­to che “dopo otto anni la pazien­za può scap­pare”.

MAGALLI VOLPE MAGALLI VOLPE

La Volpe ha dunque sbot­ta­to com­men­tan­do: “Come Adri­ana Volpe pos­so piacere o non piacere, pos­so avere anche detrat­tori sul pro­fi­lo pro­fes­sion­ale, ma come don­na NO, in quan­to don­na devo essere rispet­ta­ta sul pos­to di lavoro . Per­se­vera con un com­por­ta­men­to ses­sista e maschilista (inizial­mente ave­va scrit­to omo­fobo per poi mod­i­fi­care, ndr). Ora voglio gius­tizia  per me e per tutte le donne che subis­cono insul­ti e offese sul lavoro . Quan­to è dif­fi­cile sor­rid­ere in diret­ta , lo fac­cio per tutte le per­sone che lavo­ra­no per questo pro­gram­ma e per rispet­to ai tele­spet­ta­tori.”

MAGALLI VOLPE MAGALLI VOLPE

Ci sarà l’intervento dei ver­ti­ci azien­dali? Avvisate la Boldri­ni! Nelle ultime ore, come antic­i­pa­to da Tvl­blog, Adri­ana Volpe potrebbe las­cia­re la con­duzione del pro­gram­ma la prossi­ma sta­gione.

adriana volpe adri­ana volpe ADRIANA VOLPE ADRIANA VOLPE Adriana Volpe Adri­ana Volpe giancarlo magalli gian­car­lo mag­a­l­li

 

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/gong-terzo-round-magalli-adriana-volpe-io-sessista-donne-forse-144843.htm

Share / Con­di­vi­di:

DOVEVA ESSERE L’EREDE DI ROCCO SIFFREDI E INVECE OMAR GALANTI HA LASCIATO IL PORNO

1. DOVEVA ESSERE L’EREDE DI ROCCO SIFFREDI E INVECE OMAR GALANTI HA LASCIATO IL PORNO
2. “MI SONO RITIRATO QUATTRO ANNI FA, HO DECISO DI FARE IL PAPA’ A TEMPO PIENO. ORA IL FISCO MI STA MASSACRANDO: MI E’ ARRIVATO UN MILIONE DI EURO DI CARTELLE ESATTORIALI
3. “COME HANNO FATTO? UN FINANZIERE SI È MESSO A VEDERE TUTTI I MIEI FILM E HA CALCOLATO QUANTO AVREI GUADAGNATO, VALUTANDO MILLE EURO A SCENA. SI È FATTO UN SACCO DI PIPPE
4. “ROCCO? E’ UN MITO, MA IL MIO PISELLO HA UNA CIRCONFERENZA PIÙ GRANDE: 24 CM DI LUNGHEZZA E 7 DI LARGHEZZA. SESSO ANALE? FA MALE SOLO COL PISELLO MOSCIO…”

omar galanti 4 omar galan­ti 4

Da “la Zan­zara — Radio 24”

Mi sono riti­ra­to dal porno nel 2013 e non mi man­ca per nul­la. Ho deciso di fare il papà a tem­po pieno. Adesso ha undi­ci anni e fra qualche anno le spiegherò quel­lo che ho fat­to. Non ho nul­la da nascon­dere. Vole­vo restare vici­no alla famiglia e rischi­a­vo il fon­do del bar­ile. E poi il fis­co. Mi stan­no mas­sacran­do, qua­si un mil­ione di euro di cartelle esat­to­ri­ali”.

Par­la Omar Galan­ti, uno dei più famosi pornoat­tori ital­iani, piemon­tese, riti­ratosi dall’hard quat­tro anni fa. A La Zan­zara su Radio 24 dice: “Poco tem­po fa mi è arriva­ta una cartel­la esat­to­ri­ale che mi ha pie­ga­to in due. Stan­no anco­ra dan­do avan­ti, sosten­gono che ho guadag­na­to mil­ioni di euro ma vado in giro con una Berlin­go. C’è un finanziere che si è mes­so a guardare tut­ti i miei film, si sarà fat­to una marea di pippe. Sce­na per sce­na, le attri­ci, gli attori, i posti, han­no ipo­tiz­za­to quan­to avrei guadag­na­to: han­no cal­co­la­to mille euro a sce­na. Ma chi li ha mai pre­si? Mag­a­ri. Ha fat­to bene Roc­co ad andarsene in Unghe­ria”.

omar galanti omar galan­ti

Quali sono le tue mis­ure Omar?: “Ven­ti­quat­tro di lunghez­za, anche se il mio è stor­to ver­so sin­is­tra e sem­bra più cor­to. E sette di diametro”. Più grosso il tuo o quel­lo di Roc­co Siffre­di?: “Di diametro il mio. Lui è pri­mo in tut­to, las­ci­ate­mi almeno il diametro”. “Ho inizia­to a fare porno – rac­con­ta Galan­ti – pro­prio con Roc­co a Bar­cel­lona, era il 2002. Era il mio mito. Ho com­in­ci­a­to a girare film hard per­ché pen­sa­vo di diventare ric­co. Ero con­vin­to. E invece no. Oggi non più. Adesso voglio fare l’istruttore di ciclis­mo, lavoro per quel­lo e stu­dio per diventare mae­stro fed­erale”.

omar galanti 5 omar galan­ti 5

E il ses­so anale, è così dram­mati­co come rac­con­ta la pro­fes­sores­sa De Mari?: “Innanz­i­tut­to bisogna saper­lo usare. Anale non fa male quan­do è duro. Scivola di più. Immag­i­nate il cop­er­tone di una macchi­na gon­fi­a­to a diciot­to atmos­fere. Quan­do voi accel­er­ate slit­ta sul fon­dale, quan­do è molle ha più aderen­za e strap­pa.

Quan­do il pisel­lo è duro entra e scivola bene, molle invece strap­pa e fa male. Non è teo­ria, è prat­i­ca appli­ca­ta. Se la pro­fes­sores­sa De mari ha bisog­no, mi ren­do disponi­bile”. “Sono felice­mente sposato – dice anco­ra – e ho due bam­bi­ni. Non tradis­co. Ho sco­pa­to tan­to e mia moglie ha avu­to un’apertura men­tale incred­i­bile. Il mio sog­no eroti­co? Trom­bar­mi una mor­ta, mag­a­ri la fac­cio tornare in vita”.

omar galanti 3 omar galan­ti 3 omar galanti 1 omar galan­ti 1 omar galanti 11 omar galan­ti 11 omar galanti omar galan­ti omar galanti 12 omar galan­ti 12 omar galanti 2 omar galan­ti 2 omar galanti 3 omar galan­ti 3 omar galanti 4 omar galan­ti 4

 

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/doveva-essere-erede-rocco-siffredi-invece-omar-galanti-ha-lasciato-144871.htm

Share / Con­di­vi­di:

Tangenti in Congo del fondo Och Ziff, le autorità Usa chiedono informazioni all’Eni

Car­lot­ta Scoz­zari

Roma 23/06/2016, l’allora pre­mier Mat­teo Ren­zi incon­tra i ver­ti­ci delle prin­ci­pali aziende ener­getiche nazion­ali. Nel­la foto Clau­dio Descalzi, ad dell’Eni, e Ren­zi — foto di Pier­pao­lo Scav­uz­zo / AGF

Dopo la Nige­ria, dall’Africa giunge l’eco di una nuo­va vicen­da di cor­ruzione che toc­ca indi­ret­ta­mente l’Eni, ques­ta vol­ta come tes­ti­mone e poten­ziale parte lesa. A fornire qualche gener­i­ca infor­mazione sul­la vicen­da è il bilan­cio del 2016 del grup­po petro­lif­ero guida­to dall’amministratore del­e­ga­to, Clau­dio Descalzi: “In data 9 luglio 2015 – si legge nel doc­u­men­to – Eni ha rice­vu­to la noti­fi­ca di un “sub-poe­na” (un atto di citazione, ndr) pres­so la sede di New York. Si trat­ta – spie­ga anco­ra il doc­u­men­to – di una richi­es­ta di pro­duzione doc­u­men­tale emes­sa dal Depart­ment of Jus­tice degli Usa in vista di un’audizione di un rap­p­re­sen­tante di Eni in relazione agli asset Marine XII in Con­go e a rap­por­ti intrat­tenu­ti con alcune per­sone fisiche e soci­età indi­cate nell’atto”.
Come si può notare dal­la nota del bilan­cio, il ris­er­bo sui nomi delle per­sone e delle soci­età coin­volte è mas­si­mo. Tut­tavia, qualche indi­cazione in più sul­la vicen­da, che aiu­ta a sbrogliare la matas­sa, si rica­va dalle domande riv­olte dall’azionista Fon­dazione cul­tur­ale respon­s­abil­ità eti­ca (Ban­ca Eti­ca) all’assemblea dei soci di Eni del mag­gio del 2016. E’, infat­ti, in quell’occasione che il man­age­ment ammette un coin­vol­gi­men­to del­la soci­età ital­iana parte­ci­pa­ta al 30% dal Tesoro (il 25,8% tramite la Cas­sa deposi­ti e presti­ti), in qual­ità di tes­ti­mone, nell’indagine sul fon­do hedge amer­i­cano Och Ziff con­dot­ta da alcune autorità amer­i­cane, nel­lo speci­fi­co la Sec e il Dipar­ti­men­to di gius­tizia, che ipo­tiz­zano episo­di di cor­ruzione in relazione ad alcu­ni inves­ti­men­ti in Africa.

