SGARBI: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLO

SGARBI: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLO - VITTORIONE: ‘HO PROBLEMI DI EREZIONE, MA NON È UNA MALATTIA, È AVERE MENO ENERGIE. PARAGONARE IL VIAGRA ALLE DROGHE È SBAGLIATO’ - E POI ALLA DE GIROLAMO, SPOSATA CON IL DEPUTATO BOCCIA: ‘LUI USA IL CIALIS O NO?’. LEI RISPONDE PICCATA (VIDEO)

SGARBI IERI DANEMO’: LA VECCHIAIA COLPISCE PIÙ L’UCCELLO CHE IL CERVELLO

Sgarbi ieri sera a ‘Nemo’ su Rai2: Le grandi conquiste: Berlusconi ha avuto meno di 100 donne, 35mila Castro, Califano tre al mese. La vecchiaia colpisce più l’uccello che il cervello’. Lucci: ‘T’è rimasta la pittura Vitto’’

Da www​.ilfattoquotidiano​.it

VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO

Dibattito a Tagadà (La7) sulle pillole blu e sul Cialis, per i quali il critico d’arte Vittorio Sgarbi invoca la liberalizzazione: “E’ bizzarro paragonare il Viagra alle droghe. Io sto invecchiando, ho dei problemi di erezione quindi non credo si tratti di una malattia, ma di energia che il tempo limita. Ma con le donne non ho nessun problema psicologico”. “Io speravo che Sgarbi con un’opera d’arte trovasse la sua ispirazione”, commenta la deputata di Forza Italia, Nunzia De Girolamo.

VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO VITTORIO SGARBI NUNZIA DE GIROLAMO

In certe situazioni, soprattutto in quelle coniugali” – replica Sgarbi – “l’eccitazione è ridotta per la consuetudine. Non trovo che un medicinale, che ti riaccende il desiderio fisico, debba essere paragonato a una droga”. “Mi hai depresso con questo riferimento allo stato coniugale”, osserva la parlamentare. “Ma Boccia usa Cialis o no?“, chiede il critico. E De Girolamo risponde: “Spero proprio di no“

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GONG! TERZO ROUND TRA MAGALLI E ADRIANA VOLPE

1. GONG! TERZO ROUND TRA MAGALLI E ADRIANA VOLPE: ‘IO SESSISTA? LE DONNE FORSE SI SENTIREBBERO PIÙ INSULTATE SE SAPESSERO COME FA LEI A LAVORARE DA 20 ANNI…’
2. GIANCARLONE AVEVA DATO DELLAROMPIPALLEALLA COLLEGA CHE AVEVA RICORDATO LA SUA ETÀ (PER LIBERARSI DI LUI, SOSTIENE MAGALLI), E LEI LO AVEVA ACCUSATO DI SESSISMO
3. LA VOLPE NON CI STA E REPLICA: IN QUANTO DONNA DEVO ESSERE RISPETTATA SUL POSTO DI LAVORO. MAGALLI PERSEVERA CON UN COMPORTAMENTO MASCHILISTA. ORA VOGLIO GIUSTIZIA PER ME E PER TUTTE LE DONNE CHE SUBISCONO INSULTI E OFFESE SUL LAVORO
4. E AGGIUNGE: ‘QUANTO È DIFFICILE SORRIDERE IN DIRETTA, MA IO LO FACCIO SOLO PER…’

Giuseppe Candela per Dagospia

GIANCARLO MAGALLI CONTRO ADRIANA VOLPE GIANCARLO MAGALLI CONTRO ADRIANA VOLPE

Giancarlo Magalli contro Adriana Volpe: il secondo round. Il primo era andato in onda pochi giorni fa a suon di "rompipalle" durante I Fatti Vostri e subito dopo la messa in onda la lite era proseguita con attacchi e controrepliche sui social (ma una telefonata, no?). Clima tesissimo in onda e forse una richiesta di maggiore calma da parte dei dirigenti di Viale Mazzini che non ha portato però risultati.

La situazione, se possibile, si è fatta ancora più complessa nelle ultime ore da quando il conduttore, sempre su Facebook, ha deciso di rispondere ad una critica del giornalista Walter Giannò che ha aveva così commentato la vicenda:  "Giancarlo Magalli che se la prende con Adriana Volpe solo perché questa ha ricordato in TV l'età è da pensione immediata. Gli insulti in diretta sono stati vergognosi. Eppure la RAI - tanto celere a buttare fuori Paola Perego-​​ non ha mosso un dito contro il conduttore dei Fatti Vostri."

ADRIANA VOLPE RISPONDE A GIANCARLO MAGALLI ADRIANA VOLPE RISPONDE A GIANCARLO MAGALLI

Il commento del conduttore amato sul web è arrivato a stretto giro: “Insulti vergognosi? Ma hai visto quello che è successo o parli solo per sentito dire? Le ho solo detto che è una rompipalle, e quello è un fatto, non un insulto. Poi lei, e forse questo ti ha coinvolto, ha cercato di farlo passare come un insulto alle donne, ma io ce l’avevo solo con lei, non con le donne che ho sempre rispettato e che forse si sentirebbero più insultate se sapessero come fa a lavorare da 20 anni…"

A cosa e soprattutto a chi si riferisce? L'ultima frase non è certo passata inosservata sui social e il commento è stato subito bollato come sessista e volgare. Magalli, forse accortosi del tono usato, ha poi aggiunto che "dopo otto anni la pazienza può scappare".

MAGALLI VOLPE MAGALLI VOLPE

La Volpe ha dunque sbottato commentando: "Come Adriana Volpe posso piacere o non piacere, posso avere anche detrattori sul profilo professionale, ma come donna NO, in quanto donna devo essere rispettata sul posto di lavoro . Persevera con un comportamento sessista e maschilista (inizialmente aveva scritto omofobo per poi modificare, ndr). Ora voglio giustizia  per me e per tutte le donne che subiscono insulti e offese sul lavoro . Quanto è difficile sorridere in diretta , lo faccio per tutte le persone che lavorano per questo programma e per rispetto ai telespettatori."

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Ci sarà l'intervento dei vertici aziendali? Avvisate la Boldrini! Nelle ultime ore, come anticipato da Tvlblog, Adriana Volpe potrebbe lasciare la conduzione del programma la prossima stagione.

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DOVEVA ESSERE L’EREDE DI ROCCO SIFFREDI E INVECE OMAR GALANTI HA LASCIATO IL PORNO

1. DOVEVA ESSERE L’EREDE DI ROCCO SIFFREDI E INVECE OMAR GALANTI HA LASCIATO IL PORNO
2. “MI SONO RITIRATO QUATTRO ANNI FA, HO DECISO DI FARE IL PAPA’ A TEMPO PIENO. ORA IL FISCO MI STA MASSACRANDO: MI E’ ARRIVATO UN MILIONE DI EURO DI CARTELLE ESATTORIALI
3. “COME HANNO FATTO? UN FINANZIERE SI È MESSO A VEDERE TUTTI I MIEI FILM E HA CALCOLATO QUANTO AVREI GUADAGNATO, VALUTANDO MILLE EURO A SCENA. SI È FATTO UN SACCO DI PIPPE
4. “ROCCO? E' UN MITO, MA IL MIO PISELLO HA UNA CIRCONFERENZA PIÙ GRANDE: 24 CM DI LUNGHEZZA E 7 DI LARGHEZZA. SESSO ANALE? FA MALE SOLO COL PISELLO MOSCIO..."

