PASOLINI, GESTO ESECRABILE DI QUATTRO DEFICIENTI

Ennesimo gesto esecrabile di quattro pericolosi deficienti che continuano ancora a scorrazzare impuniti. Chiediamo che la stele danneggiata, dedicata a Pasolini, all'idroscalo di Ostia, venga risistemata al più presto e che le le autorità competenti intervengano per sgominare questa banda di teppisti che continua ancora a far parlare di sé per atti che ripugnano la coscienza civile e democratica.

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giorgia-meloni2-350x234 Giovanni Barbera

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MALATO DI SCLEROSI A CRUCIANI: "SONO CONTENTO CHE I FARMACI CHE PRENDO SIANO TESTATI SU ANIMALI"

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Continuano gli scontri, anche se solo verbali (in questo caso), tra Giuseppe Cruciani e i vegani.

"Sono un malato di sclerosi multipla e sono contento che i farmaci che prendo li abbiano prima testati sugli animali". Così Fabio da Torino, un ascoltatore della trasmissione radiofonica di Radio24 'La zanzara', è intervenuto nello scontro che non sembra placarsi tra Cruciani e gli animalisti. Dopo la protesta andata in scena venerdì pomeriggio sotto gli studi di Milano, ieri il conduttore radiofonico aveva attaccato il giornalista de 'Il Fatto Quotidiano' Andrea Scanzi, che aveva scritto un editoriale su Cruciani.

"Bravo, ascolta questo qua - ha risposto Cruciani, rivolgendosi a un utente su Twitter - deficiente che hai già scritto su Twitter".

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VIA VENETO, SIGILLI AI DEHORS ABUSIVI "LIBERATI" 100 METRI DI MARCIAPIEDE

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WCENTER 0KQDDBRJPH Sequestro in via Veneto

La polizia di Roma Capitale è intervenuta in via Veneto per controllare alcune attività di somministrazione, in osservanza alle linee guida dettate dal commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca. Gli agenti, provenienti dal gruppo Trevi, hanno posto sotto sequestro due strutture chiuse (dehors) posizionate lungo il marciapiede, denunciando i titolari all'autorità giudiziaria per violazione delle norme urbanistiche, paesaggistiche e archeologiche e, in uno dei casi, per mancanza di autorizzazioni riguardanti la staticità delle costruzioni.
Posizionate su suolo pubblico e privi di autorizzazioni, ambedue le strutture fabbricate in ferro, vetro e cemento, sono caratterizzate da importanti opere edili di livellamento, pavimentazione in calcestruzzo, installazione di impianti elettrici e televisivi, riscaldamento e climatizzazione. In uno dei due casi la pesante struttura del gazebo grava sul solaio di copertura degli ingressi della metropolitana: ai controlli non risulta la presenza delle necessarie autorizzazioni da parte del genio civile. Gli agenti, quindi, hanno posto tutto sotto sequestro e apposto i sigilli.
Per quanto riguarda la parte amministrativa, Il Municipio di competenza analizzerà i rapporti dei vigili, determinando le sanzioni da irrogare: a fronte di circa 6 mq di suolo pubblico autorizzato, gli agenti hanno accertato che i tavolini posizionati lungo il muro dell'attività occupavano ben 98 mq di marciapiede, spesso non garantendo il minimo di due metri obbligatori per il transito dei pedoni. Controlli come questi proseguiranno nei prossimi giorni, nell'ambito delle strategie che la polizia locale di Roma sta portando avanti ormai da mesi per garantire il rispetto della legalità.

http://​leggo​.it/​n​e​w​s​/​r​o​m​a​/​v​i​a​_​v​e​n​e​t​o​_​v​i​g​i​l​i​_​b​l​i​t​z​_​t​a​v​o​l​i​n​i​_​d​e​h​o​r​s​-​1​6​4​0​5​9​7​.​h​tml

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E' morto Giorgio Calabrese, l'autore di "E se domani"

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di ALESSANDRA VITALI

Aveva 86 anni. Suoi alcuni capolavori della canzone italiana. Le collaborazioni con i più grandi, da Mina a Celentano

E' morto a Roma, all'età di 86 anni, Giorgio Calabrese. Paroliere e autore televisivo, aveva scritto alcuni capolavori della musica italiana, come E se domani. Tra i padri della "scuola genovese" - con Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, i fratelli Reverberi, Luigi Tenco, Fabrizio De André - aveva scritto per gli artisti più importanti, da Mina a Ornella Vanoni, da Adriano Celentano a Luigi Tenco, oltre ad aver tradotto in italiano i testi di Charles Aznavour e Juliette Greco.

Calabrese era nato a Genova il 28 novembre del 1929 e aveva iniziato scrivendo per Umberto Bindi. Sue, fra le altre, Arrivederci (1959), Il nostro concerto (1960) e Non mi dire chi sei (1961). Nel 1959 aveva composto I sing ammore per Nicola Arigliano, diventata un grande successo. Ma è alla metà degli anni Sessanta che arriva la grande popolarità, grazie a una "sconfitta" a Sanremo. Nel 1964 porta al Festival due brani, A mezzanotte (l’ultimo tram) cantata da Milva e Frida Boccara e E se domani, cantata da Fausto Cigliano e Gene Pitney, ma nessuna delle due arriva in finale. Passano alcuni mesi, quando E se domani viene incisa da Mina: diventerà uno dei più grandi successi della musica italiana. Quello con Mina diventa un legame artistico fortunato che li porterà anche a condurre insieme un programma radiofonico, Pomeriggio con Mina, in onda alla domenica. Importante anche il sodalizio artistico con Umberto Bindi che diede vita a Arrivederci (1959) e Il nostro concerto (1960), conosciuti in tutto il mondo, ma pure alla stesura di Piano (1960), scritta originariamente per Mina e ripresa in tutto il mondo con il titolo di Softly as I leave you e eseguita da Frank Sinatra, Elvis Presley, Tony Bennett. La canzone gli valse un Grammy nel 1978.