Clau­dio Descalzi, ad dell’Eni, pri­ma dell’investor day di Milano, aprile 2016 – foto di GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Nel frat­tem­po, lo scor­so set­tem­bre, quelle indagi­ni sono giunte a con­clu­sione. E Och Ziff, una poten­za nel mon­do dei fon­di con masse in ges­tione per qua­si 34 mil­iar­di di dol­lari alla fine del 2015, ha siglato un accor­do di pat­teggia­men­to con la Sec, omol­o­go a stelle e strisce del­la nos­tra Con­sob, nell’ambito del quale ha dovu­to pagare una sanzione da un totale di 413 mil­ioni di dol­lari. L’anello di con­giun­zione tra Eni e Och Ziff si chia­ma Marine XII ed è il bloc­co con cui la soci­età ital­iana, in Con­go, si occu­pa del­la pro­duzione di petro­lio. Eni, in par­ti­co­lare, parte­ci­pa Marine XXII a mag­gio­ran­za, con una quo­ta del 65%, men­tre gli altri azion­isti sono l’azienda pub­bli­ca con­golese Snpc, al 10%, e New Age african glob­al ener­gy, al 25 per cen­to. E quest’ultimo – e qui si chi­ude il cer­chio, almeno per adesso – è il fon­do spe­cial­iz­za­to in inves­ti­men­ti in petro­lio e gas nel con­ti­nente africano che con­ta tra i prin­ci­pali azion­isti e pro­mo­tori Och Ziff.

Il pres­i­dente del Con­go Denis Sas­sou Ngues­so a Brux­elles – foto di THIERRY CHARLIER/AFP/Getty Images

Dall’indagine del­la Sec emerge che l’hedge fund statu­nitense ha uti­liz­za­to inter­me­di­ari e uomi­ni d’affari per pagare tan­gen­ti ad alti espo­nen­ti del gov­er­no in Africa. Sem­pre sec­on­do le con­clu­sioni cui è giun­ta la Sec, tali paga­men­ti illeciti han­no indot­to il fon­do sovra­no libi­co Libyan Invest­ment Author­i­ty (Lia, vec­chia conoscen­za del­la finan­za ital­iana per­ché già azion­ista ril­e­vante di Uni­cred­it, Fin­mec­ca­ni­ca-Leonar­do e Juven­tus) a inve­stire in alcu­ni veicoli gesti­ti da Och Ziff. Altre tan­gen­ti sono poi state pagate dall’hedge fund per assi­cu­rar­si dirit­ti di esplo­razione e per cor­rompere rap­p­re­sen­tan­ti del gov­er­no in Lib­ia, nel Ciad, in Guinea, in Nige­ria e in Con­go. Dei 413 mil­ioni di dol­lari di sanzione com­p­lessi­va, 200 sono servi­ti per sis­temare il pro­ced­i­men­to civile sec­on­do cui Och Ziff ha vio­la­to il codice estero anti cor­ruzione (For­eign Cor­rupt Prac­tices Act, Fcpa). Men­tre gli altri 213 mil­ioni rap­p­re­sen­tano la cifra che l’hedge fund avrebbe deciso di pagare per rag­giun­gere con il Dipar­ti­men­to di gius­tizia amer­i­cano un “deferred pros­e­cu­tion agree­ment“, ossia un accor­do che prevede la sospen­sione delle incrim­i­nazioni penali in cam­bio essen­zial­mente di una sanzione finanziaria.

08/05/2014 Roma, assem­blea degli azion­isti Eni. Nel­la foto Giuseppe Rec­chi e Pao­lo Sca­roni – foto di Scav­uz­zo / AGF

E’ pro­prio qui che la stra­da di Och Ziff incro­cia quel­la di Eni, per­ché evi­den­te­mente è nell’ambito di ques­ta indagine che va inquadra­ta la “richi­es­ta di pro­duzione doc­u­men­tale emes­sa dal Depart­ment of Jus­tice degli Usa in relazione agli asset Marine XII in Con­go e a rap­por­ti intrat­tenu­ti con alcune per­sone fisiche e soci­età” di cui par­la in ter­mi­ni gener­i­ci il bilan­cio del grup­po petro­lif­ero ital­iano e a cui è sta­to fat­to un rifer­i­men­to più esplic­i­to nell’assemblea dei soci del 2016. “Dai pri­mi con­tat­ti infor­mali inter­cor­si con l’autorità da parte dei legali amer­i­cani incar­i­cati da Eni – aggiunge il bilan­cio del 2016 in relazione alla vicen­da – l’atto si inserirebbe in un con­testo di indagine più ampio, nei con­fron­ti di par­ti terze, nell’ambito del quale Eni ha il ruo­lo di tes­ti­mone e – poten­zial­mente – di sogget­to dan­neg­gia­to. È sta­ta atti­va­ta la rac­col­ta del­la doc­u­men­tazione rispon­dente alle richi­este dell’autorità, con pro­gres­si­va pro­duzione all’autorità”.

Al cen­tro del­la ques­tione sem­bra esser­ci la ces­sione a New Age da parte del grup­po del Cane a sei zampe del 25% del­la licen­za in Marine XXII, risalente al 2009. Anche in questo caso, l’Eni ha affronta­to l’argomento in maniera più det­tagli­a­ta in occa­sione dell’assemblea dei soci del mag­gio del 2016, quan­do le indagi­ni del­la Sec su Och Ziff era­no anco­ra in cor­so. “La ven­di­ta del 25% a un ter­zo sogget­to – ha spie­ga­to il man­age­ment del grup­po petro­lif­ero a con­trol­lo pub­bli­co rispon­den­do alle domande del­la Fon­dazione cul­tur­ale respon­s­abil­ità eti­ca – era parte inte­grante dell’accordo siglato da Eni. Il gov­er­no con­golese ci ha infor­ma­to del nome di questo nuo­vo azion­ista, New Age, e in ottem­per­an­za agli impeg­ni ha paga­to a Eni le spese legate al suo ingres­so nel­la joint ven­ture. Di con­seguen­za, Eni non ha avu­to alcun dirit­to di selezionare né approvare New Age”.

LAUREA HONORIS CAUSA A DESCALZI (nel­la foto con la moglie Madeleine),
16-12-2016 – foto di SARA MINELLI / Ima­goe­co­nom­i­ca

Sem­bra quin­di da esclud­ere che la scelta dell’azionista da affi­an­care alla soci­età ital­iana in Marine XXII sia sta­ta con­dot­ta al ter­mine di una gara pub­bli­ca. Sec­on­do le con­clu­sioni cui giunge la Sec (che nel doc­u­men­to finale sulle indagi­ni omette alcu­ni nomi, tut­tavia facil­mente desum­i­bili), Och Ziff avrebbe con­clu­so l’operazione in Marine XXII nonos­tante “un sig­ni­fica­ti­vo ris­chio di cor­ruzione” e a dis­pet­to del parere con­trario dei pro­pri legali. Il doc­u­men­to dell’autorità amer­i­cana par­la addirit­tura di una con­feren­za tele­fon­i­ca in cui uno degli avvo­cati di Och Ziff fece un ulti­mo, dis­per­a­to ten­ta­ti­vo e “chi­amò dalle sue vacanze in Italia per fer­mare l’operazione”, ma sen­za rius­cirvi. Inoltre, il super fon­do hedge a stelle e strisce non è nem­meno sta­to in gra­do di spie­gare alla Sec il ruo­lo degli inter­me­di­ari Wal­ter Hen­nig e Jean-Yves Olivi­er, che han­no rice­vu­to 18 mil­ioni nell’ambito del­la transazione.