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Da “la Zanzara - Radio 24”

Mi sono ritirato dal porno nel 2013 e non mi manca per nulla. Ho deciso di fare il papà a tempo pieno. Adesso ha undici anni e fra qualche anno le spiegherò quello che ho fatto. Non ho nulla da nascondere. Volevo restare vicino alla famiglia e rischiavo il fondo del barile. E poi il fisco. Mi stanno massacrando, quasi un milione di euro di cartelle esattoriali”.

Parla Omar Galanti, uno dei più famosi pornoattori italiani, piemontese, ritiratosi dall’hard quattro anni fa. A La Zanzara su Radio 24 dice: “Poco tempo fa mi è arrivata una cartella esattoriale che mi ha piegato in due. Stanno ancora dando avanti, sostengono che ho guadagnato milioni di euro ma vado in giro con una Berlingo. C’è un finanziere che si è messo a guardare tutti i miei film, si sarà fatto una marea di pippe. Scena per scena, le attrici, gli attori, i posti, hanno ipotizzato quanto avrei guadagnato: hanno calcolato mille euro a scena. Ma chi li ha mai presi? Magari. Ha fatto bene Rocco ad andarsene in Ungheria”.

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Quali sono le tue misure Omar?: “Ventiquattro di lunghezza, anche se il mio è storto verso sinistra e sembra più corto. E sette di diametro”. Più grosso il tuo o quello di Rocco Siffredi?: “Di diametro il mio. Lui è primo in tutto, lasciatemi almeno il diametro”. “Ho iniziato a fare porno – racconta Galanti – proprio con Rocco a Barcellona, era il 2002. Era il mio mito. Ho cominciato a girare film hard perché pensavo di diventare ricco. Ero convinto. E invece no. Oggi non più. Adesso voglio fare l’istruttore di ciclismo, lavoro per quello e studio per diventare maestro federale”.

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E il sesso anale, è così drammatico come racconta la professoressa De Mari?: “Innanzitutto bisogna saperlo usare. Anale non fa male quando è duro. Scivola di più. Immaginate il copertone di una macchina gonfiato a diciotto atmosfere. Quando voi accelerate slitta sul fondale, quando è molle ha più aderenza e strappa.

Quando il pisello è duro entra e scivola bene, molle invece strappa e fa male. Non è teoria, è pratica applicata. Se la professoressa De mari ha bisogno, mi rendo disponibile”. “Sono felicemente sposato – dice ancora – e ho due bambini. Non tradisco. Ho scopato tanto e mia moglie ha avuto un’apertura mentale incredibile. Il mio sogno erotico? Trombarmi una morta, magari la faccio tornare in vita”.

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Tangenti in Congo del fondo Och Ziff, le autorità Usa chiedono informazioni all’Eni

Carlotta Scozzari

Roma 23/​06/​2016, l'allora premier Matteo Renzi incontra i vertici delle principali aziende energetiche nazionali. Nella foto Claudio Descalzi, ad dell'Eni, e Renzi - foto di Pierpaolo Scavuzzo /​ AGF

Dopo la Nigeria, dall’Africa giunge l’eco di una nuova vicenda di corruzione che tocca indirettamente l’Eni, questa volta come testimone e potenziale parte lesa. A fornire qualche generica informazione sulla vicenda è il bilancio del 2016 del gruppo petrolifero guidato dall’amministratore delegato, Claudio Descalzi: “In data 9 luglio 2015 – si legge nel documento – Eni ha ricevuto la notifica di un “sub-​​poena” (un atto di citazione, ndr) presso la sede di New York. Si tratta – spiega ancora il documento – di una richiesta di produzione documentale emessa dal Department of Justice degli Usa in vista di un’audizione di un rappresentante di Eni in relazione agli asset Marine XII in Congo e a rapporti intrattenuti con alcune persone fisiche e società indicate nell’atto”.
Come si può notare dalla nota del bilancio, il riserbo sui nomi delle persone e delle società coinvolte è massimo. Tuttavia, qualche indicazione in più sulla vicenda, che aiuta a sbrogliare la matassa, si ricava dalle domande rivolte dall’azionista Fondazione culturale responsabilità etica (Banca Etica) all’assemblea dei soci di Eni del maggio del 2016. E’, infatti, in quell’occasione che il management ammette un coinvolgimento della società italiana partecipata al 30% dal Tesoro (il 25,8% tramite la Cassa depositi e prestiti), in qualità di testimone, nell’indagine sul fondo hedge americano Och Ziff condotta da alcune autorità americane, nello specifico la Sec e il Dipartimento di giustizia, che ipotizzano episodi di corruzione in relazione ad alcuni investimenti in Africa.

Claudio Descalzi, ad dell’Eni, prima dell’investor day di Milano, aprile 2016 – foto di GIUSEPPE CACACE/​AFP/​Getty Images

Nel frattempo, lo scorso settembre, quelle indagini sono giunte a conclusione. E Och Ziff, una potenza nel mondo dei fondi con masse in gestione per quasi 34 miliardi di dollari alla fine del 2015, ha siglato un accordo di patteggiamento con la Sec, omologo a stelle e strisce della nostra Consob, nell’ambito del quale ha dovuto pagare una sanzione da un totale di 413 milioni di dollari. L’anello di congiunzione tra Eni e Och Ziff si chiama Marine XII ed è il blocco con cui la società italiana, in Congo, si occupa della produzione di petrolio. Eni, in particolare, partecipa Marine XXII a maggioranza, con una quota del 65%, mentre gli altri azionisti sono l’azienda pubblica congolese Snpc, al 10%, e New Age african global energy, al 25 per cento. E quest’ultimo – e qui si chiude il cerchio, almeno per adesso – è il fondo specializzato in investimenti in petrolio e gas nel continente africano che conta tra i principali azionisti e promotori Och Ziff.