Calabrese scrive per grandi autori ma, nel tempo, si rivela anche un bravo talent scout. A lui devono molto personaggi come Ornella Vanoni, fino a qualche anno prima considerata un'artista "di nicchia", che Calabresi riesce a portare nella classifica dei dischi più venduti con brani come Domani è un altro giorno, Il tempo d'impazzire, Uomo mio, bambino mio; e Orietta Berti, per la quale nel '62 firma Franchezza, Non ci sarò e Se non avessi più. Un'attività, quella di autore, che Calabrese mise anche al servizio di alcuni programmi televisivi da Fantastico a Domenica In oltre a firmare i testi musicali di trasmissioni di intrattenimento come Senza rete, in onda dal 1968 al 1975, Vivendo sambando ed Europa Europa. Aveva tradotto e riadattato in italiano canzoni francesi, inglesi e portoghesi, in certi casi portandole anche al successo, com'è il caso di Le déserteur, diventata Il disertore, proposta prima da Ornella Vanoni e più di recente da Ivano Fossati, brano dal contenuto antimilitarista, censurato dal governo francese del tempo - era il periodo della guerra in Indocina.

Negli anni recenti aveva continuato a occuparsi di musica collaborando alla rivista Musica leggera. Nel 2010 aveva ricevuto dal Presidente della Repubblica l’Ordine al merito della Repubblica Italiana. I funerali si terranno a Roma, sabato 2 aprile alle 11, nella parrocchia del Cristo Re in viale Mazzini.

http://​www​.repubblica​.it/​s​p​e​t​t​a​c​o​l​i​/​m​u​s​i​c​a​/​2​0​1​6​/​0​3​/​3​1​/​n​e​w​s​/​e​_​m​o​r​t​o​_​g​i​o​r​g​i​o​_​c​a​l​a​b​r​e​s​e​_​l​_​a​u​t​o​r​e​_​d​i​_​e​_​s​e​_​d​o​m​a​n​i​_​-​1​3​6​6​4​8​7​81/

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Morto Calabrese, scrisse E se domani

Traduttore di Aznavour e Greco, autore per Mina, Vanoni, Tenco

Il Cantautore Roberto Vecchioni e il paroliere Giorgio Calabrese in una foto d'archivio datata 23 marzo 1972. ANSA/ OLDPIX

Il Cantautore Roberto Vecchioni e il paroliere Giorgio Calabrese in una foto d'archivio datata 23 marzo 1972. ANSA/​ OLDPIX

ROMA, 31 MAR - E' morto a Roma, a 86 anni, dopo una vita dedicata alla musica, l'autore Giorgio Calabrese.
Tra i padri della scuola genovese (con Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, i fratelli Reverberi, Luigi Tenco e Fabrizio De André), Calabrese vanta una vasta produzione di canzoni. Ha tradotto in italiano i testi di Charles Aznavour e Juliette Greco e ha scritto brani per i più grandi artisti italiani, da Mina ad Ornella Vanoni, da Adriano Celentano a Luigi Tenco. Il suo sodalizio artistico con Umberto Bindi ha prodotto risultati quali "Arrivederci" e "Il Nostro Concerto", così come la stesura di "Piano", scritta originariamente per Mina e ripresa in tutto il mondo con il titolo di "Softly as I leave you", eseguita da Frank Sinatra, Elvis Presley, Tony Bennett, e grazie alla quale vinse un Grammy nel 1978. Nel suo curriculum brani come "E se domani", "Domani è un altro giorno", "La pioggia di marzo", "L'istrione".
I funerali si terranno a Roma, sabato 2 aprile alle 11, nella parrocchia del Cristo Re.

(ANSA)

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Se trovi un uccellino caduto dal nido non raccoglierlo, la mamma veglia su di lui

Se trovi un uccellino caduto dal nido non raccoglierlo, la mamma veglia su di lui

di 

 

LORENZO BRENNA



La Lipu consiglia di lasciare al loro posto i nidiacei, a meno che non siano presenti pericoli immediati.

Con l’arrivo della primavera è possibile trovare per terra uccelli ancora giovani e non in grado di volare (chiamati nidiacei o pulli). Molte persone giudicherebbero questi piccoli pennuti in difficoltà e, animate da nobili intenzioni, raccoglierebbero l’animale per prestargli soccorso e tentare di allevarlo in casa. Nella maggior parte dei casi però questa scelta si rivela sbagliata e dannosa per l’uccellino raccolto.
Nidiaceo di merlo

Se raccolto l’uccellino potrebbe sviluppare il fenomeno dell’imprinting nei confronti dell’umano, pregiudicandone così il futuro
Molti uccelli infatti abbandonano spontaneamente il nido quando ancora non hanno perfezionato la tecnica di volo, questo non significa però che siano in balia di loro stessi, i genitori continuano a vegliare sui pulcini e ad alimentarli.Raccogliere un nidiaceo significa quindi sottrarlo alle cure dei genitori, sicuramente le migliori possibili per l’uccellino, si rischia inoltre di abituare eccessivamente l’animale alla presenza dell’uomo rischiando di compromettere poi il successo della sua reintroduzione in natura.
Civette

Gran parte dei nidiacei non cade dal nido ma lo abbandona spontaneamente, le civette sono tra questi
La Lipu spiega che bisogna valutare la situazione: se l’uccellino è ferito o in pericolo (per la prossimità di una strada o di un predatore) è necessario l’intervento dell’uomo, se invece non è presente un pericolo reale l’animale deve essere lasciato dov’è, anche se incapace di volare.
Rondone in difficoltà