Eni sostiene di non essere sta­ta a conoscen­za delle pratiche cor­rut­tive. “Nel 2009 – affer­ma il man­age­ment del colos­so petro­lif­ero ital­iano all’assemblea dei soci del mag­gio del 2016 – seguen­do le indi­cazioni del gov­er­no con­golese, l’Eni ha con­dot­to una due dili­gence (un’analisi finanziaria appro­fon­di­ta, ndr) su New Age, col sup­por­to di una soci­età ester­na spe­cial­iz­za­ta, che non ha riv­e­la­to par­ti­co­lari prob­le­mi nel cam­po dell’anti-corruzione”. Ma poiché, nel frat­tem­po, dall’indagine del­la Sec è emer­so l’opposto, il grup­po guida­to da Descalzi avvierà una nuo­va due dili­gence sull’operazione? Non sem­bra che al momen­to una sim­i­le even­tu­al­ità si pos­sa esclud­ere.

08/04/2016 Vig­giano, Cen­tro olio Cova, per il trat­ta­men­to del petro­lio estrat­to in Val d’Agri da Eni – foto di ZUMAPRESS.com / AGF

Tra i dub­bi soll­e­vati in assem­blea dal­la Fon­dazione cul­tur­ale respon­s­abil­ità eti­ca, c’è anche quel­lo sul prez­zo paga­to da New Age alla soci­età ital­iana per la quo­ta in Marine XXII, pari a 53 mil­ioni di dol­lari, vale a dire qua­si un ter­zo del val­ore attuale net­to sti­ma­to in 142 mil­ioni di dol­lari. “New Age – è sta­ta la rispos­ta rice­vu­ta dal man­age­ment dell’Eni in assem­blea – ha riconosci­u­to a Eni Con­go una parte dei costi sostenu­ti in pas­sato, pari a 35,2 mil­ioni di dol­lari, più alcu­ni aggius­ta­men­ti sul prez­zo”. Il grup­po sem­bra quin­di con­fer­mare il prez­zo del­la quo­ta pari a 53 mil­ioni di dol­lari. Nel 2009, quan­do cioè New Age entrò in Marine XXII, pre­cisa sem­pre il man­age­ment del Cane a sei zampe nell’assemblea del 2016, “era sta­ta effet­tua­ta una sola scop­er­ta, per la pro­duzione di gas. Soltan­to con la sig­ni­fica­ti­va attiv­ità di esplo­razione che è venu­ta dopo, e i cui costi sono sta­ti sostenu­ti anche da New Age, sono emerse le ris­erve di gas e petro­lio annun­ci­ate poi da Eni”. Il grup­po petro­lif­ero ital­iano sem­bra essere sul­la difen­si­va, ma se effet­ti­va­mente New Age pagò un prez­zo bas­so e fuori mer­ca­to per la parte­ci­pazione, per Eni si tradur­rebbe in un dan­no con­cre­to e tan­gi­bile. Chissà se è anche a questo che la soci­età ital­iana si riferisce quan­do sostiene di avere poten­zial­mente, in ques­ta com­pli­ca­ta vicen­da, “il ruo­lo di sogget­to dan­neg­gia­to”.

https://it.businessinsider.com/tangenti-in-congo-del-fondo-och-ziff-le-autorita-usa-chiedono-informazioni-alleni/

Share / Con­di­vi­di:

Dove nasconderti (e quanto rimanere nel rifugio) se esplode una bomba atomica sulla tua città

Andy Kier­sz Dave Mosh­er

Shut­ter­stock

Il pres­i­dente Trump si è lan­ci­a­to in una nuo­va cor­sa agli arma­men­ti. La Rus­sia ha vio­la­to i trat­tati per accrescere il pro­prio arse­nale nucleare. La Corea del Nord sta svilup­pan­do mis­sili a lun­go rag­gio e si sta eserci­tan­do per la guer­ra nucleare — e l’esercito statu­nitense sta pren­den­do in con­sid­er­azione attac­chi pre­ven­tivi alle postazioni mil­i­tari del­la nazione iso­la­ta.

Nel frat­tem­po, il ter­ror­is­mo nucleare e le bombe sporche riman­gono una minac­cia pre­oc­cu­pante.

Anche se è improb­a­bile che queste situ­azioni inneschi­no l’opzione dis­per­a­ta del­la guer­ra nucleare, e men che meno di un’esplosione nel tuo quartiere, sono però molto pre­oc­cu­pan­ti.

Per cui potresti chieder­ti, “Come devo com­por­tar­mi in caso di soprav­viven­za a un’esplosione nucleare?”.

Michael Dil­lon, ricer­ca­tore del Lawrence Liv­er­more Nation­al Lab­o­ra­to­ry, ha fat­to un po’ di cal­coli e ha prova­to a immag­inare come com­por­tar­si in propos­i­to con uno stu­dio del 2014 pub­bli­ca­to dal gior­nale Pro­ceed­ings of the Roy­al Soci­ety A: Math­e­mat­i­cal and Phys­i­cal Sci­ences.

Analoga­mente, agen­zie gov­er­na­tive e altre orga­niz­zazioni han­no appro­fon­di­to questo ter­ri­bile  argo­men­to e han­no dif­fu­so rac­co­man­dazioni det­tagli­ate e piani d’intervento.

Lo sce­nario

TTstudio/Shutterstock

Sei in una grande cit­tà appe­na col­pi­ta da un’esplosione nucleare a bas­so poten­ziale, tra lo 0,1 e i 10 chilo­toni; una poten­za molto minore del­la bom­ba sgan­ci­a­ta su Hiroshi­ma, che era di cir­ca 15 chilo­toni. Non è improb­a­bile se si pen­sa ad arma­men­ti quali la nuo­va bom­ba a cadu­ta lib­era B61-12, che è sta­ta costru­i­ta dagli USA e rag­giunge i 50 chilo­toni, ma può essere por­ta­ta a una poten­za di 0,3 chilo­toni (Rus­sia e Pak­istan stan­no lavo­ran­do su sim­ili armi nucleari cosid­dette “tat­tiche”).

Gli stu­di han­no mostra­to che tu e almeno altri 100.000 tuoi concit­ta­di­ni potete sal­varvi, se rius­cite a restare sani di mente espo­nen­dovi poco alle radi­azioni.

Uno dei tuoi obi­et­tivi prin­ci­pali e imme­diati è quel­lo di evitare il fall-out.

Come evitare le radi­azioni del fall-out

Il fall-out è un insieme di mate­ri­ale esplo­si­vo, ter­reno e mac­erie vapor­iz­zate reso radioat­ti­vo e spar­so in giro dai ven­ti sot­to for­ma di pol­vere e cenere (a New York, ad esem­pio, si dif­fonderebbe ver­so est). Nel grafi­co sot­to è la mac­chia vio­la.

FEMA

La cosa migliore da fare è trovare un buon pos­to dove nascon­der­si. Mag­giore è la den­sità del mate­ri­ale che si frap­pone fra te e il mon­do ester­no, meglio è —  poi aspet­ta che i soc­cor­si ti rag­giungano.

Il gov­er­no USA racco­man­da di nascon­der­si in un edi­fi­cio vici­no, ma non tut­ti rap­p­re­sen­tano un vero riparo da un fall-out nucleare.

I rifu­gi inadeguati, che cos­ti­tu­is­cono cir­ca il 20% delle case, sono costru­iti con mate­ri­ali leg­geri e sono privi di scant­i­nati.

I rifu­gi migliori sono fat­ti di mat­toni pieni e cemen­to e privi di finestre. Come un rifu­gio antiatomi­co, appun­to.

Ques­ta immag­ine, trat­ta da una gui­da del gov­er­no USA for­nisce una vaga idea su che cosa ren­da un edi­fi­cio un pos­to migliore o peg­giore in cui nascon­der­si in caso di fall-out:

Liv­el­li di pro­tezione dalle radi­azioni offer­ti di vari edi­fi­ci e diver­si pun­ti. I numeri più alti sig­nif­i­cano un mag­gior liv­el­lo di pro­tezione. Lawrence Liv­er­more Nation­al Laboratory/FEMA

Nascon­der­si in un sot­to-sem­i­nter­ra­to di un con­do­minio in mat­toni di cinque piani, ad esem­pio, dovrebbe esporti a solo 1/200 del­la quan­tità di radi­azione da fall-out ester­na.

