Il burlesque

Il burlesque

Nel XIX secolo, negli USA e in Gran Bretagna, il burlesque era uno spettacolo che parodiava il mondo, le abitudini e i passatempi dell’aristocrazia e dei ricchi industriali, per divertire le classi meno abbienti. Per mantenere vivo l’interesse del pubblico, già negli anni ’60 dell’800, i fautori degli spettacoli non si facevano scrupoli a mettere sul palco anche qualche donna poco vestita. Ovviamente con le dovute proporzioni rispetto a oggi. Nonostante un po’ di scandalo, i primi burlesque americani di Broadway fecero, per il tempo, numeri da capogiro, divenendo a tutti gli effetti un fenomeno di massa e contribuendo a “svezzare” il pubblico.
Per quanto non esista una data realmente documentata per la nascita di questo tipo di performance, in molti affermano che il primo striptease avvenne per caso. Si racconta che nel 1917, nello spettacolo dei fratelli Minsky – che per un certo periodo furono i re del burlesque – si esibisse la ballerina Mae Dix; una sera, durante un’esibizione, a causa di un piccolo incidente tecnico, la signorina Dix finì col perdere in scena buona parte del suo abito: il pubblico fu entusiasta e l’incidente, divenne parte integrante dello spettacolo. Ma per saperne di più mi sono rivolto ad una delle nostre più famose performer di burlesque.
Ciao, Julie, tu sei una performer del burlesque, uno spettacolo di streep-​​tease da burla, da cui il nome burlesque, un modo di spogliarsi satirico perché fa credere di arrivare a vedere, quello che poi non si vede. Come mai la scelta del nome d’arte Vesper Julie?
Nel burlesque, si sceglie sempre un nome d’arte, un alter-​​ego, un personaggio che si porta in scena. Ho scelto questo nome di Vesper, ispirato ad una bond girl del film Casino Royale, uno dei primi 007, interpretato dalla bellissima Eva Green, mi piace molto l’idea di una femme fatal, un po’ dark, come era Eva Green nel film. Da li nasce il mio Vesper a cui ho aggiunto Julie, che è la traduzione del mio nome italiano Giulia.
Comunque sei un’attrice, o almeno nasci come attrice…..
…nasco come attrice e continuo ad esserlo. Mi presto al burlesque perché…il burlesque l’ho conosciuto nel 2010. Prima  non ne sapevo molto in realtà! E’ una tradizione che risale intorno all’800, allo spettacolo di satira, in epoca vittoriana, in Inghilterra, ed arriva a noi, in questa veste di one woman show e di streep-​​tease rivisitato. Nel 2010, scopro quest’arte. Ero ferma con il mio lavoro di attrice, e mi serviva… …inventare qualcosa per lavorare. Mi appassiono al burlesque, ed incomincio a documentarmi e preparare dei piccoli spettacoli. Piano piano, mi sono evoluta fino ad arrivare ad oggi, e dopo aver fatto tanta esperienza.
Tornando al tuo lavoro di attrice, so che hai avuto una parte nel film di Tornatore, “La grande bellezza”?
Si, è vero!
Com’è stata come esperienza?
Eh si, decisamente stupenda! Ho fatto diversi provini prima di arrivare a prendere il ruolo, e poi ho incontrato Paolo Sorrentino, che è un grande regista, amante degli attori di teatro. Ero in tourne in quel periodo, con uno spettacolo di Plauto, e tra una cosa e l’altra, riesco a incastrare questo provino che è durato veramente pochissimo! Vengo richiamata per un’ulteriore provino, e poi ne faccio un terzo insieme all’attore, con il quale avrei interagito nel film. A questo punto vengo confermata, e mi  ritrovo sul set con Tony Servillo, non solo bravo attore, ma anche ottimo maestro della recitazione…
Dopo questa esperienza, non vi è stato seguito per dei ruoli nel cinema?
No, continuo a lavorare. In questo momento sto girando un film dal titolo “Il ministro” con Gianmarco Tognazzi ed Edoardo Pesce e Stefania Rocca. Quindi continuo sempre a lavorare come attrice, come continuo come modella, e nelle performance del burlesque. Come si dice, si deve fare tutto, perché chi si ferma è perduto!
Modella come indossatrice o come fotomodella?
No come foto,  specialmente in servizi fotografici di vintage.
Il nome che utilizzi per il cinema?
Giulia Di Quilio, che è il mio nome nella realtà
Come evoluzione, sei arrivata a fare del burlesque. E’ stato un arrivo naturale o hai frequentato una scuola?
Innanzi tutto avevo alle spalle il teatro, che mi dava la sicurezza dell’andare in scena. Inoltre avevo fatto esperienza come modella, posando per delle foto di nudo, quindi il passaggio è stato molto semplice. Ho partecipato ad un’accademia televisiva di burlesque che è durata 10 settimane programmata su “sky uno”, “Lady burlesque”, dove ci facevano proprio delle lezioni, e dove ci sono state delle performer internazionali, che venivano a farci delle master-​​class. Possiamo dire che eravamo una sorta di “amici” del burlesque.
So che lavori in tutt’Europa, e non ti limiti soltanto all’Italia.
Si certo la prossima settimana sarò a Berlino, sono stata in Australia, ad Istambul, in Spagna.
Certo che il burlesque ad Istambul? Con la loro religione…
Certo esatto! Per fortuna ci sono dei club nella zona alta di Istambul, quella più occidentale, che offrono anche spettacoli di questo genere. Hanno richiesto diversi visti per lavorare, ed devo riconoscere che ero abbastanza spaventata, ma poi ho trovato un clima molto aperto. Ci ritorno a Maggio, sempre per questo festival di burlesque che fanno una volta l’anno. Il burlesque è molto simile al circo, non c’è la parola. E’ universale, mentre per il teatro e per il cinema, per fare qualcosa a livelli internazionali, devi avere una padronanza della lingua inglese, con il burlesque, che è un’arte performativa, questo limite della lingua parlata non esiste, e tutti possono capire il tuo linguaggio.
Il fare del burlesque, nella tua vita privata ti ha procurato qualche problema? In effetti, per quanto non integrale, è pur sempre uno streep-​​ teese…
…Grazie a Dio, ho un compagno che è molto intelligente, altrimenti non starei con lui…
…e per i tuoi genitori?
I miei genitori sono abituati,  ho sempre lavorato con il mio corpo, poi non vedo perché debba essere un problema per qualcuno! E’ solo la bellezza che si mette in mostra, molto bella e molto positiva.
Quindi per fare del burlesque è indispensabile essere belle?
No assolutamente! Nel burlesque, è bello il corpo della donna, ed il corpo della donna è bello sempre, anche quando ci sono dei chili in più, anche quando non si è più giovani. Infatti il burlesque è per tutte le taglie e l’età. Ho una scuola di burlesque ed ho con me, donne di mezza età che sono splendide e sensuali, più delle vent’enni senza forme, che si vedono oggi, e poi non c’è veramente un limite.
Ma perché una donna a 50 o 60 anni o 40, magari una semplice casalinga, si mette a frequentare una scuola di burlesque?
Per esplorare la propria femminilità! E’ uno spogliarsi, che va al di la dello spogliarsi fisicamente. E’ la ricerca della propria femminilità, della propria sensualità sul palcoscenico. Il burlesque esalta la femminilità della donna, ponendola al centro dell’attenzione. La  “one woman show”, non si spoglia per l’uomo, ma per se stessa, un gioco, un divertimento.
Esiste anche la versione maschile del burlesque?
Certo i “boy lesk”! In questo momento sono molto di moda, e si cominciano  vedere anche in Italia. Ci sono molti performer uomini.
Chi è in effetti Giulia nella vita di tutti i giorni?
Ma sicuramente è una donna che vuole fare tutte le esperienze possibili, che si diverte, e che si ispira a tutte le cose che le piacciono, dal teatro al cinema all’arte. Mi piace esprimermi attraverso le arti performative, che sono tante per fortuna, e sono alla continua ricerca. Non mi piace chiudermi solo nello stereotipo dell’attrice di cinema o di teatro o di burlesque o di modella! E’ una continua ricerca, ed un continuo lavoro su se stessi. Quando si è sul palcoscenico, si fa sempre un lavoro su se stessi.
Progetti futuri oltre al prossimo film con Tognazzi? Riprendo la tourne teatrale estiva, sempre con con il classico Plauto, per la regia dia lvano Piccardi, e poi sempre in giro con il mio spettacolo di burlesque.
Tutti i fine settimana sono a Roma al Micca Club, ed il Lunedì siamo al Salone Margherita. A metà Maggio ritorno ad Istambul.
Gli abiti di scena che per il burlesque sono importanti?
Questa è una bella domanda! Non li troviamo già fatti, bisogna assemblarli o crearceli. C’è una ricerca  a secondo del personaggio che si porta in scena. Si crea un costume che vada incontro all’esigenza dello streep-​​teese. Spesso costumi modificati con le aperture in un certo modo, con le zip in un certo modo, ed anche li c’è un universo vasto.
Li fai da sola o ti avvali di?
Un po’ ed un po’! In alcuni casi, riesco a fare da sola. Quando i costumi sono più complessi, come in un numero, che ero una specie di Lady Macbeth, era proprio un costume d’epoca, ho contattato una costumista.
L’idea di abbandonarlo il burlesque dedicandoti di più al cinema?
Ben venga! Non metto limiti. Nel caso in cui sia presa da una cosa, piuttosto che da un’altra, magari ho un film che mi assorbe per molto tempo, o un giro teatrale di due anni, la parte di me burlesca, rimane li, e posso sempre riprenderla. Ci sono delle performer, in America, che si sono esibite a 70 anni con il burlesque. In America esiste una serata che viene fatta una volta l’anno, dove si esibiscono le vecchie glorie, quindi le maggiorate degli anni 50, tutt’ora si esibiscono.
In Italia il burlesque, è arrivato un po’ in ritardo rispetto ad altre nazioni. del burlesque si parla, forse da 10 anni o meno…
Esatto! Il Micca club, è stato il primo ad utilizzare il burlesque nella programmazione, nel 2005, quindi 10 anni esatti.

(google)


 Antonio Ventura de Gnon
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Numa