I rondoni vivono l’intero ciclo vitale in volo, si posano solo nei nidi per deporre le uova
Un discorso a parte va fatto per i rondoni, precisa la Lipu, questi uccelli infatti non abbandonano il nido fino a che non sono completamente autosufficienti. Questi animali, nati per vivere la maggior parte dell’esistenza in volo, durante l’infanzia non sono in grado né di camminare né di volare e alimentarsi. Si consiglia dunque di raccogliere il rondone (mettendolo possibilmente in una scatola di cartone con dei fori per l’areazione e dei fogli di giornale sul fondo) e di contattare il prima possibile il Centro di recupero più vicino. La legge vieta inoltre la detenzione di tutta la fauna selvatica, entro 24 ore l’animale deve essere consegnato ad un ente competente.
http://​www​.lifegate​.it/

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Guardare in faccia l’integralismo islamista. Ecco la foto che nessuno vuole guardare

Nel caso in cui, osservando questo fotogramma, doveste chiedervi chi è questa bambina piena di sangue che piange in mezzo alle macerie su un corpo privo di vita nel cuore dell’aeroporto appena martoriato di Bruxelles ve lo diciamo noi
di Claudio Cerasa

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Nessun dubbio: siamo sicuri che i giornali questa foto la pubblicheranno. Ma nel caso in cui, osservando questo fotogramma, doveste chiedervi chi è questa bambina piena di sangue che piange in mezzo alle macerie su un corpo privo di vita nel cuore dell’aeroporto appena martoriato di Bruxelles ve lo diciamo noi – e vi spieghiamo anche la ragione per cui ci auguriamo, con poca fiducia, che gli stessi giornali che mesi fa hanno esposto in prima pagina il corpo senza vita del piccolo Aylan, con la sua t-​​shirt rossa e i suoi pantaloncini blu scuro immersi nella schiuma delle onde di Bodrum, oggi diano a questo fotogramma lo stesso spazio donato sei mesi fa a quel bimbo di tre anni morto scappando dalla guerra e arrivato tragicamente inerme sulla spiaggia di Bodrum. Anche se con poca fiducia, ci auguriamo che la foto sia diffusa sulla stampa italiana perché la politica delle emozioni è bene che sia utilizzata non solo per rafforzare un’idea comoda, rassicurante e politicamente corretta (stupidi, non lo vedete che bisogna aprire le frontiere?) ma anche per suscitare una reazione che sia qualcosa di diverso da una semplice pietà o compassione e che ci permetta insomma di vedere senza filtri dove può arrivare la furia jihadista.

Chi non vuole vedere questo fotogramma reale, vero, amatoriale, impressionante, che riprende una bambina insanguinata colpita come altre decine di persone da un attacco di una cellula che uccide persone in nome di dio, non lo fa per pudore. Lo fa, letteralmente, perché non vuole vedere, non vuole colpevolizzare troppo, non vuole uscire dallo status confortante di un occidente che piange senza reagire, che condanna senza combattere e che accende candele senza capire che volto ha, che cosa vuole e cosa è in grado di fare il fondamentalismo di matrice islamista. Fino a che noi tutti non avremo il coraggio di guardare negli occhi quello di cui sono capaci persone che, guidate da un’ideologia fondamentalista, hanno in spregio la vita a tal punto da non farsi problemi a riempire di sangue il corpo di un bambino non capiremo che guerra stiamo combattendo e cadremo sempre nel solito tranello: tranquilli, sono dei mostri, ma non ci cambieranno, no non ci scuoteranno, no non ci trasformeranno, no, e non daremo ai terroristi la gioia di rivoluzionare le nostre vite.

Quella foto non la si vuole guardare (e forse non la si vuole pubblicare) per questo. Non c’entra la sciocchezza che “non vogliamo darla vinta ai terroristi”. C’entra che la politica delle emozioni viene praticata solo quando le reazioni suscitate sono drammatiche ma anche rassicuranti. Se è vero però che contro il terrore e contro il fanatismo islamista serve la piena consapevolezza dell’opinione pubblica, e se è vero che le guerre, prima di combatterle, vanno anche spiegate al popolo, non c’è modo migliore di trasformare questo fotogramma nel simbolo di una nuova consapevolezza: si può piangere, ci si può commuovere, ma non si può pensare che il modo migliore per combattere il fondamentalismo sia mettere un velo e pensare al giorno dopo. Serve consapevolezza. Serve guardare la realtà in faccia. Serve chiamare le cose con il loro nome. Prendete questa foto, ritagliatela e capirete perché aveva ragione Churchill quando diceva che in guerra non devi riuscire simpatico: alla fine devi soltanto avere ragione.

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Il vero mistero su Pasolini è capire come il film di David Grieco abbia trovato posto in un cinema

Quanto tempo sprecato a farlo diventare uno dei misteri d’Italia
di Mariarosa Mancuso

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Quanto volete per smettere? Per lasciare in pace Pier Paolo Pasolini? Tutto questo tempo sprecato per farlo diventare uno dei misteri d’Italia non sarebbe meglio adoperato per leggersi qualche poesia, magari sul vincitore dello Strega che nessuno ricorda l’anno dopo, peggio del vincitore al Festival di Cannes? Tanto tempo sprecato per farlo diventare un mistero d’Italia, ripetiamo volentieri, perché le cose sono andate al contrario: a furia di fare inchieste per stanare scomode verità, il caso si è ingigantito e l’intrigo si è complicato invece di sbrogliarsi. Fino al paradosso: il cugino Nico Naldini, di anni 87, uno che non ha mai voluto sentire parlare di congiure o di complotti (“incidente di percorso in una vita sregolata”, ha detto più volte) non viene invitato né agli anniversari né alle celebrazioni.