Men­tre restartene nel salot­to del­la tua casa a un piano costru­i­ta in leg­no, dimezzerà soltan­to la radi­azione, cosa che, se sei nei pres­si di un’esplosione nucleare non ti servirà a molto.

Allo­ra, cosa devi fare se non c’è un buon rifu­gio nelle imme­di­ate vic­i­nanze? Resti in un rifu­gio inadegua­to o rischi di esporti per trovare un rifu­gio migliore? E quan­to devi aspettare?

Resto o riman­go?

Nel suo stu­dio del 2014, Dil­lon ha svilup­pa­to dei mod­el­li per com­piere la scelta migliore. Men­tre la rispos­ta dipende dal­la dis­tan­za dall’esplosione, che deter­min­erà la veloc­ità con cui si pre­sen­terà il fall-out, esistono però alcune regole gen­er­ali da seguire.

Se durante l’esplosione ti tro­vi nelle imme­di­ate vic­i­nanze o all’interno di un rifu­gio soli­do, res­ta lì fino a quan­do i soc­cor­si ven­gono a evac­uar­ti ver­so un pos­to meno radioat­ti­vo.

Se non ti tro­vi già in un rifu­gio antiatomi­co, ma conosci un pos­to a cir­ca cinque minu­ti di dis­tan­za — mag­a­ri un grande con­do­minio con un sot­ter­ra­neo a qualche iso­la­to di dis­tan­za – i suo i cal­coli sug­geriscono di andar­ci velo­ce­mente e restarvi.

Ma se il bell’edificio di mat­toni pieni si tro­va a un quar­to d’ora, allo­ra è meglio rifu­gia­r­si nel rifu­gio ‘leg­gero’ per un po’— per spostar­ti prob­a­bil­mente dopo un’ora in un rifu­gio migliore.

Ciò per­ché un po’ del­la radi­azione più inten­sa dovu­ta a fall-out a quel pun­to si è pla­ca­ta, anche se è sem­pre meglio ridurre la tua espo­sizione.

https://it.businessinsider.com/dove-nasconderti-e-quanto-rimanere-nel-rifugio-se-esplode-una-bomba-atomica-sulla-tua-citta/

Share / Con­di­vi­di:

Esclusivo – Omicidio Mattei, depistaggi e bugie su un delitto di Stato raccontati dal magistrato che ha scoperto la verità

Giuseppe Oddo

La cop­er­ti­na del libro edi­to da Chiarelet­tere

Manomis­sione dell’altimetro” o “bom­ba a bor­do”. Sono le due ipote­si for­mu­late a cal­do in una per­izia dell’officina riparazioni motori dell’aeronautica di Novara con­dot­ta sui resti dei reat­tori dell’aereo pre­cip­i­ta­to il 27 otto­bre 1962 a Bas­capè, nei pres­si di Milano-Linate. Tenu­ta nascos­ta per decen­ni e scop­er­ta nel­la sec­on­da metà degli anni Novan­ta da Vin­cen­zo Calia, il sos­ti­tu­to procu­ra­tore di Pavia che riaprì le indagi­ni sul­la morte di Enri­co Mat­tei, la per­izia dell’aeronautica è una delle prove più lam­pan­ti dell’occultamento dei fat­ti e del depistag­gio avvenu­ti intorno all’assassinio del fonda­tore dell’Eni.

Per­ché di assas­sinio si trat­ta, con buona pace dei negazion­isti di ieri e di oggi.

Come ha accer­ta­to la Procu­ra di Pavia nel 2003, al ter­mine delle indagi­ni, il Morane Saulnier 760 pre­cip­i­ta­to a Bas­capè era sta­to sab­o­ta­to la sera prece­dente con una pic­co­la car­i­ca di esplo­si­vo, men­tre era parcheg­gia­to nell’aeroporto di Fonta­narossa, a Cata­nia. Mat­tei era sta­to con­vin­to a recar­si in Sicil­ia dove per­not­tò la notte tra il 26 e 27 otto­bre 1962 e dove scat­tò la trap­po­la del­la sua elim­i­nazione. Cosa nos­tra, attra­ver­so Ste­fano Bon­tate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristi­na, fece solo un lavoro di fiancheg­gia­men­to.

Il veliv­o­lo fu manomes­so da mani molto esperte. A fare da innesco fu il sis­tema di aper­tu­ra dei car­rel­li, che il pilota Irne­r­io Bertuzzi azionò quan­do il pic­co­lo jet era già allineato alla pista di Linate, pron­to per l’atterraggio.

Con­fer­i­men­to del­la cit­tad­i­nan­za ono­raria di Matel­ica al mag­is­tra­to Vin­cen­zo Calia. Cronache Mac­er­ate­si

La per­izia e varie altre carte inedite sul­la sci­agu­ra di Bas­capè fig­u­ra­no ora in un sag­gio di Chiarelet­tere che Busi­ness Insid­er Italia ha rice­vu­to in antepri­ma e che esce il 31 mar­zo in libre­ria: “Il caso Mat­tei”, lo stes­so tito­lo del film diret­to nel 1972 da Francesco Rosi, con Gian Maria Volon­tè nel­la parte del pro­tag­o­nista. Ed è un sag­gio che non passerà inosser­va­to, per­ché uno dei due autori è Calia. Il mag­is­tra­to, che oggi è procu­ra­tore aggiun­to del­la Procu­ra di Gen­o­va, ha scrit­to la pri­ma parte del libro, che con­tiene il rac­con­to dell’inchiesta e le sue con­vinzioni pro­fonde.

Del­la sec­on­da parte è invece autrice la gior­nal­ista di Euronews Sab­ri­na Pisu che avan­za una serie di ipote­si sui pre­sun­ti man­dan­ti dell’omicidio frut­to del­la mas­sa di indizi emer­sa dalle indagi­ni.

31/03/1977. Amintore Fan­fani, Pres­i­dente del Sen­a­to e Giulio Andreot­ti, Pres­i­dente del Con­siglio. AGF

Smontata la tesi dell’incidente

Calia smon­ta la tesi dell’incidente – accred­i­ta­ta dal­la com­mis­sione ammin­is­tra­ti­va di inchi­es­ta isti­tui­ta dall’allora min­istro del­la Dife­sa, Giulio Andreot­ti – e dimostra come l’aereo cadde per un’”esplosione lim­i­ta­ta non dis­trut­ti­va” all’interno del veliv­o­lo, innesca­ta dal con­geg­no di aper­tu­ra del car­rel­lo ante­ri­ore. Gli accer­ta­men­ti ese­gui­ti dall’esperto di tec­nolo­gia dei met­al­li Dona­to Fir­rao su pic­coli fram­men­ti dell’aereo, su ogget­ti per­son­ali di Mat­tei e su schegge estrat­te dai cor­pi riesumati, han­no evi­den­zi­a­to sui vari reper­ti la “pre­sen­za di mod­i­fi­cazioni” ricon­ducibili a “una sol­lecitazione ter­mi­ca e mec­ca­ni­ca di notev­ole inten­sità ma di breve dura­ta, carat­ter­is­ti­ca dei fenomeni esplo­sivi”. In prat­i­ca, la certez­za di un’esplosione.  L’ingegner Fir­rao ha anche parte­ci­pa­to al col­le­gio per­i­tale sul­la sci­agu­ra di Usti­ca.

La car­i­ca esplo­si­va era sta­ta sis­tem­a­ta nel crus­cot­to, pro­prio davan­ti al sedile del pilota Irne­r­io Bertuzzi, a destra del quale era sedu­to Mat­tei. Bertuzzi perse il con­trol­lo del veliv­o­lo a causa del­la pic­co­la defla­grazione, che invalidò tut­ti i passeg­geri. Viag­gia­va a bor­do anche il gior­nal­ista statu­nitense di Time-Life William McHale, che sta­va real­iz­zan­do un reportage su Mat­tei e che accettò all’ultimo momen­to l’invito del pres­i­dente dell’Eni di ritornare con lui a Milano. I cor­pi furono in parte spap­po­lati dall’esplosione, e fram­men­ti umani furono espul­si all’esterno, per la dis­in­te­grazione del tet­tuc­cio in plex­i­gas che chi­ude­va la cab­i­na di pilotag­gio, e ritrovati spar­si per i campi lun­go la trai­et­to­ria oppos­ta a quel­la di cadu­ta dell’aereo. Uno dei tes­ti­moni chi­ave, l’agricoltore Mario Ronchi, che ave­va vis­to nel buio del­la sera l’aereo in fiamme girare a vuo­to nel cielo e che fu il pri­mo ad arrivare sul luo­go del dis­as­tro, fu con­vin­to a ritrattare le inter­viste che ave­va rilas­ci­ate al Cor­riere del­la Sera e alla Rai.