Il presidente del Congo Denis Sassou Nguesso a Bruxelles – foto di THIERRY CHARLIER/​AFP/​Getty Images

Dall’indagine della Sec emerge che l’hedge fund statunitense ha utilizzato intermediari e uomini d’affari per pagare tangenti ad alti esponenti del governo in Africa. Sempre secondo le conclusioni cui è giunta la Sec, tali pagamenti illeciti hanno indotto il fondo sovrano libico Libyan Investment Authority (Lia, vecchia conoscenza della finanza italiana perché già azionista rilevante di Unicredit, Finmeccanica-​​Leonardo e Juventus) a investire in alcuni veicoli gestiti da Och Ziff. Altre tangenti sono poi state pagate dall’hedge fund per assicurarsi diritti di esplorazione e per corrompere rappresentanti del governo in Libia, nel Ciad, in Guinea, in Nigeria e in Congo. Dei 413 milioni di dollari di sanzione complessiva, 200 sono serviti per sistemare il procedimento civile secondo cui Och Ziff ha violato il codice estero anti corruzione (Foreign Corrupt Practices Act, Fcpa). Mentre gli altri 213 milioni rappresentano la cifra che l’hedge fund avrebbe deciso di pagare per raggiungere con il Dipartimento di giustizia americano un “deferred prosecution agreement“, ossia un accordo che prevede la sospensione delle incriminazioni penali in cambio essenzialmente di una sanzione finanziaria.

08/​05/​2014 Roma, assemblea degli azionisti Eni. Nella foto Giuseppe Recchi e Paolo Scaroni – foto di Scavuzzo /​ AGF

E’ proprio qui che la strada di Och Ziff incrocia quella di Eni, perché evidentemente è nell’ambito di questa indagine che va inquadrata la “richiesta di produzione documentale emessa dal Department of Justice degli Usa in relazione agli asset Marine XII in Congo e a rapporti intrattenuti con alcune persone fisiche e società” di cui parla in termini generici il bilancio del gruppo petrolifero italiano e a cui è stato fatto un riferimento più esplicito nell’assemblea dei soci del 2016. “Dai primi contatti informali intercorsi con l’autorità da parte dei legali americani incaricati da Eni – aggiunge il bilancio del 2016 in relazione alla vicenda – l’atto si inserirebbe in un contesto di indagine più ampio, nei confronti di parti terze, nell’ambito del quale Eni ha il ruolo di testimone e – potenzialmente – di soggetto danneggiato. È stata attivata la raccolta della documentazione rispondente alle richieste dell’autorità, con progressiva produzione all’autorità”.

Al centro della questione sembra esserci la cessione a New Age da parte del gruppo del Cane a sei zampe del 25% della licenza in Marine XXII, risalente al 2009. Anche in questo caso, l’Eni ha affrontato l’argomento in maniera più dettagliata in occasione dell’assemblea dei soci del maggio del 2016, quando le indagini della Sec su Och Ziff erano ancora in corso. “La vendita del 25% a un terzo soggetto – ha spiegato il management del gruppo petrolifero a controllo pubblico rispondendo alle domande della Fondazione culturale responsabilità etica – era parte integrante dell’accordo siglato da Eni. Il governo congolese ci ha informato del nome di questo nuovo azionista, New Age, e in ottemperanza agli impegni ha pagato a Eni le spese legate al suo ingresso nella joint venture. Di conseguenza, Eni non ha avuto alcun diritto di selezionare né approvare New Age”.

LAUREA HONORIS CAUSA A DESCALZI (nella foto con la moglie Madeleine),
16-​​12-​​2016 – foto di SARA MINELLI /​ Imagoeconomica

Sembra quindi da escludere che la scelta dell’azionista da affiancare alla società italiana in Marine XXII sia stata condotta al termine di una gara pubblica. Secondo le conclusioni cui giunge la Sec (che nel documento finale sulle indagini omette alcuni nomi, tuttavia facilmente desumibili), Och Ziff avrebbe concluso l’operazione in Marine XXII nonostante “un significativo rischio di corruzione” e a dispetto del parere contrario dei propri legali. Il documento dell’autorità americana parla addirittura di una conferenza telefonica in cui uno degli avvocati di Och Ziff fece un ultimo, disperato tentativo e “chiamò dalle sue vacanze in Italia per fermare l’operazione”, ma senza riuscirvi. Inoltre, il super fondo hedge a stelle e strisce non è nemmeno stato in grado di spiegare alla Sec il ruolo degli intermediari Walter Hennig e Jean-​​Yves Olivier, che hanno ricevuto 18 milioni nell’ambito della transazione.

Eni sostiene di non essere stata a conoscenza delle pratiche corruttive. “Nel 2009 – afferma il management del colosso petrolifero italiano all’assemblea dei soci del maggio del 2016 – seguendo le indicazioni del governo congolese, l’Eni ha condotto una due diligence (un’analisi finanziaria approfondita, ndr) su New Age, col supporto di una società esterna specializzata, che non ha rivelato particolari problemi nel campo dell’anti-corruzione”. Ma poiché, nel frattempo, dall’indagine della Sec è emerso l’opposto, il gruppo guidato da Descalzi avvierà una nuova due diligence sull’operazione? Non sembra che al momento una simile eventualità si possa escludere.

08/​04/​2016 Viggiano, Centro olio Cova, per il trattamento del petrolio estratto in Val d’Agri da Eni – foto di ZUMAPRESS​.com /​ AGF

Tra i dubbi sollevati in assemblea dalla Fondazione culturale responsabilità etica, c’è anche quello sul prezzo pagato da New Age alla società italiana per la quota in Marine XXII, pari a 53 milioni di dollari, vale a dire quasi un terzo del valore attuale netto stimato in 142 milioni di dollari. “New Age – è stata la risposta ricevuta dal management dell’Eni in assemblea – ha riconosciuto a Eni Congo una parte dei costi sostenuti in passato, pari a 35,2 milioni di dollari, più alcuni aggiustamenti sul prezzo”. Il gruppo sembra quindi confermare il prezzo della quota pari a 53 milioni di dollari. Nel 2009, quando cioè New Age entrò in Marine XXII, precisa sempre il management del Cane a sei zampe nell’assemblea del 2016, “era stata effettuata una sola scoperta, per la produzione di gas. Soltanto con la significativa attività di esplorazione che è venuta dopo, e i cui costi sono stati sostenuti anche da New Age, sono emerse le riserve di gas e petrolio annunciate poi da Eni”. Il gruppo petrolifero italiano sembra essere sulla difensiva, ma se effettivamente New Age pagò un prezzo basso e fuori mercato per la partecipazione, per Eni si tradurrebbe in un danno concreto e tangibile. Chissà se è anche a questo che la società italiana si riferisce quando sostiene di avere potenzialmente, in questa complicata vicenda, “il ruolo di soggetto danneggiato”.

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Dove nasconderti (e quanto rimanere nel rifugio) se esplode una bomba atomica sulla tua città

Andy Kiersz Dave Mosher

Shutterstock

Il presidente Trump si è lanciato in una nuova corsa agli armamenti. La Russia ha violato i trattati per accrescere il proprio arsenale nucleare. La Corea del Nord sta sviluppando missili a lungo raggio e si sta esercitando per la guerra nucleare — e l’esercito statunitense sta prendendo in considerazione attacchi preventivi alle postazioni militari della nazione isolata.

Nel frattempo, il terrorismo nucleare e le bombe sporche rimangono una minaccia preoccupante.

Anche se è improbabile che queste situazioni inneschino l’opzione disperata della guerra nucleare, e men che meno di un’esplosione nel tuo quartiere, sono però molto preoccupanti.