Tutti hanno detto la loro, incluso Walter Veltroni. Massimo Ranieri ha la parte del poeta nel film di David Grieco “La macchinazione”, ora nelle sale: è bastato per aggiungersi alla lista dei deliranti. Dopo aver indossato un giubbotto scamosciato e girato la scena di una partita a calcio in borgata ha preso anche lui il numeretto e a gran voce ha chiesto la verità su Pasolini. Uno che si faceva tingere i capelli di nero dalla mamma, racconta il film, e non si capisce se lo scandalo sta nel nerofumo, o nella tintura casalinga con la boccetta comprata sugli scaffali del supermercato.

Il complotto, o la congiura, o il grande mistero pasoliniano si estende nel film di David Grieco fino a comprendere la banda della Magliana (da “Romanzo Criminale” in poi si porta con tutto). Il mistero più grosso – su cui mancano le indagini – è sapere come mai un film come questo sia stato scritto, girato, distribuito in sala, senza che nessuno facesse la minima obiezione. Cinematografica, almeno, se non di sostanza fanta-​​criminale.

Interessanti anche i retroscena: David Grieco avrebbe dovuto collaborare con Abel Ferrara, per il suo “Pasolini” presentato alla Mostra di Venezia nel 2014 (lo stesso anno del ripassino su Giacomo Leopardi inflitto da Mario Martone). Qualcosa andò storto, e per il gusto della scissione che caratterizza i cultori di Pier Paolo Pasolini - oltre che la sinistra italiana – ora si è fatto un film tutto suo (fa coppia con il volume – sempre firmato David Grieco – uscito da Rizzoli con il titolo “La macchinazione. Pasolini. La verità sulla morte”).

La macchinazione è tanto arzigogolata che abbiamo vergogna perfino a raccontarla, tra Eugenio Cefis (“lo considero il demonio dell’Italia d’oggi”, testuale nel film), una sala da biliardo in periferia, il furto con richiesta di riscatto delle bobine di “Salò - Le 120 giornate di Sodoma”, pagine di “Petrolio” che correggono “bomba alla stazione Termini” in “bomba alla stazione di Bologna”. Però garantiamo che a vederlo è peggio.

http://​www​.ilfoglio​.it/​c​u​l​t​u​r​a​/​2​0​1​6​/​0​3​/​2​5​/​i​l​-​v​e​r​o​-​m​i​s​t​e​r​o​-​s​u​-​p​a​s​o​l​i​n​i​-​c​a​p​i​r​e​-​c​o​m​e​-​i​l​-​f​i​l​m​-​d​i​-​d​a​v​i​d​-​g​r​i​e​c​o​-​a​b​b​i​a​-​t​r​o​v​a​t​o​-​p​o​s​t​o​-​i​n​-​u​n​-​c​i​n​e​m​a​_​_​_​1​-​v​-​1​3​9​8​9​1​-​r​u​b​r​i​c​h​e​_​c​9​6​5​.​htm