Numa

E’ proprio vero! Mi riferisco al detto “nemo profeta in patria”. Una nostra artista, ed è a tutto tondo, ovvero cantante, musicista e produttore, dopo essersi resa famosa in molte nazioni, cerca di conquistare il pubblico italiano. Sul mercato discografico è presente con due singoli, e due video di spessore. Cresciuta artisticamente nel giro dei grandi musicisti internazionali, moglie di Phil Palmer, chitarrista dei Dire Straits, è cresciuta a pane e musica. Se poi si aggiunge che è anche una bella donna, difatti come nome d’arte ha scelto “Numa”, come una delle top model del momento, ma datole dalla figlia, il prendere il posto che merita in Italia, non dovrebbe essere difficile. L’ho incontrata per voi ed ho scoperto una donna con i piedi ben piantati per terra e con un entusiasmo contagioso.
Descriviti in pochissime parole, chi sei?
Sono una donna nata innamorata della vita, innamorata dell’amore, innamorata della musica. Sono i ricordi che ho ben distinti da quando posso avere memoria di me. Nata con un grande spirito di ricerca, che mi spinge a conoscere persone, ed a mettermi sempre dall’altra parte. Guardo con gli occhi del mio prossimo, cerco di immedesimarmi e trovare compassione, ma nel senso di comprensione, e sono autoironica.  Amo le sfide con me stessa, perché l’unica vera sfida è quella di migliorare se stessi. Non amo le competizioni, tranne quelle sportive.
Quando hai capito di poter essere un’artista di un certo calibro, visto che dai musical al canto da solista, alla composizione alla produzione hai toccato tutto? 
Produco con mio marito, e scrivo testi e musica. Ho capito la potenzialità di questo mestiere e la creatività che ne deriva. In realtà, il calibro che una professione prende, consiste in quanto valore mette nelle scelte professionali, nei propri studi, nei propri goal, ed obiettivi da voler raggiungere. Ma non so dire quando ho preso coscienza.
Ma quando hai capito di avere questo calibro?
Posso dirti quando ho capito di avere questa ispirazione, e quando poi è diventata una sorta di missione. Onestamente da subito, ma non per voglia di esibirmi, di andare su un palco, perché tutti mi guardassero e mi dicessero che ero brava. Ho dovuto negli anni, vincere delle insicurezze dal punto di vista estetico. Quindi da piccolissima l’ispirazione, poi ho capito che possedevo questo calibro, ed ho optato per la musica e l’arte, come espressione per fare molto, ed aiutare molte persone.
Tu sei la moglie  di un’icona del mondo della musica. Grande chitarrista, compositore, arrangiatore per  moltissimi famosi, da Paul McCartney a George Michael, e molti altri dello stesso calibro. Non ti senti un po’ schiacciata?
Proprio no! Quando ti presenterò Phil, ti accorgerai che è talmente umile e dolce ed alla mano, e che vive la sua musica ed il suo talento come un lavoro, con professionalità, e senza l’ossessione del dover essere, e del dover dimostrare. In questo noi siamo uguali. Posso asserire, e ne ho conosciuti moltissimi, che a questi grandi livelli, gli artisti ed i musicisti, sono persone normali. Più sono forti, più sono famosi,  e questo io l’ho scoperto frequentandoli, più sono umili. Nessuno mi ha mai chiesto quanto fossi brava e quanti cd avessi venduto. Interessava solo che io fossi una brava persona.  Poi quando hanno voluto guardarmi artisticamente, non si sono posti il problema di quanto avessi venduto discograficamente parlando. A loro importava solo il mio modo di fare musica. Questo è successo con molti di loro, da Robbie Williams a George Michael. Hanno semplicemente detto mi piaci, brava, non era legato a chi sei, a quante feste vai, o quante volte sei apparsa in Tv.
Quindi tu sei una che ha collaborato ed ha cantato insieme a molti?
 Ho collaborato personalmente con Phil Palmer, mio marito, e sono anche il suo management. Questo ci permette di vivere insieme, lavorare insieme, scambiare delle idee, viaggiare insieme, e costruire un percorso artistico insieme.  Abbiamo potuto fare molti concerti in Europa, perché la musica che lui produce,  essendo inglese-​​italiana, ora anche spagnola, ci permette di esibirci all’estero. Ho lavorato con un musicista inglese, che ha avuto anche un successo come attore. Parlo di Murray Head, famosissimo in Francia, difatti con lui ho cantato all’Olimpia di Parigi, ed essere presente nelle migliori radio di Francia. Ho duettato con lui, in alcuni brani, inseriti nel suo cd.
La cosa che mi incuriosisce, è come mai il mercato italiano a questo punto non ti abbia…?
…Ti ringrazio per la domanda. Finché non ho avuto un progetto valido per il mercato italiano, ho evitato. Ora ho il prodotto giusto, e sono pronta. Per promuoverlo sono già stata invitata da Marzullo, ed il mio progetto musicale è legato alla pace nel mondo, inter religioso. Anche in futuro è mio desiderio, unire la musica a qualcosa di buono. Ci sono già sul mercato i miei due singoli, e il mercato italiano li ha accolti con un risultato straordinario che non mi aspettavo così immediato.
Partecipare al prossimo Sanremo?
Come no!
A questo punto come ti considereranno, una vip o un emergente?
Il discorso è complesso. Credo che a Sanremo, manchi una categoria di mezzo, dove si è in moltissimi. Non li si può considerare emergenti perché hanno molta esperienza alle spalle, anche se non hanno raggiunto fama televisiva o sulla carta stampata.
 Di tutti i grandi personaggi del mondo della musica  che tu hai conosciuto, quale ami di più? Come persona, e quale dal punto di vista musicale?
Come internazionale, Lionel Riche che ho conosciuto personalmente. Uomo semplice, tenero e disarmante. Questo viene prima dell’artista che ha segnato, per i miei gusti, la musica internazionale di questi ultimi 40 anni. La sua musica, allegra, positiva, mi ha sempre conquistata. La musica è una responsabilità, dona un messaggio, e può essere usata come protesta, ma attenzione, potrebbe rivelarsi un’arma impropria. Personalmente apprezzo la musica, quando portano messaggi pacifici e di aggregazione. Più preoccupata per chi usa la musica per politica, per rabbia, o per contestazione. Se non viene interpretata nella maniera giusta, può diventare un messaggio di violenza. Un altro artista che stimo è Eric Clapton, Musicista conosciuto in tutto il mondo. Artisticamente amo George Michael, ma caratterialmente un po’ difficile, un mostro da palcoscenico, un cantante dalla bravura mostruosa. Conosco anche Robbie Williams, anche lui bravissimo, ma con un carattere difficile.
Ed in Italia?
Renato zero e Pino Daniele.
Pino Daniele purtroppo ci ha lasciati…
Quelli che mi hanno ispirato, in Italia, sono loro due e  devo aggiungere, Lucio Dalla ed Elisa che mi piace molto.
Parliamo di moda. So che vesti Peter Langner. Come mai questo stilista, che nella penultima edizione di Alta Roma, abbiamo visto sfilare con abiti sontuosi  da principessa araba?
Ho conosciuto Peter Langner tramite Marina Bertucci, sua addetta stampa, donna dal grande cuore e di estrema simpatia. Peter è un uomo umile e serio, a volte disarmante, ed ha un cane meraviglioso. Mi sono innamorata subito degli abiti di Peter, tanto sontuosi, quanto eleganti. Uomo dal gusto ed eleganza totale, un signore della moda. I suoi abiti hanno vestito il mio stato d’animo, a cavallo tra fiaba eleganza e realtà, ma con estrema femminilità.
In America cantanti non più giovanissime come Cher o Shirley Bassey continuano ad avere concerti ed incidere mentre in Italia gli artisti sembrano delle meteore?
Discorso delicato, ad essere obiettivi, abbiamo anche in italia…
…Certo la Vanoni per esempio…
Mina, ed hai ragione, faccio fatica a pensare altri nomi. Poi c’è quella dalla voce strepitosa, dai capelli rossi, molto teatrale…
…Ti riferisci a Milva, che ormai per motivi di salute si è ritirata…
…Però aspetta un attimo c’è anche Patti Pravo…
Certo ma appartengono tutte alla generazione del 60 insieme a Paoli e pochi altri.
In Italia c’è un pregiudizio che spero che pian piano impareremo ad abbattere. L’spetto estetico, e l’età, che sono due delle più grandi illusioni del mondo musicale italiano. E’ verissimo che un cantante giovane, è fresco, è creativo e malleabile e potrebbe avere una carriera che potrebbe durare nel tempo. Ma esistono cantati o artisti in senso lato che magari non hanno un aspetto da copertina di Vogue e non hanno più vent’anni, ma hanno esperienza, cuore ed i piedi per terra, e l’equilibrio. Molti non reggono il successo, non hanno la maturità, non hanno esperienza alle spalle per avere qualcosa da raccontare. Bisogna capire che non è necessario  avere le tette in bocca, ed un sedere brasiliano per essere un artista, uomo o donna che sia.
So che ti impegni molto nel sociale, cosa stai combinando in questo periodo?
Cerco sempre di abbinare la musica, perché in primis io faccio musica, a delle iniziative vere di beneficienza.  Questo non vuol dire, quanto siamo buoni e generosi, ma che è una responsabilità, un dovere, ed un onore  partecipare. Il mio pensiero è che il bene, fa bene più a chi lo fa, che a chi lo riceve. Nella vita ci vuole coerenza tra parole e fatti. Il nuovo progetto musicale, che sto attuando, che si chiama “promis land”, con l’apporto di molti musicisti internazionali, quindi un progetto grande, prodotto da Phil Palmer, dedicato ai bambini ed alle famiglie profughe.
Chi sono gli artisti che state coinvolgendo?
Non artisti, ma musicisti, e sono i più grandi della musica internazionale, Steve Ferrone, John Kublic, John Giblin, Paul Bliss e Danny Cummings. Speriamo di riuscire a coinvolgere anche il grande Youssou Ndour per “promis land” progetto dedicato ai bambini ed alle famiglie profughe. Chi ha scritto la versione italiana non posso ancora svelarlo, ma è uno dei nostri più grossi artisti italiani. Il progetto sarà connesso con l’Africa con un evento in Senegal, dove saranno invitate tutte le first lady del mondo.  La musica italiana portatrice di pace. Ultimamente ho fatti due video. Il primo con la regia di Luca Bizzi ed il titolo italiano è “Più di un compromesso” brano scritto da Phil Palmer, per Celine Dion, e ri-​​arrangiato per me; video che mi rispecchia molto.  Il secondo, “amore del passato”, parla della mia parte romantica. Il regista è Giuseppe Racioppi, una delle poche persone conosciuta in questo mondo artistico che mi ha lasciato sorpresa per la sua disponibilità, professionalità. In questo video al mio fianco c’è l’attore Kaspar Capparoni.

Numa

 