Per cui potresti chiederti, “Come devo comportarmi in caso di sopravvivenza a un’esplosione nucleare?”.

Michael Dillon, ricercatore del Lawrence Livermore National Laboratory, ha fatto un po’ di calcoli e ha provato a immaginare come comportarsi in proposito con uno studio del 2014 pubblicato dal giornale Proceedings of the Royal Society A: Mathematical and Physical Sciences.

Analogamente, agenzie governative e altre organizzazioni hanno approfondito questo terribile  argomento e hanno diffuso raccomandazioni dettagliate e piani d’intervento.

Lo scenario

TTstudio/​Shutterstock

Sei in una grande città appena colpita da un’esplosione nucleare a basso potenziale, tra lo 0,1 e i 10 chilotoni; una potenza molto minore della bomba sganciata su Hiroshima, che era di circa 15 chilotoni. Non è improbabile se si pensa ad armamenti quali la nuova bomba a caduta libera B61-​​12, che è stata costruita dagli USA e raggiunge i 50 chilotoni, ma può essere portata a una potenza di 0,3 chilotoni (Russia e Pakistan stanno lavorando su simili armi nucleari cosiddette “tattiche”).

Gli studi hanno mostrato che tu e almeno altri 100.000 tuoi concittadini potete salvarvi, se riuscite a restare sani di mente esponendovi poco alle radiazioni.

Uno dei tuoi obiettivi principali e immediati è quello di evitare il fall-​​out.

Come evitare le radiazioni del fall-​​out

Il fall-​​out è un insieme di materiale esplosivo, terreno e macerie vaporizzate reso radioattivo e sparso in giro dai venti sotto forma di polvere e cenere (a New York, ad esempio, si diffonderebbe verso est). Nel grafico sotto è la macchia viola.

FEMA

La cosa migliore da fare è trovare un buon posto dove nascondersi. Maggiore è la densità del materiale che si frappone fra te e il mondo esterno, meglio è —  poi aspetta che i soccorsi ti raggiungano.

Il governo USA raccomanda di nascondersi in un edificio vicino, ma non tutti rappresentano un vero riparo da un fall-​​out nucleare.

I rifugi inadeguati, che costituiscono circa il 20% delle case, sono costruiti con materiali leggeri e sono privi di scantinati.

I rifugi migliori sono fatti di mattoni pieni e cemento e privi di finestre. Come un rifugio antiatomico, appunto.

Questa immagine, tratta da una guida del governo USA fornisce una vaga idea su che cosa renda un edificio un posto migliore o peggiore in cui nascondersi in caso di fall-​​out:

Livelli di protezione dalle radiazioni offerti di vari edifici e diversi punti. I numeri più alti significano un maggior livello di protezione. Lawrence Livermore National Laboratory/​FEMA

Nascondersi in un sotto-​​seminterrato di un condominio in mattoni di cinque piani, ad esempio, dovrebbe esporti a solo 1/​200 della quantità di radiazione da fall-​​out esterna.

Mentre restartene nel salotto della tua casa a un piano costruita in legno, dimezzerà soltanto la radiazione, cosa che, se sei nei pressi di un’esplosione nucleare non ti servirà a molto.

Allora, cosa devi fare se non c’è un buon rifugio nelle immediate vicinanze? Resti in un rifugio inadeguato o rischi di esporti per trovare un rifugio migliore? E quanto devi aspettare?

Resto o rimango?

Nel suo studio del 2014, Dillon ha sviluppato dei modelli per compiere la scelta migliore. Mentre la risposta dipende dalla distanza dall’esplosione, che determinerà la velocità con cui si presenterà il fall-​​out, esistono però alcune regole generali da seguire.

Se durante l’esplosione ti trovi nelle immediate vicinanze o all’interno di un rifugio solido, resta lì fino a quando i soccorsi vengono a evacuarti verso un posto meno radioattivo.

Se non ti trovi già in un rifugio antiatomico, ma conosci un posto a circa cinque minuti di distanza — magari un grande condominio con un sotterraneo a qualche isolato di distanza – i suo i calcoli suggeriscono di andarci velocemente e restarvi.

Ma se il bell’edificio di mattoni pieni si trova a un quarto d’ora, allora è meglio rifugiarsi nel rifugio ‘leggero’ per un po’— per spostarti probabilmente dopo un’ora in un rifugio migliore.

Ciò perché un po’ della radiazione più intensa dovuta a fall-​​out a quel punto si è placata, anche se è sempre meglio ridurre la tua esposizione.

https://​it​.businessinsider​.com/​d​o​v​e​-​n​a​s​c​o​n​d​e​r​t​i​-​e​-​q​u​a​n​t​o​-​r​i​m​a​n​e​r​e​-​n​e​l​-​r​i​f​u​g​i​o​-​s​e​-​e​s​p​l​o​d​e​-​u​n​a​-​b​o​m​b​a​-​a​t​o​m​i​c​a​-​s​u​l​l​a​-​t​u​a​-​c​i​t​ta/

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Esclusivo – Omicidio Mattei, depistaggi e bugie su un delitto di Stato raccontati dal magistrato che ha scoperto la verità

Giuseppe Oddo

La copertina del libro edito da Chiarelettere

Manomissione dell’altimetro” o “bomba a bordo”. Sono le due ipotesi formulate a caldo in una perizia dell’officina riparazioni motori dell’aeronautica di Novara condotta sui resti dei reattori dell’aereo precipitato il 27 ottobre 1962 a Bascapè, nei pressi di Milano-​​Linate. Tenuta nascosta per decenni e scoperta nella seconda metà degli anni Novanta da Vincenzo Calia, il sostituto procuratore di Pavia che riaprì le indagini sulla morte di Enrico Mattei, la perizia dell’aeronautica è una delle prove più lampanti dell’occultamento dei fatti e del depistaggio avvenuti intorno all’assassinio del fondatore dell’Eni.

Perché di assassinio si tratta, con buona pace dei negazionisti di ieri e di oggi.

Come ha accertato la Procura di Pavia nel 2003, al termine delle indagini, il Morane Saulnier 760 precipitato a Bascapè era stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa, a Catania. Mattei era stato convinto a recarsi in Sicilia dove pernottò la notte tra il 26 e 27 ottobre 1962 e dove scattò la trappola della sua eliminazione. Cosa nostra, attraverso Stefano Bontate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, fece solo un lavoro di fiancheggiamento.

Il velivolo fu manomesso da mani molto esperte. A fare da innesco fu il sistema di apertura dei carrelli, che il pilota Irnerio Bertuzzi azionò quando il piccolo jet era già allineato alla pista di Linate, pronto per l’atterraggio.