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Come muore una religione

Come muore una religione

Le fedi possono ammalarsi, ma non scompaiono da sole: serve qualcuno che le uccida. La fine del cristianesimo globale e i falsi miti sull'islam tollerante
Il portale del monastero di Mar Mattai, a trenta chilometri da Mosul, dove solo quattro monaci non sono scappati dagli jihadisti (foto LaPresse)
Anticipiamo alcuni estratti de “La storia perduta del cristianesimo”, di Philip Jenkins. Il volume, edito da Emi (352 pp., 20 euro), da pochi giorni in libreria. Jenkins, professore emerito alla Penn State University in Pennsylvania, è ora docente di Storia e Scienze religiose alla Baylor University, in Texas.
Le religioni muoiono. Nel corso della storia, alcune religioni svaniscono del tutto, altre si riducono da grandi religioni mondiali a una manciata di seguaci. Il manicheismo, una religione che un tempo attirava adepti dalla Francia alla Cina, non esiste più in alcuna forma organizzata o funzionale; né esistono più le fedi che, mezzo millennio fa, dominavano il Messico e l’America Centrale. In alcuni casi le religioni possono sopravvivere in qualche parte del mondo, ma si estinguono nei territori che un tempo erano considerati le loro patrie naturali. Per mille anni l’India è stata prevalentemente buddhista, fede che ora risulta marginale in quella terra. Una volta la Persia era zoroastriana, la maggior parte della Spagna musulmana. Non è difficile trovare paesi o addirittura continenti che un tempo furono visti come le terre natali di una determinata fede, in cui tale credo è oggi estinto; e queste catastrofi non riguardano solo credenze primordiali o “primitive”. I sistemi che noi consideriamo grandi religioni mondiali sono vulnerabili alla distruzione quanto la fede degli aztechi o dei maya nelle loro particolari divinità. In diverse occasioni anche il cristianesimo è stato distrutto in regioni dove un tempo aveva prosperato. Nella maggior parte dei casi, l’eliminazione è stata tanto meticolosa da cancellare ogni memoria dei cristiani sul territorio, al punto che oggi qualsiasi presenza cristiana da quelle parti è guardata come una sorta di specie invasiva arrivata dall’Occidente. Questa osservazione sulla distruzione delle chiese, però, appare in contrasto con la visione che molti popoli hanno della storia del cristianesimo. Di solito, tale storia viene presentata come il racconto di una costante espansione, dal Medio Oriente all’Europa e infine sulla scena mondiale. Il cristianesimo sembra essersi diffuso liberamente e inesorabilmente, tanto che di rado si ricordano grandi sconfitte e battute d’arresto.
I disastri e le persecuzioni sono rammentati, di solito, come il preludio ad ancora maggiori progressi, come opportunità per offrire una resistenza eroica all’oppressione. I protestanti sanno che la loro fede è sopravvissuta a tutte le persecuzioni e stragi delle guerre di religione; i cattolici ricordano che le peggiori atrocità loro inflitte da regimi protestanti e atei non sono riuscite a far tacere la vera fede. Osservatori più recenti testimoniano la sopravvivenza delle chiese sotto il comunismo, e il trionfo finale simboleggiato da papa Giovanni Paolo II. Come insegna l’inno, la verità durerà, nonostante la prigione, il fuoco e la spada. Chi si interessa alla storia del cristianesimo conosce la fondazione, la crescita e lo sviluppo delle chiese, ma quanti hanno letto i racconti del declino o dell’estinzione di comunità e istituzioni cristiane? Sembra che la maggior parte dei cristiani trovi inquietante la sola idea. Eppure tali eventi si sono sicuramente verificati, e molto più spesso di quanto non si pensi. Nel tardo Medioevo, defezioni di massa e persecuzioni in tutta l’Asia e il Medio Oriente sradicarono alcune comunità cristiane che erano tra le maggiori del mondo di allora: chiese che avevano un legame diretto, in termini di discendenza e di cultura, con il primo movimento di Gesù in Siria e in Palestina. Nel XVII secolo il Giappone eliminò una presenza cristiana che era sul punto di acquisire un reale potere all’interno del paese, e forse di ottenere la conversione dell’intera nazione. Più volte, nel corso della sua storia, l’albero della Chiesa è stato potato e tagliato, spesso selvaggiamente. Questi episodi di espulsione o distruzione di massa hanno plasmato in profondità il carattere della fede cristiana. Oggi siamo abituati a pensare al cristianesimo come a una fede tradizionalmente ambientata in Europa e nel Nord America, e solo gradualmente apprendiamo lo strano concetto che quella religione si propaga su scala globale, poiché il numero dei cristiani sta aumentando velocemente in Africa, in Asia e in America Latina. Il cristianesimo è talmente radicato nel patrimonio culturale dell’Occidente da far sembrare quasi rivoluzionaria una simile globalizzazione, con tutte le influenze che essa può eserci-​​ tare sulla teologia, l’arte e la liturgia. Una fede associata principalmente con l’Europa deve in qualche modo adattarsi a questo mondo più vasto, ridimensionando molte delle proprie premesse, legate alla cultura europea. Alcuni si chiedono addirittura se questo nuovo cristianesimo globale o mondiale rimarrà pienamente autentico, come se le norme europee rappresentassero una sorta di gold standard. Queste domande, tuttavia, non hanno più senso quando ci si rende conto di quanto sia artificiosa l’accentuazione del carattere euroamericano nel contesto più ampio della storia cristiana. La particolare forma di cristianesimo a noi familiare costituisce una svolta radicale rispetto a quella che è stata per oltre un millennio la norma storica: una volta esisteva un altro e più antico cristianesimo. Per la maggior parte della sua storia, il cristianesimo è stato una religione tricontinentale, con potenti rappresentanze in Europa, Africa e Asia, e tale è rimasto fino al XIV secolo inoltrato. In seguito è diventato prevalentemente europeo non perché questo continente abbia affinità evidenti con la fede cristiana, ma per un fatto automatico, perché l’Europa era l’unico continente dove non era stato distrutto. Gli eventi avrebbero potuto avere uno sviluppo ben diverso. Offrendo questa descrizione della caduta delle chiese non europee, non intendo lamentare la fine di un’egemonia cristiana mondiale che non è mai esistita, né tantomeno il fallimento di una resistenza a religioni rivali come l’islam.