Antonio Ventura de Gnon

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Raffaella Curiel

Raffaella Curiel

Andare a vedere le collezioni di Raffaella Curiel, è sempre piacevole. Si torna ai grandi fasti delle collezioni di Alta Moda, dove il bello, la bravura sartoriale si sposa al gusto ed alla raffinatezza. E’ la seconda volta che ho il piacere di intervistarla, ma più che un’intervista questa volta è quasi una chiacchierata con scambi di vedute. Una tristezza che traspare da chi ama il suo lavoro e non vede più sbocchi in Roma e non crede nella preparazione dei giovani talenti, che non frequentando le botteghe, hanno poi una visione ed una preparazione che li penalizza. L’esperienza sul campo conta molto e lei ne ha da vendere, essendo nata tra tessuti, ago, e filo.
Possiamo dire che lei, è una dei caposaldi dell’Alta Moda italiana e soprattutto romana, presentando le sue collezioni qui a Roma. Per me è stato, ed è sempre un piacere vedere le sue collezioni. Ho notato che Alta Roma, ha perso molto dell’importanza che godeva a livello internazionale. Una volta si titolava su Vogue, Roma e Parigi. Adesso, Roma è scomparsa, e si parla solo di Parigi, ma oltre ad aver perso l’importanza internazionale, ha perso molto di quella nazionale. Quindi mi chiedo perché lei, insieme agli altri due, o forse tre nomi importanti, rimasti fedeli, conosciuti internazionalmente, vi ostinate a sfilare per un Alta Roma che ormai ha perso quasi tutto il suo valore?
 Per quanto mi riguarda, sono nazionalista, per cui cerco di portare avanti questo discorso, anche se, effettivamente, è un po’ aleatorio. Non vedo nuovi nomi arrivare in modo prorompente, nella kermesse di Alta Roma. Mi sento di precisare che l’idea di On Next è un’idea giusta. Anche noi, negli anni ’80, cito Egon von Furtenberg, Riva, ed altri, siamo stati delle new entry, siamo stati, come si dice ora delle On Next. Il nostro lavoro, non si impara ne a scuola, ne sui libri. Si apprende con l’esperienza di anni, e sicuramente una grande maestra è la passerella. La differenza tra gli anni ‘80 ed oggi, è che il lusso, era legato soprattutto alla couture, mentre oggi, il lusso è anche distribuito dalle grandi maison del pret a porter. Si sono divisi i sistemi, chi è veramente bravo, va a Parigi, ormai considerata l’università della couture, e siccome i francesi sanno vendersi meglio di noi, hanno lo scettro in mano.
E’ chiaro che noi non avremo mai chi potrà prendere  il vostro posto, visto che new entry arrivano sulle passerelle, da questi piccoli concorsi, o da queste scuole, quasi sempre private, dove in tre anni o quattro, forse 5, dovrebbero apprendere l’esperienza di decenni che una volta, i grandi couturier avevano. E questo lei me lo conferma visto che rappresenta la terza o la quarta generazione della maison Curiel…
…Io sono la terza…
…quindi la terza generazione. Cresciuta ad ago e filo, e mangiato moda sin nella culla, ha appreso l’ABC, avendo tanto visto e tanto fatto. Ora, senza avere nessuna esperienza alle spalle, solo con una frequentazione di scuola, si sentono grandi stilisti o grandi couturier…
…c’è da dire che qualcuno, che è uscito da una scuola, poi è diventato…
…certo le eccezioni che poi confermano la regola…
…ma anche ai nostri tempi, non è che ce ne fossero tanti. E’ un lavoro molto difficile, bisogna conoscere i tessuti, le tecniche, bisogna studiare, è necessario curarsi, in poche parole bisogna investire su se stessi e non solo. Mentre noi negli anni passati, avevamo chi ci sponsorizzava, i tessutai ci regalavano le coup, ci pagavano il modello che veniva pubblicato sulle varie riviste specializzate come Bazar, Vogue etc...oggi considerando la crisi economica, soprattutto nel campo tessile, questi sponsor non ci sono più. Per conseguenza, i giovani, fanno molta fatica, per emergere. Trovo che le scuole siano lo specchietto per le allodole perché fanno credere ai ragazzi che vogliono fare gli stilisti, che possono diventare belli, importanti, ricchi, e subito. Poi non sanno tenere un ago in mano, e molti di questi falliscono, perché non sanno come è costruito un vestito, cosa che invece noi, vedi il sig. Balestra che ha fatto scuola da Veneziani, il sig. Saint Laurent ha fatto scuola da Balenciaga…è un lavoro che s’impara nella bottega, ma il problema è, che le botteghe non ci sono più. In questo paese, hanno ucciso l’artigianato, hanno chiuso le scuole professionali, per cui noi stiamo perdendo una delle nostre grandi eccellenze, l’artigianato. Abbiamo una cultura diversa rispetto agli altri paesi, cultura che è nel nostro DNA. Se la scuola, non tira fuori questa tua artigianalità, per forza l’artigianato è destinato a morire, ed io credo, che l’Alta Moda italiana sia destinata a morire.
Nelle ultime collezioni, la sua ispirazione è rivolta all’oriente. Un modo per acquisire mercati nuovi, o solo fonte di piacere per una ispirazione…
…a me l’oriente piace, perché è pieno di energia, ed è pieno di colori. Il costume di questi paesi, la loro etnia, nasce da un’arte povera, possiede un’infinità di spunti e di idee da cogliere, ed elaborare.
Come sceglie i tessuti da utilizzare, quali sono i criteri? Disegna prima, o parte dal tessuto?
Prima stabilisco un tema, poi lo studio. Compro libri ovunque, vado al Metropolitan Museum of Art a New York, dove trovo quello che mi serve. Per questa mia ultima collezione, sono stata in Malesia. Ho comprato tutti i libri che ho trovato, sulla loro tecnica di stampa batik. Stampano ancora a cera. Entro in questo mondo per assorbire quello che poi trasmetto nella mia collezione. Molti tessuti li compro in questi paesi, dove io viaggio. Può succedere che, da un antico tessuto pubblicato su un libro, traggo lo schema, il disegno, che poi faccio stampare in Italia. Parto sempre dal tessuto…
…come si faceva una volta in Alta Moda…
…non lo so…
Lei è una delle poche, se non l’unica, che porta in sfilata, tantissimi capi spalla. Secondo il mio modesto parere, il capo spalla è la vera arte del couturier. Come mai, quasi tutti gli altri, se ne presentano uno o due, è già una cosa miracolosa, ed i nuovi li ignorano del tutto? Perché è difficile farli, perché sono costosi?
Hai centrato il problema, sono costosi, e poi è molto più difficile fare una giacca che un vestito. Chi sa fare un vestito, è totalmente incapace di fare una giacca. Una volta si chiamava fantasia leggera, lo chiffon il velluto ed i rasi, e fantasia pesante il paltò. Sono mani che lavorano in maniera diversa…
…vero adesso che ci penso, ricordo che mia madre aveva due sarte,  una che le confezionava gli abiti, e l’altra solo per i tailleur ed i cappotti…
…in tempi ormai passati, si andava da Zecca a Roma per i tailleur, e dalla Battilocchi per i vestiti.
Quindi possiamo asserire che l’arte del capo spalla è il dottorato per un couturier?
Certo, la proporzione è molto più difficile, come il taglio e la montatura delle maniche. Sono del parere che una donna, una certa età, non avendo più la freschezza dei 30 anni, con il tailleur, si presenta al meglio sentendosi più a suo agio, e nascondendo quello che deve nascondere.
Per l’Alta Moda c’è ancora mercato in Italia o anche lei si  rivolge molto al mercato estero?
Soprattutto al mercato estero!
Quali sono i mercati che l’accolgono?
Ho moltissime clienti in Inghilterra ed in America, meglio dire negli Stati Uniti.
Cosa ne pensa dei giovani che si sono affacciati in Alta Roma?
Devo confessare che quando vengo a Roma, proveniente da Milano, alcune volte, con i vestiti non completati, e con una grande tensione, non ho la curiosità di vedere quello che fanno gli altri. Auguro solo che possano crescere, che possano avere un futuro, perché alcuni sono creativi ed hanno passione per questo lavoro. Non guardo mai ciò che fanno i piccoli o i grandi. Ognuno ha il suo stile, e si potrebbe essere influenzati.
Credo che molti di loro, che ho visto in passerella, abbiano perso il concetto dell’Alta Moda, dove ogni abito è una favola, e si avvicinano troppo al concetto che governa la collezione di pret. E’ dello stesso parere?
Sono preparati per il pret. Il futuro è il pret. L’Alta Moda sarà sempre più un’eccellenza. Non abbiamo più le mani e le sarte, ed è questo il vero problema, mentre in Francia ce ne sono ancora. Come dicevo prima, la couture si è ristretta a Parigi.
Lei non è stata tentata di presentare le sue collezioni  a Parigi o a New York o Londra?
Mi piacerebbe di sicuro, ma adesso vedremo un po’ cosa succederà!
Se tornasse indietro che cosa non farebbe?
Se tornassi indietro…probabilmente rifarei tutto quello che ho fatto, L’amore nei confronti di quest’arte minore è la grande spinta, poi l’orgoglio nel portare avanti il nome di mia madre, ed ancora il lasciare ai miei figli la curiosità e l’amore per l’arte, e per il bello.
Il suo delfino è sua figlia Gigliola, ed è lei che prenderà un giorno le redini della maison. Crede che conserverà, pur dando del suo, l’immagine Curiel, o la stravolgerà?
Gigliola ha un grande giusto, forse un po’ meno eclettica di me, giustamente. Lei si è rivolta più verso un’Alta Moda pronta, diciamo un pret couture. Ha ormai una linea sua, ed è molto determinata. Possiede il senso del colore, con una modernità non aggressiva ed equilibrata, con della genialità.
Credo che per fare questo lavoro, molte doti siano innate, e non penso che si possano apprendere a scuola, come il senso della proporzione, il gusto, il senso del colore…
…sicuramente la scuola ma molto conta quello che si ha nel DNA. Comunque per scuola non intendo quella dei banchi, ma quella della vita, del lavoro, del vedere, del vivere questo lavoro, e dell’esperienza sul campo nelle botteghe.
Alta Roma, come società, sembra che sia morta, e che la stiano ristrutturando. La notizia che circola, da quasi per certo, l’acquisizione ad un ministero. Per ora non vi sono dati certi. Lei che è stata una fedelissima, insieme a Balestra e Sarli, cosa pensa di questa nuova ristrutturazione, cosa suggerirebbe? Perché la riportassero…l’assessore del comune, preposto ad Alta Roma, durante la premiazione del vincitore del concorso dell’Accademia di Costume e Moda, ha detto che la kermesse romana sarà un punto di partenza, cosa che mi ha fatto rabbrividire, perché Roma è stato fino a ieri, un punto d’arrivo, ambito da tutti. Per cui, se diventa un punto di partenza, per voi che siete colone portanti, non avrà nessun senso sfilare a Roma, a meno che non si faccia la giornata delle guest star, ed allora, forse…
Non so giudicare, bisogna vedere come sapranno organizzare questa nuova società. Personalmente ho fiducia nel vice ministro Carlo Calenda, uomo intelligente e capace, e poi, staremo alla finestra, e  vedremo come sarà. Nell’aria c’è un po’ l’idea di abbandonare i sarti storici. In fin dei conti, siamo rimasti in tre, e mi sembra assurdo costruire un’organizzazione di questo tipo su tre. Quando io ho cominciato a sfilare a Roma, c’era Mila Schon, c’era Lancetti, Ferrè, Valentino, c’erano tutti i grandi. Sono scappati tutti, perché qui non sono stati capaci di creare un’internazionalità. Se noi avessimo avuto una giornalista inglese, una americana, una francese, che avessero scritto di noi sui loro giornali, i clienti avrebbero avuto la curiosità di venire,  come succedeva negli anni ’80. Le mie prime clienti americane,  le ho conosciute  a Roma. Oggi non c’è più l’internazionalità, non ci sono più giornalisti di testate straniere, non hanno avuto la capacità di ospitarli, di interessarli. Tutte queste giornaliste, sono delle piccole regine, ognuna ha bisogno del giusto trattamento.

Raffaella Curiel



 Antonio Ventura de Gnon
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Sebastiano Somma

Sebastiano Somma

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(google)