Conferimento della cittadinanza onoraria di Matelica al magistrato Vincenzo Calia. Cronache Maceratesi

La perizia e varie altre carte inedite sulla sciagura di Bascapè figurano ora in un saggio di Chiarelettere che Business Insider Italia ha ricevuto in anteprima e che esce il 31 marzo in libreria: “Il caso Mattei”, lo stesso titolo del film diretto nel 1972 da Francesco Rosi, con Gian Maria Volontè nella parte del protagonista. Ed è un saggio che non passerà inosservato, perché uno dei due autori è Calia. Il magistrato, che oggi è procuratore aggiunto della Procura di Genova, ha scritto la prima parte del libro, che contiene il racconto dell’inchiesta e le sue convinzioni profonde.

Della seconda parte è invece autrice la giornalista di Euronews Sabrina Pisu che avanza una serie di ipotesi sui presunti mandanti dell’omicidio frutto della massa di indizi emersa dalle indagini.

31/​03/​1977. Amintore Fanfani, Presidente del Senato e Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio. AGF

Smontata la tesi dell’incidente

Calia smonta la tesi dell’incidente – accreditata dalla commissione amministrativa di inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti – e dimostra come l’aereo cadde per un’”esplosione limitata non distruttiva” all’interno del velivolo, innescata dal congegno di apertura del carrello anteriore. Gli accertamenti eseguiti dall’esperto di tecnologia dei metalli Donato Firrao su piccoli frammenti dell’aereo, su oggetti personali di Mattei e su schegge estratte dai corpi riesumati, hanno evidenziato sui vari reperti la “presenza di modificazioni” riconducibili a “una sollecitazione termica e meccanica di notevole intensità ma di breve durata, caratteristica dei fenomeni esplosivi”. In pratica, la certezza di un’esplosione.  L’ingegner Firrao ha anche partecipato al collegio peritale sulla sciagura di Ustica.

La carica esplosiva era stata sistemata nel cruscotto, proprio davanti al sedile del pilota Irnerio Bertuzzi, a destra del quale era seduto Mattei. Bertuzzi perse il controllo del velivolo a causa della piccola deflagrazione, che invalidò tutti i passeggeri. Viaggiava a bordo anche il giornalista statunitense di Time-​​Life William McHale, che stava realizzando un reportage su Mattei e che accettò all’ultimo momento l’invito del presidente dell’Eni di ritornare con lui a Milano. I corpi furono in parte spappolati dall’esplosione, e frammenti umani furono espulsi all’esterno, per la disintegrazione del tettuccio in plexigas che chiudeva la cabina di pilotaggio, e ritrovati sparsi per i campi lungo la traiettoria opposta a quella di caduta dell’aereo. Uno dei testimoni chiave, l’agricoltore Mario Ronchi, che aveva visto nel buio della sera l’aereo in fiamme girare a vuoto nel cielo e che fu il primo ad arrivare sul luogo del disastro, fu convinto a ritrattare le interviste che aveva rilasciate al Corriere della Sera e alla Rai.

Il Genenerale Giovanni Allavena, capo del Sifar. Screenshot da “La vera storia della loggia massonica P2”. Youtube

Intorno al relitto – scrive Calia sulla base delle testimonianze – c’era un brulicare di uomini delle forze dell’ordine, di personale dell’Eni e di agenti in borghese del Sifar, il servizio segreto militare dell’epoca, a capo del quale il presidente del Consiglio in carica, Amintore Fanfani, aveva nominato due settimane prima il generale Giovanni Allavena, il cui nome figurerà molti anni dopo nelle liste della loggia massonica segreta P2.

Ordini dall’alto

Testimoni ripescati da Calia a distanza di oltre trentacinque anni hanno dichiarato che l’ordine proveniente dalle alte sfere militari e politiche era di dimostrare che l’aereo fosse venuto giù per il maltempo o per una manovra errata del pilota, anche se su Linate la visibilità era buona, quella sera scendeva solo una leggera pioggia, come dimostrano le prove raccolte dal magistrato.

Amintore Fanfani con Enrico Mattei. Sceenshot. Orizzonti tv

Parti dell’aereo, tra cui il carrello anteriore tranciato di netto con la gomma integra, furono ritrovati a molte centinaia di metri dal relitto, come conferma il vastissimo repertorio fotografico rinvenuto da Calia, mai consultato dalla commissione di inchiesta né dai magistrati che indagarono all’epoca. Se l’aereo si fosse fracassato nell’impatto violento con il suolo, i rottami sarebbero dovuti rimanere intorno al relitto e i corpi all’interno della cabina, mentre la macabra presenza di arti e brandelli di carne penzolanti dagli alberi e della mano di Mattei trovata tranciata provavano l’esatto contrario. Era inoltre evidente che se l’aereo fosse esploso e si fosse incendiato a terra – come sosteneva la commissione di inchiesta presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi –  le foglie dei pioppi a pochi metri di distanza avrebbero dovuto presentare almeno qualche segno di bruciatura. Invece gli alberi erano integri, come ha accertato Calia.

E i resti umani trattenuti dai rami, sparpagliati in un raggio molto ampio, non potevano che essere “piovuti” dall’alto: dimostrazione ulteriore che il piccolo jet fu danneggiato in volo nel momento in cui il pilota, già in fase di atterraggio, aveva azionato la leva di comando delle ruote, che fu infatti rinvenuta in posizione “carrello giù”.

Il racconto di Calia è sorprendente per la quantità di prove e di testimonianze che il magistrato riesce a recuperare a distanza di così tanti anni e nonostante tutte le reticenze, le resistenze, i silenzi che ancora oggi avvolgono la vicenda di Enrico Mattei.

Enorme e sistematica attività di depistaggio

L’aspetto più interessante e sconcertante è l’enorme e sistematica attività di depistaggio e occultamento delle prove fatta emergere da Calia con la sua tenace azione giudiziaria frutto di centinaia di interrogatori avvenuti nel più assoluto riserbo e della consultazione di documenti che fanno luce sul delitto.

Un delitto maturato nelle alte sfere dello Stato, i cui mandanti non andavano ricercati all’esterno, tra le “sette sorelle” del petrolio con cui il presidente dell’Eni era ormai in procinto di scendere a compromesso, ma all’interno: nei potentati della Dc e negli apparati dello Stato più esposti nella lotta internazionale contro il comunismo, i quali vedevano in Mattei – nella sua straordinaria capacità di manovrare il parlamento e i partiti e di condizionare la politica estera – un nemico da abbattere.

Il regista Francesco Rosi, con Claudia Cardinale, presenta il suo film ‘Il Caso Mattei’ al Festival del Cinema di Cannes Film Festival, 13 Maggio 1972. Keystone/​Hulton Archive/​Getty Images

Nell’immaginario collettivo la sciagura di Bascapé era stata fissata come un incidente e tale doveva restare.

E tutti coloro che si discostarono dalla narrazione ufficiale dei fatti furono in qualche modo neutralizzati. Alcuni ci rimisero la vita, forse s’erano avvicinati troppo alla verità. Altri si lasciarono comprare con consulenze, prebende, libri e articoli ricattatori pubblicati, poi ritirati o solo minacciati.