Il Genen­erale Gio­van­ni Allave­na, capo del Sifar. Screen­shot da “La vera sto­ria del­la log­gia mas­son­i­ca P2”. Youtube

Intorno al relit­to – scrive Calia sul­la base delle tes­ti­mo­ni­anze – c’era un bruli­care di uomi­ni delle forze dell’ordine, di per­son­ale dell’Eni e di agen­ti in borgh­ese del Sifar, il servizio seg­re­to mil­itare dell’epoca, a capo del quale il pres­i­dente del Con­siglio in car­i­ca, Amintore Fan­fani, ave­va nom­i­na­to due set­ti­mane pri­ma il gen­erale Gio­van­ni Allave­na, il cui nome fig­ur­erà molti anni dopo nelle liste del­la log­gia mas­son­i­ca seg­re­ta P2.

Ordini dall’alto

Tes­ti­moni ripescati da Calia a dis­tan­za di oltre trentac­inque anni han­no dichiara­to che l’ordine prove­niente dalle alte sfere mil­i­tari e politiche era di dimostrare che l’aereo fos­se venu­to giù per il mal­tem­po o per una manovra erra­ta del pilota, anche se su Linate la vis­i­bil­ità era buona, quel­la sera scen­de­va solo una leg­gera piog­gia, come dimostra­no le prove rac­colte dal mag­is­tra­to.

Amintore Fan­fani con Enri­co Mat­tei. Sceen­shot. Oriz­zon­ti tv

Par­ti dell’aereo, tra cui il car­rel­lo ante­ri­ore tran­ci­a­to di net­to con la gom­ma inte­gra, furono ritrovati a molte centi­na­ia di metri dal relit­to, come con­fer­ma il vastis­si­mo reper­to­rio fotografi­co rin­venu­to da Calia, mai con­sul­ta­to dal­la com­mis­sione di inchi­es­ta né dai mag­is­trati che inda­garono all’epoca. Se l’aereo si fos­se fra­cas­sato nell’impatto vio­len­to con il suo­lo, i rot­ta­mi sareb­bero dovu­ti rimanere intorno al relit­to e i cor­pi all’interno del­la cab­i­na, men­tre la macabra pre­sen­za di arti e bran­del­li di carne pen­zolan­ti dagli alberi e del­la mano di Mat­tei trova­ta tran­ci­a­ta prova­vano l’esatto con­trario. Era inoltre evi­dente che se l’aereo fos­se esploso e si fos­se incen­di­a­to a ter­ra – come sostene­va la com­mis­sione di inchi­es­ta pre­siedu­ta dal gen­erale dell’Aeronautica Ercole Savi –  le foglie dei piop­pi a pochi metri di dis­tan­za avreb­bero dovu­to pre­sentare almeno qualche seg­no di bru­ciatu­ra. Invece gli alberi era­no inte­gri, come ha accer­ta­to Calia.

E i resti umani trat­tenu­ti dai rami, sparpagliati in un rag­gio molto ampio, non pote­vano che essere “piovu­ti” dall’alto: dimostrazione ulte­ri­ore che il pic­co­lo jet fu dan­neg­gia­to in volo nel momen­to in cui il pilota, già in fase di atter­rag­gio, ave­va azion­a­to la leva di coman­do delle ruote, che fu infat­ti rin­venu­ta in posizione “car­rel­lo giù”.

Il rac­con­to di Calia è sor­pren­dente per la quan­tità di prove e di tes­ti­mo­ni­anze che il mag­is­tra­to riesce a recu­per­are a dis­tan­za di così tan­ti anni e nonos­tante tutte le ret­i­cen­ze, le resisten­ze, i silen­zi che anco­ra oggi avvol­go­no la vicen­da di Enri­co Mat­tei.

Enorme e sistematica attività di depistaggio

L’aspetto più inter­es­sante e scon­cer­tante è l’enorme e sis­tem­at­i­ca attiv­ità di depistag­gio e occul­ta­men­to delle prove fat­ta emerg­ere da Calia con la sua tenace azione giudiziaria frut­to di centi­na­ia di inter­roga­tori avvenu­ti nel più asso­lu­to ris­er­bo e del­la con­sul­tazione di doc­u­men­ti che fan­no luce sul delit­to.

Un delit­to mat­u­ra­to nelle alte sfere del­lo Sta­to, i cui man­dan­ti non anda­vano ricer­cati all’esterno, tra le “sette sorelle” del petro­lio con cui il pres­i­dente dell’Eni era ormai in procin­to di scen­dere a com­pro­mes­so, ma all’interno: nei poten­tati del­la Dc e negli appa­rati del­lo Sta­to più esposti nel­la lot­ta inter­nazionale con­tro il comu­nis­mo, i quali vede­vano in Mat­tei – nel­la sua stra­or­di­nar­ia capac­ità di manovrare il par­la­men­to e i par­ti­ti e di con­dizionare la polit­i­ca estera – un nemi­co da abbat­tere.

Il reg­ista Francesco Rosi, con Clau­dia Car­di­nale, pre­sen­ta il suo film ‘Il Caso Mat­tei’ al Fes­ti­val del Cin­e­ma di Cannes Film Fes­ti­val, 13 Mag­gio 1972. Keystone/Hulton Archive/Getty Images

Nell’immaginario col­let­ti­vo la sci­agu­ra di Bas­capé era sta­ta fis­sa­ta come un inci­dente e tale dove­va restare.

E tut­ti col­oro che si dis­costarono dal­la nar­razione uffi­ciale dei fat­ti furono in qualche modo neu­tral­iz­za­ti. Alcu­ni ci rim­is­ero la vita, forse s’erano avvi­c­i­nati trop­po alla ver­ità. Altri si las­cia­rono com­prare con con­sulen­ze, prebende, lib­ri e arti­coli ricat­ta­tori pub­bli­cati, poi riti­rati o solo minac­ciati.

Una scia di sangue

Il cada­v­ere di Mat­tei las­cia sul cam­po una scia di sangue impres­sio­n­ante. La più inqui­etante è la morte di Mari­no Loret­ti, il motorista dei due Morane Saulnier con cui viag­gia­va Mat­tei, molto ami­co del coman­dante Bertuzzi. Loret­ti fu accusato di aver dimen­ti­ca­to un cac­ciavite nel motore di uno dei due jet durante un’attività di manuten­zione (vicen­da su cui si è molto ironiz­za­to, pas­sa­ta alla sto­ria come ”atten­ta­to del cac­ciavite”). In realtà il cac­ciavite era sta­to las­ci­a­to appos­ta da qual­cun altro affinché la respon­s­abil­ità potesse ricadere su Loret­ti: il quale fu rimosso dall’incarico e trasfer­i­to in Africa. Un tec­ni­co di grande espe­rien­za, uomo di estrema fidu­cia di Bertuzzi, veni­va così allon­tana­to dai Morane Saulnier pri­ma dell’ottobre 1962, men­tre il pres­i­dente dell’Eni riceve­va pesan­ti minac­ce di morte e l’efficienza e la vig­i­lan­za sui suoi aerei diveni­vano anco­ra più impor­tan­ti per la sua sicurez­za. Loret­ti finì per dimet­ter­si dall’Eni e per andare a lavo­rare per una pic­co­la com­pag­nia aerea. Morì nel 1969 pilotan­do un pic­co­lo aereo tra Ciampino e Roma Urbe. I due motori si piantarono in fase di decol­lo e l’aereo pre­cip­itò.

Gian Maria Volon­té ne Il caso Mat­tei (1972)

Qui com­in­cia un’altra sto­ria: Calia acqui­sisce agli atti le carte del­la com­mis­sione d’inchiesta che ave­va accer­ta­to come causa dell’incidente di Loret­ti la man­can­za di car­bu­rante e sco­pre, attra­ver­so doc­u­men­ti e tes­ti­mo­ni­anze, che l’aereo ave­va cherosene più che suf­fi­ciente e che i motori s’erano piantati per­ché qual­cuno durante la notte, a Ciampino, ave­va ver­sato parec­chi litri d’acqua nel ser­ba­toio. Loret­ti fa in sostan­za la stes­sa fine di Mat­tei.