Cosa si può dire di Sebastiano Somma che già non si sappia? Che è uno dei nostri attori più amati? E’ scontato e risaputo. Che sia bravo? Anche questo non credo faccia più notizia. La sua bravura è consolidata e conclamata. Ergo, posso solo dire che è un uomo come tanti, che come mestiere fa l’attore. Come moltissimi di noi ha la famiglia, che mette in primo piano. Per niente montato dall’essere un personaggio, è disponibile e simpaticamente critico verso se stesso. L’ho incontrato per fargli un’intervista, ma alla fine abbiamo chiacchierato dei problemi legati alla professione di attore e mi sono fatto raccontare i suoi progetti futuri ed un sogno nel cassetto che si sta avverando.
Il cinema, o meglio il modo di fare cinema è decisamente cambiato. E’ più facile fare l’attore adesso o qualche decennio fa?
E’ sempre stato difficile fare l’attore, in questo paese, c’è sempre qualcuno che ti rema contro e devi combattere sempre i “mulini a vento”. E’ comprensibile la difficoltà nel fare l’attore, non è altrettanto comprensibile il fatto che ci siano dei pregiudizi, delle chiusure a prescindere, chiusure, magari, legate all’età. Un attore, dovrebbe essere apprezzato per le emozioni che riesce a procurare nel pubblico, o nello spettatore. Nel nostro mestiere non dovrebbe essere importante quello che sei, o per quello che appari. Per quanto mi riguarda, è stato sempre difficile, difficilissimo. In questo momento, è particolarmente difficile, perché c’è ancora meno lavoro, c’è la crisi economica, ci sono delle difficoltà oggettive, ed economiche, però io, ad esempio, in questo momento, pur avendo qualche difficoltà in più,  sono molto contento. Sto cercando strade alternative che mi danno nuovi stimoli.
Ti ricordi l’emozione della tua prima volta?
 Mi ricordo le prime impressioni di ogni volta della vita. Sono emozionanti e non possono non lasciarti un segno ….
…ma io parlo della prima in assoluto…
La prima in assoluto, era un debutto teatrale, era la “Santarella di Scarpetta”, avevo 15 anni e facevo parte di una compagnia filodrammatica. Sono salito su quel palcoscenico in un teatro di provincia, ero incosciente ed inconsapevole ed ho un ricordo di emozione, e non di paura. E’ brutto quando poi inizi ad essere cosciente delle cose, ed ogni volta che è come se fosse una prima volta, sia che sia televisiva o cinematografica o teatrale. E’ comprensibile solo a chi è addetto ai lavori e che pratica questo mestiere. Non so quante volte, ho detto dietro le quinte la famosa frase: “Ma chi me l’ha fatto fare”. L’idea di stare due ore in pasto al pubblico, senza avere la possibilità di tornare dentro… comunque la prima volta in assoluto me la ricordo come un fatto gioioso, d’incoscienza e di grande festa. Più avanti, le prime volte sono state sempre emozionanti, anche se in maniera diversa, per una maturità che col tempo si conquista.
Hai dei rimpianti per il percorso fatto nella carriera di attore?
No proprio no! Guai se avessi dei rimpianti. Non rimpiango nulla, anche per le cose che hanno rallentato molto il mio percorso di attore, ed anche per i lavori più leggeri che in qualche modo ti segnano. Come detto prima, è un paese che giudica troppo, e non per quello che fai, ma per quello che sei, e per quello che si dice di te.
Hollywood?
Devo dire che l’ho sfiorato un paio di volte, e son tornato anche da poco da Hollywood…
…per lavoro o per turismo?...
Sono stato a questo festival di Pascal Vicedomini che si chiama…è un festival italiano per gli Oscar, proprio a Los Angeles, dove ho presentato due opere già andate in onda: “Il mercante di stoffe e Madre Teresa”. Inoltre ho presentato in anteprima, non ancora uscito in Italia, un film documentario sull’acqua, documentario che ho realizzato con tanti colleghi straordinari, e che presto verrà distribuito…
…mi sembra di capire che hai fatto il salto dietro la cinepresa?
No! Affatto! In questi lavori sono presente come attore. L’ho già fatto il salto, o meglio un saltino. Ho diretto dei cortometraggi molto interessanti per la “Fondazione Lucchetta Ota D,Angelo Hrovatin di Trieste. Ho diretto per il premio Lucchetta, tre corti ambientati a Sarajevo, che parlano della guerra dei Balcani e dei bambini, come vittime di questa guerra. Per questi corti, ho curato la regia, oltre ad essere un interprete. Mi diletto a fare fortemente l’attore, ed ogni tanto ho qualche smania, ma fortemente controllata.
Tu pensi che le fiction stiano distruggendo il cinema?
 Penso che la distruzione avvenga perché si fa il cinema pensando alla televisione. Non ho mai pensato che la fiction possa essere un deterrente per il cinema, perché se si fanno dei buoni films, la gente esce di casa, ed i giovani vanno al cinema come anche i meno giovani. Se ci sono delle belle opere, si è invogliati ad andare a vederli sul grande schermo. Il problema è che ora  i film sono fatti, purtroppo, per la televisione.
Penso che il cinema italiano soffre una crisi, perché non si è saputo evolvere dal periodo “rosselliniano”. Siamo ancora al cinema verità, e quindi le nostre storie interessano poco il mondo al di fuori delle Alpi, ed a volte, al di fuori di una regione. Credo che questo sia il problema maggiore. Siamo stati sorpassati persino dagli inglesi per quanto riguarda comicità. Loro che non erano per niente bravi a fare delle commedy ora sono strepitosi….
….è che sono originali, riescono a raccontare delle storie di evasione pure. Noi invece raccontiamo sempre piccoli argomenti. Io non riesco ad andare a vedere un certo tipo di film italiani, non ce la faccio proprio.
Con quale regista ti sarebbe piaciuto farti dirigere, e non  ci sei ancora riuscito?
A me, come regista, piace molto Bellocchio. Riesce a centrare molto bene i personaggi. Poi Tornatore per i suoi grandi affreschi e per un certo cinema di introspezione, Salvadores. In alternativa, la creatività di Matteo Garrone. Abbiamo dei grandi cineasti, ma si continua  fare una enorme produzione di commedia di “livello”…io non mi ci ritrovo, ma il problema non sussiste, neanche mi chiamano come attore, in questo genere di film…
L’essere considerato un bello ti ha aiutato o penalizzato?
Agli inizi degli anni ’90; intanto preciso che i frutti si sono visti alla fine degli anni ’90, ma agli inizi, dove ero al massimo della mia prestanza fisica, al massimo della gioventù, ero sicuramente penalizzato. Il belloccio era preso solo per essere un personaggio screditato, solo come personaggio superficiale.  Come se non bastasse venivo dal mondo dei fotoromanzi, condanna che gravava sulle spalle. Il problema maggiore, era dato dal fatto che nessuno ti metteva alla prova per accertarsi che, oltre ad essere bello, fossi anche bravo. Sicuramente mi ha penalizzato molto essere considerato bello! Oggi lavorano tantissimo i bellocci magari hanno…..
…molti bellocci se non facessero gli attori sarebbe molto meglio…
… nei momenti neri, nei momenti in cui cozzavo contro una marea di muri, ho sempre lavorato nel teatro, cercavo delle alternative.
Alla fine, preferisci cinema, teatro, o fiction, visto che le pratichi tutte e tre?
Il teatro in assoluto! Non c’è nessun tipo di dubbio che il teatro è il luogo che mi dà più stimoli. Il cinema preferisco  vederlo, e quelle volte che l’ho fatto, mi sono annoiato enormemente. Il cinema è un opera del regista, e di chi ha scritto la storia. Per noi attori, sono ore e ore interminabili di ozio, di attesa. Personalmente ho bisogno di stare sempre in attività, ed il teatro è quello dove si lavora di più. Subito dopo la televisione, alla quale devo molto. Tramite la popolarità avuta dalla televisione, ho avuto la possibilità di fare del buon teatro. Amo molto la televisione, e non è un luogo comune, la televisione mi ha dato la popolarità, mi ha dato la possibilità di interpretare dei personaggi importanti, e credo di aver fatto della buona televisione e che spero possa continuare a fare. Il teatro rimane l’espressione massima per un attore, data dal sapere che c’è un pubblico che sta ascoltando le tue parole.
Una volta, sia il cinema, che la televisione, attingevano molto dal teatro. Ora non lo si fa più, o quasi. Pensi che questo sia un  male per la tv e per il cinema? La preferenza data a personaggi che vengono fuori dai vari reality senza preparazione, non credi che sia un danno per il cinema, la tv ed il teatro?
Ripeto, c’è molta poca produttività nel nostro paese, molta poca apertura anche in questo senso. Non faccio discriminazioni nei confronti di chi esce da un reality, anche perché, il personaggio che proviene da un reality, può creare delle suggestioni per un regista che vuole attingere ad una spontaneità….
…questa mi sembra una risposta diplomatica…
…no lo credo veramente! Se fossi un regista, e faccio cinema, e cerco un attore che mi dia un immagine, una idea di quello che voglio rappresentare, in virtù di quello che voglio raccontare, posso essere affascinato da un volto e da una fisicità. A questo punto non è necessario essere affascinati da una parte attoriale costruita…a volte ci sono degli attori troppo costruiti, perdono la spontaneità, ed il cinema spesso cerca la spontaneità. E’ anche vero che sta poi al regista individuare la persona giusta per il ruolo. Non sono contro, a prescindere, da chi viene da quel mondo, serve per mettersi in mostra, in luce. Il reality dona un’opportunità per mettersi in mostra, per farsi vedere alla prova. Ma ritornando alla domanda iniziale, sicuramente  mi ha tolto molto quest’idea dell’essere bello.
Tu lo avresti fatto un Grande Fratello piuttosto che…
…no perché comunque per arrivare, ho preferito sempre altre strade, ho preferito il teatro. Non sono un esibizionista. In chi partecipa in quei reality, c’è una forma di esibizionismo, c’è un volontà di aprirsi al mondo, di mettersi in vetrina, di esibire una parte di se, che si pensa essere interessante, e credo che ci sia anche un po’ di megalomania. Sono contrario a tutte quelle forme di megalomania, o di esibizionismo. Ho rifiutato di andare in dei programmi che hanno, diciamo, un immagine un po’ “sobria”, e dove mi sarei dovuto mettermi in qualche modo a nudo. Preferisco basarmi sull’emozioni vere, sul mio lavoro, sulla recitazione.
Progetti attuali e futuri?
Prima di rispondere, volevo precisare che gli attori di teatro, sono spesso impostati, ed è difficile utilizzarli al cinema, ma è anche vero, che i registi del cinema non vanno a teatro per vedere se ci sono attori bravi da utilizzare per i loro film.
Che ne pensi di Ferzan Ozpetek?
L’ho conosciuto, e mi ha fatto i complimenti, per avermi visto nella serie, “Un caso di coscienza”. Mi piace molto come regista, come mi piace molto Pappi Corsicato
Esistono ancora gli amori nati sul set, o è solo un mito hollywoodiano?
Tu pensi che in America si innamorino sul set?
E’ difficile che ci si innamori sul set. E’ facile una infatuazione, un coinvolgimento fisico, o intellettuale, ma è molto difficile che sul set…
…ma stavamo dicendo prossimi lavori ed attuali?
Questo film documentario, che è molto bello, “Il bacio azzurro”, dove sono  interprete insieme a Remo Girone e Claudio Lippi, e questo bambino meraviglioso che si chiama Lorenzo D’Agata. Un atto d’amore verso l’acqua, proprio come elemento. L’ho presentato in America, lo sto accompagnando in diverse operazioni di promozione. Probabilmente sarà programmato anche in Rai. Ho partecipato con un ruolo molto bello, nel film di Luciano Luminelli, un’opera prima, dal titolo “Una…diecimila lire”. E’ Ambientato tra la Basilicata e Roma. Interpreto un personaggio, un po’ particolare, tipico della Garbatella che ha un bar nel suo quartiere, appunto la Garbatella, quartiere popoloso di Roma, che accudisce questi due ragazzi che arrivano a Roma per la prima volta, e li fa crescere. Prima sarà visibile nelle sale cinematografiche per poi approdare in TV. Sono contento di aver preso parte nel film di Bruno Colella, un film surreale, nel quale interpreto la parte  di un uomo, che ad un certo punto cambierà la sua vita, innamorandosi di un altro uomo. Diventa un omosessuale, ed in questo ruolo, tiro fuori una sensibilità…in modo speciale nella scena che mi riguarda, che è inaspettata. I protagonisti sono 4  artisti di arte contemporanea, ed il titolo del film è “Viaggio in Italy”.  Sto preparando, in teatro, lo spettacolo della mia vita, che cercavo di mettere in scena da tempo. “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller, dove sarò Eddie Carbone. Per questa produzione, ho avuto la fiducia del teatro Parioli, di Luigi De Filippo, che produrrà lo spettacolo. A Novembre il debutto, proprio al teatro Parioli. La regia è di Enrico Maria Lamanna. Ho coinvolto un carissimo amico musicista, che è Pino Donaggio, che mi sta componendo le musiche ….
…a Sanremo, quest’anno, ha avuto un riconoscimento alla carriera…
Difatti è vedendolo mentre gli consegnavano il premio, che mi è venuta l’idea. L’ho chiamato proponendogli di collaborare con me.
Quali sono gli attori e le attrici con i quali ti sarebbe piaciuto poter lavorare?
Parliamo a livello internazionale?
Si! Forse e meglio perché in Italia c’è molto poco…
…no, no, ho lavorato con Laura Morante in Madre Teresa di Calcutta, e ne sono rimasto impressionato. Mi piacerebbe poter essere con lei in un film, come protagonista. Abbiamo degli ottimi attori. Sono rimasto piacevolmente sorpreso da un film di Pontecorvo, che ho visto ultimamente proprio in America. Una commedia italiana con Lillo, in un ruolo drammatico e sono rimasto colpito dalla sua grande forza attoriale. Al Pacino in assoluto, con il quale avrei sperato, anzi spero ancora, di poter dire anche solo tre battute in un suo film. Cate Blanchet, l’attrice che ha interpretato Elisabeth, la trovo straordinaria. Se penso ad attrici che mi hanno segnato, forse sono poco conosciute per il grande pubblico, comunque ho lavorato con la Chiara Caselli, attrice molto forte. Nel mio piccolo, ho lavorato con Isabella Ferrari, Romina Mondello, Vanessa Gravina, nomi televisivi, conosciuti per le fiction che hanno interpretato, e lavorando insieme, ti accorgi che hanno la stessa passione e voglia di fare. Non è semplice trovare ruoli per tirare fuori queste eccellenze, vi è una sorta di “puzza sotto il naso” nei confronti della nostra produttività, e siamo sempre in balia dell’indifferenza piuttosto che della conoscenza.   
 Antonio Ventura de Gnon