Una scia di sangue

Il cadavere di Mattei lascia sul campo una scia di sangue impressionante. La più inquietante è la morte di Marino Loretti, il motorista dei due Morane Saulnier con cui viaggiava Mattei, molto amico del comandante Bertuzzi. Loretti fu accusato di aver dimenticato un cacciavite nel motore di uno dei due jet durante un’attività di manutenzione (vicenda su cui si è molto ironizzato, passata alla storia come ”attentato del cacciavite”). In realtà il cacciavite era stato lasciato apposta da qualcun altro affinché la responsabilità potesse ricadere su Loretti: il quale fu rimosso dall’incarico e trasferito in Africa. Un tecnico di grande esperienza, uomo di estrema fiducia di Bertuzzi, veniva così allontanato dai Morane Saulnier prima dell’ottobre 1962, mentre il presidente dell’Eni riceveva pesanti minacce di morte e l’efficienza e la vigilanza sui suoi aerei divenivano ancora più importanti per la sua sicurezza. Loretti finì per dimettersi dall’Eni e per andare a lavorare per una piccola compagnia aerea. Morì nel 1969 pilotando un piccolo aereo tra Ciampino e Roma Urbe. I due motori si piantarono in fase di decollo e l’aereo precipitò.

Gian Maria Volonté ne Il caso Mattei (1972)

Qui comincia un’altra storia: Calia acquisisce agli atti le carte della commissione d’inchiesta che aveva accertato come causa dell’incidente di Loretti la mancanza di carburante e scopre, attraverso documenti e testimonianze, che l’aereo aveva cherosene più che sufficiente e che i motori s’erano piantati perché qualcuno durante la notte, a Ciampino, aveva versato parecchi litri d’acqua nel serbatoio. Loretti fa in sostanza la stessa fine di Mattei.

E muore pochi mesi dopo aver inviato una lettera a Italo Mattei, fratello del fondatore dell’Eni, dove scrive di essere stato allontanato in modo intenzionale dall’incarico di motorista e di poter suggerire con le informazioni di cui è in possesso una nuova pista investigativa sulla morte di Enrico Mattei.

Perché la commissione d’inchiesta tacque sull’acqua nel serbatoio dell’aereo nonostante l’esame di un campione di carburante effettuato dai laboratori dell’aeronautica militare ne avesse rilevato la presenza?

Perché collaborarono alle indagini un ingegnere e un capitano dei servizi segreti?

Uno dei due, Romualdo Molinari, si trovava peraltro in Sicilia nell’ottobre 1962 come pilota di un gruppo di volo del comando dell’aeronautica militare antiSom di Fontanarossa nei cui hangar era stato ricoverato, nella notte tra il 26 e il 27, l’aereo di Mattei. Tante. Troppe coincidenze.

Il rapimento di De Mauro

Mauro De Mauro. Wikipedia

La scia di sangue avanza con la morte di Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano di Palermo “L’Ora”, il cui rapimento trascinerà con sé altre morti. La sera del 16 settembre 1970, De Mauro si allontana sulla sua Bmw con alcuni uomini di Cosa nostra che lo aspettavano sotto casa e sparisce nel nulla. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Era stato incaricato dal regista Francesco Rosi di ricostruire, per la produzione del film su Mattei, gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni, trascorsi in Sicilia.

De Mauro ripercorre il tragitto di Mattei. Va a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna e poi a Riesi, il paese del mafioso Di Cristina, di cui era stato testimone di nozze Graziano Verzotto, il segretario regionale della Dc che curava le relazioni esterne dell’Eni in Sicilia. Va a Gela. E incontra a Palermo i potenti dell’epoca, tra cui Verzotto e l’avvocato Vito Guarrasi, una delle figure più ambigue della storia siciliana e nazionale, che nel 1943 aveva partecipato alla missione italiana presso il comando alleato ad Algeri. Ad amici e parenti De Mauro confida di avere in tasca uno scoop che farà tremare l’Italia.

Come scrisse Leonardo Sciascia, forse aveva detto la cosa giusta alla persona sbagliata o forse la cosa sbagliata alla persona giusta.

Il rinvenimento dell’auto di Mauro De Mauro. Wikipedia

Sta di fatto che le indagini della polizia, indirizzate fin dal primo momento sulla pista Mattei, furono presto abbandonate a favore di quelle dei carabinieri, i quali sostenevano che De Mauro fosse stato rapito per i suoi articoli sui traffici di stupefacenti della mafia. L’allora colonnello Carlo Aberto Dalla Chiesta, comandante della legione dei carabinieri di Palermo, ebbe uno scontro verbale con la moglie di De Mauro, che imputava invece il rapimento del marito al lavoro sulla ricostruzione degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia che lo aveva assorbito nei mesi precedenti.

Come De Mauro era scomparso nel nulla, così si dissolsero le indagini sul suo conto.

L’avvocato Vito Guarrasi. Carlo Carino/​Imagoeconomica

Annacquare le indagini

Calia studia le carte e nel 1988 chiama a deporre tra gli altri il sostituto procuratore di Palermo Ugo Saito incaricato delle indagini. Saito dichiara che l’ordine di annacquare le ricerche era partito dal capo dei servizi segreti, Vito Miceli, durante una riunione cui aveva partecipato il vicequestore Boris Giuliano (a sua volta ucciso dalla mafia), e che l’ultimo anello della catena delittuosa su cui indagava la Procura di Palermo era Amintore Fanfani.

Saito aggiunge che era in procinto di trasmettere gli atti delle indagini su De Mauro alla Procura di Pavia, chiedendo l’arresto di Fanfani per l’omicidio di Enrico Mattei.

E tira in ballo anche un altro nome: “Ho anche memoria del fatto che dagli atti potevano emergere ipotesi di responsabilità a carico di alcuni personaggi di rilevo della vita italiana. Fanfani, Cefis…”. Peraltro, stando alla ricostruzione di Junia De Mauro, figlia del giornalista, sembra che anche Mauro De Mauro attribuisse a Cefis “precise responsabilità sulla morte di Mattei”.

1968 – Eugenio Cefis Vice Presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi). Keystone Pictures USA/ZUMAPRESS.com

Il braccio destro

Eugenio Cefis era stato l’ombra di Mattei all’Eni. Allievo della scuola militare di Modena e poi agente del Sim, il controspionaggio militare fascista, Cefis è in Valdossola durante la resistenza come vicecomandante della divisione Valtoce e come organizzatore delle brigate “Di Dio”. Durante la guerra partigiana conosce Mattei, che è a capo delle formazioni cattoliche, il quale dopo la liberazione lo vorrà al suo fianco all’Agip.