E muore pochi mesi dopo aver invi­a­to una let­tera a Ita­lo Mat­tei, fratel­lo del fonda­tore dell’Eni, dove scrive di essere sta­to allon­tana­to in modo inten­zionale dall’incarico di motorista e di pot­er sug­gerire con le infor­mazioni di cui è in pos­ses­so una nuo­va pista inves­tiga­ti­va sul­la morte di Enri­co Mat­tei.

Per­ché la com­mis­sione d’inchiesta tacque sull’acqua nel ser­ba­toio dell’aereo nonos­tante l’esame di un cam­pi­one di car­bu­rante effet­tua­to dai lab­o­ra­tori dell’aeronautica mil­itare ne avesse ril­e­va­to la pre­sen­za?

Per­ché col­lab­o­rarono alle indagi­ni un ingeg­nere e un cap­i­tano dei servizi seg­reti?

Uno dei due, Romual­do Moli­nari, si trova­va per­al­tro in Sicil­ia nell’ottobre 1962 come pilota di un grup­po di volo del coman­do dell’aeronautica mil­itare anti­Som di Fonta­narossa nei cui hangar era sta­to ricov­er­a­to, nel­la notte tra il 26 e il 27, l’aereo di Mat­tei. Tante. Troppe coin­ci­den­ze.

Il rapimento di De Mauro

Mau­ro De Mau­ro. Wikipedia

La scia di sangue avan­za con la morte di Mau­ro De Mau­ro, il cro­nista del quo­tid­i­ano di Paler­mo “L’Ora”, il cui rapi­men­to trascin­erà con sé altre mor­ti. La sera del 16 set­tem­bre 1970, De Mau­ro si allon­tana sul­la sua Bmw con alcu­ni uomi­ni di Cosa nos­tra che lo aspet­ta­vano sot­to casa e sparisce nel nul­la. Il suo cor­po non sarà mai ritrova­to. Era sta­to incar­i­ca­to dal reg­ista Francesco Rosi di ricostru­ire, per la pro­duzione del film su Mat­tei, gli ulti­mi due giorni di vita del pres­i­dente dell’Eni, trascor­si in Sicil­ia.

De Mau­ro riper­corre il tragit­to di Mat­tei. Va a Gagliano Castel­fer­ra­to, in provin­cia di Enna e poi a Riesi, il paese del mafioso Di Cristi­na, di cui era sta­to tes­ti­mone di nozze Graziano Ver­zot­to, il seg­re­tario regionale del­la Dc che cura­va le relazioni esterne dell’Eni in Sicil­ia. Va a Gela. E incon­tra a Paler­mo i poten­ti dell’epoca, tra cui Ver­zot­to e l’avvocato Vito Guar­rasi, una delle fig­ure più ambigue del­la sto­ria sicil­iana e nazionale, che nel 1943 ave­va parte­ci­pa­to alla mis­sione ital­iana pres­so il coman­do alleato ad Algeri. Ad ami­ci e par­en­ti De Mau­ro con­fi­da di avere in tas­ca uno scoop che farà tremare l’Italia.

Come scrisse Leonar­do Sci­as­cia, forse ave­va det­to la cosa gius­ta alla per­sona sbagli­a­ta o forse la cosa sbagli­a­ta alla per­sona gius­ta.

Il rin­ven­i­men­to dell’auto di Mau­ro De Mau­ro. Wikipedia

Sta di fat­to che le indagi­ni del­la polizia, ind­i­riz­zate fin dal pri­mo momen­to sul­la pista Mat­tei, furono presto abban­do­nate a favore di quelle dei cara­binieri, i quali sostenevano che De Mau­ro fos­se sta­to rapi­to per i suoi arti­coli sui traf­fi­ci di stu­pe­facen­ti del­la mafia. L’allora colon­nel­lo Car­lo Aber­to Dal­la Chi­es­ta, coman­dante del­la legione dei cara­binieri di Paler­mo, ebbe uno scon­tro ver­bale con la moglie di De Mau­ro, che imputa­va invece il rapi­men­to del mar­i­to al lavoro sul­la ricostruzione degli ulti­mi giorni di Mat­tei in Sicil­ia che lo ave­va assor­bito nei mesi prece­den­ti.

Come De Mau­ro era scom­par­so nel nul­la, così si dis­solsero le indagi­ni sul suo con­to.

L’avvocato Vito Guar­rasi. Car­lo Carino/Imagoeconomica

Annacquare le indagini

Calia stu­dia le carte e nel 1988 chia­ma a deporre tra gli altri il sos­ti­tu­to procu­ra­tore di Paler­mo Ugo Saito incar­i­ca­to delle indagi­ni. Saito dichiara che l’ordine di annac­quare le ricerche era par­ti­to dal capo dei servizi seg­reti, Vito Miceli, durante una riu­nione cui ave­va parte­ci­pa­to il vice­que­store Boris Giu­liano (a sua vol­ta ucciso dal­la mafia), e che l’ultimo anel­lo del­la cate­na delit­tu­osa su cui inda­ga­va la Procu­ra di Paler­mo era Amintore Fan­fani.

Saito aggiunge che era in procin­to di trasmet­tere gli atti delle indagi­ni su De Mau­ro alla Procu­ra di Pavia, chieden­do l’arresto di Fan­fani per l’omicidio di Enri­co Mat­tei.

E tira in bal­lo anche un altro nome: “Ho anche memo­ria del fat­to che dagli atti pote­vano emerg­ere ipote­si di respon­s­abil­ità a cari­co di alcu­ni per­son­ag­gi di rile­vo del­la vita ital­iana. Fan­fani, Cefis…”. Per­al­tro, stan­do alla ricostruzione di Junia De Mau­ro, figlia del gior­nal­ista, sem­bra che anche Mau­ro De Mau­ro attribuisse a Cefis “pre­cise respon­s­abil­ità sul­la morte di Mat­tei”.

1968 – Euge­nio Cefis Vice Pres­i­dente dell’ENI (Ente Nazionale Idro­car­buri). Key­stone Pic­tures USA/ZUMAPRESS.com

Il braccio destro

Euge­nio Cefis era sta­to l’ombra di Mat­tei all’Eni. Allie­vo del­la scuo­la mil­itare di Mod­e­na e poi agente del Sim, il con­tros­pi­onag­gio mil­itare fascista, Cefis è in Val­dos­so­la durante la resisten­za come vice­co­man­dante del­la divi­sione Val­toce e come orga­niz­za­tore delle brigate “Di Dio”. Durante la guer­ra par­ti­giana conosce Mat­tei, che è a capo delle for­mazioni cat­toliche, il quale dopo la lib­er­azione lo vor­rà al suo fian­co all’Agip.

Quan­do nel 1953 nasce l’Eni, Cefis diven­ta il numero due del grup­po. E’ l’uomo delle oper­azioni ris­er­vate di Mat­tei. La sua inter­fac­cia in Sicil­ia è l’avvocato Guar­rasi, il suo acer­ri­mo nemi­co il sen­a­tore Ver­zot­to. Ful­vio Belli­ni, autore di un famoso libro su Mat­tei, dice­va che Cefis traesse il pro­prio potere non sono dal fat­to di tenere in pug­no un cer­to numero di dep­u­tati e sen­a­tori, ma anche dal­la capac­ità di gestire somme di denaro ril­e­van­ti al di fuori dei fini isti­tuzion­ali dell’Eni. Ave­va il cul­to del­la seg­retez­za ed era­no suoi ami­ci alcu­ni espo­nen­ti di pun­ta dei servizi, da cui riceve­va infor­mazioni di pri­ma mano e per i quali rap­p­re­sen­ta­va a sua vol­ta un pun­to di rifer­i­men­to, come se avesse rice­vu­to una qualche investi­tu­ra supe­ri­ore. Un appun­to dei servizi ritrova­to da Scalia, il cui gra­do di attendibil­ità è tut­to da dimostrare, lo indi­ca come fonda­tore del­la P2. Di cer­to conosce­va parec­chi espo­nen­ti del­la log­gia e il mae­stro ven­er­a­bile Licio Gel­li, con il quale restò in con­tat­to fino al momen­to in cui questi non fu arresta­to in Svizzera.