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I Vianella

I Vianella

EDOARDO_VIANELLO

Un anno fa circa, Edoardo Vianello con Wilma Goich, hanno ricostituito “i Vianella”, riprendendo dopo trent’anni un filo interrotto. Separatamente non hanno bisogno di essere presentati, sono, e rappresentano, un bel pezzo della nostra storia musicale. Ora portano avanti un progetto interrotto molto tempo fa, ed il pubblico sembra accettare di buon grado. Personalmente mi dispiace che bravi artisti, e loro ne fanno parte, debbano poi essere lasciati ad un pubblico ormai non più giovane, e quando appaiono in TV, siano costretti a cantare sempre e soltanto i loro vecchi, ma sempre attuali successi. Credo che sia la discografia che i media, dovrebbero si far ascoltare i vecchi successi, ma sono certo, che hanno ancora da dire molto, e sentire quello che una maturità artistica porta, non sia da escludere! Sono andato a trovarli e ci siamo divertiti a fare quattro chiacchere.
Vi siete rimessi insieme artisticamente, ormai da un bel po’ di tempo…
…un anno
Seguiti a ruota, e li abbiamo visti  a Sanremo, quest’anno, da Albano e Romina. La motivazione che vi spinti, è stata un ritorno al mercato, più appetibile per il duo Vianella, piuttosto che da solisti?
E.V. Il mercato oggi non esiste per cui discorsi di mercato non ne possiamo fare quindi il piacere di cantare insieme e di riprendere un progetto che avevamo interrotto 33 anni fa. Progetto che ha ancora tanti sviluppi d offrire e quindi siccome le le nostre carriere proseguono parallelamente alla carriera dei Vianella, abbiamo voluto aggiungere anche i Vianella al nostro lavoro, perché ci mancava qualcosa.
Sarete presenti sul mercato con inediti?
E.V. Ci sono anche degli inediti, ma come puoi immaginare il pubblico vuole sentire i nostri successi passati, per cui noi presentiamo i nostri successi, ed in più, le canzoni nuove e delle altre ancora più nuove, che nessuno ha mai sentito.
Wilma, perché in Italia le carriere dei cantanti che sono arrivati ad una certa notorietà, improvvisamente cessano, a favore di seimila meteore che fanno, uno o due CD, e poi scompaiono. Oltre alpe, questo non succede. In America, cantanti come Tina Turner, Shirley Bassey, nonostante la loro avanzata età, continuano ad incidere ed a vendere?
W.G. E’ un mercato diverso dal  nostro. Noi non abbiamo più mercato, non esiste più il mercato discografico, quindi i cantanti come noi, vivono comunque, perché facciamo serate, facciamo teatro etc, non solo come duo “i Vianella”, ma anche singolarmente. Se noi decidiamo di incidere un pezzo, non essendoci il mercato è difficile trovare…ce lo dobbiamo produrre da soli, dobbiamo pubblicizzarlo da soli, rischiando di non vendere, anche perché le vendite sono poche. Quelli che vendono tanto, non vendono niente in confronto a quello che noi abbiamo venduto, e che vendevamo.
Però alla fine, i giovani, pur ascoltando musiche diverse, quando si riuniscono sul mare con la chitarra, cantano le vostre di canzoni non cantano ….
W.G. Ma perché è impossibile ricordarsi le canzoni di adesso…
E.V. Non sono riproducibili, non hanno sonorità facili. Le nostre canzoni sono nate con una chitarra…
W.G. E con dei testi particolari e parlano d’amore e parlano di vita…
Comunque so che in questo periodo avete un sacco di passaggi televisivi, questo significa che, bene o male, un successo almeno televisivo sta ritornando?
E.V. E’ stata ben accolta la nostra decisione di cantare insieme, anche perché c’è una sonorità completamente diversa dalle nostre singole voci. Quando queste voci le mettiamo insieme e questo duo è stato riscoperto e ritrovato da qualcuno che non se la ricordava più, ha fatto si che la richiesta televisiva sia aumentata.
Sanremo, perché non avete partecipato al festival? Specialmente quest’anno che il conduttore è uno che spinge le glorie canore di qualche decennio fa?
E.V. Avevamo qualche possibilità di andare, ma poi quando hanno comunicato che vi era Romina ed Albano, abbiamo capito che non c’era spazio per noi.
Dovevate partecipare come ospiti o come concorrenti?
E.V. No Ospiti come ospiti! Probabilmente avranno messo un veto, ma non mi interessa. A noi Carlo Conti aveva individuato anche uno spazio, se ti ricordi, hanno festeggiato una coppia anziana, e noi combinazione, avevamo una canzone “via dei banchi vecchi 23” e l’idea a Carlo, è venuta proprio dalla nostra canzone. Parla proprio di una coppia che vive in questa grande e vecchia casa da tanti anni, dove i figli non vanno mai a trovarli, ed in questa vita tranquilla,  monotona, ogni tanto ritornano al ricordo di quando si era ragazzi, di quando si era innamorati, quindi nascono dei momenti di nostalgia molto teneri. Nella canzone, la storia viene raccontata in italiano, ed i ricordi in romanesco. Quindi anche questa curiosità era piuttosto interessante. Però, evidentemente, hanno preferito il gossip. Comunque l’idea poi Conti l’ha portata avanti, e come avrete potuto constatare la coppia è stata presente sul palcoscenico del festival.
Devo riconoscere che, la signora festeggiata per la sua longeva vita coniugale, ha dato dei punti di eleganza a tutte le partecipanti a Sanremo. Ma parliamo delle canzoni di Sanremo che ne pensate?
E.V. Personalmente non le ho ascoltate!
W.G. Io le ho ascoltate, ho seguito il festival. Adesso a distanza di tempo c’è qualcosa…il livello poi…
E.V. Quello che mi ritorna è volare…c’era quest’anno?...
…No non c’era, ma c’erano i volo…
W.G. La canzone dei volo neanche la so, non me la ricordo, mi ricordo loro…
I vostri progetti futuri?
E.V. I nostri progetti sono legati a questa nostra tourne teatrale. Il teatro è un desiderio immane che abbiamo da sempre, ed il nostro modo di recitare, il nostro modo di cantare, ed il nostro repertorio, a teatro prendono una fisionomia completamente diversa. Sembrano nate per il teatro, e nello stesso tempo, sono canzoni molto popolari che vanno bene per le feste di piazza, ma in teatro, quel sapore popolare che hanno, si trasforma in qualcosa di elegante.
Voi dite che non esiste mercato per voi, ma io vedo che fuori ci sono i vostri vecchi CD ristampati, e se li ristampano, significa che si vendono…
E.V. Non c’è più un mercato per noi che siamo di un’altra generazione, non esiste un mercato rinnovabile, perché oggi una proposta nuova non se la fila nessuno.
Quindi sono i discografici che….
W.G. I discografici non esistono più
E.V. Fanno scelte diverse, e puntano sul sicuro importando dall’America. Non rischiano, non creano, non inventano, perché sanno che funzioneranno e preferiscono vivere sul sicuro.
W.G. Comunque sanno che funziona quella volta li, poi dopo, magari, non funziona più.
Lo si vede da quelli che escono dai vari reality, ne cito uno per tutti, Marco Carta. Avuto un piccolo boom, poi è sparito…
E.V. Puntano sul fatto che è carino, sfruttano il momento, ma un artista si deve formare. Prima deve fare gavetta. Prima cantavi nei night, nelle balere a capire e crescere.
La vostra tourne è solo italiana o anche estera?
W.G Andiamo anche in America, in Canada più precisamente. A settembre.
Prossimo CD?
E.V. Ancora stiamo promuovendo quello che abbiamo inciso l’anno scorso “c’eravamo tanto amati”. Adesso stiamo raccogliendo, partendo proprio da “via dei banchi vecchi” le cose che abbiamo….non c’è fretta, non abbiamo visto la fila fuori che sta aspettando il disco e quando cominceranno a reclamare…
Prossimi passaggi televisivi?
W.G. Adesso ne abbiamo due tre
E.V. Saremo dalla Clerici, poi Domenica in, la vita in diretta, in famiglia, tutti programmi….
…e Mediaset, la concorrenza?
E.V. non pervenuto…
W.G. ma a Mediaset, c’è soltanto il pomeriggio ci potrebbe essere…
E.V. quello che ci potrebbe essere… ci potrebbe essere anche il telegiornale della notte, ma…
Qual è la domanda che avreste voluto che vi fosse fatta e che mai nessuno vi ha fatto?
W.G. Me ne hanno fatte talmente tante, che non saprei proprio cosa risponderti… ci penso un attimo…
E.V. mi piacerebbe che avesse voglia di approfondire la mia evoluzione o involuzione artistica, sapere quello che è stato, aggiornarsi seriamente sulla mia maturità artistica.
Voi come artisti avete perso il mercato, perché non vi siete evoluti abbastanza per il mercato? Magari anche incidendo delle cover arrangiate in maniera moderna?
E.V. Per quanto mi riguarda, ho proseguito nel mio percorso musicale imperterrito, cambiando, aggiornandomi il più possibile. Credo di scrivere ed interpretare molto meglio di una volta, ma non mi è stato dato nessuno spazio dalla televisione, che è l’unico mezzo per arrivare al pubblico, per far sentire queste cose. Sono trent’anni, dico trenta, che quando mi propongono passaggi televisivi, mi chiamano per cantare i Watussi, Abbronzatissima, Guarda come dondolo, Siamo gente de borgata, ma mai nessuno che mi dica: “ Ma hai scritto qualcosa di nuovo”? E se lo propongo io, no per carità…mentre, quando poi sono in concerto, sorprendo il pubblico con queste mie nuove creazioni. Una delle poche volte che sono riuscito a far sentire una canzone mia, nuova, ci sono riuscito, spacciandola per la mia prima incisione, e che era una curiosità farla sentire. Solo così sono riuscito a far ascoltare una nuova canzone.
La possibilità di far cantare qualcosa di nuovo, di tuo, a Mina?
E.V. Non sono stato mai capace di proporre delle mie canzoni, perché non mi piace il no e non voglio correre il rischio che mi si dica di no.
E tu, Wilma, farti scrivere qualcosa da Ramazzotti piuttosto che da Ferro?
W.G. Certo mi piacerebbe, ma non ho i contatti. Quando si viene esclusi da un certo giro, non si riesce ad avere i contatti, e questi cantautori attuali probabilmente ci vedono come ….ma lo sanno come canto…ho inciso una canzone degli Abba, che è stato un capolavoro, e per poterla lanciare in Italia abbiamo dovuto chiedere il loro permesso. Chiaramente ho inciso una versione in italiano. Quando hanno ascoltato come lo cantavo, hanno dato subito il permesso. Passato inosservato dai media, mentre nelle serate tutti me lo chiedono, e questo vuol dire che l’hanno ascoltato da qualche parte.
…Penso che le radio hanno la loro parte di colpa…
W.G. Le radio non ci filano per niente…
Quanta gente è rimasta sorpresa quando siete ritornati insieme artisticamente?
W. G. Ho notato molta soddisfazione, tra le persone che conosciamo bene e meno bene. Poi bisogna vedere tutto il vero.
E.V. Gli spettacoli di prova che abbiamo fatto in teatro, la settimana scorsa, qui a Roma, in due teatri diversi, abbiamo fatto il tutto esaurito. Il teatro Roma ed il teatro Elsa Morante, ma al di la dell’esaurito, essendo eventi unici, è naturale il tutto esaurito e quasi di prassi, è il successo che ne è scaturito per lo spettacolo presentato, che ci ha oltre che gratificato anche quasi sorpreso.
Se tu potessi dare una canzone ad una star internazionale, a chi la faresti cantare?
Io solo a Barbra Streisand, dubito che altri possano cantare le mie canzoni. Mi sento in imbarazzo quando le sento cantare dagli altri, perché non capiscono lo spirito. Poi se uno mi dicesse, devi scrivere una canzone per la Vanoni, allora mi metterei al pianoforte e tenterei di andare su quelle corde consone alla Vanoni. Ma una canzone che io scrivo, per il piacere di scrivere, frutto del mio ingegno, non sarebbe adatta a nessun altro.
Ma scriveresti apposta per la Streisand?
E.V. Quella potrebbe cantare tutto, anche “pinne fucili ed occhiali”…certo mi metterei d’impegno.
Tornado a te Wilma quale autore ti sarebbe piaciuto che ti desse una canzone?
W.G. Direi Concato. Mi piace molto come scrive, lo trovo perfetto per le mie corde. Ma non solo lui, avrei provato a cantare De Gregori. Ci sono svariati autori che io amo, per esempio, Vasco Rossi, ma non potrei mai cantare le sue canzoni, a meno che, non scrivesse qualcosa per me. Autori ce ne sarebbero ma non scrivono per me!
La vostra prima volta che avete inciso il disco, e lo avete presentato al pubblico, l’emozione che avete provato, ve la ricordate?
W.G. la prima volta dove ho avuto successo è stato in Spagna, ma il primo in assoluto… il festival bar. Mi sono emozionata, ero in vacanza sul lago di Garda e c’era il jukebox e qualcuno ha gettonato il mio pezzo. Era “un bacio sulle dita” e sentire la mia voce uscire dal jukebox, che qualcuno aveva gettonato, mi ha veramente fatto avere una emozione molto forte. A Barcellona ho cantato al “Festival della canzone mediterranea” dove ho vinto, e li, è stato molto emozionante, ma ero ancora incosciente. la paura vera è stata a Sanremo, quando ho cantato le “colline sono in fiore” e Mike Bongiorno mi ha dato un calcio per entrare in palcoscenico.
E per te Edoardo invece?
E.V. Quando ho fatto il primo disco. Amavo una trasmissione alla radio, che si chiamava il “discobolo”. Lanciavano un disco ogni giorno. Il mio sogno, era di  finire in questa trasmissione radiofonica, e la prima cosa che ho fatto, quando è uscito il mio primo disco, è stato quella di proporlo al mitico “discobolo”, che me lo ha bocciato. Quando ho cantato a “Studio uno” “il capello” quello si che è stato il mio vero debutto. Non ero ancora nessuno, e non so, per quale oscuro motivo, sono stato chiamato a “Studio uno” per cantare”.
Perché la fine la decisione di cantare insieme, visto che avevate carriere artistiche ben separate ed  eravate all’apice della carriera come solisti. E’ stata una decisione presa tavolino o è nata spontanea?
E.V. E’ stata una cosa naturale, visto che eravamo marito e moglie, e stando spesso a casa a provare canzoni, ci divertivamo poi a cantare insieme, e quando poi lo abbiamo fatto una volta in pubblico, la reazione è stata positiva. Era una serata in cui io cantavo le mie, e lei le sue. Ne abbiamo fatto una insieme e l’atmosfera che si è creata ci ha portato  poi a cantare insieme più canzoni
W.G. Mi rendo conto che, quando cantiamo insieme, la gente è presa, piace alla gente che noi si canti insieme, lo sento.
Con chi ti piacerebbe duettare?
W.G. Se devo dire la verità, a me piace cantare da sola. Mi diverto, gioco con la voce, che per fortuna ancora ho. Duettare per me… il duetto è Edoardo…
Lascia perdere Edoardo. Ti chiamasse Mina  per duettare con lei… a vabbè Mina…forse per curiosità…si per curiosità lo farei, per divertimento ma non per necessità.
E.V. io invece con Irene Grandi, mi piace molto come canta.