Quando nel 1953 nasce l’Eni, Cefis diventa il numero due del gruppo. E’ l’uomo delle operazioni riservate di Mattei. La sua interfaccia in Sicilia è l’avvocato Guarrasi, il suo acerrimo nemico il senatore Verzotto. Fulvio Bellini, autore di un famoso libro su Mattei, diceva che Cefis traesse il proprio potere non sono dal fatto di tenere in pugno un certo numero di deputati e senatori, ma anche dalla capacità di gestire somme di denaro rilevanti al di fuori dei fini istituzionali dell’Eni. Aveva il culto della segretezza ed erano suoi amici alcuni esponenti di punta dei servizi, da cui riceveva informazioni di prima mano e per i quali rappresentava a sua volta un punto di riferimento, come se avesse ricevuto una qualche investitura superiore. Un appunto dei servizi ritrovato da Scalia, il cui grado di attendibilità è tutto da dimostrare, lo indica come fondatore della P2. Di certo conosceva parecchi esponenti della loggia e il maestro venerabile Licio Gelli, con il quale restò in contatto fino al momento in cui questi non fu arrestato in Svizzera.

L’originale del documento dei servizi in cui si indica Eugenio Cefis come fondatore della loggia P2 (evidenziato da Business Insider Italia) .

Chiarelettere
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La sua carriera sembrava dovesse cessare nel gennaio 1962, quando Cefis lasciò l’Eni per ragioni mai chiarite. Ufficialmente si dimise per motivi personali. Italo Mattei sostenne invece che il fratello lo avesse allontanato perché ne aveva scoperto i maneggi e lo considerava un doppiogiochista asservito agli americani.

La sua uscita di scena dura però appena nove mesi. Subito dopo la morte di Mattei, Fanfani lo nomina infatti capo dell’Eni, dove resterà – prima come vicepresidente esecutivo e poi come presidente – fino al momento del suo sbarco in Montedison. L’Eni aveva scalato con i soldi dello Stato la più grande impresa chimica privata, che Cefis guidò con piglio risoluto fino al 1977, finché non decise di uscire per sempre dalla scena pubblica, andando a vivere in Svizzera ma continuando a curare i propri affari di famiglia sparsi tra l’Italia e il Canada.

Enrico Mattei a un raduno di partigiani. Wikipedia

L’accusa di PPP

Cosa sapeva Cefis della morte di Mattei? Cosa aveva capito? Mario Reali, che è stato a lungo rappresentante dell’Eni a Mosca nel periodo sovietico e che aveva rapporti con il primo ministro Aleksej Kossighin e con altre personalità dell’Urss, sostiene che Cefis conoscesse la verità sulla morte di Mattei. Sabrina Pisu cita fra le altre cose un appunto riservato trasmesso il 9 dicembre 1970 dal questore di Milano al ministero dell’Interno e alla divisione Affari riservati, dove si afferma che la responsabilità di Cefis nella morte di Mattei fosse molto più diretta di quanto si credesse allora e che nell’Eni più d’uno ne era convinto.

Calia da magistrato non si pronuncia. Per lui parla l’inchiesta, anche se conclude il libro con una citazione di “Petrolio”, il romanzo di Pier Paolo Pasolini pubblicato postumo, di cui uno dei personaggi è Carlo Troya, alias Eugenio Cefis. La citazione è emblematica: “In questo preciso momento storico Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore”.

L’ombra del caso Mattei con la sua sequenza di delitti si allunga fino alla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, dove nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 lo scrittore “corsaro” è assassinato in modo efferato. E ancora una volta il nome di Cefis è accostato, in tempi non sospetti, alla morte del fondatore del gruppo del “cane a sei zampe”: non da un magistrato, ma dal più grande intellettuale di quegli anni, il quale nelle sue opere andava denunciando la natura violenta, brutale e omologante del potere.

 

https://​it​.businessinsider​.com/​e​s​c​l​u​s​i​v​o​-​o​m​i​c​i​d​i​o​-​m​a​t​t​e​i​-​d​e​p​i​s​t​a​g​g​i​-​e​-​b​u​g​i​e​-​s​u​-​u​n​-​d​e​l​i​t​t​o​-​d​i​-​s​t​a​t​o​-​r​a​c​c​o​n​t​a​t​i​-​d​a​l​-​m​a​g​i​s​t​r​a​t​o​-​c​h​e​-​h​a​-​s​c​o​p​e​r​t​o​-​l​a​-​v​e​r​i​ta/

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Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Mafia Capitale, Boccacci e i camerati in aula: Carminati parla e torna il clima di piombo anni ’70: “Io ancora in guerra”

Platea di reduci nell'aula bunker di Rebibbia: testa rasata e tatuaggi, faccia dura e tanti ricordi. Tra loro anche l'esponente di "Militia". Il "cecato" ricorda la sparatoria che gli fece perdere l’occhio sinistro: "Era il 21 aprile 1981, in quel momento era giusto che ci sparassero". Poi l'accusa ai carabinieri: "Mai minacciato Seccaroni, mi è stata fatta una porcheria, hanno omesso le prove"

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Ha un’odore stantio di una vecchia cantina quel mondo che Massimo Carminati ricrea attorno a sé. Sembra di rivedere i volti dei “pischelli” della banda della Magliana (“Bravi ragazzi alcuni, presidente, e lei lo sa che io non sono una mammola”) e i titoli dei giornali con le foto dei morti rimasti sull’asfalto, in una Roma dei misteri, dove si incrociavano servizi segreti, pezzi di cosa nostra, batterie di rapinatori e fascisti dal grilletto facile. Ed è forse il rosso acceso del sangue l’unico assente dal racconto autocelebrativo del “cecato”, alias “samurai”, alias “il pirata”. O il “nero”. Un mondo un po’ fantastico, fatto di onore ed omertà (“io non parlo di chi non è nel processo”), dove le vittime non devono avere spazio. Il primo giorno del suo interrogatorio ha richiamato quel manipolo di “200 persone”, la “comunità degli anni ’70”, come il suo mondo.

Ed eccoli i reduci, oggi in aula, testa rasata e tatuaggi, faccia dura e tanti ricordi. Quando Carminati inizia a ripercorrere il passato criminale nell’edificio bunker di Rebibbia Maurizio Boccacci, classe ’57, ascolta in silenzio, assorto. E’ accanto al fratello di Carminati, insieme a qualche altro camerata. Niente bar nella pausa. Nessun contatto con avvocati o giornalisti. Uno come lui rappresenta quel mondo che ancora oggi si richiama al fascismo, che corse al funerale di Eric Priebke per rendere omaggio al boia delle Fosse ardeatine, che ogni gennaio si schiera in via Acca Larentia per commemorare gli studenti di destra morti, che si nasconde dietro le sigle di Militia, il gruppo antisemita e neonazista al centro di indagini recenti della Procura di Roma. E che oggi viene in aula, perché parla il samurai.