Ciò che si deve rimpiangere, piuttosto, è la distruzione di una cultura un tempo fiorente, così come ci si rammarica per la scomparsa della Spagna musulmana, dell’India buddhista o dei mondi ebraici dell’Europa orientale. Con la possibile eccezione di alcuni credo particolarmente sanguinosi o violenti, la distruzione di qualunque significativa tradizione di fede è una perdita insostituibile per l’esperienza umana e per la cultura. Inoltre, l’esperienza cristiana offre lezioni che si possono applicare più in generale alla sorte di altre religioni che hanno subito persecuzioni o sono state eliminate. Se una fede vigorosa e pervasiva come quella del cristianesimo mediorientale o asiatico è potuta cadere nell’oblio totale, nessuna religione può sentirsi al sicuro. E le modalità con cui si è verificata una simile caduta sono di grande interesse per chiunque pensi al futuro di qualsiasi credo o confessione religiosa. Soprattutto, la riscoperta dei mondi cristiani perduti dell’Africa e dell’Asia pone domande che fanno riflettere sulla natura della memoria storica. Come abbiamo fatto a dimenticare una storia così importante? Per quanto riguarda la storia del cristianesimo, che di solito viene strettamente associata alla formazione dell’“Occidente”, molto di ciò che crediamo di sapere è impreciso; mi riferisco ai luoghi e ai momenti in cui gli eventi sono accaduti e a come si sono verificati i cambiamenti in ambito religioso. Inoltre, molti aspetti del cristianesimo che oggi consideriamo tipicamente moderni rappresentavano, in realtà, la norma in un lontano passato: la globalizzazione, l’incontro con altre fedi e i dilemmi della vita sotto regimi ostili. Come è possibile che le nostre mappe mentali del passato si siano così radicalmente distorte? (…)
I teologi affrontano raramente gli inquietanti problemi posti dalla distruzione di chiese e comunità cristiane. E’ importante rendersi conto che tali episodi di declino e scomparsa, per quanto poco vengano studiati e discussi, sono abbastanza frequenti. La scristianizzazione è uno degli aspetti meno studiati della storia del cristianesimo. In parte, la mancanza d’interesse nei confronti delle chiese che scompaiono è dovuta a ragioni pratiche, in quanto le organizzazioni sul punto di dissolversi tendono a non documentare la propria estinzione. Quando si trovano nella fase ascendente, i movimenti o le congregazioni producono storici che ricercano con affettuosa cura i documenti di fondazione e registrano tutte le fonti possibili relative agli inizi. Il testo fondante della storia del cristianesimo è la Storia ecclesiastica di Eusebio, che mise insieme ogni frammento di informazione, leggenda o diceria si potesse trovare sulle origini del movimento cristiano nascente del IV secolo. John Foxe, nel XVI secolo, non fu meno scrupoloso nella raccolta di informazioni su tutti gli eroi e martiri i cui sacrifici posero le basi delle nuove chiese protestanti.
Ma per contrasto si immagini una Chiesa in via di dissoluzione. Gli edifici di culto cadono in rovina o vengono abbandona-​​  ti, non si trovano successori per gli episcopati, mentre i comuni fedeli, in preda allo scoraggiamento, si rivolgono ad altre fedi. Forse si dà la caccia ai preti e ai monaci, che temono per la loro vita. A un certo punto diventa possibile identificare l’ultimo prete o pastore cristiano in una determinata città o regione, forse anche l’ultimo credente. In tali condizioni disperate, pochi hanno la voglia o la capacità di scrivere la storia del declino e della caduta della loro comunità, e ancora meno di conservarla per i posteri. Quando una fede viene sostituita da un’altra, i suoi ex membri dedicheranno poca attenzione alla decadente letteratura di una religione che ormai considerano antagonista e sbagliata, se non diabolica. Alcuni “zelatori” potrebbero addirittura considerare lodevole la distruzione di quegli antichi scritti: la pia attitudine al rogo dei libri è la ragione per cui sopravvivono pochi testi delle religioni azteca e maya.
Inoltre, nelle epoche che hanno preceduto l’avvento degli attuali mezzi di comunicazione, i compagni di fede in altre terre sapevano o si curavano poco degli eventi lontani. La ragione per cui disponiamo di molte informazioni sulla caduta della Chiesa giapponese è che la sorte dei suoi sacerdoti europei stava moltissimo a cuore ai fratelli cattolici alfabetizzati di Manila e Macao, che conservarono ogni dettaglio sulle loro sofferenze. Una volta che i sacerdoti europei se ne furono andati, nessuno si preoccupò di documentare il destino delle restanti decine di migliaia di umili cristiani nativi. (…)
Dal momento che la distruzione del cristianesimo risulta poco studiata, possiamo fare alcune osservazioni di carattere ge-​​ nerale, sottolineando in particolare il ruolo degli stati. Sebbene le chiese possano perdere influenza politica sotto stati cristiani o in società a prevalenza cristiana, e possano secolarizzarsi, non svaniscono mai completamente come negli esempi africani e asiatici che abbiamo visto. Nella maggior parte di questi casi le chiese crollarono o scomparvero perché erano incapaci di far fronte alle pressioni esercitate su di loro da regimi ostili, soprattutto musulmani. Le religioni possono ammalarsi e indebolirsi, ma non muoiono spontaneamente: bisogna che qualcuno le uccida.
Nel sottolineare il ruolo del conflitto con l’islam, non dobbiamo esagerare la natura intollerante o militarista di quella re-​​ ligione. Alcuni esempi eclatanti di annichilimento di chiese sono stati perpetrati da altre fedi, dai buddhisti, dagli shintoisti o dagli stessi cristiani, particolarmente nel caso dei catari. E l’espansione dell’islam non fu principalmente il risultato di atti di forza e di costrizione da parte di soldati musulmani che imponevano una cruda scelta tra il Corano e la spada. Per molti secoli dopo le conquiste originarie, la grande maggioranza di coloro che accettarono l’islam si convertì volontariamente, per la consueta serie di ragioni che spiegano una simile trasformazione: alcuni cambiarono appartenenza religiosa per convenienza o vantaggio, ma la maggior parte lo fece perché credeva alla nuova religione, che affermava di fornire una rivelazione definitiva della volontà di Dio.
Molte persone comuni probabilmente abbracciarono l’islam per lo stesso motivo che aveva spinto i loro antenati a diventa-​​ re cristiani, cioè per allinearsi al comportamento dei signori locali o di altri notabili. La conversione era facile anche perché l’islam, nei suoi primi secoli, assomigliava al cristianesimo molto più che nelle epoche successive, rendendo la transizione meno radicale. Dal X secolo in poi, molti potenziali convertiti furono attratti dall’esempio di santi e saggi musulmani, i cui poteri carismatici ricordavano quelli dei santi cristiani precedenti. Non c’è niente nelle scritture musulmane che renda la fede islamica più o meno incline ad attuare persecuzioni o conversioni forzate rispetto a qualsiasi altra grande religione.