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 Antonio Ventura de Gnon

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Jovanotti

Jovanotti

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(google)

Nel mare della musica, nuota controcorrente, non si assoggetta alle leggi del mercato discografico, in un momento in cui molti dei suoi colleghi cercano di cavalcare l’onda, e per essere presenti immettono sul mercato dei singoli.
Giovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, si presenta al suo pubblico con un cd che contiene ben 30 brani. Un coraggio da leoni in un periodo discografico che miete vittime ad oltranza. Il cd è stato inciso in vari studi sparsi per i due continenti: Europa, e precisamente Milano e Cortona ed in America tra Los Angeles e New York. Al momento è ancora a New York in attesa che sua figlia completi gli studi per poter rientrare in Italia. Oserei dire un papà chioccia.
Non ti pesa girare il mondo?
Per mia fortuna faccio un lavoro che mi porta a girare molto e questo mi piace, non sono legato a luoghi.
Che cosa ti hanno dato gli U.S.A. professionalmente?
Un approccio diretto e brusco con la musica, che dia la sensazione di immediatezza. New York viene definita concrete jungle, ergo è indispensabile l’incisività immediata, e spero che in questo mio lavoro chiamato Lorenzo 2015 CC, si possa notare.
Un lavoro immane addirittura 30 brani. il motivo?
Intanto non ho voluto tenere ferme nel cassetto nessuna delle mie creazioni, poi ormai la tecnologia ci permette di avere tutto lo spazio che si desidera, e non ultimo, ho potuto spaziare tra tutti i generi, dalla dance, al pop, al rock’n’roll. Un lavoro da scoprire brano dopo brano.
Mi sembra di capire che ti piacciano i serial televisivi?
In effetti si! Solo che dopo aver visto la serie Breaking bad, non riesco a farmi piacere più nulla. Ho guardato altre serie, ma mi sono sembrate delle opere minori. Diciamo che è un po’ come nella vita, quando incontri l’anima gemella il resto è scialbo.
Personalmente guardo il Trono di spade che sta ottenendo un grande successo, tu lo segui?
Ho seguito le prime puntate insieme alla mia famiglia, tra l’altro sentendomi imbarazzato per alcune scene quasi hard, io ho po’ lasciato la visione, mentre mia moglie e mia figlia continuano a seguire.
Torniamo a parlare del tuo album, che è un frullato di contaminazioni...
E’ la rappresentazione più vicina a me che si possa pensare. La musica oltre che comporla la vivo da ascoltatore, essendo poi un figlio delle playlist e degli algoritmi. Potrà sembrare disordinato, ma è solo un’apparenza. Soffrendo della sindrome di mancanza di attenzione, da molto tempo, anche quando non era riconosciuta dalla medicina come sindrome, non mi ha creato nessun problema, vivendolo come tale. Tutto sommato credo che sia un pregio poter passare attraverso vari tipi di composizioni musicali.
Come avviene il tuo modo di scrivere musica?
Chiaramente all’inizio tutto può sembrare caotico poi tutto prende la sua giusta forma. In questo cd i brani sono narrativi, e non impressionisti come in passato, perché è scattata la molla di elaborare i brani in modo diverso dal solito. Comunque non sono io a dover giudicare, sarei di parte. Ho messo in questo mio lavoro, euforia, passione e volontà di riemergere dal silenzio. Posso dire che è una sorta di ringraziamento e gratitudine per i miei fans che hanno sempre riempito gli stadi per i miei concerti.
Nel cd, è presente una rielaborazione di un tuo pezzo famoso, “la mia moto”, un ponte tra passato e presente?
Quello che è stato rimane sempre con noi, poi il vecchio a me torna simpatico. In effetti quello ero io trent’anni fa. La moto è un archetipo generazionale, almeno della mia vita e rappresenta una metafora di libertà e tecnologia. E’ il recuperare un simbolo dell’infanzia, carico di energia e poi io vivo di simboli. La mia formazione è pubblicitaria quindi carica di immagini e slogan.
E’ stata pubblicata una tua foto, nella quale sei ritratto con tua figlia. Un modo carino per dire sono maturato?
In effetti la foto è stata scattata da mia moglie, per un cambiamento di look, un momento importante di cambiamento per le mie ragazze. La foto comunque si  presta a molte chiavi di lettura, io per abitudine non tendo ad analizzare.
Ci sarà come conseguenza del tuo cd il tour o almeno un live?
Certo lo sto preparando e  spero che risulti decisamente figo. Un istintivo, diretto, emozionante e selvatico rock’n’roll. Sto lavorando giorno e notte per essere pronto per gli stadi a giugno calandomi nel ruolo di un perfetto performer


 Antonio Ventura de Gnon    

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Vittorio Camaini

Vittorio Camaini

Difficilmente mi entusiasmo per il lavoro di uno stilista, o creatore di moda. Ormai si è visto di tutto, e trovare del nuovo, è estremamente difficile. Quando ho visto la prima volta la collezione di Vittorio Camaiani, mi ha incuriosito, e dopo conquistato, perché oltre ad essere un uomo schivo, disponibile e dolce, ha un modo di fare moda che intriga, ed incuriosisce. Sempre legato ad ispirazioni di luoghi o cultura, che fa leggere nei suoi abiti molto chiaramente. Ma non voglio dire altro perché chi è, traspare da quella che partita come intervista, poi si è tramutata in uno scambio di idee.
Tu non ami definirti uno stilista?
Mi definisco un uomo che ama il bello, e che cerca di raccontarlo, sperando di non sorpassare il corpo, nel senso che rispetto molto la linea del corpo. Quando inizio una collezione, una delle prime cose che faccio, è quella di aprire mentalmente l’armadio e cercare di costruire un tot di capi che siano indispensabili. La camicia, il pantalone, la giacca, son tutti capi che devono essere indossati. Certo poi il racconto della collezione, ma la base è quella.
Quest’anno, hai sfilato come evento nel calendario di Alta Roma, sfilando in uno degli hotel più belli di Roma, cornice degna di ospitare le collezioni di Alta Moda. Con le tue creazioni, questa stagione, hai omaggiato Venezia, come mai? Tu in effetti sei marchigiano e…
…L’omaggio a Venezia è nato perché, a Settembre, ero li per il Festival del Cinema. E’ stata una permanenza fugace, solo tre giorni, e tutto quello che ho raccolto l’ho trasportato nella mia collezione. Per chi non conoscesse la mia città, che è San Benedetto del Tronto, posso dire che in qualche modo, ricorda la Venezia degli anni ‘20 e ’30. Se avrete occasione di passare, potrete vedere, quello che sto dicendo. Intendo chiaramente visioni da cartoline d’epoca. I lidi di San Benedetto, ricordano molto il Lido di Venezia. Ho pensato al mar Adriatico come una sorta di passerella da San Benedetto a Venezia e ritorno. In sfilata era presente un abito con il francobollo, una sorta di pensiero che doveva volare, che doveva muoversi. Venezia mi ha fatto pensare all’eleganza essendo nel mondo una delle città più bella e con un fascino innegabile.
Vittorio, tu vesti una donna che deve essere assolutamente particolare, ma particolare in che cosa? Cosa deve possedere per indossare i tuoi abiti? Mi riferisco a quelli della sfilata, perché poi come ogni couturier, disegna e produce per la cliente specifica.
Dico testa, e dico mente.  Mi piace una donna che abbia una grande forza, guardo meno la fisicità. Spesso incontro donne con non fisicità, ma che possiedono ironia, glamour, e qualche chilo in più, e riescono a portare un abito che, generalmente viene identificato per una modella o per una donna che la ricordi, come se fosse una di loro. Ed è per questo che dico mente e testa. Tutto nasce li.
Alla fine, si scelgono sempre modelle 38/​40 per mandarle in passerella…
…quello, purtroppo, è un imbuto dove finiamo tutti. Anche se io, in qualche modo, quando faccio una selezione, a volte scelgo delle ragazze con qualche chilo in più…non mi spiace…
…non se ne è accorto nessuno …
…anche perché se arriva una ragazza che ha la taglia 42, la mia collezione è di taglia 42, non ho problemi a farla indossare, così come per la modella classica di taglia 40, alla quale scivolerà sul corpo un filino di più. La mia non è una collezione che può rimanere appesa, deve essere venduta. Non mi interessa avere una collezione 38/​40 che rimane in archivio ferma e che possa servire solo a livello fotografico o per immagine.
Sembra che la Francia abbia già una legge che vieterà, nella maniera più assoluta di scegliere modelle al di sotto della 40/​42. Magari si tenderà più a prendere quelle di taglia 40, che non diano l’impressione di essere ragazze anoressiche. Pensi che in Italia si riesca a fare altrettanto, o si troveranno davanti ad un muro?
Siamo tutti coinvolti dall’immagine, che è legata a tutto ciò che esce dai media, dal servizio fotografico. Si tende a scegliere ragazze, tu sai benissimo che prendono una taglia in più quando vengono fotografate, con una taglia in meno, proprio per quel motivo. Sono appena rientrato da Bologna, dove ho presentato la mia collezione, ed essendo nei giorni precedenti In Indonesia, ho delegato la scelta delle ragazze ad altri. Mi sono ritrovato nel cast, una ragazza di tg 44, tra l’altro che aveva superato i 30 anni. Ha sfilato benissimo, aveva una classe quasi rara da trovare nelle giovani ragazze, e tu sai che vengono portate a Roma in età veramente adolescenziale.
Alla fine degli anni ’70, in Alta Moda, e lo so perché avevo delle amiche che sfilavano in quel periodo, anche top model come Barbarella, Ester Onofri, che erano tutte di taglia 42. Magari scarsa come 42, ma erano in tutte le passerelle. Con l’avvento delle modelle dall’Est e dall’America, che erano tra l’altro molto più alte, mentre le nostre in quel periodo potevano essere anche di un metro e settanta, ora vengono scartate considerate delle nane, si è modificata molto l’immagine, a meno che  non sia la Casta, che avendo posato per Dior diventa personaggio, ed è richiesta anche per le passerelle. Cosa è cambiato? Quale è stato il motivo?
In parte, l’avvento, in quel momento storico, di queste top model, erano le prime, e sono riuscite ad assurgere a fama internazionale, riuscendo ad alzare il prezzo per la loro presenza in passerella, facendolo schizzare a somme da capogiro. Ne cito una per tutte, Naomi. Personalmente ricordo il periodo dopo Pat Cleveland essendo, in quel periodo, l’assistente di uno stilista, Massimo Fioravanti, che sfilava proprio all’Excelsior … tutto ciò ha portato gli stilisti a spendere molto, forse anche oltre. Proprio per ritornare indietro e tagliare con la forbice i costi delle modelle, si è arrivati a prendere delle ragazze molto giovani, anche troppo giovani…
…si inizia a sfilare anche a 13 anni…
…si iniziano a sfilare a 13 anni, dici bene. Quando per i casting, arrivano ragazze molto giovani, alle quali chiedevo l’età, a molte, ho detto vediamoci tra qualche anno. Non era una cattiveria nei loro confronti, ma un modo per dire che…intanto cerca di imparare, in modo da far carriera, sii meno rigida, e se puoi studia. Non buttarti subito a fare la modella, oggi è una carriera breve, cosa che non lo era ieri. A testimonianza di ciò, domani, incontro una ex modella che si chiama Silvia Sodano, che sfilava a Roma e che era tra le ragazze non alte. A Roma, vi erano quelle di un metro e settanta cinque, e quelle di un metro ed ottanta, anche negli anni ’80. E’ ancora bellissima, e lei fa parte di quelle ragazze che hanno sfilato fino a 38 anni, con una classe, con una charme….
…in effetti, per l’Alta Moda, non è necessario essere una modella molto giovane. Le collezioni sono rivolte più alle signore, che non alle giovanissime. Nella tua collezione, trovo che alcuni tuoi abiti siano rivolti alla ragazzina. Deve essere una ragazzina che viene da una famiglia abbiente, per potersi permettere un capo firmato  a questi livelli. Quindi un mercato ancora più di nicchia in un mercato già di nicchia. L’Alta Moda si rivolge quasi sempre alle signore di una certa età…
…Certo comunque la mia, e poi permettimi, la mia è un pret a couture e chi ha seguito le mie collezioni ha potuto constatare…
…certo un pret a couture che vuol dire aver snellito la lavorazione. La qualità dei tessuti è rimasta, come la qualità del taglio e della confezione. Hai solo snellito qualche passaggio…
…certo per venderla...
…trovo assurdo, oggi come oggi, ricoprire un bottone automatico, specialmente se non si vede, o un gancetto, lavori che costano perché il tempo per ricoprirli è tanto…
…questo fa perdere il sapore sartoriale…
…ma ci sono altri sapori che nel frattempo si sono aggiunti. In fin dei conti l’Alta Moda deve avere un’evoluzione, deve adeguarsi al momento di crisi economica che viviamo, e se togliendo una piuma o uno stras, o non rivestendo un gancetto, si può abbassare il costo, non credo che svilisca ne la creatività, ne la sartorialità di un abito…
…io quest’anno ho giocato con la spugna, un materiale considerato povero, ma accoppiato alla duchesse, l’asciugamano diventa cappa per la sera. Spero che questo mia idea sia stata vista e capita. Certo che negli show room, nei quali si svolge la vendita, prendendolo in mano il capo si possa notare meglio…
…certo in passerella avendo un passaggio veloce possono essere poco notati alcuni particolari…
…certo il passaggio è troppo veloce…
…Desidero un’anticipazione sulla prossima…
…la prossima è un’ispirazione…
…nelle precedenti collezioni tu ti sei sempre ispirato all’arte, ricordo quella dedicata a Magritte, quella alle pagine dei libri…
…che pensava o parlava o prendeva voce da Leopardi e D’Annunzio…
…Leopardi è poi di casa, essendo di Recanati…
…a tale proposito, mi sono sentito con il conte Leopardi, che avrebbe un’idea legata alla moda...poi ancora c’è stato “magico labirinto”, collezione legata al labirinto, riportato sugli intarsi degli abiti, e se ricordi, l’abito che chiudeva la collezione, riportava sul tessuto un giardino labirinto, tutto con la tecnica dell’intarsio, a completare i cappelli a spirale…
…mi dispiace, ma questa del magico labirinto non sono riuscito a vederla. Spesso si sovrappongono le sfilate, o i tempi, tra l’una e l’altra, sono così stretti che non si riesce a spostarsi da una location all’altra…
…parlavamo di anticipazioni sulla prossima? Direi ispirata all’Egitto, un Egitto contemporaneo…
…abito a forma di piramide?…
…c’è qualcosa che riprende, nella linea delle gonne, i tagli delle piramidi, rese poi indossabili. Ma oltre al taglio, ho cercato di riprodurre i colori stupendi dell’Egitto. Ho fatto stampare su seta la forma dell’occhio tipico dell’Egitto, che si ripete ogni tanto. E’ un Egitto che spero possa veder indossato per strada e non rimanga finalizzato alla passerella.
Tu sei tra gli stilisti, il più timido e schivo. Sei lontano dai clamori della stampa, e del jet set. Sei così naturalmente, è il tuo carattere, o non ami il mondo glamour e festaiolo e “gossipparo” della moda?
Il mondo della moda, mi piace. Probabilmente sarei stato più ad agio in altri anni, quelli un po’ più eleganti. Questo è un mondo che corre troppo, ed è tanto urlato, ed a volte mi chiude di più. Quello che spero, è che i miei capi lascino qualche traccia, e qualche emozione; la stessa emozione che vivo io quando li costruisco. Quello che spero  è che il mio messaggio, possa arrivare ed essere recepito. Mi chiedo spesso, se bisogna per forza vendere l’immagine al fianco di quello che costruisci, ma poi, alla fine, la cliente non indossa me, ma porta il mio capo. Ergo curo di più lui. Ecco perché preferisco essere dietro le quinte, e mi pesa anche uscire alla fine per ringraziare. Quest’anno, non volevo fare Jean-​​Paul Gaultier, che tra l’altro adoro, ma questa ultima passerella, era così lunga, tra l’altro fatta a forma di  U, ed il mio pensiero, era correre per poter rientrare dietro le quinte prima possibile…
Se tu avessi potuto, sei giovane e quindi parliamo per assurdo, essere l’assistente di uno della vecchia guardia, chi avresti scelto?
Mi spiace fare una selezione e dire l’uno o l’altro…
…diciamo allora che ci sono quelli che ti piacciono di più e quelli di meno…
Ci sono degli stilisti che ancora, grazie a loro, conserviamo il nostro made in Italy, tenendolo ben alto…
…tu parli di Armani, Valentino, perché poi Ferré si è perso…
 …Voglio metterci Ferré, perché è impresso nei miei ricordi. Era quell’architetto...con quel segno…timido… mi piaceva anche quando si raccontava…
…vero! Ho avuto il piacere di conoscerlo e di essere ospite in casa sua a Milano…
 …di Ferré mi piaceva molto il tratto. Si è perso, quando è andato alla maison Dior. Forse per Dior è uscito un po’ troppo, ma può succedere a tutti di uscire fuori strada…
…non tutte le collezioni, come le ciambelle, riescono col buco!...
…tornando alla tua domanda, e ricordando Gianni Versace, trovo che poi, in quel periodo ero ragazzo, guardando a questi grandi, ammiravo la velocità di Versace nel fare una collezione diversa dall’altra ogni 6 mesi, con quella sua modernità con quella sua fame…non so come definirla…fame di tanto, e con un Armani sempre molto chic, sempre molto classico, unico…
…e degli stranieri…
Mi è sempre piaciuto Yves Saint-​​Laurent come personaggio. Mi ha attratto anche la sua timidezza, in qualche maniera mi rivedo molto in un Saint-​​ Laurent come sarto, e come amore per la moda.
Che ne pensi tu, del fatto che le nuove leve, i giovani, li abbiamo visti sulle passerelle di Alta Moda, frequentano questi corsi che durano qualche anno, e poi, improvvisamente, si sentono grandi stilisti ed incomincino a sfilare sulle passerelle importanti. Una volta, prima di poter essere uno stilista di Alta Moda, sarebbe meglio chiamarlo col suo nome giusto, coutouirer, facevi anni di gavetta..
…credo che forse il tutto, sia legato a questo mondo così veloce, ma che consuma. Io ho 49 anni e per anni, forse la mia timidezza, mi ha un po’ frenato. La voglia di imparare, di fare, di raccontare le mie collezioni in maniera discreta, fuori dai clamori del gossip, difatti sono anni che presento le collezioni in giro per l’Italia. Di sicuro con meno clamore, rispetto a queste ultime collezioni, presentate in calendario in Alta Moda a Roma. Prima di decidere di sfilare per Alta Roma sia come evento collaterale e poi in calendario, ma con scadenza tipica delle presentazioni, ovvero ogni sei mesi, il mio cammino è servito per poter dire a me stesso, oggi puoi avere le spalle coperte…nulla è certo, magari tra due mesi mi ritroverai a dipingere le sete a Bali.
Non si sa cosa succederà la prossima stagione per Alta Roma, e le sfilate di presentazione delle collezioni. Stanno cercando di riordinare, non ci sono ancora certezze. Nel caso non ci fosse, tu presenterai comunque la tua prossima collezione a Roma?
Penso che Roma sia la città dell’Alta Moda, e lo sarà anche oltre le società che la gestiscono. Credo che l’Alta Moda non potrà finire fino a che ci saranno sarti disposti a presentare in sfilata le loro collezioni.
Quest’anno, Curiel e Balestra sono stati i solo nomi dell’Alta Moda, poi qualche new entry, come la Curti, Lettieri, e Persichino, per il resto erano tutte collezioni lontane dal concetto Alta Moda…
…quella forse è la cosa più….
…no se stiamo facendo Alta Moda, si deve fare Alta Moda, altrimenti nella kermesse, si distinguano le categorie ed i giorni assegnati. Alta Moda, Pret a porter, new entry, giovani, e scuole…
…cercare di pensare che l’Alta Moda di oggi, sia quella di ieri, e come tu hai detto, tranne Balestra e Curiel, non sei più andato oltre…
…no c’è Sarli, ma che al momento, sta vivendo un momento di passaggio, e spero che con Alberto Terranova, possa ritornare ad essere la maison che era…
…credo Grimaldi…
…ma Grimaldi, fa parte della vecchi guardia, poi per anni non ha più sfilato a Roma ed ora ha ripreso. La sua collezione non mi ha emozionato e per assurdo trovo che sia più fresco e giovane Balestra. La sua collezione quest’anno era di una freschezza di una pulizia e di un’eleganza unica. Mi viene da ricordare il vecchio detto di Coco Chanel che ripeteva sempre che prima di uscire da casa, è indispensabile guardarsi allo specchio; di sicuro è necessario togliere qualcosa che è di troppo…
…spesso incornicio con cappelli molto particolari e strutturati, poi mi dico che forse potevo anche evitarli….
…no non farlo sono un tuo punto di forza…. 

 Antonio Ventura de Gnon
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Vittorio Camaiani

Vittorio Camaiani

Uno stilista o meglio un creatore di moda, non conosciuto dai media, ma che ha un seguito molto vasto di clientela in tutta Italia. Le sue creazioni sono vicine più al pret a couture, che all’Alta Moda vera e propria, anche se poi ne hanno tutta la caratteristica. Un creatore vecchio stile, non per le idee creative, e nonostante l’età giovane, preferisce il modo di presentare le collezioni alla vecchia maniera, prima che le passerelle prendessero piede.
Vittorio, quando hai cominciato?
A diciott’anni, iniziando a lavorare per uno stilista romano Massimo Fioravanti, marchigiano come me, che sfilava a Roma ed aveva l’atelier in via di Fontanella Borghese. Eravamo negli anni ‘80.
Ma la tua prima collezione?
Nel 1990, dopo anni di apprendistato, e dopo che il mio Maestro ci aveva abbandonati. E’ stato giocoforza che mettessi a frutto quello che, al fianco del Maestro Fioravanti, avevo appreso, e poi, chiaramente, mettendoci del mio.
Tu non sfili a Roma?
In effetti ogni sei mesi io sfilo a Roma, e la mia presentazione ha un nome: “ Atelier per un giorno”. Presento la collezione soprattutto alle clienti. Scelgo da sempre un delizioso albergo dietro il Pantheon.
Perché questa scelta inusuale?
Nasce dalla necessità di voler presentare e raccontare le mie creazioni, più da vicino a chi poi dovrà, in effetti indossarle, le clienti. Portare la sartorialità a contatto diretto, e non filtrata da una passerella. In questo modo riesco a capire le esigenze delle clienti o per meglio dire l’esigenze dell’armadio della cliente.
Quindi Alta Roma no?
Credo che per questa stagione mi limiterò a sfilare nel periodo delle sfilate, ma fuori calendario, come evento. Non voglio fare il Capucci della situazione, ma seguire una scadenza è sempre meno facile. Preferisco portare in tour la mia collezione, come facevano le case di moda di una volta. Le mie tappe saranno Roma, Treviso, Bologna, Spoleto, e tappa importante Porto San Giorgio, dove in estate, confluisce molta della mia clientela proveniente da tutt’Italia. Proprio come si faceva una volta lontano dalle passerelle che ora sono predominati, porto l’idea dell’atelier per un giorno.
Quando hai capito di voler fare lo stilista?
Presto molto presto! Sin da piccolo amavo la moda , i materiali, le donne ben vestite, ed una forte attrattiva per tutto quello che è bello. Non mi riferisco solo alla moda, ma per farmi capire, anche ad un centro tavola per una cena tra amici.
Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Credo che la più forte di tutte sia l’arte, i futuristi; comunque  qualsiasi emozione mi possa suscitare una tela, ed è quello che mi da poi il la per la collezione. Poi la natura, una foto, un’emozione…..
Alcuni colleghi si offendono all’idea che si possa pensare che si copi, ma in effetti il nostro occhio assorbe e poi la mente trasforma.
Quale tipo di donna vesti?
Una donna attuale, che esce presto al mattino per andare in ufficio, e deve essere perfetta sul lavoro e perfetta per il dopo lavoro non potendo passare da casa per un cambio d’abito. Le mie creazioni sono dei pas-​​partout, che vanno bene per l’ufficio e per il teatro, o per una cena.
La collezione che hai presentato?
Quest’anno mi sono ispirato alla forma della foglia, che ho impostato su tutta la collezione. Ho creato una stola che si trasforma in gonna o abito a seconda delle esigenze, e che è adatta per tutte le occasioni della giornata, da mattina a sera.
La tua donna ideale?
Tutte e nessuna! Ogni donna ha un suo stile e charme, e non è detto che se è alta sia poi “stilosa”. A volte una donna piccolina può indossare, e portare meglio l’abito, di una donna alta, anche se il detto dice: “ Altezza mezza bellezza”. Il portamento è dato da fattori diversi e non dipendono dall’altezza o  dalla taglia.
Quali stilisti ami?
Rispetto molto i grandi come Armani, Valentino, Ferrè, che hanno dato all’Italia quel quid in più, che ci ha resi riconoscibili nel mondo.
Ma tu sei vicino a?......
Difficile dirlo, forse Yves Saint Laurent, ma forse tutti e nessuno. Magari per ognuno di loro una componente. Per lo chic Valentino, per il rigore Armani, e via dicendo.
Coas pensi dela problematica, modelle molto magre o con qualche chilo in più?
Personalmente qualche chilo in più non mi dispiace. Non sono per gli eccessi, ne da una parte ne dall’altra! Gli eccessi non mi piacciono!
"Spesso ripeto che qualche chilo in piu' rende il viso e la persona piu' bella e felice. Certamente il problema dell'anoressia, che molti legano al nostro proporre modelli perfetti, ha spesso radici piu' profonde”.
Cosa c’è dietro l’angolo?
La ia linea di accessori prodotta a Bali in Indonesia, e poi l’Alta Moda a Roma.
So che hai fatto un lavoro di recupero e restauro, ma te lo lascio dire. Di cosa si tratta?

Ho recuperato tutto il guardaroba di Arturo Toscanini, di sua moglie di sua figlia e nipote restaurandolo. Ed ho creato un foulard che con la mostra degli abiti per il comitato per Toscanini, ha fatto il giro del mondo. Gli oggetti ricordano, parlano, raccontano. Saperli ascoltare, poi... .. infine, sulle lenti di un vecchio paio d'occhiali possono ancora specchiarsi immagini che il passato ha ormai ingoiato. Gli oggetti raccontano, appunto. Riuscire ad ascoltarli, forse, è un arte. 

 Antonio Ventura de Gnon

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Hollywood - Seconda puntata

Hollywood - Seconda puntata

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(google)

Gli anni dieci furono gli anni di grazia per Hollywood. Giorno per giorno si inventava una nuova forma d’arte.
La settima musa si creava una personalità va via che procedeva per la sua strada, divertendosi e facendo quattrini. E se qualche nouveau riche ( nuovi ricchi ) del cinema, si stancava del ritmo frenetico, c’era sempre la polverina della felicità, come veniva chiamata la cocaina in quei giorni spensierati, per dargli una spinta. Anzi prese rapidamente piede un genere comico scatenatissimo “ stile polverina”. Esempio tipico, la farsa “stupefacente” della Triangle Keystone The Mystery of the Leaping Fish, con Doug Fairbanks nella parte di un detective drogato marcio, Coke Ennyday ( cocaina tutti i giorni ).
Nel 1916 la “ streppa” poteva essere il tema di una farsa.
In quell’anno, Aleister Crowley, l’inglese espertissimo di stupefacenti, passò per Hollywood e nei suoi appunti descrisse così gli aborigeni: “ I cinematografari, una banda di maniaci sessuali pazzi di droga.”
Quelli si erano tempi!
Pettegolezzi se ne facevano come sempre tra gente di spettacolo, ma non assurgevano ai fastigi della stampa.
Luella o. Parson, non aveva ancora aperto bottega.
Dietro le scene, in privato, la minuscola colonia cinematografica, osava persino spettegolare sul conto del  Dio di Hollywood, Griffith e la sua ossessione, sullo schermo e nella vita, per le quasi-​​bambine. Ma allora le scoperte del regista, quelle iper-​​minorenni così devote all’arte,ed al lavoro, erano proprio tutte illibate?
Era possibile? E, osando pensare l’impensabile, Lillian Ghish era o non era l’amante di sua sorella Dorothy?
Ma erano tutte chiacchiere innocue ivi comprese le vaghe illazioni  su Richard Barthelmess, che avrebbe posato per una serie di cartoline alla francese, quando tentava di sfondare, oppure quelle più credibili, sui provini di Mack Sennet alle sua famose Bellezze al Bagno, l’archetipo di una serie infinita di provini del genere. Ma se a qualcuno piaceva pensare che le sue ragazze-​​al-​​Sole, tra cui figuravano bocciolo di rosa come Gloria Swanson e Carole Lombard adolescenti, fossero un harem privato,, lui Big Mack, non se la prendeva. Quanto a Theda Bara, era sempre buona per farci una risata. Tutti sapevano che la iatalissima vamp, gabellata da sempliciotti come un demone di depravazione arabo-​​francese, nato all’ombra della sfinge, era in realtà Theodosia Goodman, la figlia di un sarto ebreo di Chillicothe, Ohaio, una borghesuccia timorata e perbenino.
Di li a pochi anni i santificetur professionisti d’America, avrebbero gettato l’anatema sulla colonia cinematografica ed ilsuo lavoro ed Hollywood sarebbe diventta sinonimo di Peccato.  Gli intemerati programmatici avrebbero impresso il marchio di nuova Babilonia a Hollywood, il cui malefico influsso rivaleggiava con la leggendaria depravazione del modello originale. Titoli a tutta pagian ed articoli di fondo altamente pii, cominciarono a metere suillo stesso piano il sesso, la droga ed i divi del cinema. Pure, mentre i fanatici organizzati di tutto il paese invocavano a gran voce il boicottaggio e lo sterminio, il pubblico, imperturbabile correva al cinema sempre più numeroso.
Gli anni Venti sono a volte definiti gli anni d’oro del cinema, e lo sono stati davvero, per la travolgente attività creativa, oltre che per gli incassi. A quanto pare, la gente del cinema di quel periodo, era sempre occupata a far follie a ripetizione, senza riprender fiato. La leggenda trascura solo un fatto: la Paura. L’eterna paura, nevralgica, quasi erotica, che da un momento all’altro il sogno dorato si dissolvesse nel nulla. Gli scandali continuarono ad esplodere come bombe ad orologeria, per tutto il delirante decennio della Meravigliosa Follia, e promettenti carriere artistiche andavano a rotoli una dopo l’altra. Ogni stella si domandava se la volta dopo sarebbe toccato a le fare da capro espiatorio……Perché la favoleggiata Età dell’Oro hollywoodiana somigliava molto ad un picnic sull’orlo dell’abisso: la via della gloria era cosparsa di mine nascoste. Eppure per il grande pubblico “ Hollywood” era una formula magica che evocava il Meraviglioso Mondo della Fantasia. Per il fedele spettatore, era qualcosa di più di una fabbrica d’illusione, dove solo un’aspirante su un milione aveva una chance.
Era il Paese dei Sogni, il Radioso Altrove, la Galassiadel Fascino……
I fans adoravano, ma erano volubili e se le loro divinità, mostravano d’avere i piedi d’argilla le abbattevano senza pietà. Tanto, ad un passo dallo schermo, c’era sempre una nuova stella in attesa di sorgere.
                                                            Continua……..

 Antonio Ventura de Gnon
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Metodologia Pound

Metodologia Pound

Ancora una volta la rock star, Madonna, sceglie Roma e L’Italia per lanciare il “PAUND”. Vi chiederete cosa sia questo paund? E’ una rivoluzionaria tendenza del fitness, che ha spopolato negli USA ed in tutto il resto del mondo. Sono state create apposta le ragazze, le paund girls, che arriveranno a Roma a giorni, e che hanno studiato appositamente per MADONNA e HARD CANDY FITNESS la nuova metodologia POUND ROCK HARD. Non sappiamo ancora se Madonna come per l’apertura delle sue palestre, ormai due solo a Roma, sarà presente. Non ci sono ancora conferme. Quello che mi piace di Madonna, è che ancora una volta, in prima assoluta, ha scelto l’Italia e Roma per lanciare un suo prodotto. I legami con la sua terra d’origine, sono forti e radicati se ancora una volta la rock star sceglie Roma. Ho cercato di capirne di più chiedendo ad Amanda McVey che rappresenterà Madonna, ed è la più importante delle ragazze paund, come funziona questo nuovo metodo. E’ praticamente una fusione di cardio ad alta intensità, pilates e tonificazione, in un virtual drumming, con bacchette ripstick. In parole povere, insieme agli esercizi del corpo cardio e pilates si accompagnano movimenti con le bacchette, come se si suonasse una batteria virtuale, immaginaria, il tutto con musica e brani di Madonna, remixati molto coinvolgenti e divertenti. Il compito di Amanda sarà quello di formare gli istruttori, per le lezioni in esclusiva che si terranno solo nei centri di MADONNA. Luise Veronica Ciccone, conosciuta in tutto il mondo come Madonna, ancora una volta ci sorprende con le sue innovative metodologie per tenere in piena forma il fisico. D’altronde Madonna è la conferma che i suoi metodi funzionano, basta vederla. Ormai essere una rock star famosissima non basta più. Tutto questo mi ricorda un’attrice altrettanto famosa, Jane Fonda, che molti anni fa spopolava con i suoi video di metodologia ginnica aerobica per tenersi in forma.

Amanda McVey


 Antonio Ventura de Gnon 
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