La guerra non è finita – Apparivano come rivolte più a loro che al processo le parole pronunciate da Massimo Carminati all’inizio della seconda udienza, rispondendo all’avvocato Ippolita Naso: “A quanto pare la guerra con il mondo non è finita, a me non mi fa paura nulla, a me mi fanno ridere”. Il suo legale gli aveva chiesto di commentare una intercettazione con l’imprenditore Cristiano Guarnera, dove ripercorreva la sua storia criminale. E per ribadire ancora una volta quella sua immagine – tutta estetica e criminale – di guerriero, di vero Samurai, ha proseguito ricordando la sparatoria che gli fece perdere l’occhio sinistro: “Ma chi se ne frega che questo dato continua ad essere riproposto… Sì, il 21 aprile 1981 sono stato ferito, in un appostamento della Digos, stavano dentro un camion, hanno trovato 145 colpi poi nell’automobile, mi hanno colpito in faccia. Ci hanno sparato e basta, ma erano altri tempi, io ho dato legittimità a questo fatto, per me è una ferita di guerra, in quel momento era giusto che ci sparassero, la procura sa che è così, non mi interessa neanche spiegarlo”. Ed ecco che nell’aula bunker di Rebibbia – dove sono passati pezzi di neofascismo e della banda della Magliana – ritornano quelle tinte grige, plumbee degli anni ’70.

Le parole di Carminati suonano quasi come un richiamo. Un segnale, un assist politico. Difficile interpretare il gesto, ma di certo quella “comunità” è ancora oggi attiva. Nelle informative gli investigatori del Ros avevano ricostruito nei dettagli – durante le indagini – gli incontri tra Massimo Carminati e Maurizio Boccacci: il 24 gennaio 2012 l’esponente di Militia era stato scarcerato e solo quattro giorni dopo le microspie registrano l’incontro tra i due. Boccacci, annotano i carabinieri, ”discuteva del panorama politico italiano del momento”. Una conoscenza ed un rapporto che, però, lo stesso Carminati cercava di occultare, secondo gli investigatori: “In tale circostanza – scrivono i carabinieri del Ros – assumeva particolare interesse la volontà espressa dal Carminati di evitare controlli di Polizia che avrebbero lasciato traccia dell’incontro con l’interlocutore”. Un dettaglio che racconta l’importanza che il “nero” dava al quel rapporto.

Le ultime parole di Carminati – Le ore dell’interrogatorio scorrono poi con una certa stanchezza, tra puntualizzazioni, ricostruzioni contrapposte a quelle dell’accusa e un attacco ai carabinieri del Ros. La storia riguarda quella che per la Procura era una intimidazione, una vera e propria minaccia, nei confronti di Luigi Seccaroni, un concessionario romano in stretti rapporti con Carminati. “Ci sono voluti due mesi ma alla fine con l’avvocato abbiamo ricostruito quello che è accaduto”, spiega nel corso dell’interrogatorio. “Io non ho incontrato quel giorno Seccaroni, i dati del gps messo sulla mia automobile lo dimostrano”. E’ l’occasione per partire a testa bassa contro gli investigatori.

Riemerge, per qualche minuto, il Samurai, il bandito che non perdona “le guardie”: “Io penso che in questo atto c’è una azione dolosa, non da parte della Procura. Io posso fare il bandito, posso fare qualsiasi reato, ma voi, come Ros, non lo potete fare, mi è stata fatta una porcheria, hanno omesso le prove, io non ho mai minacciato Seccaroni in questa cosa non c’è niente che va bene”. Nel controesame il pm Luca Tescaroli gli contesta una telefonata fatta con Riccardo Brugia, proprio quel giorno, dove lui usa parole pesantissime nei confronti del concessionario: “Nano putrefatto, capito? Io ti piscio addosso, capito? Mo’ vai a denunciarmi ai carabinieri, non me ne frega niente…”, erano le parole di Carminati su Seccaroni intercettate quel giorno. Ma questa era l’occasione che il “cecato” aspettava, colpire il Ros, il suo nemico giurato con accuse pesanti di indagini manipolate; ancora una volta può mostrare alla Roma che voleva dominare di che pasta è fatto.

Il controesame, che dura meno di un’ora, lo vede con un atteggiamento molto diverso rispetto a quello mostrato fino al momento. Quando il pm Tescaroli gli chiede delle armi, la prima risposta vorrebbe quasi essere ironica: “Negli anni ’70 facevo il rapinatore, può essere che con qualche arma ho avuto a che fare, dottore”. E quando la Procura gli contesta un’intercettazione dove parlava con Brugia di armi durante le indagini di Mafia capitale, la risposta è secca: “Stavamo parlando di qualche film. Abbiamo parlato di armi, a me piacciono le armi”. E aggiunge: “Non mi risulta che siano state trovate… sì, non sono state trovate, non sono state usate… parlavamo di film visti la sera prima”.

Sfugge anche alle domande sui suoi rapporti con altri pezzi del mondo criminale romano: “Diottallevi? Era passato solo per un saluto, ci siamo presi solo un caffè”. Rivendica solo l’amicizia con Michele Senese, il boss inserito nel famoso articolo de L’Espresso sui quattro Re di Roma: “Michele era uscito dal carcere, ero felicissimo, ci siamo salutati e abbiamo parlato del più del meno, io con lui non ho avuto processi o indagini insieme; io sono contento anche quando evade qualcuno, si figuri se non sono felice quando qualcuno esce dalla galera”.

Nessuna disputa, nessuna discussione per spartizioni che, dice, “non esistono”, “nessun motivo di contendere”. E di droga non ne vuole poi proprio sentire parlare, storie “inventate dalla stampa”, spiega, che lo fanno infuriare. “Io denuncerò tutti – aggiunge poi promettendo una guerra di carte bollate – quando sarà finito il processo; gli unici che rispetto sono Il Fatto Quotidiano e Report. Mi attaccano, ma attaccano tutti e non hanno padroni”.

Sono probabilmente le ultime parole in pubblico di Massimo Carminati, che rischia la pena più dura della sua lunghissima carriera criminale. Non aveva mai risposto in aula, salvo qualche breve intervento, molto spesso per controbattere ad inchieste giornalistiche. Prima dell’estate arriverà la sentenza, che chiuderà la prima parte di una lunghissima battaglia giudiziaria. Il “nero”, l’uomo a cavallo tra l’eversione di destra e il mondo del crimine della banda della Magliana, ripiomberà nel silenzio. Con l’accusa peggiore, che tra poco verrà valutata dai giudici: quel suo mondo altro non è se non Mafia capitale.

http://​www​.ilfattoquotidiano​.it/​2​0​1​7​/​0​3​/​3​0​/​m​a​f​i​a​-​c​a​p​i​t​a​l​e​-​b​o​c​c​a​c​c​i​-​e​-​i​-​c​a​m​e​r​a​t​i​-​i​n​-​a​u​l​a​-​c​a​r​m​i​n​a​t​i​-​p​a​r​l​a​-​e​-​t​o​r​n​a​-​i​l​-​c​l​i​m​a​-​d​i​-​p​i​o​m​b​o​-​a​n​n​i​-​7​0​-​i​o​-​a​n​c​o​r​a​-​i​n​-​g​u​e​r​r​a​/​3​4​8​7​6​34/

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Appello disperato.

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Follonica.

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