L’islam crebbe anche in seguito perché i regimi musulmani incoraggiavano l’immigrazione di compagni di fede provenienti da altre terre, che rapidamente sorpassavano in numero le più antiche popolazioni autoctone. Il cambiamento religioso è comunemente discusso in termini di conversioni, ma spesso si tratta di trasferimenti di popolazione piuttosto che di cambiamento di convinzioni personali. Come avvenne nelle Americhe dopo la conquista spagnola e portoghese, la conversione di un’area a una nuova fede non significa necessariamente che la fedeltà della sua intera popolazione sia garantita. Piuttosto, i vecchi abitanti possono essere espulsi o ridotti a minoranza e diluiti nella massa della nuova popolazione di origine straniera. Anche nel contesto mediorientale gli immigrati trassero beneficio dal proprio diverso retroterra economico. Gli antropologi rilevano che  i popoli dediti alla pastorizia si riproducono per esogamia con i loro vicini agricoltori sedentari, e alla fine ereditano la maggior parte delle terre. Analogamente, l’arabizzazione linguistica e culturale del Medio Oriente fu progressiva, preparando il terreno alla nuova religione dominante. A poco a poco, nel corso di tre o quattro secoli, i musulmani vennero a costituire maggioranze, di solito avvalendosi di mezzi pacifici.
E’ altrettanto innegabile, però, che molti cristiani e altri (ebrei e zoroastriani) furono spinti ad accettare la nuova fede per mezzo di persecuzioni o della discriminazione sistematica esercitata nel corso dei secoli. Le terre conquistate dall’islam durante la sua espansione iniziale erano, per la maggior parte, principalmente cristiane, e la maggior parte della popolazione mantenne la propria fede finché pressioni intollerabili non la spinsero ad accettare la conversione. Ma il cristianesimo non si limitò a seguire un lento declino per scivolare nell’oblio. Nei mondi cristiani dell’A- frica e dell’Asia, i secoli XII e XIII videro una diffusa rinascita culturale in molti paesi e in molte lingue. Tali movimenti produssero alcuni dei massimi pensatori e scrittori del Medioevo cristiano. Solo intorno al 1300, all’improvviso, si abbatté la scure.
Questo accento sulla coercizione sembra contraddire la visione moderna che attribuisce all’islam, per quasi tutto il corso della sua storia, una natura essenzialmente tollerante; un’immagine spesso associata alle visioni idealizzate dell’amichevole coesistenza che si ritiene abbia prevalso nella Spagna medievale, la convivencia. Ma la coesistenza in alcuni luoghi e tempi non preclude la persecuzione in altri. Proprio come accadeva nell’Europa cristiana nei confronti della propria popolazione ebraica, le buone relazioni sociali tra musulmani e cristiani potevano durare per decenni o addirittura per secoli. Ciò nonostante, nel mondo islamico come in Europa, la persecuzione quando scoppiava poteva essere selvaggia e devastare la comunità di minoranza; e in entrambi i casi il XIV secolo vide un crescendo di violenza e discriminazione. I musulmani attaccarono i cristiani accusandoli di sovversione e tradimento, e persino di complottare spettacolari attentati terroristici alle moschee e ai monumenti pubblici più famosi. Tali teorie divennero plausibili in seguito all’introduzione della nuova super arma: la polvere da sparo.
In tutto il mondo, infatti, gli anni intorno al 1300 produssero una fortissima tendenza all’intolleranza religiosa ed etnica, un movimento che va spiegato in relazione a fattori globali, piuttosto che meramente locali. Gli effetti delle invasioni mongo-​​ le sicuramente fecero la loro parte, terrorizzando i musulmani e altre nazioni con la prospettiva di una minaccia diretta al loro potere sociale e religioso. Anche i fattori climatici divennero critici, perché si verificò un periodo di rapido raffreddamento che provocò cattivi raccolti e una contrazione delle rotte commerciali. Un mondo spaventato e impoverito cercava capri espiatori. In tali circostanze, al minimo pretesto i governi e le folle musulmane sferravano colpi quasi fatali alle chiese cristiane indebolite. Ancora oggi gli estremisti jihadisti si ispirano agli autori musulmani che in quel periodo sostenevano la linea dura e li prendono a modello nella sfida alle nazioni infedeli.
Spesso, nel corso della storia, i cristiani africani e asiatici hanno dovuto affrontare la realtà delle guerre di religione. L’islam non tendeva unicamente alla persecuzione, e i regimi musulmani generalmente non si comportavano peggio degli altri. Gli stati cristiani hanno poco di che vantarsi riguardo al trattamento delle minoranze religiose. Per lunghi periodi della storia musulmana, infatti, gli atti di violenza religiosa furono rari e sporadici. Anche quando si considerano incidenti in cui forze musulmane hanno distrutto comunità cristiane, occorre chiedersi se quei grup-​​ pi agivano in nome della religione, o se l’islam era solo per caso la fede di popoli o tribù di invasori che applicavano i metodi eccezionalmente distruttivi della guerra nomade. In altre occasioni, invece, si può parlare senza esitazione di jihad a sfondo religioso. Tutte le tradizioni religiose hanno teologie militari loro proprie – indù, cristiani e buddhisti; e non si deve esonerare l’islam da questa categoria. Chi ritiene che per l’islam l’aggressione costante e la tirannia spietata sulle minoranze siano un fatto congenito deve fornire una spiegazione della natura benevola della dominazione musulmana durante i primi sei secoli; ma i sostenitori della tolleranza islamica troveranno altrettanto faticoso spiegare gli anni successivi dell’esperienza storica di quella religione.
Così ampie, infatti, furono le persecuzioni e le decimazioni delle minoranze, dal Medioevo fino al XX secolo, che è sorprendente notare quanto poco si siano depositate nella coscienza popolare, o quanto facilmente sia stato accettato il mito della tolleranza musulmana. Fattori di distorsione della memoria sono il totale oblio in cui sono cadute le comunità cristiane non europee, e il presupposto che le realtà dei nostri giorni siano sempre esistite come noi le conosciamo. A chi è abituato a un Medio Oriente quasi totalmente musulmano sembra incredibile che sia esistita una situazione diversa, e che tale situazione potesse svilupparsi in un altro modo.
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L’islam conquista l’Europa infantile”

