E’ morto Mario Garriba! [nov1944-dic2013]

E’ mor­to Mario Gar­ri­ba! [nov1944-dic2013]

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in col­lab­o­razione con la Cinete­ca Nazionale
mer­coledì 19 Mar­zo h21.45, SalaNomad­i­ca | SpazioMeno­male, Bologna
E’ mor­to Mario Gar­ri­ba! [nov1944-dic2013]
due film di Mario Gar­ri­ba, con Fabio Gar­ri­ba
In pun­to di morte (1971)
Regia: Mario Gar­ri­ba; sogget­to e sceneg­giatu­ra: M. Gar­ri­ba; fotografia: Rena­to Berta; scenografia: Lidi­ja Yura­kic; musi­ca: Dim­itri Nico­lau Golovnyi; mon­tag­gio: Fabio Gar­ri­ba, M. Gar­ri­ba; inter­preti: F. Gar­ri­ba, Elio Capi­toli, Ercole Ercolani, Job­st Grapow, Lui­gi Guer­ra, Maria Marchi; orig­ine: Italia; pro­duzione: Cen­tro Sper­i­men­tale di Cin­e­matografia; dura­ta: 55’
A Orvi­eto, un gio­vane di buona famiglia si com­por­ta in maniera irriv­er­ente e goliardi­ca nei con­fron­ti del­la famiglia, del mon­do del lavoro e delle isti­tuzioni, travol­gen­do con il suo sar­cas­mo ogni bar­ri­era sociale. Non arre­standosi nem­meno di fronte alla morte, estremo, tragi­co, gio­co. «Non ho volu­to rac­con­tare una sto­ria. Ho pre­so invece un per­son­ag­gio che con le sue con­trad­dizioni mi per­me­ttesse di pas­sare di con­tin­uo dal­la realtà alla finzione, dal pre­sente al pas­sato come se fos­sero la stes­sa cosa. Un per­son­ag­gio chiu­so den­tro una cit­tà di provin­cia con gior­nate tutte uguali fat­te da desideri inutili, preti fer­mi davan­ti alle chiese, pezzi d’opera can­tati a squar­ci­ago­la, il ridi­co­lo sui­cidio degli esi­bizion­isti, funer­ali silen­ziosi. Ma non ho volu­to nem­meno inventare parole nuove e i dis­cor­si sono sem­pre dei modi di dire così come situ­azione è un luo­go comune. Il rifi­u­to stes­so che il mio per­son­ag­gio por­ta con­tro tut­to quel­lo che incon­tra, non è mai vero e res­ta sem­pre un gio­co o un sog­no, des­ti­na­to quin­di a morire presto per un urlo trop­po forte» (Mario Gar­ri­ba).
Voce del ver­bo morire (1970)
Regia: Mario Gar­ri­ba; sogget­to e sceneg­giatu­ra: M. Gar­ri­ba; fotografia: Emilio Bestet­ti; mon­tag­gio: Job­st Grapow; inter­preti: Fabio Gar­ri­ba; orig­ine: Italia; pro­duzione: Cen­tro Sper­i­men­tale di Cin­e­matografia; dura­ta: 16’
Un gio­vane cer­ca in tut­ti i modi di sui­ci­dar­si, ma la (s)fortuna non lo assiste e tut­ti i ten­ta­tivi fal­lis­cono (tragi)comicamente. «Era la pri­ma vol­ta che mi met­te­vo dietro una macchi­na da pre­sa e ho volu­to provare tut­to: car­rel­li avan­ti e indi­etro, accel­er­azioni, ral­len­ta­men­ti, gags, col­ore, bian­co e nero, virag­gi, cin­e­ma muto, sonoro, etc… e tut­to questo in fret­ta, anche con con­fu­sione, pren­den­do appun­ti per film molto più bel­li che avrei fat­to dopo. Ma intan­to ave­vo dimen­ti­ca­to che per fare cin­e­ma occorre soltan­to for­tu­na» (Mario Gar­ri­ba).