L’originale del documento dei servizi in cui si indica Eugenio Cefis come fondatore della loggia P2 (evidenziato da Business Insider Italia) .

Chiarelet­tere
Chiarelet­tere
Chiarelet­tere

La sua car­ri­era sem­bra­va dovesse ces­sare nel gen­naio 1962, quan­do Cefis las­ciò l’Eni per ragioni mai chiarite. Uffi­cial­mente si dimise per motivi per­son­ali. Ita­lo Mat­tei sostenne invece che il fratel­lo lo avesse allon­tana­to per­ché ne ave­va scop­er­to i maneg­gi e lo con­sid­er­a­va un doppi­o­giochista asservi­to agli amer­i­cani.

La sua usci­ta di sce­na dura però appe­na nove mesi. Subito dopo la morte di Mat­tei, Fan­fani lo nom­i­na infat­ti capo dell’Eni, dove resterà – pri­ma come vicepres­i­dente esec­u­ti­vo e poi come pres­i­dente – fino al momen­to del suo sbar­co in Monte­di­son. L’Eni ave­va sca­la­to con i sol­di del­lo Sta­to la più grande impre­sa chim­i­ca pri­va­ta, che Cefis guidò con piglio riso­lu­to fino al 1977, finché non decise di uscire per sem­pre dal­la sce­na pub­bli­ca, andan­do a vivere in Svizzera ma con­tin­uan­do a curare i pro­pri affari di famiglia spar­si tra l’Italia e il Cana­da.

Enri­co Mat­tei a un raduno di par­ti­giani. Wikipedia

L’accusa di PPP

Cosa sape­va Cefis del­la morte di Mat­tei? Cosa ave­va capi­to? Mario Reali, che è sta­to a lun­go rap­p­re­sen­tante dell’Eni a Mosca nel peri­o­do sovi­eti­co e che ave­va rap­por­ti con il pri­mo min­istro Alek­sej Kos­sigh­in e con altre per­son­al­ità dell’Urss, sostiene che Cefis conoscesse la ver­ità sul­la morte di Mat­tei. Sab­ri­na Pisu cita fra le altre cose un appun­to ris­er­va­to trasmes­so il 9 dicem­bre 1970 dal que­store di Milano al min­is­tero dell’Interno e alla divi­sione Affari ris­er­vati, dove si affer­ma che la respon­s­abil­ità di Cefis nel­la morte di Mat­tei fos­se molto più diret­ta di quan­to si cre­desse allo­ra e che nell’Eni più d’uno ne era con­vin­to.

Calia da mag­is­tra­to non si pro­nun­cia. Per lui par­la l’inchiesta, anche se con­clude il libro con una citazione di “Petro­lio”, il roman­zo di Pier Pao­lo Pasoli­ni pub­bli­ca­to pos­tu­mo, di cui uno dei per­son­ag­gi è Car­lo Troya, alias Euge­nio Cefis. La citazione è emblem­at­i­ca: “In questo pre­ciso momen­to stori­co Troya sta per essere fat­to pres­i­dente dell’Eni: e ciò impli­ca la sop­pres­sione del suo pre­de­ces­sore”.

L’ombra del caso Mat­tei con la sua sequen­za di delit­ti si allun­ga fino alla spi­ag­gia dell’idroscalo di Ostia, dove nel­la notte tra l’1 e il 2 novem­bre 1975 lo scrit­tore “cor­saro” è assas­si­na­to in modo effer­a­to. E anco­ra una vol­ta il nome di Cefis è accosta­to, in tem­pi non sospet­ti, alla morte del fonda­tore del grup­po del “cane a sei zampe”: non da un mag­is­tra­to, ma dal più grande intel­let­tuale di quegli anni, il quale nelle sue opere anda­va denun­cian­do la natu­ra vio­len­ta, bru­tale e omolo­gante del potere.

 

https://it.businessinsider.com/esclusivo-omicidio-mattei-depistaggi-e-bugie-su-un-delitto-di-stato-raccontati-dal-magistrato-che-ha-scoperto-la-verita/

Share / Con­di­vi­di:

Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Platea di reduci nell’aula bunker di Rebib­bia: tes­ta rasa­ta e tat­u­ag­gi, fac­cia dura e tan­ti ricor­di. Tra loro anche l’esponente di “Mili­tia”. Il “ceca­to” ricor­da la spara­to­ria che gli fece perdere l’occhio sin­istro: “Era il 21 aprile 1981, in quel momen­to era gius­to che ci sparassero”. Poi l’accusa ai cara­binieri: “Mai minac­cia­to Sec­ca­roni, mi è sta­ta fat­ta una porcheria, han­no omes­so le prove”

di

Ha un’odore stan­tio di una vec­chia can­ti­na quel mon­do che Mas­si­mo Carmi­nati ricrea attorno a sé. Sem­bra di rivedere i volti dei “pis­chel­li” del­la ban­da del­la Magliana (“Bravi ragazzi alcu­ni, pres­i­dente, e lei lo sa che io non sono una mam­mo­la”) e i titoli dei gior­nali con le foto dei mor­ti rimasti sull’asfalto, in una Roma dei mis­teri, dove si incro­ci­a­vano servizi seg­reti, pezzi di cosa nos­tra, bat­terie di rap­ina­tori e fascisti dal gril­let­to facile. Ed è forse il rosso acce­so del sangue l’unico assente dal rac­con­to auto­cel­e­bra­ti­vo del “ceca­to”, alias “samu­rai”, alias “il pira­ta”. O il “nero”. Un mon­do un po’ fan­tas­ti­co, fat­to di onore ed omertà (“io non par­lo di chi non è nel proces­so”), dove le vit­time non devono avere spazio. Il pri­mo giorno del suo inter­roga­to­rio ha richiam­a­to quel manipo­lo di “200 per­sone”, la “comu­nità degli anni ’70”, come il suo mon­do.

Ed eccoli i reduci, oggi in aula, tes­ta rasa­ta e tat­u­ag­gi, fac­cia dura e tan­ti ricor­di. Quan­do Carmi­nati inizia a riper­cor­rere il pas­sato crim­i­nale nell’edificio bunker di Rebib­bia Mau­r­izio Boc­cac­ci, classe ’57, ascol­ta in silen­zio, assor­to. E’ accan­to al fratel­lo di Carmi­nati, insieme a qualche altro cam­er­a­ta. Niente bar nel­la pausa. Nes­sun con­tat­to con avvo­cati o gior­nal­isti. Uno come lui rap­p­re­sen­ta quel mon­do che anco­ra oggi si richia­ma al fas­cis­mo, che corse al funerale di Eric Priebke per ren­dere omag­gio al boia delle Fos­se ardea­tine, che ogni gen­naio si schiera in via Acca Lar­en­tia per com­mem­o­rare gli stu­den­ti di destra mor­ti, che si nasconde dietro le sigle di Mili­tia, il grup­po anti­semi­ta e neon­azista al cen­tro di indagi­ni recen­ti del­la Procu­ra di Roma. E che oggi viene in aula, per­ché par­la il samu­rai.

La guer­ra non è fini­ta – Appari­vano come riv­olte più a loro che al proces­so le parole pro­nun­ci­ate da Mas­si­mo Carmi­nati all’inizio del­la sec­on­da udien­za, rispon­den­do all’avvocato Ippoli­ta Naso: “A quan­to pare la guer­ra con il mon­do non è fini­ta, a me non mi fa pau­ra nul­la, a me mi fan­no rid­ere”. Il suo legale gli ave­va chiesto di com­mentare una inter­cettazione con l’imprenditore Cris­tiano Guarn­era, dove riper­cor­re­va la sua sto­ria crim­i­nale. E per rib­adire anco­ra una vol­ta quel­la sua immag­ine – tut­ta estet­i­ca e crim­i­nale – di guer­riero, di vero Samu­rai, ha pros­e­gui­to ricor­dan­do la spara­to­ria che gli fece perdere l’occhio sin­istro: “Ma chi se ne fre­ga che questo dato con­tin­ua ad essere ripro­pos­to… Sì, il 21 aprile 1981 sono sta­to fer­i­to, in un apposta­men­to del­la Digos, sta­vano den­tro un camion, han­no trova­to 145 colpi poi nell’automobile, mi han­no col­pi­to in fac­cia. Ci han­no spara­to e bas­ta, ma era­no altri tem­pi, io ho dato legit­tim­ità a questo fat­to, per me è una feri­ta di guer­ra, in quel momen­to era gius­to che ci sparassero, la procu­ra sa che è così, non mi inter­es­sa neanche spie­gar­lo”. Ed ecco che nell’aula bunker di Rebib­bia – dove sono pas­sati pezzi di neo­fas­cis­mo e del­la ban­da del­la Magliana – ritor­nano quelle tinte grige, plumbee degli anni ’70.