Il premio Nobel per la letteratura, l'ungherese Imre Kertesz, è morto oggi all'alba nella sua casa di Budapest. Deportato nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz e Buchenwald, fu l'autore di "Essere senza destino". Ripubblichiamo un'intervista d'archivio che Kertész rilasciò lo scorso settembre

di Giulio Meotti

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Il premio Nobel per la Letteratura, Imre Kertész

Il premio Nobel per la letteratura, l'ungherese Imre Kertesz, è morto oggi all'alba nella sua casa di Budapest. Nato il 9 novembre del 1929, ebreo, deportato nel 1944 prima ad Auschwitz poi a Buchenwald e sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, Kertesz è stato il primo scrittore di lingua magiara a ottenere il premio Nobel, che gli fu assegnato nel 2002. Della vita di un giovane nei campi di concentramento Kertesz racconta nella sua opera più famosa, "Essere senza destino", pubblicata nella generale indifferenza nel 1975 e poi riconosciuta negli anni come una delle più importanti della letteratura europea. Ripubblichiamo un'intervista d'archivio che Kertész rilasciò a Giulio Meotti lo scorso settembre.

Roma. A quindici anni, nel 1944, Imre Kertész fu deportato nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz e Buchenwald. Ne uscì per miracolo, per essere sepolto sotto la dittatura comunista del partito unico a Budapest e licenziato come giornalista perché rifiutava di “normalizzarsi” al vassallaggio di Mosca. Così divenne operaio di giorno e scrittore di notte, mentre traduceva dal tedesco autori come Nietzsche, Hofmannsthal, Schnitzler, Freud, Roth, Wittgenstein e Canetti. Il suo primo romanzo esce nel 1975, dopo dieci anni di ostracismi. Si tratta del capolavoro “Essere senza destino”, in Italia disponibile da Feltrinelli. Kertész sarebbe di nuovo resuscitato, dopo il crollo del Muro di Berlino, come una delle voci più alte e nobili dell’umanesimo mitteleuropeo e del suo parnaso letterario. Come una delle voci maggiori della letteratura dell’Europa centrorientale, rimasta a lungo ai margini del grande pubblico per via di una lingua strana e stupenda, fino alla celebrazione da parte dell’Accademia reale di Svezia che nel 2002 gli ha comminato il premio Nobel per la Letteratura.

Difficile immaginare che le case editrici italiane adesso vogliano acquistare i diritti della sua ultima fatica, “Den sista tillflykten”, l’ultimo rifugio. Le poche anticipazioni disponibili, fatte uscire dal noto blogger letterario Thomas Nydahls e confermate dall’editore Weyler, lasciano intendere un libro “islamofobo”, come lo hanno già definito certi pigri critici culturali. A pagina 177, Kertész, che vive a Charlottenburg, l’elegante quartiere di Berlino e storica mèta degli intellettuali ebrei (il Nobel ha affidato alla Germania il suo archivio letterario), attacca “l’Europa che ha prodotto Hitler” e che oggi “spalanca le porte all’islam”, che “non osa più parlare di razza e religione, mentre l’islam conosce solo il linguaggio dell’odio contro religioni ‘aliene’”. E ancora: “Vorrei parlare di come i musulmani stanno inondando, occupando, distruggendo l’Europa”, complice “il liberalismo suicida, infantile e schivo” e la “democrazia stupida”, vittime della “menzogna” e del “totale abbandono di sé”.

Già nel 2009, durante l’Operazione israeliana Piombo fuso a Gaza, mentre i letterati correvano a demonizzare Gerusalemme, Kertész spiazzò tutti: “Israele ha un grave problema da affrontare, quello della sua sopravvivenza. Gli israeliani stanno lottando per la loro vita, e io solidarizzo con loro”. Il nuovo libro di Kertész è un diario che va dal marzo 2001 al 9 febbraio 2009, si dipana fra l’attacco terrorista ai treni di Madrid e “l’abolizione totale della libertà, nel bel mezzo di una ricchezza materiale relativa”. “Sono convinto che il pacifismo non costituisce la risposta appropriata alla sfida del terrorismo”, sostiene lo scrittore ebreo-​​ungherese. “Come è possibile che improvvisamente si è dimenticato chi è il nemico e chi l’alleato?”. Pensa anche che “una civiltà che non proclama chiaramente i suoi valori è a un passo dalla perdizione e dalla debolezza terminale. Quando penso al futuro dell’Europa, mi immagino una Europa forte, sicura di sé, che sarà sempre pronta a discutere, ma mai a scendere a compromessi. Non dimentichiamo che l’Europa stessa è nata come il risultato di una decisione eroica: Atene ha scelto di opporsi ai Persiani”.

In questo nuovo libro di 180 pagine, Kertész lancia la sua ultima, fatale premonizione sinistra sull’Europa a cui tanto tiene: “Finisce sempre allo stesso modo: la civiltà raggiunge una fase di maturazione in cui non solo non è in grado di difendersi, ma in cui in maniera incomprensibile adora il nemico”.

http://​www​.ilfoglio​.it/​c​u​l​t​u​r​a​/​2​0​1​5​/​0​9​/​0​3​/​i​m​r​e​-​k​e​r​t​-​s​z​-​l​i​s​l​a​m​-​c​o​n​q​u​i​s​t​a​-​l​e​u​r​o​p​a​-​i​n​f​a​n​t​i​l​e​_​_​_​1​-​v​-​1​3​2​3​6​4​-​r​u​b​r​i​c​h​e​_​c​2​6​5​.​htm

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