Di seguito un testo di Enrico Magrelli, Domenico Monetti, Luca Pallanch

in punto di morte 1
I fratel­li Fabio e Mario Gar­ri­ba, 
enfants prodi­ge del cin­e­ma ital­iano, l’attore e il reg­ista, ma anche a sovver­tire i rap­por­ti di forza tra i due gemel­li, il reg­ista e l’attore, tan­to da gener­are spes­so con­fu­sione sulle loro apparizioni cin­e­matogra­fiche. Non volen­do sciogliere defin­i­ti­va­mente il mis­tero sul­la loro pre­sen­za nel cin­e­ma ital­iano, lì abbi­amo (intra)visti in Ven­to dell’est di Godard, Lo sco­pone sci­en­tifi­co di Comenci­ni, Sbat­ti il mostro in pri­ma pag­i­na di Bel­loc­chio, Non ho tem­po di Giannarel­li, Una breve vacan­za di De Sica, Agosti­no d’Ippona di Rosselli­ni, La via dei bab­bui­ni di Mag­ni, Nove­cen­to di Bertoluc­ci, La ter­raz­za di Sco­la, Sog­ni d’oro Bian­ca di Moret­ti, Pic­coli fuochi di Del Monte. Ma è un film a con­sacrar­li, defin­i­ti­va­mente, fin dal prin­ci­pio, nel­la memo­ria (e nel­la sto­ria del cin­e­ma ital­iano): In pun­to di morte, sag­gio di diplo­ma al Cen­tro Sper­i­men­tale, diret­to da Mario e inter­pre­ta­to da Fabio, che vince, a sor­pre­sa, il Par­do d’oro al Fes­ti­val di Locarno 1971, ex aequo con …Han­no cam­bi­a­to fac­cia di Cor­ra­do Fari­na e Les amis di Gérard Blain. Un caso uni­co nel­la sto­ria del Cen­tro Sper­i­men­tale e del cin­e­ma ital­iano, un sag­gio di regia che vince uno dei più impor­tan­ti pre­mi cin­e­matografi­ci del mon­do, sen­za però gran­di echi, al pun­to che l’unico telegram­ma di felic­i­tazioni il gio­vane reg­ista lo riceve da Rober­to Rosselli­ni con un «bra­vo, bra­vo, bra­vo. A nome mio e del Cen­tro Sper­i­men­tale», che vale più dal silen­zio del­la crit­i­ca, col­ta alla sprovvista dal­la proiezione alle 17 di un fatidi­co ven­erdì 13 agos­to. Non così la mit­i­ca Lotte H. Eis­ner, che vede il film ed, entu­si­as­ta, gli apre le porte del­la Ciné­math­èque Française.
In pun­to di morte: film di sno­do del cin­e­ma ital­iano, che riprende da I pug­ni in tas­ca di Bel­loc­chio il tema del­la con­tes­tazione all’interno del­la famiglia, ma con una vena sin­go­lare, rias­sun­ta in modo fol­go­rante dall’ingegnere del suono, Jeti Gri­gioni (il fon­i­co di Diario di un mae­stro di De Seta): «Se il cin­e­ma ital­iano fos­se sta­to più serio, oppure più intel­li­gente, si sarebbe accor­to che Woody Allen era già nato e abita­va a Roma vici­no a Cam­po dei Fiori». Orig­i­nal­ità col­ta da Nan­ni Moret­ti, per il quale In pun­to di morte «antic­i­pa­va umori e atmos­fere di tan­ti film real­iz­za­ti poi negli anni ’70». Nell’eterno gio­co dialet­ti­co tra i due gemel­li Fabio riven­di­ca per sé quell’originalità, facen­dola risalire al suo sag­gio di diplo­ma al Cen­tro Sper­i­men­tale, I par­en­ti tut­ti del 1967, altra vari­azione sul tema del­la morte (così come l’esercitazione di Mario Voce del ver­bo morire, a chi­ud­ere un ide­ale trit­ti­co): come avrebbe fat­to due anni dopo Gino De Domini­cis, Fabio Gar­ri­ba fa stam­pare un necrolo­gio in occa­sione del­la sua morte, duel­lan­do anche lui con l’immortalità. Fabio, stu­dente di architet­tura, al pri­mo anno era già arriva­to alla corte di Le Cor­busier, che, tra­volto dai suoi dis­cor­si cin­e­matografi­ci (Pasoli­ni lo inviterà a par­lare da solo), gli seg­nala l’esistenza a Roma del Cen­tro Sper­i­men­tale, dove Gar­ri­ba entra “come caso eccezionale”, non essendo anco­ra lau­re­ato. E come tale si com­por­ta por­tan­do una vena di sana pazz­ia tra le mura del Cen­tro, deg­no pre­lu­dio a una breve, ma inten­sa, car­ri­era da seg­re­tario di assis­tente-aiu­to reg­ista per Carme­lo Bene (Capric­ci), De Sica (per l’episodio Il leone de Le cop­pie), Godard (Ven­to dell’est), Pasoli­ni (Por­cile) e Vis­con­ti (provi­ni d’ammissione al Csc), pri­ma di dedi­car­si (purtrop­po non defin­i­ti­va­mente, solo per pochi anni) alla car­ri­era di attore, con il suo incon­fondibile volto («la fac­cia gemel­la, meno sag­gia e più trag­i­ca», rispet­to a quel­la egual­mente «stra­or­di­nar­ia» di Mario, come scrisse affet­tu­osa­mente Tat­ti San­guineti), che avrebbe mer­i­ta­to sguar­di più atten­ti, ma che oggi riecheg­gia pre­po­ten­te­mente nelle numerose par­ticine che fuori­escono qua e là. Innu­merevoli camei di un per­son­ag­gio che por­ta­va con la non­cha­lance di un out­sider la sua fama già pos­tu­ma.
Cin­e­ma che già nasce inesora­bil­mente ter­mi­nale, «fiore reciso» (anco­ra San­guineti), quel­lo dei fratel­li Gar­ri­ba, e muore infat­ti con la sec­on­da pro­va da reg­ista di Mario, dopo anni e anni di ten­ta­tivi repres­si dall’industria cin­e­matografi­ca, con un film a suo modo prover­biale per lo sta­to delle cose, sul finire degli anni Set­tan­ta, anni di crisi e di ritorni nell’alveo: Corse a perdic­uore, che dove­va essere inter­pre­ta­to da Benig­ni, il quale poi chiede asi­lo a Fer­reri e il povero Mario si deve accon­tentare di Andy Luot­to, ter­zo per­son­ag­gio più famoso del momen­to gra­zie a L’altra domeni­ca, dopo il Papa e Per­ti­ni, sec­on­do il sondag­gio di un set­ti­manale deci­si­vo nel­la scelta del pro­tag­o­nista da parte del­la casa di pro­duzione, la mit­i­ca PEA di Alber­to Grimal­di. Poi l’apparente silen­zio, spez­za­ta in un cal­da gior­na­ta di set­tem­bre, a Venezia, tra treni sbagliati, orari sbal­lati e una lun­ga fila di spet­ta­tori, fra i quali Nan­ni Moret­ti, impeg­na­to in «un’operazione nos­tal­gia».

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