Le parole di Carmi­nati suo­nano qua­si come un richi­amo. Un seg­nale, un assist politi­co. Dif­fi­cile inter­pretare il gesto, ma di cer­to quel­la “comu­nità” è anco­ra oggi atti­va. Nelle infor­ma­tive gli inves­ti­ga­tori del Ros ave­vano ricostru­ito nei det­tagli – durante le indagi­ni – gli incon­tri tra Mas­si­mo Carmi­nati e Mau­r­izio Boc­cac­ci: il 24 gen­naio 2012 l’esponente di Mili­tia era sta­to scarcer­a­to e solo quat­tro giorni dopo le microspie reg­is­tra­no l’incontro tra i due. Boc­cac­ci, anno­tano i cara­binieri, ”dis­cute­va del panora­ma politi­co ital­iano del momen­to”. Una conoscen­za ed un rap­por­to che, però, lo stes­so Carmi­nati cer­ca­va di occultare, sec­on­do gli inves­ti­ga­tori: “In tale cir­costan­za – scrivono i cara­binieri del Ros – assume­va par­ti­co­lare inter­esse la volon­tà espres­sa dal Carmi­nati di evitare con­trol­li di Polizia che avreb­bero las­ci­a­to trac­cia dell’incontro con l’interlocutore”. Un det­taglio che rac­con­ta l’impor­tan­za che il “nero” dava al quel rap­por­to.

Le ultime parole di Carmi­nati – Le ore dell’interrogatorio scor­rono poi con una cer­ta stanchez­za, tra pun­tu­al­iz­zazioni, ricostruzioni con­trap­poste a quelle dell’accusa e un attac­co ai cara­binieri del Ros. La sto­ria riguar­da quel­la che per la Procu­ra era una intim­i­dazione, una vera e pro­pria minac­cia, nei con­fron­ti di Lui­gi Sec­ca­roni, un con­ces­sion­ario romano in stret­ti rap­por­ti con Carmi­nati. “Ci sono volu­ti due mesi ma alla fine con l’avvocato abbi­amo ricostru­ito quel­lo che è accadu­to”, spie­ga nel cor­so dell’interrogatorio. “Io non ho incon­tra­to quel giorno Sec­ca­roni, i dati del gps mes­so sul­la mia auto­mo­bile lo dimostra­no”. E’ l’occasione per par­tire a tes­ta bas­sa con­tro gli inves­ti­ga­tori.

Riemerge, per qualche min­u­to, il Samu­rai, il ban­di­to che non per­dona “le guardie”: “Io pen­so che in questo atto c’è una azione dolosa, non da parte del­la Procu­ra. Io pos­so fare il ban­di­to, pos­so fare qual­si­asi reato, ma voi, come Ros, non lo potete fare, mi è sta­ta fat­ta una porcheria, han­no omes­so le prove, io non ho mai minac­cia­to Sec­ca­roni in ques­ta cosa non c’è niente che va bene”. Nel con­troe­same il pm Luca Tescaroli gli con­tes­ta una tele­fona­ta fat­ta con Ric­car­do Bru­gia, pro­prio quel giorno, dove lui usa parole pesan­tis­sime nei con­fron­ti del con­ces­sion­ario: “Nano putre­fat­to, capi­to? Io ti pis­cio addos­so, capi­to? Mo’ vai a denun­cia­r­mi ai cara­binieri, non me ne fre­ga niente…”, era­no le parole di Carmi­nati su Sec­ca­roni inter­cettate quel giorno. Ma ques­ta era l’occasione che il “ceca­to” aspet­ta­va, colpire il Ros, il suo nemi­co giu­ra­to con accuse pesan­ti di indagi­ni manipo­late; anco­ra una vol­ta può mostrare alla Roma che vol­e­va dom­inare di che pas­ta è fat­to.

Il con­troe­same, che dura meno di un’ora, lo vede con un atteggia­men­to molto diver­so rispet­to a quel­lo mostra­to fino al momen­to. Quan­do il pm Tescaroli gli chiede delle armi, la pri­ma rispos­ta vor­rebbe qua­si essere iron­i­ca: “Negli anni ’70 face­vo il rap­ina­tore, può essere che con qualche arma ho avu­to a che fare, dot­tore”. E quan­do la Procu­ra gli con­tes­ta un’intercettazione dove parla­va con Bru­gia di armi durante le indagi­ni di Mafia cap­i­tale, la rispos­ta è sec­ca: “Stava­mo par­lan­do di qualche film. Abbi­amo par­la­to di armi, a me piac­ciono le armi”. E aggiunge: “Non mi risul­ta che siano state trovate… sì, non sono state trovate, non sono state usate… parlava­mo di film visti la sera pri­ma”.

Sfugge anche alle domande sui suoi rap­por­ti con altri pezzi del mon­do crim­i­nale romano: “Diot­tal­le­vi? Era pas­sato solo per un salu­to, ci siamo pre­si solo un caf­fè”. Riven­di­ca solo l’amicizia con Michele Senese, il boss inser­i­to nel famoso arti­co­lo de L’Espresso sui quat­tro Re di Roma: “Michele era usci­to dal carcere, ero feli­cis­si­mo, ci siamo salu­tati e abbi­amo par­la­to del più del meno, io con lui non ho avu­to pro­ces­si o indagi­ni insieme; io sono con­tento anche quan­do evade qual­cuno, si fig­uri se non sono felice quan­do qual­cuno esce dal­la galera”.

Nes­suna dis­pu­ta, nes­suna dis­cus­sione per spar­tizioni che, dice, “non esistono”, “nes­sun moti­vo di con­tendere”. E di dro­ga non ne vuole poi pro­prio sen­tire par­lare, sto­rie “inven­tate dal­la stam­pa”, spie­ga, che lo fan­no infu­ri­are. “Io denuncerò tut­ti – aggiunge poi promet­ten­do una guer­ra di carte bol­late – quan­do sarà fini­to il proces­so; gli uni­ci che rispet­to sono Il Fat­to Quo­tid­i­ano e Report. Mi attac­cano, ma attac­cano tut­ti e non han­no padroni”.

Sono prob­a­bil­mente le ultime parole in pub­bli­co di Mas­si­mo Carmi­nati, che rischia la pena più dura del­la sua lunghissi­ma car­ri­era crim­i­nale. Non ave­va mai rispos­to in aula, sal­vo qualche breve inter­ven­to, molto spes­so per con­tro­bat­tere ad inchi­este gior­nal­is­tiche. Pri­ma dell’estate arriverà la sen­ten­za, che chi­ud­erà la pri­ma parte di una lunghissi­ma battaglia giudiziaria. Il “nero”, l’uomo a cav­al­lo tra l’eversione di destra e il mon­do del crim­ine del­la ban­da del­la Magliana, rip­i­omberà nel silen­zio. Con l’accusa peg­giore, che tra poco ver­rà val­u­ta­ta dai giu­di­ci: quel suo mon­do altro non è se non Mafia cap­i­tale.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/30/mafia-capitale-boccacci-e-i-camerati-in-aula-carminati-parla-e-torna-il-clima-di-piombo-anni-70-io-ancora-in-guerra/3487634/

Share / Con­di­vi­di:

Appello disperato.

https://www.facebook.com/WelcometoFavelas6/photos/a.1666374310345760.1073741828.1542237756092750/1775183046131552/?type=3&theater

Share / Con­di­vi­di:

Follonica.

https://www.facebook.com/WelcometoFavelas6/photos/a.1666374310345760.1073741828.1542237756092750/1775183652798158/?type=3&theater

Share / Con­di­vi­di:

Hiroshi Yoshida (1876 – 1950), Kumoi Zakura (Kumoi Cherry Trees)

Hiroshi Yoshi­da (1876 – 1950), Kumoi Zaku­ra (Kumoi Cher­ry Trees)

Hiroshi Yoshi­da, Kumoi Zaku­ra (Kumoi Cher­ry Trees)
(1876 – 1950)
Gra­zie Arte in Giap­pone

I 1000 quadri più belli di tutti i tempi

https://​www​.facebook​.com
Share / Con­di­vi­di: