INVITO CONVEGNO SULLA CANAPA SATIVA

INVITO CONVEGNO SULLA CANAPA SATIVA

CONVEGNO SULLA CANAPA SATIVA

Sono lieta di rinnovare l'invito al Convegno
“Canapa: antica materia e nuova protagonista della green
economy – Storia, esperienze e prospettive della canapa
sativa”, organizzato da Economy Roma, Centro Studi di
Economia e Politica, che si svolgerà a
Roma 2
dicembre alle ore 17:00, presso la sede della Città
dell’Altra Economia, con il  Patrocinio
della Regione Lazio, del Comune di Roma e di Asso Canapa e
la partecipazione dei rappresentanti istituzionali ed
esperti della materia.I lavori si
svilupperanno sulla base dei punti che caratterizzano la
green economy: agricoltura, bioedilizia, energia, rifiuti,
mobilità, sulla normativa di riferimento nazionale ed
europea e sulla storia della materia.Cordialmente
antonella
quattrocchi
Economy RomaCentro Studi di Economia e
Politica
Si
allega invito. 
La canapa
sativa, varietà
selezionata di cannabis priva di principi psicoattivi, è
facile ed economica da produrre, si adatta in tutti i tipi
di terreno, per i quali ha anche un potere rigenerante,
sopporta i climi più diversi ed essendo tutti i suoi
componenti utilizzabili a vario titolo, non produce
scarti.Fin
dall'antichità in tutto il mondo si coltivavano diverse
varietà di canapa utilizzate in terreni di varie
caratteristiche estensive ed intensive. Due testimonianze
illustri del suo utilizzo, tra le tante, sono la Bibbia di
Gutenberg realizzata nel 1450 con carta ottenuta dalla
lavorazione della canapa, non inquinata dagli acidi che
saranno invece usati per macerare il legno che la
sostituirà nei primi anni del novecento, e l'auto che
Henry Ford presenta nel 1941 con una carrozzeria realizzata
con fibre di canapa vegetale e alimentata con etanolo di
canapa.Negli anni
trenta l'azione legislativa vieta la coltivazione di
qualsiasi tipo di canapa con l'effetto di ridurne
drasticamente l'uso.Attualmente
la necessità di promuovere un modello di sviluppo e
istituire una reale economia sostenibile, in sinergia con la
sensibilità e la necessaria attenzione all'impatto
ambientale, insieme ai migliorati processi produttivi,
consentono di evidenziare le potenzialità della canapa come
risorsa sostenibile dalle molteplici applicazioni ed il
convegno intende promuovere e diffondere la cultura della
canapa nella Regione Lazio, evidenziarne il ruolo, come
sviluppo sostenibile, nell'odierno scenario della green
economy, far emergere le potenzialità offerte dalla
sua  produzione e dalla filiera agroindustriale; creare
nuova occupazione favorendo la nascita di nuove imprese in
coerenza con le ultime linee di sviluppo tracciate per le
imprese dall’Unione Europea, dagli stati americani e
asiatici.Si allega
invito.



COMUNICATO STAMPA
La cultura e la coltura della canapa sativa sono al centro del Convegno “Canapa: antica materia e nuova protagonista della green economy” che si svolgerà a Roma il 2 dicembre alla ore 17:00 presso la Città dell’Altra Economia, organizzato da Economy Roma – Centro Studi di Economia e Politica, associazione no profit che si occupa delle tematiche dell’innovazione in tali ambiti.
Il sottotitolo “storia, esperienze e prospettive della canapa sativa” sintetizza l’obiettivo degli organizzatori di rinnovare il ruolo della canapa, con particolare riferimento alla Regione Lazio, che fino agli anni cinquanta celebrava una Italia secondo maggior produttore nel mondo, testimoniando ed evidenziando le potenzialità che la materia offre per lo sviluppo sostenibile di una moderna economia in grado di rispettare l’ambiente, per le sue qualità di rigenerare i terreni e di non produrre scarti, di creare nuova occupazione, di favorire la nascita di nuove imprese, in coerenza con le ultime linee di sviluppo tracciate dall’Unione Europea, dagli stati americani e asiatici.
L’evento di svolge con il Patrocinio della Regione Lazio e del Comune di Roma e la partecipazione di AssoCanapa, impegnata da sempre nel mantenere viva la cultura della canapa.
I lavori si svilupperanno sulla base dei punti che caratterizzano la green economy, agricoltura, bioedilizia, energia, rifiuti, mobilità, sulla normativa di riferimento e sulla storia della materia, e saranno corredati da video relativi alle esperienze illustrate dai relatori e da una mostra di articoli in canapa prodotti in Italia.
Inteverranno Alessandra TERROSI membro della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati e relatrice del Disegno di Legge sulla canapa, Giovanni Di Genova, rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, Angela Creta, della Presidenza della Commissione Cultura della Regione Lazio,  Fabrizio Nardoni, Assessore Risorse Agroalimentari Regione Puglia, Athos De Luca, presidente della Commissione Ambiente Comune di Roma, Analita Polticchia, Sindaco del Comune di Bevagna,  Valeria Di Bernardo, direttrice del Museo della Canapa di Pisoniano, Cesare Quaglia, del Direttivo Nazionale di AssoCanapa, Rachele Invernizzi, responsabile della South Hemp Tecno, Antonino Chiaramonte, responsabile AssoCanapa Regione Calabria e autore del libro “Juana”, Giuseppe Bongiorno, presidente di LegacoopSociali del Lazio e Vincenzo Linoci, ingegnere energetico della Geriko Engineering, i lavori saranno moderati da Lorenzo Attianese, giornalista dell’Ansa.
Al termine sarà offerto un aperitivo con prodotti a base di canapa.
Economy Roma
Centro Studi di Economia e Politica
Ufficio Stampa
Veronica Ricci
06.5813264 -  389.5005063




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Memoriali di Vincenzo Calcara

Memoriali di Vincenzo Calcara


Scritto da Salvatore Borsellino - Federico Elmetti

 
A circa tre mesi e mezzo di distanza dal 30 Maggio 2008, giorno in cui pubblicai la prima parte dei memoriali di Vincenzo Calcara, che in questo periodo hanno realizzato in totale più di 34.000 accessi, li ripubblico sotto altra veste grazie alla preziosa collaborazione di Federico Elmetti, un ricercatore italiano che vive a Bruxelles
Di Federico voglio anche riportare la mail che mi scrisse quando venne in contatto con me per la prima volta.
Caro Salvatore,
mi chiamo Federico e sono un ricercatore in fisica che vive a Bruxelles.
Spero possa prendermi la licenza di darti del "tu", perchè in qualche modo mi sento vicinissimo a te e alla battaglia che stai portando avanti in prima persona.
Quando è morto tuo fratello avevo poco più di dodici anni e, essendo bambino, il rumore delle bombe era solo un'eco lontana. Ero scosso sì,
ma certamente non potevo capire. Poi ho iniziato a leggere e a documentarmi. E più leggevo, più cresceva in me la curiosità di sapere e conoscere la verità su fatti che hanno segnato la storia dell'Italia.
Lo sdegno nel vedere passeggiare in parlamento personaggi condannati per collusione con la mafia e per i reati più disparati, l'amarezza di assistere impotente all'usurpazione delle istituzioni democratiche, per cui tuo fratello ha dato la vita, da parte di gente spudoratamente senza vergogna mi ha spinto ad aprire il mese scorso un blog (
).
Ho cominciato quindi a navigare e, saltando di blog in blog, sono capitato sul tuo, così come quello di Benny Calasanzio.
Sono rimasto sconvolto quando pochi giorni fa ho visto che avevi deciso di pubblicare i memoriali del pentito Vincenzo Calcara.
Sconvolto perchè contengono verità inquietanti e sconvolto perchè, se sei stato costretto a pubblicare certe cose su un blog, significa che nessun organo di informazione, nè tanto meno di giustizia, se la sono sentiti di dar seguito a certe testimonianze.
Credo che questo sia inaccettabile. Qui c'è in ballo l'onore stesso dello Stato italiano. Qui c'è in ballo la Storia dell'Italia.
Nel mio piccolo quindi, come tanti altri ho visto con piacere hanno fatto, ho deciso di pubblicare anch'io sul mio blog questi memoriali.
Credo che ti farà piacere sapere che in pochi giorni le visite si sono quintuplicate, segno che la gente ha fame di verità e aspetta solo che qualcuno gliela dica.
Così per gioco, mi sono messo anche a tradurli in inglese perchè volevo che anche la mia ragazza, che è peruviana ma vive negli USA, li potesse leggere e comprendere.
Poi, mi è venuta un'idea. Se è vero che i giornali italiani non accetteranno mai di pubblicare certe cose, è anche vero che all'estero (penso alla Spagna, penso all'America ecc...) sarebbero i primi ad interessarsi.
Ogni giorno, sul New York Times o su El Pais, leggo articoli di denuncia sulla condotta del governo italiano, articoli forti e netti che è impossibile sperare che appaiano in Italia.
La mia proposta allora è questa: perchè non pensare di tradurre tutti i memoriali di Calcara in inglese (o spagnolo) e sottoporli a qualche
importante quotidiano straniero? Se lo scopo è quello di far conoscere a più gente possibile queste scomode verità, credo che questo potrebbe essere un buon modo per avere una cassa di risonanza addirittura a livello internazionale.
Ho appena scritto a Benny proponendogli la stessa cosa. Lui mi ha subito risposto dicendosi entusiasta dell'idea e mi ha consigliato di scrivere direttamente a te.
Ti allego la traduzione che ho fatto. Ho cercato di essere il più letterale possibile e aderente al testo. Se ti sembra che la cosa sia fattibile e possa avere un senso, potrò in futuro dedicare altro tempo libero alla traduzione dei memoriali. E' solo un modo per tentare, nel mio piccolo, di essere d'aiuto.
Perdonami per il tempo che ti ho rubato, un abbraccio

Federico Elmetti

Insieme a lui voglio ringraziare un'altra persona, Stefano Rossi, che, per primo aveva avuto la stessa idea e si era offerto di fare la traduzione dei memoriali. Mi aveva anche preparato la seguente bozza da inviare ad un giornalista del NY Time

Dear Ian Fisher,
i'm writing this letter to let you know something about mafia, Vatican and also corrupted italian governement.
I'll try to explain my aim.
First of all, you have to call a good interpreter to read these documents.
I have the reveletions of an italian "pentito di mafia" Vincenzo Calcara. He shared with Paolo Borsellino (the italian judge killed by Cosa Nostra) his knowledge about relationships between mafia, state and Vatican.
He also was the one called to kill Paolo Borsellino, but Mafia decided to blow him with TNT. When Vincenzo Calcara started to collaborate with the judge he gave him a dangerous knowledge.
Paolo Borsellino wrote Calcara's thoughts and revelations on a "RED AGENDA", that the judge brought in a handbag.
When Paolo Borsellino was killed a policeman stole the handbag and took the red agenda. Then he put the empty handbag again on the crime scene.
Now Calcara has decided to share his knowledge with Paolo Borsellino's brother Salvatore.
I'm writing you because we have to support these Heroes. We can't put the truth in the desert!
Please read these documents and made an article with them.
Help us

Riporto di seguito, per completezza, anche le introduzioni apposte nella pubblicazione dei post originali.
1 – Venerdì 30 Maggio 2008 17:24 – Accessi : 9030
Inizio con oggi, dopo averne ottenuto l'autorizzazione da parte dell'interessato, la pubblicazione di alcune lettere e di un memoriale che mi è stato consegnato da Vincenzo Calcara.
Ho conosciuto di persona Vincenzo durante la trasmissione Top Secret ma quasi mi sembrava di conoscerlo da tanto tempo. Me ne avevano parlato la moglie e i figli di Paolo che hanno continuato ad aiutarlo e stargli vicino da quando lo Stato, nella sua costante opera di scoraggiamento dei testimoni di Giustizia, dei collaboratori di Giustiza e dei (pochi) veri pentiti, lo ha abbandonato al suo destino. Me ne aveva parlato già lo stesso Paolo negli ultimi mesi della sua vita, quando stava raccogliendo le sue rivelazioni nello stesso periodo in cui ascoltava anche Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, ma con Vincenzo Paolo aveva stabilito un rapporto particolare perchè era quello che gli aveva confessato di avere avuto, dalla famiglia di Francesco Messina Denaro, la famiglia che deteneva saldamente il controllo della zona di Castelvetrano, alla quale apparteneva come uomo d'onore "riservato", l'incarico di ucciderlo con un fucile di precisione in un agguato sulla statale tra Palermo ed Agrigento.
Gli uomini d'onore "riservati" sono quelli che non rientrano nella normale gerarchia della "famiglia" mafiosa e la cui affiliazione viene decisa direttamente dal capo famiglia, spesso sul modello e con i riti "massonici", informando della sua qualità soltanto i capi dell'organizzazione e restando poi segreti all'interno dell'organizzazione segreta. Come dice Antonio Ingroja "solo i capi di Cosa Nostra possono decidere, naturalmente in maniera segreta, simili affiliazioni, che rimangono assolutamente riservate rispetto agli altri aderenti alle varia famiglie mafiose sparse nel territorio. L'uomo d'onore riservato serve anche per difendersi del fenomeno dei collaboratori di giustizia.....". Ad essi vengono affidate le operazioni più delicate, e certamente l'assassinio di Paolo Borsellino era tra questi, nel caso in cui, come spesso succede, non vengano svolte direttamente dal "capo famiglia" insieme  con gli uomini più fidati ed esperti del "gruppo di fuoco" della famiglia stessa.
Come leggerete c'erano due piani alternativi per uccidere Paolo, il primo prevedeva l'uso di un fucile di precisione ed era affidato a Vincenzo Calcara, il secondo l'uso di un'autobomba ed in questto Vincenzo avrebbe svolto soltanto un lavoro di copertura. Da Palermo arrivò poi però, direttamente da Totò Riina, l'ordine che avrebbe dovuto essere ucciso prima Giovanni Falcone  e così i piani furono  momentaneamente accantonati.
Vincenzo Calcara è uno dei pochi collaboratori di Giustizia che possono veramente essere chiamati "pentiti".
In lui, come leggerete dalle sue parole, l'incontro con Paolo Borsellino provocò una profonda crisi e un sovvertimento dei valori ai quali era stato indotto a credere fin da bambino. Oggi per lui la "Giustizia" e il "Bene" sono al di sopra di tutto ed è tanto più da ammirare in quanto quelle Istituzioni nelle quali oggi lui crede fermamente le  vede ogni giorno infangate da chi, indegnamente, le occupa e quello Stato che per lui rappresentava il nemico da combattere o nel quale infiltrarsi  capisce oggi come abbia contribuito all'assassinio del "suo" Giudice e come non voglia e non possa, perchè esso stesso responsabile, rendergli Giustizia.
Oggi Vincenzo Calcara, uscito volontariamente dal programma di protezione, vive con la nuova compagna e le quattro figlie avute insieme con lei, dopo che la famiglia precedente lo ha abbandonato a seguito della sua scelta.
Non ha una nuova identità, non ha un lavoro che gli permetta di vivere dignitosamente e di provvedere alla sua famiglia, lo Stato e le Istituzioni nelle quali, nonostante tutto crede fermamente, lo hanno abbandonato e rischia ogni giorno di cadere sotto la vendetta della mafia, che, diversamente dallo Stato, non dimentica mai.
Del memoriale di Vincenzo Calcara si trovano tracce  nelle motivazioni delle sentenze, di diversi processi, del processo Calvi, al processo Antonov per l'attentato al Papa, al processo Aspromonte, al processo per l'omicidio Santangelo, figlioccio di Francesco Messina Denaro, ai processi Alagna+15 e Alagna+30, alla sentenza del Giudice Almerighi, nei quali tutti si è dimostrata la piena attendibilità di Calcara nononostante i numerosi tentativi di screditarlo.
Ma Calcara non è stato mai messo a confronto con altri pentiti come Leonardo Messina o Gaspare Mutolo o come Giuffrè, che, quindici anni dopo di lui, ha parlato di quelle stesse cose di cui lui aveva già parlato tanti anni prima.
Non è stato mai chiamato a deporre nel processo Andreotti anche se aveva parlato del notaio Albano quando nessuno ne conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel processo Canale, non è stato mai utilizzato nell'istruttoria sui Mandanti Occulti delle stragi del 92 o nell'istruttoria del processo, mai arrivato alla fase dibattimentale, sulla sottrazione dell'Agenda Rossa, nonostante io stesso avessi portato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove di quell'agenda proprio si parlava.
2 – Martedi 3 Giugno 2008 21:02 – Accessi : 7404
Continuo a pubblicare la trascrizione del memoriale di Vincenzo Calcara. In queste pagine Vincenzo racconta della sua iniziazione alla massoneria, che era quasi un obbligo per gli uomini d'onore "riservati", della preparazione  e dell'esecuzione dell'attentato al papa, della successiva uccisione ed occultamento del cadavere di uno dei due esecutori turchi, dell'avvelenamento di Papa Luciani e dei motivi per i quali è stato eliminato, della complicità con la criminalità mafiosa del Maresciallo dei Carabinieri di Paderno Dugnano, della cricca di cardinali che pilotava Mons. Marcinkus, del notaio Albano.
Tralascio qualsiasi tipo di commento, i fatti raccontati parlano da soli.
Mi chiedo quante persone, in Italia, siano al corrente di questi fatti, quanti organi di informazione li abbiano riportati.
3 – Domenica 8 Giugno 2008 21:23 – Accessi : 4535
Pubblico la terza parte del memoriale di Vincenzo Calcara. Di questo episodio, esemplificativo dell'accordo e della comunità di intenti tra entità mafiosa, Vaticano deviato, servizi segreti deviati e un uomo politico del quale in questo punto Calcara non fa ancora il nome ma che mi sembra facilmente identificabile in un senatore a vita prescritto, non avevo mai trovato notizia neppure sulla rete ma dovrebbe essere possibile trovarne traccia nella sentenza, non so se di archiviazione o meno, di un procedimeto gestito dal Dr. Croce, dato che ad esso fa riferimento in un punto il Calcara.
Mi rendo conto ora però perchè di questo uomo poltico Paolo, che aveva raccolto le deposizioni di Calcara, diceva che aveva una intelligenza "diabolica", e Paolo non era persona da adoperare le parole a caso.
4 – Martedi 11 Giugno 2008 23:33 – Accessi : 5133
Pubblico la parte 4 dei memoriali di Vincenzo Calcara. In questa parte si parla con maggior dettagli delle 5 "Entità" giá accennate da Calcara nelle parti precedenti e si parla della riunione nella quale fu deciso l'assassinio di Roberto Calvi. Vi comunico che, con l'aiuto di alcuni lettori del nostro sito che si sono offerti di collaborare a questo scopo, abbiamo iniziato a tradurre in inglese, spagnolo e francese questi memoriali per poi poterli fare avere alla stampa estera dato che la stampa italiana é impermeabile a questi argomenti
5 – Lunedì 16 Giugno 2008 23:11 – Accessi : 4733
Pubblico la quinta parte del memoriale di Vincenzo Calcara. Poichè si tratta di un insieme di fogli e non di un memoriale appositamente redatto il tutto puo' non apparire organico, mi riservo alla fine della pubblicazione, e non ne manca ancora molto, di tentare di dare un ordine a tutto in maniera da dargli una certa organicità e una successione temporale o logica. Tramite colloqui con Vincenzo Calcara tenterò poi di chiarire e/​o sviluppare i punti più oscuri ed eventualmente di completarli. E' necessario poi, e qui sará ben accetto il contributo di chiunque, aggiungere link e riferimenti ad altra documentazione reperibile in rete. In questa parte sono di particolare rilievo sia l'incontro con Finocchiaro con alcuni interrogativi che Calcara sembra sottintendere più che esplicitare e lo schema finale nel quale lo stesso Calcara tenta di schematizzare l'insieme di affermazioni fatte nel corso del memoriale.
6 – Lunedì 30 Giugno 2008 14:32 – Accessi : 3767
Pubblico l'ultima parte del manoscritto di Vincenzo Calcara.
In realtà, secondo la numerazione originale del manoscritto, che ho riportato come capoverso, non si tratta dell'ultima parte ma di una parte intermedia dato che le pagine del manoscritto sono numerate da 1 a 60 (più un'appendice schematica) e queste sono le pagine da 28 a 49.
In effetti però riguardano considerazioni interiori fatte dallo stesso Calcara dopo la morte di Paolo Borsellino e non contengono più fatti ma solo pensieri oltre che il riferimento ad alcune frasi pronunciate da Paolo dopo la morte di Giovanni Falcone.
Ho preferito quindi tenerle per ultime. Il prossimo impegno sarà quello di riunire in un unico documento la varie parti del memoriale, che sono state scritte in momenti diversi, cercando di dargli un ordine logico o cronologico,e di riportare la numerazione originale in tutto il testo, che sarà corredato da note e riferimenti a sentenze nelle quali le stesse rivelazioni sono state, in tempi e processi diversi, utilizzate.
Nella sintesi che pubblico oggi tutto il materiale è stato riassemblato e ricomposto in un ordine per quanto possibile logico e cronologico e, per renderne più agebole la lettura che spesso poteva risultare ostica, sono state riscritte le frasi più lunghe correggendo le strutture sintattiche magari troppo involute ma senza modificare mai il senso nè le parole utilizzate da Calcara.
Il tutto è stato poi suddiviso in capitoli cercando di rendere la prosa più narrativa possibile.

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PROLOGO
22 Marzo 2008
Mio Amatissimo e Stimatissimo Salvatore,
tutto ciò che doverosamente ho comunicato a tua cognata Agnese e a tuo nipote Manfredi ritengo giusto dirlo anche a te.
Tutto ciò che scrivo è dettato, ponderato e pensato secondo la mia coscienza, a cui non potrei mai mentire.
Non metterò mai in pratica alcun mio desiderio, alcuna mia decisione che pur io ritenga doverosa e giusta, se, prima, questi desideri, queste decisioni non saranno scandagliati dalla mia coscienza.
Agirò sempre seguendo la mia coscienza.
In questo viaggio catartico che sono le mie confessioni, mi farò accompagnare sì dai miei sentimenti ma anche da quella ragione che sa tener a bada i sentimenti.
D'altra parte, sono anche consapevole del fatto che, di fronte ad una coscienza più grande della mia e a sentimenti, doveri, desideri e decisioni più grandi dei miei, tutto ciò che è stato passato al vaglio della mia coscienza si deve fermare.
Caro Salvatore, in questi lunghi anni di intensi colloqui che ho avuto con tua cognata Agnese, ho percepito il suo grande affetto verso di me. Mi ha più volte consigliato di dare un taglio al mio passato, di non voltarmi più indietro, ma di guardare avanti e pensare al futuro dei miei figli. Ovviamente non posso fare a meno di apprezzare la cura che questa grande donna ha avuto nei miei confronti e alle lezioni di vita che con animo sincero ha saputo impartirmi. Credo che le parole di Donna Agnese abbiano un unico significato: svincolarsi dal proprio passato permette ad ognuno di noi di acquisire una posizione da cui è più facile poi afferrare e vivere meglio sia il presente che l'avvenire.
Una cosa è certa. Tutto quello che questa nobile grande donna mi ha trasmesso, compreso quell'onore che solo donne particolari sanno avere, mantenere, difendere e mettere in pratica, lo trasmetterò alle mie figlie. Nel caso in cui, per mia debolezza, non riuscissi a trasmettere loro tutto quello che indegnamente ho ricevuto da tuo fratello Paolo, da tua cognata, dai tuoi nipoti e adesso anche da te, sarebbe per me una una vergognosa e terribile sconfitta!
Nelle lunghe conversazioni che ho avuto con la grande anima di tuo fratello Paolo e con tua Cognata, non posso non ricordarmi due grandi parole: “verità'” e “uomo libero”. Queste due meravigliose parole fanno parte di quel grande patrimonio di valori che erano propri del tuo amato fratello Paolo e che anche a te degnamente appartengono.
E' vero: la Verità rende liberi.
Ma è anche vero che un diamante sporco di carbone non può mai riflettere la propria luce.
Sono fermamente convinto che un uomo può essere definitivamente libero solamente dopo aver fatto rispettare la Verità e aver amato ciò che sta dentro e oltre la Verità.
Solo dopo essere stata amata più di ogni altra cosa, la Verità entra nell'animo di un uomo rendendolo libero.
La figlia del re di Troia, Cassandra, diceva la Verità, ma nessuno le credeva. Nessuno si è mai mosso in suo favore in quanto la Verità di Cassandra era una “Verità di previsione”, di presagio e quindi senza fondamento. Solo quell'uomo astuto, usato e comandato dai capi greci affinché convincesse con l'inganno i Troiani a far entrare il cavallo dentro le mura, sapeva la Verità.
Sono consapevole del fatto che, prima di pensare alle mie figlie, devo amare la Verità, in quanto essa è stata alla base della loro nascita. Solo con questo profondo sentimento di amore verso la Verità posso diventare un uomo libero e quindi evitare una triste sconfitta! Cosa sarebbero le mie figlie senza onore? Sarebbero come il cibo senza sale. Come posso trasmettere e insegnare a queste quattro creature quel sentimento d'onore che mi fa essere uomo libero, quando poi questo onore è inquinato da paura ed egoismo? Cercherò di difendere il mio onore e la Verità a qualunque prezzo. Anche trascurando i miei sentimenti. Ritengo l’onore e la verità più importanti della mia vita stessa. Solo onorando la Verità, il mio cuore, logorato da una tragedia infernale, potrà avere pace.
Chi mi ascolta non deve avere nessuna commozione per me. La commozione si deve avere per il sangue innocente del Dr. Borsellino e per quel fior di ragazzi della Polizia di Stato che sono morti per lui standogli accanto fino alla fine. Davanti a questi valorosi e coraggiosi poliziotti io mi inchino profondamente.
Credetemi, io so quello che dico. E mi assumo ogni responsabilità. Sfido chiunque a dimostrare il contrario di ciò che ho sempre detto, che sto dicendo e che sempre dirò fino all’ultima goccia di sangue. La mia forza è la Verità, che ho sempre detto e che sempre dirò. Niente mi fa paura. Mi potranno uccidere fisicamente (e ben venga la morte) ma non potranno uccidere la Verità. Vi prego di considerare con attenzione la mie parole e la sincerità che sta dietro di esse. La società civile mi insegna che quando un uomo è sincero il mondo si muove!
Messina Denaro Francesco, il mio capo assoluto, amava più della sua stessa vita, più di suo figlio Matteo e più di ogni altro affetto, quell'Idea del Male che ha partorito Cosa Nostra e che ha fatto di essa una forte Entità collegata ad altre Entità. Messina Denaro Francesco era ben cosciente del fatto che, solo mettendo in primo piano l'Entità di Cosa Nostra, avrebbe potuto fare di suo figlio Matteo un genio e un grande capo. Matteo Messina Denaro oggi testimonia suo padre Francesco Messina Denaro, che continua a vivere dentro di lui. Al contrario di Messina Denaro Francesco, io ho consacrato le mie quattro figlie a quell'Idea del Bene che racchiude tutto quanto il mio amato Dr. Paolo Borsellino amava, compresa la Verità, i valori, il coraggio e il dovere. Ed io, se non farò il mio dovere, non mi sentirò degno di pensare ai miei figli.
Sappi, mio stimatissimo Salvatore, che se io ho consacrato le mie quattro figlie, la loro madre e tutto me stesso a questa nobile Idea del Bene, piena di luce infinita, è stato perché gli ho creduto!
E io sono pronto a morire per ciò che credo!
Queste mie figlie e la mia donna hanno il sacrosanto diritto di essere amate da me di un amore che non sia egoistico, privo di coraggio, di valori e di Verità, perché allora quell'amore li renderebbe schiavi dell'Idea del Male e li porterebbe alla distruzione fisica e spirituale. Le mie figlie hanno il diritto di attingere, attraverso di me, a quella Verità che mi ha reso libero e che io ho il dovere di trasmettere con amore altruistico e coraggio. Tali valori daranno sicuramente alle mie figlie una solida base. Su di essa potranno degnamente prepararsi alla “gara della vita”, a cui parteciperanno come donne libere, insieme con la libera società civile. Da lì, poi, potranno proiettarsi al futuro e avere come meta la vittoria finale su quell'infame Idea del Male che ho conosciuto direttamente e che tante amare lacrime, sangue e dolore ha causato ai figli della grande nobile Idea del Bene, piena di luce e di verità.
Sono consapevole che il mio presente attuale è legato a “quel presente”, a quei momenti in cui ho maturato la mia scelta e all'incontro che ho avuto con tuo fratello Paolo. Il Dr. Paolo Borsellino ha tolto delle ore preziose alle persone che amava per dedicarle alla Verità, facendo della Verità lo scopo della sua vita. Il Dr. Borsellino era ed è una grande anima che ha servito lo Stato e la società civile fino in fondo. Io non ho il suo coraggio, ma ho il dovere di far rispettare e difendere la Verità che mi ha reso libero.
Carissimo Salvatore, ciò che continuo a comunicarti ha un solo obiettivo: il mio dovere di riconoscenza verso il Dr. Paolo Borsellino, che si traduce nel dire a te ogni mio pensiero, sentimento, idea e ogni cosa che realmente era ed è collegata a “quel presente” che ho vissuto con tuo Fratello Paolo. “Quel presente” che è e sarà sempre il mio presente. Non permetterò a nessuno di mettere questo presente nel dimenticatoio.
Al cuore non si comanda, ma ancor di più alla ragione! Sono però consapevole che, di fronte a un cuore e a una ragione più grandi della mia, mi devo fermare e ubbidire. Farò sempre di tutto per dimostrare che dietro ogni mia parola ci sia un riscontro, una realtà.
Qualcuno continua a dimostrare di volermi bene solo “con le belle parole” e mi ha dato l'impressione che, con diabolica sottigliezza, abbia invece interesse a mettere nel dimenticatoio quel presente che mi lega a tuo fratello Paolo. Dico questo perché spesso sento dire queste parole: “Sono passati molti anni”. Vorrei tanto far capire a chi con intelligenza sa usare la ragione (la stessa che predicava Machiavelli) che non bisogna affiancare a questa ragione quella sottigliezza diabolica che contribuisce a rafforzare l'Idea del Male. Mi posso permettere di dire a chi vuole apparire come “Paladino di Francia” e fa credere di essere all'altezza di combattere il Male, che il frutto non nasce dalle belle parole, ma nasce e matura con un'azione forte e determinata. Vogliono dimostrare chissà che cosa, ma in realtà cercano solo il proprio interesse. I frutti non sono tutti uguali. Ci sono frutti che saziano solo il corpo e ci sono frutti che saziano sia il corpo che lo spirito. Le belle azioni compiute di chi ha in mano i "semi" del Dr. Paolo Borsellino non devono essere egoistiche (in modo da saziare solo il corpo), ma devono essere altruistiche, piene di lealtà e coraggio, in modo da saziare corpo e spirito. Se c'è da fare una cosa, la si faccia bene. L'azione più deplorevole e meschina è quella tiepida, quella che non è né fredda né calda.
Quella società civile, a cui il Dr. Paolo Borsellino era devoto e che serviva con fedeltà, deve ben sapere che quegli uomini dei Poteri Occulti degli anni '80 e '90 che facevano parte delle Istituzioni (comprese quelle religiose) hanno lasciato degli eredi. Questi eredi continuano a portare avanti ciò che hanno ereditato.
Senza ombra di dubbio, come allora il carnefice andava al funerale della vittima, così anche oggi succede la medesima cosa. Ci sono tante associazioni che sono schierate apertamente contro la mafia (e non solo la mafia) e che continuano ancora oggi a ricordare, difendere e onorare le vittime delle stragi, ben consapevoli del rischio che corrono (come ad esempio Giorgio Bongiovanni). Ma non si dovrebbe dimenticare che anche il carnefice sa piangere ed è bravissimo ad esternare un falso dolore. Gli eredi dei carnefici sanno anche schierarsi apertamente e ricordare con inganno e ipocrisia le vittime di questo male oscuro. Anzi, in certi casi, dimostrano di essere più bravi di chi veramente combatte con lealtà. Chi ha ereditato forza e potere a sua insaputa, se vuole essere veramente leale, per prima cosa non deve mai onorare e difendere quella forza negativa che l'ha creato e deve capire che la guerra non si fa come la faceva Don Chisciotte.
Una volta, Antonino Vaccarino, l'ex Sindaco di Castelvetrano, pupillo e delfino di Francesco Messina Denaro, mi disse queste parole: “La forza dell'antica Roma e le conquiste dei Romani erano dovute esclusivamente all'Idea di Roma. Roma era un'Idea! Sappi, caro Enzuccio, che l'Idea a cui noi apparteniamo è più forte dell'Idea di Roma. In questa sublime e potente Idea è racchiusa la nostra Entità, insieme ad altre Entità”.
Carissimo Salvatore, per vincere questa Idea del Male si devono attaccare gli eredi di questa Idea che li fa essere forti. Bisogna colpirli nel cuore! Ma più che gli uomini, si deve distruggere l'Idea che è radicata in questi uomini.
Sono sicurissimo che chi ha ordinato a Messina Denaro Francesco di organizzare il piano per uccidere il tuo Amato Fratello, gli ha anche manifestato la preoccupazione e la paura che questo piano fallisse. Tanto è vero che, per mettersi al sicuro, Messina Denaro Francesco ha organizzato non uno ma due piani per ucciderlo, in modo tale che sia nell'uno che nell'altro non avrebbe potuto avere scampo! Il primo consisteva nell'ucciderlo con un fucile di precisione e, in quel caso, sarei stato io a sparare. Il secondo piano consisteva nell'ucciderlo con una autobomba, e anche in quel caso, io avrei partecipato, ma con un ruolo di minore portata: avrei fatto semplicemente da copertura. Posso dire di aver visto con i miei occhi la condanna a morte del Dr. Borsellino! Ricordo benissimo il giorno in cui, a casa del Sindaco Vaccarino, c’era il mio capo assoluto Messina Denaro Francesco che mi disse di tenermi pronto per partecipare all’uccisione del Dr. Borsellino o di un suo Sostituto.
Il Dr. Borsellino non sarebbe dovuto morire! Tutti sapevano che c’era un piano ben organizzato per eliminarlo quando era Procuratore di Marsala e che questo piano doveva essere portato a termine dal mio Capo Assoluto della storica famiglia di CASTELVETRANO Messina Denaro Francesco. Di questa morte annunciata la televisione di Stato ha parlato più e più volte.
Ma fui io il primo a parlarne apertamente nei primi mesi del 1992 in Corte d'Assise d'Appello di Palermo, dove si procedeva contro Nitto Santapaola e Mariano Agate per l'omicidio del Sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Quel “pentito-​​a-​​metà” di Giuffrè ha confermato ciò che io dissi in Corte D'Assise di Palermo al Presidente Barreca. Ma, per quanto riguarda ciò che va oltre Cosa Nostra, il collaboratore di giustizia Giuffrè ha paura di parlare!
Ricordo quando mi trovai nella cella di isolamento al carcere di Favignana, quando, dopo una lunga introspezione ed una analisi di tutto ciò che era stata la mia vita, ho capito che la mafia mi aveva usato, educandomi a valori sbagliati, ipocriti e violenti che avevano messo in pericolo la mia stessa vita. In quei momenti mi veniva in mente il Dr. Borsellino, il giudice che avrei dovuto uccidere per eliminare uno dei maggiori ostacoli al domino mafioso. In quella cella d'isolamento c'era in me un grande travaglio interiore e, prima che io mi decidessi a chiamare il Dr. Borsellino, capii che questa forza del Male che mi aveva plasmato fin dalla Giovinezza aveva mostrato tutta la sua debolezza e vigliaccheria davanti alla sua professionalità e al suo coraggio. Questa cosa li rese, davanti ai miei occhi, non invincibili come mi avevano fatto credere, bensì vulnerabili! Il mio non è stato solo un pentimento giudiziario ma anche un pentimento interiore e morale. Metteva in ballo tutti quei valori e quegli insegnamenti mafiosi che avevano mostrato tutta la loro debolezza davanti al nobile coraggio del Dr. Borsellino. Questo pentimento interiore lo devo soprattutto a lui, in quanto mi stava sempre vicino e mi aiutava a capire le ragioni profonde del mio pentimento.
Con quella luce particolare negli occhi mi diceva: "Vincenzo, ti assicuro che la parola pentimento è una parola nobile". E mi citava il pentimento del Re Davide dopo aver ucciso un innocente e avergli sottratto anche la moglie.
Quando lo incontrai, capii che c’era qualcosa che ci univa e che questa cosa non era solo il nostro legame, tanto diverso, con quella forza del Male di cui io facevo parte, ma qualcosa di ancora più oscuro e ineluttabile: l’oscura immensità della morte! Con lui condividevo lo stesso destino di morte, deciso dai capi mafiosi e da quelle Entità racchiuse in una grande e potente forza del Male.
Sapevamo entrambi che saremmo morti e questo ci ha reso ancora più vicini. Ed io Vincenzo Calcara, che credevo a questa forza del Male ed ero pronto a morire per essa, non potevo non unirmi ad un uomo con il quale avevo in comune una sola cosa: la morte! Sì, perché anche io ero stato condannato a morte, avendo avuto una relazione con la figlia di un uomo d’onore. Sapevo benissimo che la mia condanna a morte sarebbe stata eseguita dopo avermi usato per uccidere il Dr. Borsellino.
Tutte le volte che lo incontravo, rimanevo veramente colpito dal suo sorriso disarmante, da quella luce nel suo sguardo, lo sguardo di chi è fedele a se stesso e alle regole fino in fondo. Ma ero anche colpito dalla sua bontà, degna solo dei più devoti cristiani. Ripeto, il Dr. Paolo Borsellino, come magistrato, non era secondo a nessuno. La sua umiltà da vero cristiano lo faceva apparire secondo al suo amico Falcone, ma in realtà la sua professionalità ha fatto sì che la sua morte fosse anticipata!
Mio Stimatissimo, devi anche sapere che l'affetto particolare che il tuo amato fratello nutriva nei miei confronti è nato e si è rafforzato solo dopo aver toccato con le sue mani la mia lealtà verso di lui. Grazie a me trovò prove e riscontri di certi misteri, che per lui erano più importanti di quella sua vita che io cercavo di salvargli. Dopodiché, ha chiamato Sua Eccellenza l'Alto Commissario Finocchiaro e mi ha messo al sicuro nelle sue mani salvandomi la vita!
La Società Civile non deve sapere solo i rapporti d'affetto e gli abbracci tra me e il Dr. Borsellino. Deve essere al corrente della sua professionalità e di tutte le altre cose che hanno fatto paura, che continuano a fare paura e che vengono tenute chiuse negli armadi.
Il Dr. Borsellino aveva messo in pericolo interessi forti. Era quindi un ostacolo e un pericolo per quello che poteva ancora fare. Il Dr. Borsellino era in possesso di verità scomode. Di verità che facevano e fanno tuttora paura sia a Cosa Nostra che a quei poteri occulti molto pericolosi da sempre collegati a Cosa Nostra.
Tanti, anche tra coloro che si spacciavano per suoi amici, si dovrebbero vergognare di averlo lasciato solo al suo destino.
Siccome io credo nella coscienza dell’uomo e so con certezza che non si può mentire alla propria coscienza, mi rivolgo soprattutto a quelle persone della società civile che, anche se non collusi con nessuna di queste Entità malefiche, non hanno avuto il coraggio di fare un passo avanti per blindare e difendere la vita e il corpo fisico del Dr. Borsellino. A loro io voglio trasmettere tutte le sensazioni belle e le vibrazioni positive che il Dr. Borsellino mi ha trasmesso. Solo così potranno evitare lacrime di pentimento.
Migliaia di pentiti hanno parlato. Ma ci sono cose che non sono mai state dette. Molti di loro non ne hanno parlato, semplicemente perché non ne erano al corrente. Alcuni, invece, che conoscono quelle cose, credono che, non parlandone, avranno salva la vita.
Io invece ne voglio parlare, perché ho il mio asso nella manica. Solo io ho questo privilegio e quindi non posso arrecare troppi danni o problemi a chi indaga su queste cose. Per quanto concerne le Entità collegate a Cosa Nostra, ho parlato ampiamente con il Dr. Luca TESCAROLI presso la Procura di Roma. Ora, io temo per la sua vita, così come per la Dott.ssa Monteleone, per via delle indagini che stanno conducendo. D'altra parte, capisco anche che un attentato al Dr. Tescaroli non sarebbe conveniente per chi volesse la sua morte: sarebbe una conferma implicita della cose che dico.
Credo di poter dire di essere arrivato a conoscere circa l'80-90% della Verità.
Tutte le cose che racconterò sono le stesse che ho raccontato al Dottor Borsellino.
Lui prendeva appunti nella sua agenda rossa. 
Quella stessa agenda che è stata fatta sparire misteriosamente il giorno dell'attentato in Via D'Amelio.
E che non è stata più ritrovata.
L'INIZIAZIONE
La maggior parte delle notizie più riservate di cui parlerò le ho apprese da Michele Lucchese.
Michele Lucchese era non solo un imprenditore, ma anche un politico e un uomo di grande fiducia di Messina Denaro Francesco, il mio Capo Assoluto. Sia MicheleLucchese che Messina Denaro Francesco, a loro volta, sono venuti a sapere di queste notizie riservate tramite il famigerato notaio Salvatore Albano. Posso affermare con certezza che Brusca e Cancemi conoscono il notaio Albano. Questo Albano, nativo di Borgetto, un paese della provincia di Palermo, era sposato con una donna slava, con la quale ha adottato una bambina. Iscritto all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, così come il noto cardinale Marcinkus, era amico fraterno del famoso Luciano Liggio di Corleone, di cui curava gli interessi economici. Non solo. Era pure amico fraterno dei cugini Salvo, esattori e uomini d’onore. Talmente amico cheinviò loro un vassoio d'argento in dono per le nozze di Angela Salvo, la figlia prediletta di Nino, con il medico Gaetano Sangiorgi, oggi all'ergastolo come basista dell'agguato in cui fu ucciso il cugino del suo suocero, l'altro esattore, Ignazio. Si tratta del famoso vassoio del processo-​​Andreotti. Dentro al Vaticano il notaio Albano era di casa, ed era la persona giusta di collegamento tra l’Entità di Cosa Nostra e l’Entità del Vaticano.
Michele Lucchese nutriva per me grande affetto e fiducia. Tanto per dire quanto si fidasse di me, aveva fatto in modo che avessi la residenza a casa sua. Lucchese apparteneva ad una Loggia Massonica segreta e voleva assolutamente che anch'io entrassi a farne parte. Per questo chiese l'autorizzazione a Messina Denaro Francesco. Si era messo in testa di prepararmi all'iniziazione “Il Tempio” con Rito Scozzese: sarebbe stato lui il mio garante. Ricordo che un giorno, tutto contento, mi annunciò che Messina Denaro Francesco aveva acconsentito: “U zù Cicciu ha detto di sì!”.
Allora non perse tempo e iniziò subito a insegnarmi le prime regole fondamentali della Massoneria. Innanzi tutto alcuni termini specifici come Gran Maestro Venerabile, Gran Segretario, Grande Luce, 33°, 32°, 30° Grado, “in sonno”. Essere un fratello “in sonno” significa, per esempio, essere in un periodo di prova, in attesa di entrare a far parte a tutti gli effetti della Famiglia. Succede un po' la stessa cosa anche all'interno di Cosa Nostra. Anche lì si viene, per così dire, posati, quasi come in castigo, per poi ricevere di nuovo l'affetto del Capo Assoluto.
Lucchese mi insegnò anche come si riconosce un Fratello Massone, come ci si saluta quando ci si stringe la mano o ci si bacia e come ci si riunisce nel Tempio.
Cito un episodio particolarmente divertente. In un'occasione, Antonino Vaccarino, l'ex sindaco di Castelvetrano e ufficialmente Massone del Grande Oriente, venne a trovare Lucchese a Milano. Ero presente anch'io. Visto il grande affetto e confidenza che c'era con lui, Lucchese mi ordinò di mettere in pratica quello che avevo imparato e salutarlo con il Rito Massone. Vaccarino scoppiò a ridere e mi disse: “Sono contento che anche tu sia diventato massone!”. Era contento ed orgoglioso di me.
Questa mia appartenenza alla Massoneria si è rivelata utilissima. Per esempio, ho potuto salvare l'occhio di mia figlia Fiammetta, che necessitava di essere curato con medicinali costosissimi. Devo ringraziare il Dr. Par... (non è ben leggibile nell’originale n.d.r.). Una volta avevo notato che questo dottore era stato salutato con Rito Massone da una persona che è venuta a trovarlo. Capii dunque che era un nostro fratello. Un giorno decisi di presentarmi da lui come un fratello “in sonno” (anche se “in sonno” si è sempre fratelli), lo salutai da Massone e lui mi diede gratis quelle medicine necessarie per mia figlia.
 
L'ATTENTATO A PAPA WOJTYLA
Nella primavera del 1981, mentre mi trovo a Milano, Michele Lucchese mi si avvicina e mi dice che deve assolutamente parlarmi di una cosa della massima importanza. “Enzo, questi sono gli ordini. Il 12 maggio devi prendere un treno per Roma. Stammi bene a sentire. Alla stazione Termini ci saranno due persone ad aspettarti al binario numero 3. Li conosci. Uno è Saverio Furnari, il Capo Decina della famiglia di Castelvetrano. Fa parte del “gruppo di fuoco”. L'altro è Vincenzo Santangelo. E' un uomo d'onore anche lui. E' il fratello di Lillo Santangelo, figlioccio del nostro capo assoluto Francesco Messina Denaro. Loro ti diranno il da farsi. Dovrai prendere in custodia due Turchi che ti saranno consegnati da un Bulgaro. Questo Bulgaro è una persona fidata e importante. Basta. Non posso anticiparti niente. Ti dico solo che nella Città Eterna sta per scoppiare una bomba che rimarrà nella Storia! Caro Enzuccio, preparati, so che non mi deluderai”.
Come concordato con Michele Lucchese, la sera del 12 maggio 1981 prendo il treno per Roma. Arrivato alla stazione Termini la mattina seguente, seguo alla lettera gli ordini e mi avvio al binario numero 3. Come mi era stato anticipato, Furnari e Santangelo sono lì ad aspettarmi sulla banchina. Vedo subito che non sono soli. Con loro c'è una persona che non conosco.
Furnari me lo presenta immediatamente. “Lui è Antonov, il Bulgaro. E' in rapporti stretti con la mafia turca e con Cosa Nostra. Sarà lui a dirti cosa devi fare. Ma prima andiamo a fare colazione”. Dopo aver preso un caffè, ci avviamo tutti e quattro verso piazza San Pietro.
Appena entrati nella piazza, Furnari mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio: “Adesso ti metti completamente a disposizione di Antonov ed esegui alla perfezione tutto ciò che ti dice!”.
Guardo il Bulgaro. Sa già cosa deve dirmi. Mi indica un punto, proprio all'inizio della piazza: “Io e te ci incontreremo là questo pomeriggio”.
Dopo mangiato mi reco nel punto esatto indicatomi da Antonov. Saranno state più o meno le quattro del pomeriggio. Lui è lì che mi aspetta già da un pezzo. Ricordo che la piazza era già gremita di fedeli in attesa di vedere il Santo Padre. Il Bulgaro si guarda attorno.
Quando è sicuro che nessuno lo stia ascoltando mi dice: “In questo punto preciso ti porterò due Turchi. Tu li condurrai dove ti è stato ordinato. Adesso però prima accompagnami all'interno della piazza per una cinquantina di metri. Poi tornerai qui e aspetterai che torno con i Turchi. Sappi però che non ci metterò meno di un'ora”.
Ci avviamo tra la folla all'interno della piazza.
A un certo punto Antonov si blocca: “Bene. Tu, i due Turchi, non li conosci, ma sappi che loro, in questo momento, ti hanno visto insieme a me e ti hanno riconosciuto. Hanno l'ordine di seguirti. Faranno tutto quello che gli dirai”.
Faccio cenno col capo di avere capito: “E se succede un imprevisto?”.
Antonov ci ha già pensato: “Non preoccuparti. Se, per qualsiasi motivo, non li posso accompagnare, verranno loro da te nel posto in cui ti trovi. Gli ho indicato il punto esatto. Ti diranno queste parole: “Ciao Antonov”. Ecco, tieni, prendi questo rosario. Ricordati di tenerlo sempre nella mano sinistra, ben in vista. Quando i Turchi verranno da te, tu li saluterai con la mano sinistra. E ricordati: sono armati”.
Circa un'ora dopo la piazza era stracolma di gente. Non ci si poteva quasi muovere. Faceva caldo. E quella ressa ti toglieva il fiato. Io ero lì, nel posto stabilito, ad aspettare che il Bulgaro mi portasse i due Turchi. Papa Wojtyla stava compiendo il suo solito tragitto transennato attraverso la folla. Ricordo un mare di mani e di sguardi a cercare la benedizione del Papa. Ad un certo punto, in lontananza, nel rumore generale, sento un colpo fortissimo, come uno scoppio. Forse uno sparo. Per un attimo, il silenzio. La gente confusa, disorientata, impaurita. Qualcuno comincia a gridare: “Gli hanno sparato! Gli hanno sparato!”. In un attimo si scatena il putiferio. Ricordo un casino enorme. Gente che urla, gente che corre, gente che piange. Io rimango al mio posto. Poco dopo, saranno passati una decina di minuti, venti al massimo, vedo arrivare Antonov di corsa. C'è un Turco insieme a lui.
Appena mi vede mi urla: “Vattene! Vattene immediatamente! Portati via il Turco!”.
Antonov è sudato, agitatissimo, ha la faccia sconvolta. Lo prendo con me. Insieme ci dirigiamo di corsa alla stazione Termini. L'appuntamento è sempre al binario numero 3. Furnari e Santangelo sono già lì ad aspettarmi. Tutto come previsto. Hanno già pronti i biglietti del treno per Milano. Furnari mi dice: “Enzo, rilassati. Non c'è bisogno di correre. Il treno è in ritardo di un'ora”. Partiamo tutti e quattro da Roma che è già sera tardi. La mattina del 14 arriviamo in stazione a Milano. Lì ci dividiamo. Io, quella sera, ho un appuntamento a casa di Michele Lucchese. Furnari e Santangelo invece si prendono in consegna il Turco. Li saluto, li abbraccio e mi avvio all'esterno della stazione.
LA MORTE DI PAPA LUCIANI
La casa di Michele Lucchese si trovava a Paderno Dugnano in una zona, per così dire, “sicura”, cioè controllata meticolosamente dal nostro amico, il Maresciallo dei Carabinieri, Giorgio Donato. A mezzogiorno mi incontro con lui. Appena mi vede, Lucchese mi chiede di raccontargli per filo e per segno tutto quello che ho fatto e visto nella mia “giornata romana”. Io, con pazienza infinita, gli riferisco tutti i dettagli dell'operazione, compresa l'agitazione che avevo notato sul volto di Antonov.
Michele, non mi avevi mica detto che si doveva fare un attentato al Papa!”.
Lui sorride.
Poi mi dice: “Vedi? In questo momento Furnari e Santangelo sono a pranzo insieme al Turco in quel ristorante. Tu adesso ci vai e, mentre Santangelo rimane col Turco, tu mostri a Furnari il punto esatto in cui devono fargli fare la fine de lu sceccu!”.
Che, in siciliano, significa “fare la fine dell'asino”.
Caro Enzo, devi sapere che un asino si usa finché serve. E' nato per essere usato. Quando non serve più, lo si ammazza!
Sapevo fin troppo bene cosa volessero dire quelle parole.
Poi mi dà appuntamento a casa sua per la sera stessa.
Dopo aver fatto come mi aveva ordinato, la sera mi presento da lui.
Lucchese, come al solito, mi accoglie calorosamente.
Allora?
Furnari e Santangelo sono con il Turco. Lo stanno portando nel luogo che gli ho indicato”.
Bravissimo! Enzo, non ho voluto che partecipassi anche tu all'omicidio del Turco. Ho preferito che stessi qui, a farmi compagnia. Spero che capirai. Ora, però, prima, fammi fare una telefonata”.
Lucchese prende in mano la cornetta e compone un numero. Dalle sue prime parole capisco che dall'altra parte del filo c'è il Comandante dei Carabinieri, Giorgio Donato.
Ricordo queste parole: “Azione avviata!
Dopo aver terminato la telefonata, si volta verso di me con aria soddisfatta: “La zona è sotto controllo. Questo amico è troppo in gamba!
Poi, mentre aspettiamo che tornino Furnari e Santangelo, Lucchese inizia a parlarmi del motivo per cui era stato pianificato l'attentato al Papa.
Enzo, ci sono un paio di cose che devi sapere. Papa Wojtyla aveva intenzione di seguire il solco appena tracciato da Papa Luciani, e cioè rompere gli equilibri all'interno del Vaticano. Ti rivelo una cosa. Papa Luciani era intenzionato a fare una vera e propria rivoluzione all'interno del Vaticano. Siccome desiderava tanto che la Chiesa fosse più povera, aveva preparato un progetto per ridimensionare la ricchezza del Vaticano e aveva studiato un piano per aiutare le famiglie povere del mondo, innanzitutto quelle italiane. Ovviamente, tutto ciò si doveva fare per mezzo della I.O.R., la Banca del Vaticano, che sarebbe stata data in gestione a persone laiche secondo l'insegnamento di Gesù: “Dare a Cesare quel che è di Cesare”. Papa Luciani non sopportava l'idea che Cardinali e Vescovi gestissero queste enormi ricchezze e, quindi, la sua prima intenzione era quella di rimuovere proprio quei Cardinali che usavano e manipolavano il Vescovo Marcinkus e che sfruttavano non solo la sua capacità di gestire lo I.O.R., ma anche e soprattutto i suoi contatti e le sue potenti amicizie a livello europeo ed internazionale. Se Papa Luciani non fosse morto, da lì a pochi giorni sarebbero stati rimossi e sostituiti immediatamente sia Marcinkus che altri quattro Cardinali e forse anche, se non erro, il Segretario di Stato o il Segretario del Papa. Al loro posto sarebbero subentrati altrettanti Vescovi e Cardinali di massima fiducia. Costoro, in gran segreto, avevano preparato insieme a Papa Luciani un piano ben preciso. Dopo essersi inseriti ognuno al posto giusto, si sarebbero attivati subito per distribuire il 90% delle ricchezze del Vaticano in diverse parti del mondo, in modo tale da costruire case, scuole, ospedali etc... Il 10% delle rimanenti ricchezze sarebbe stato affidato e fatto gestire allo Stato Italiano per conto e in base ai bisogni della Chiesa. Insomma, voleva fare una vera e propria rivoluzione e cogliere tutti di sorpresa!
Purtroppo, il Povero Papa non ha potuto portare a termine il proprio piano, in quanto uno dei Cardinali di fiducia lo ha tradito ed è andato a raccontare tutto a Marcinkus e agli altri Cardinali! Costoro, appena vennero a conoscenza della cosa, si attivarono immediatamente e con la loro diabolica intelligenza riuscirono, senza lasciare nessuna traccia, ad uccidere il loro Papa con una grande quantità di gocce di calmante, grazie anche all'aiuto del suo medico personale”.
Rimasi completamente stupefatto dalle parole di Lucchese.
Michele, e chi sarebbero questi quattro cardinali?
Enzo. Io ti posso riferire quello che mi ha detto il Notaio Albano”.
E che dice il notaio?
Dice che erano quattro le “anime nere” che si aggiravano dentro il Vaticano ed esercitavano un forte potere sfruttando le doti manageriali del Vescovo Marcinkus. Mi ha fatto quattro nomi. Innanzitutto il Cardinale Macchi, uno dei prediletti di Papa Paolo VI, che l'aveva anche ordinato Suo Segretario. Faceva parte dei cavalieri del Santo Sepolcro, proprio come il Vescovo Marcinkus”.
Cardinal Macchi! Questo nome non mi è nuovo... Ma certo! Ha lo stesso nome di un mio compagno delle Elementari! E chi altri?
La seconda “anima nera” era il Cardinal Villot, Vallot o Vellot, scusami ma adesso non ricordo bene...
Che nome strano! Non termina nemmeno con una vocale. Deve essere straniero”.
Esatto, Enzo. Questo Cardinale, pur non essendo Italianoha fatto delle cose straordinarie e ha salvato la finanza del Vaticano, quella finanza che Papa Luciani voleva distruggere.
E poi c'era il Cardinale Benelli...”
“Benelli! Come la marca della mia prima moto! Si chiamava proprio così. Mi ricordo ancora. Me la regalò Casesic, il mio padrino di Cresima...”
Per ultimo mi fece il nome del Cardinale Gianvio, che mi sembra fosse anche Segretario. Tutti e tre comunque facevano parte dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Enzuccio, figghiu miu, devi capire che questi quattro Cardinali avevano in mano lo I.O.R. e le finanze del Vaticano! E avevano pure un filo diretto proprio con il Notaio Albano che, come ben sai, all'interno di Cosa Nostra è come un fiore all'occhiello”.
Senti, Michele. Una curiosità. Ma l'altro Turco, che fine ha fatto?
L'altro turco, a quanto pare, tu non l'hai neppure incontrato. Si chiama Ali Agca. L'altra notte ha pernottato in un albergo a Palermo, prima di arrivare a Roma per l'attentato. Devi sapere che tutte e due i Turchi sono stati addestrati in Sicilia da uomini di Cosa Nostra. Nel caso, dopo l'attentato, fosse riuscito a fuggire, c'era già pronto un piano per ucciderlo!”.
Siamo andati avanti a parlare ancora per un paio d'ore, fino a notte inoltrata, finché non sentiamo arrivare Furnari e Santangelo.
LA FINE DEL TURCO
 
 
Sentiamo la loro macchina che parcheggia sul selciato. Dopo qualche istante, si apre di colpo la porta. Appaiono Furnari e Santangelo.
Come è andata?” chiede Lucchese.
Tutto a posto”.
Lucchese fa una smorfia di compiacimento.
L'abbiamo lasciato steso sul ciglio di una stradina di campagna, a circa un chilometro da qui. Ora dobbiamo tornare a seppellirlo, ma abbiamo bisogno di una mano”.
Lucchese mi guarda.
Enzo, vai pure con loro. Io resto qui”.
Prendiamo gli attrezzi necessari e ci avviamo tutti e tre, io, Furnari e Santangelo, verso Calderara, una frazione di Paderno Dugnano, una zona che io conoscevo perfettamente. Era buio pesto. Arriviamo sul luogo in cui giaceva il corpo del Turco. Lo spogliamo completamente e lo trasciniamo per alcune decine di metri in aperta campagna, dove c'era un campo di granoturco. Con i badili scaviamo una fossa profonda circa due metri e buttiamo il cadavere dentro. Poi lo cospargiamo di benzina e, mi sembra, anche di acido e lo seppelliamo. A poca distanza da lì, bruciamo anche i vestiti e il passaporto.
Undici anni dopo, nel Maggio del 1992, dopo che il Dr. Borsellino, grazie alle mie rivelazioni, aveva fatto arrestare una quarantina di persone (compreso il Sindaco Vaccarino), esce un articolo sul Corriere della Sera, che il Dr. Borsellino mi ha fatto leggere, dove si dice che il sottoscritto avrebbe potuto scoperchiare il mistero dell'attentato al Papa.
La cosa inquietante è che, nell'Ordinanza di Custodia Cautelare di tutti gli arrestati, si parlava di tutto (dall'associazione mafiosa al traffico di stupefacenti) tranne che dell'attentato al Papa. E nemmeno si faceva menzione dei 10 miliardi riciclati dallo I.O.R. né del traffico d'armi con la Calabria, cose che avevo raccontato solamente al Dr. BORSELLINO e su cui lui indagava in gran segreto. Addirittura, il Dr. Borsellino riteneva che questi argomenti fossero così delicati e pericolosi, al punto che preferiva non comunicarli neanche al Dr. Natoli né al Dr. Lo Voi. Temeva infatti per la loro incolumità.
Ricordo il Dr. Borsellino piuttosto preoccupato.
Mi dice: “Oltre a me, a chi hai parlato del Papa?
Io rispondo: “A nessuno! Come Lei sa, ne ho parlato solo col Maresciallo Canale, al quale ho anche fatto cenno dei famosi 10 miliardi”.
Il Dr. Borsellino ha una smorfia di rabbia e con occhi scintillanti mi dice: “Questi sono segnali che non mi piacciono! Speriamo che non rubino il cadavere del Turco che hai seppellito. Adesso mi attivo affinché tu possa essere portato sul luogo dove si trova il cadavere”.
Nel giro di due mesi il Dr. Borsellino verrà ucciso.
Tutto ciò che ho detto al Dr. Borsellino e che adesso sto scrivendo l'ho anche detto al Dr. Priore 14 anni fa. La prima cosa che dissi al Dr. Priore e al Dr. Marini fu quella di portarmi a Calderara. Gli avrei fatto trovare il cadavere del complice di Ali Agca. Ripeto, conoscevo bene quella zona, ancor prima di seppellire il Turco con le mie mani. Era un vasto campo, completamente pianeggiante.
Quando arrivammo sul luogo, lo ritrovai completamente sconquassato, con montagne di terra dappertutto e profonde buche. Una persona del posto spiegò al Dr. Priore che nel mese di marzo del 1992 aveva visto alcune ruspe, per dei lavori, mettere sottosopra tutto il campo, che era lì da sempre ed era coltivato a granoturco. Si badi bene. Io ho iniziato a collaborare nel dicembre 1991. Il cadavere è rimasto lì per 10 anni. Ma pochi mesi dopo che ho iniziato a parlare, hanno fatto sparire il cadavere! Purtroppo, il Dr. Borsellino aveva avuto l'intuizione giusta: avevano sottratto una prova micidiale. Ricordo che il Dr. Priore ci rimase malissimo. Lui mi aveva sempre creduto, in quanto era riuscito a trovare altri riscontri a tutto ciò che gli avevo detto. Compreso la morte di Papa Luciani e i miliardi riciclati dalla Banca Vaticana! Lui non mi ha mai denunciato per calunnia. Anzi.
PROVENZANO E IL GRANDE UOMO POLITICO
 
Circa un mese dopo l'attentato al Papa, nel mese di giugno 1981, dopo aver pranzato a casa di u zu Michele Lucchese, ci dirigiamo in macchina tutti insieme all'aeroporto di Linate. Mi ricordo ancora il modello: era un'Alfa Turbo Diesel 1600. Dovevamo raggiungere l'ufficio del mio direttore della Dufrital dove io lavoravo in qualità di magazziniere, all'interno del varco doganale. Il mio compito era quello di fare entrare dalla Turchia eroina e quintali di morfina base. Mi ricordo, per esempio, che in un'occasione, quando ho consegnato a Palermo un camion carico di morfina base, pronta per essere raffinata in eroina, ho conosciuto anche Carlo Greco, uno di coloro che hanno partecipato alla strage di Via D’Amelio (sono stato io il primo a farne il nome).
Dopo circa mezz'ora di macchina arriviamo a Linate. Montecucco, che subiva moltissimo la personalità di Lucchese, aveva avuto l'incarico di prenotare due biglietti per Roma per me e per Lucchese. Ci imbarchiamo e, dopo essere arrivati a Fiumicino, prendiamo un taxi che ci porta direttamente nel centro di Roma, precisamente in una via molto stretta, dove ci sono tutti negozi di antiquariato. Mi sembra che fosse vicino a Piazza Navona. Se non erro questa via si chiama Via dei Coronari.
Appena scesi dal taxi, Lucchese cerca una cabina telefonica e chiama il Notaio Albano.
Sento che dice: “Siamo arrivati. Ti aspettiamo al numero 3 di questa via degli Antiquari”.
Ricordo che al Lucchese piaceva molto il numero tre.
Dopo aver appeso la cornetta mi dice: “Il notaio Albano arriverà tra una mezzora. Non ti dico insieme a chi, perché voglio farti una sorpresa. Nel frattempo andiamo a guardare un po' di roba antica”.
Dopo una quarantina di minuti un taxi si ferma proprio davanti a noi. Vedo scendere il notaio Albano insieme con Messina Denaro Francesco. Dopo esserci salutati, ci dirigiamo tutti in un lussuoso hotel del centro. Ad attenderci ci sono Saverio Furnari (alcuni anni fa è stato trovato impiccato in carcere. Il Dr. Borsellino l'aveva fatto condannare grazie alle mie dichiarazioni) e Mariano Agate. Erano partiti tutti e due insieme a Messina Denaro Francesco. Oltre a loro vedo Bernardo Provenzano (detto u zu Binnu) insieme a due suoi uomini di fiducia dall'accento palermitano. Dopo i soliti convenevoli, il notaio Albano ci lascia, mentre noi rimaniamo tutti in hotel.
La sera, verso le nove, arrivano tre taxi che ci portano in un lussuoso ristorante. Abbiamo già una sala riservata per noi. Trascorrono pochi minuti e vedo arrivare il vescovo Marcinkus, due cardinali e altre quattro persone. Poco dopo, arriva il notaio Albano insieme a un grande uomo politico delle istituzioni.
I due palermitani avevano riservato un tavolo a parte per me e Furnari, a pochi metri dal grande tavolo dove cenavano tutti gli altri. Quando sta per iniziare l'antipasto, Lucchese si avvicina al nostro tavolo  e ci dice: “Le quattro persone che sono venute in compagnia di Marcinkus domani dovranno essere sequestrate. Mettetevi d'accordo e sceglietevi una persona a testa”.
Uno di questi quattro era un generale dell'esercito di un paese del Sud America. Gli altri tre erano Italiani, dei quali uno apparteneva all'alta finanza. Io mi scelsi il generale dell'esercito.
Finito di cenare, torniamo in taxi in hotel, sazi e soddisfatti. Io salgo in macchina con Lucchese. Mi ricordo che durante il viaggio mi sussurra all'orecchio queste parole: “Dobbiamo sequestrare quei quattro per ricattare a livello internazionale alcune potentissime persone che sono in collegamento con il presidente di uno stato del Sud America. Abbiamo bisogno di far confluire e indirizzare in quel paese ingenti capitali. Domani, alle dieci, ci riuniremo tutti in una tenuta. Vedrai. Ci sono decine e centinaia di ettari di terreno e, annessa, una bellissima villa”.
Mi fece intendere che la villa era di proprietà del grande uomo politico, che a sua volta l'aveva comprata tramite il notaio Albano. Ora non ricordo se questa tenuta sia intestata al politico o a un  suo prestanome, ma ricordo benissimo che si trova nella zona di Latina o nella Provincia di Latina. Per la cronaca, avevo anche detto al Dr. Croce che ero disposto a fare un sopralluogo, ma lui non ha voluto sentire ragioni!
L'indomani mattina, alle ore 6:30, ci vengono a prendere tre uomini con tre macchine diverse. Ricordo che erano ben vestiti e indossavano la cravatta. Ho saputo poi da Lucchese che erano uomini fidatissimi del grande politico, inseriti all'interno dei Servizi Segreti deviati.
Quando arriviamo nella villa della tenuta di campagna, tre uomini ci danno in mano quattro pistole 357 MAGNUM a tamburo nuove di zecca. A una ventina di metri dalla villa vedo tre macchine parcheggiate, custodite da una persona. Queste tre auto sarebbero servite per trasportare i sequestrati in una villa di campagna distante una trentina di chilometri dalla tenuta.
Verso le nove e mezza arrivano tutti ed entrano subito nella villa per iniziare la riunione. Solo io, Furnari e i due palermitani rimaniamo fuori. Oltre, ovviamente, alla persona vicino alle tre macchine e ai tre uomini dei Servizi Segreti che si sono appostati proprio davanti all'entrata.
Il segnale convenuto era questo. Una volta che tutti fossero usciti e si fossero salutati, bisognava aspettare che Provenzano dicesse queste parole: "Oggi è una bella giornata!". A quel punto saremmo entrati in azione puntando la pistola ognuno al proprio uomo. Avevamo l'ordine di sbatterli dentro la macchina anche a costo di usare la forza. Nel caso in cui però Provenzano non avesse detto nulla, allora le quattro persone non si sarebbero più dovute sequestrare. Quella riunione, infatti, era stata organizzata per valutare se fosse il caso o meno di procedere al sequestro.
Alle 11:30 termina la riunione. Quando tutti si sono salutati, ecco che il Sig. Provenzano, rivolto a noi, dice: “Oggi è una bella giornata!”.
In un baleno entriamo in azione con le pistole spianate. Il mio generale è bravissimo, alza subito le mani. A un paio di metri da me c'è Furnari con il suo uomo e sento che dice: “Dai! Girati e vai lentamente verso quelle macchine!”.
Quello fa finta di voltarsi e in un attimo prende una piccola pistola calibro 6,35 che teneva nascosta da qualche parte (non si è mai capito dove) e, gridando “Bastardi!”, sta per premere il grilletto. In quell'attimo, Furnari, che è un uomo spietato e a cui certo non manca l'esperienza, gli spara. Ma qualcosa va storto. Il colpo non parte. In seguito si è accertato che la sua pistola si è inceppata. Furnari, allora, con un salto gli si butta addosso e sento che mi dice: “Enzo, sparaci!”.
In quel preciso momento il sequestrato spara il primo colpo in direzione del politico.
Sono frazioni di attimi. Lascio il buon generale nelle mani dei tre uomini dei Servizi Segreti deviati e con tre colpì in rapida successione lo uccido. In realtà, prima di morire, riesce a sparare ancora un altro colpo di pistola, per fortuna andato a vuoto.
Subito dopo prendo la pistola semiautomatica delle mani del morto e la consegno al mio capo assoluto Messina Denaro Francesco, il quale mi fa una carezza e mi dice “bravo!”.
Sono anche testimone di una scena che mi è rimasta impressa. Sento con le mie orecchie che l'uomo politico dice al Cardinale: “Ma non gli dai l'Estrema Unzione a questo povero cadavere?
Il Cardinale si fa il segno della croce e dice : “Andiamo via che si è fatto tardi”.
In seguito ho saputo da Lucchese che il cadavere è stato fatto scomparire da Furnari e dai due palermitani. Le tre persone sequestrate sono state liberate dopo circa un mese, in cambio della sistemazione degli ingenti capitali di denaro. Sono contento che il bravo generale si è salvato.
LE CINQUE ENTITA'
 
 
Nell'Autunno del 1991, quando il Dr. Borsellino era Procuratore a Marsala, decisi di raccontargli come era strutturata Cosa Nostra, per quanto io ero riuscito a sapere. Volevo mostrargli come Cosa Nostra non fosse altro che una di quelle che io chiamo cinque Entità che, con la loro rete segretissima di collegamenti, occupano e influenzano gran parte della vita politica, economica e istituzionale italiana. In uno dei tanti incontri con il Dr. Borsellino, gli avevo ancora una volta esternato la mia preoccupazione per la sua vita dicendogli di mettersi al sicuro, perché solo da vivo poteva essere la mia ancora di salvezza.
Lui mi aveva risposto con queste parole: “Vincenzo, solo se togli dal tuo cuore quel negativo sentimento di paura, puoi onorare te stesso, la scelta che hai fatto e anche la fiducia che ho riposto in te e, perché no, anche quelle preziose ore che ho tolto alla mia famiglia per dedicarle a te, per sostenerti nei momenti difficili. Ricordati quello che ti dissi l’altra volta: “E’ bello morire per ciò in cui si crede, e chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Vincenzo, siamo nella stessa barca, indietro non si torna! Adesso racconta con dovizia di particolare tutto ciò che mi hai accennato sulle Entità e su quella potente Idea. Però sappi che quando ti verrò a trovare a Roma, tutto ciò che mi hai detto e mi dici sarà messo a verbale e firmato da te. Ricordati che le cose più importanti le scrivo su questa Agenda, e poi non potrai dire di non avermele dette”.
A quel punto gli dissi che mi era stato raccontato con orgoglio che queste cinque Entità sono state partorite da una potente e nobile Idea e al cuore di questa Idea sono legate indissolubilmente. Essa le nutre di nobili valori, che a loro volta si fanno largo nel cuore e nella mente degli uomini che ne sono degni. Questo è quanto mi hanno fatto credere e a cui ho sempre creduto finché non incontrai il Dr. Borsellino.
L'unica persona che io ricordi che ha fatto cenno all'esistenza di queste cinque Entità è stato Buscetta. Al di fuori di lui, nessun altro pentito ha voluto parlarne. In realtà, queste Entità possono essere pensate anch'esse come delle Idee, forti e apparentemente indistruttibili. Per fare un esempio, è chiaro che l'idea di un palazzo è più importante del palazzo stesso: il palazzo può crollare, ma la sua idea non ne rimane scalfita. Quando si parla di Cosa Nostra e delle altre Entità ad essa collegate, bisogna tenere ben presente questo fatto: quello che conta è la qualità di queste Idee.
Quella nobile grande Idea di cui parlavo può essere allora definita come un'Idea Madre che racchiude al suo interno tutte le cinque Idee rappresentate dalle cinque Entità. Quali sono queste Entità? Eccole:
1)      Cosa Nostra
2)      'Ndrangheta
3)      Pezzi deviati delle Istituzioni
4)      Pezzi deviati ella Massoneria
5)      Pezzi deviati del Vaticano (un 10% direi)
Queste cinque Entità sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele. Queste cinque Entità sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni.
C’è una regola fondamentale: ogni Entità è assolutamente autonoma. Nessuna Entità può interferire nel campo di un’altra Entità. Le regole che si attuano sono pressoché uguali a quelle di Cosa Nostra. Ad esempio. Se dentro Cosa Nostra un uomo d’onore viene “posato”, in un’altra Entità si dice “è a riposo”, oppure è “in sonno”, come ho già avuto modo di spiegare in precedenza. In ogni caso, la sostanza non cambia.
Ma come sono strutturate nello specifico?
Bene. Al vertice di ogni Entità c'è una Commissione, rappresentata da non più di 12 persone.
Ogni Commissione è presieduta da un Triumvirato, composto dal Capo Assoluto e da altre due persone che, in quanto a forza e potenza, non sono meno del Capo Assoluto. Il Triumvirato controlla i cosiddetti Soldati, persone riservatissime che si incontrano fra di loro secondo gli ordini impartiti dal Triumvirato stesso. E' importante capire che, all'interno di ogni Commissione, solo il Triumvirato è a conoscenza dell'esistenza delle altre Idee. Tutti gli altri, anche all'interno della Commissione stessa, sono all'oscuro di tutto e l'unica cosa che possono fare è scambiarsi informazioni, ma senza poter cogliere la vastità degli intrecci.
Succede però, come è naturale, che, a un certo punto, arrivi la fine di un Triumvirato. Ecco allora che sono già pronte automaticamente le “persone-​​ombra”, che sostituiranno i membri del Triumvirato dopo la loro morte. Ogni componente del Triumvirato si sceglie la propria Ombra (può anche essere un Capo famiglia qualsiasi) e la prepara affinché sia pronta a prendere il suo posto. In realtà, non solo i componenti del Triumvirato, ma anche ogni singolo membro della Commissione ha la propria Ombra. E' una tradizione che si tramanda nel tempo. Così come chi fa l'avvocato, poi crescerà un figlio avvocato.
E' come una sorta di clonazione.
Purtroppo, è un argomento piuttosto delicato e della massima segretezza ed io non sono riuscito a capire da chi vengano “costruite” queste Ombre, pronte alla successione.
I cinque Triumvirati, a capo delle cinque Entità, sono fra essi collegati e formano la cosiddetta Super Commissione, quella che io chiamavo Idea Madre. Ovviamente, ogni persona della Suprema Commissione ha il diritto e il dovere di scegliersi un'Ombra. Al vertice di questa Super Commissione, composta quindi da 15 persone (tre per ogni Entità), c'è un altro Triumvirato, una sorta di Super Triumvirato, a cui tutta la Super Commissione deve sottostare per le decisioni finali. I componenti di questo Super Triumvirato sono eletti con voto segreto e comandano a vita. La funzione di questa Super Commissione è quella di garantire i diritti e l'autonomia delle cinque Entità, compresa naturalmente l'Entità di Cosa Nostra.
Saranno una ventina in tutto i pentiti che sanno di questa Super Commissione, ma non ne vogliono parlare. Io non posso credere che tutti i pentiti, a parte Brusca e Cancemi, non conoscano altro all'infuori di Cosa Nostra. Tra di loro c'è qualcuno che sa. Ma hanno paura di parlare perché credono che, non parlandone, salveranno la loro vita.
So di per certo che alcuni componenti della Suprema Commissione hanno partecipato alle scrittura della Costituzione Italiana, insieme ovviamente a tanti altri uomini puliti, che però hanno paura di opporvisi perché fiutano il pericolo.
Cosa Nostra
Il braccio più armato di tutte le Entità è quello di Cosa Nostra. In questo non è seconda a nessuno.
Finora le istituzioni hanno sempre e solo colpito L'Entità di Cosa Nostra, che però è solo il braccio armato di un'Idea può grande, l'Idea Madre.
Le migliaia e migliaia di uomini d'onore che compongono Cosa Nostra sono come un esercito, sono radicati sul territorio e riducono inevitabilmente la Sicilia ad una terra martoriata. Incutono paura al popolo siciliano e impongono la cultura dell’omertà. Ogni bambino che nasce in Sicilia non può fare a meno di respirare quella cultura di morte che Cosa Nostra impone con forza.
Pezzi deviati delle Istituzioni
L’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni è radicata in tutto il territorio italiano. E’ composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate. Ne è un esempio l'omicidio di Salvatore Giuliano. Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori. Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni.
Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.
Pezzi deviati della Massoneria
 
La stessa cosa vale per l’Entità della Massoneria, anch'essa strettamente collegata all'Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni. Questa Entità della Massoneria deviata, all'interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria. Questa Entità è stata creata attorno al 1866 all’insaputa del Re da un illustre Massone, il Conte Camillo Benso di Cavour.
Pezzi deviati del Vaticano
 
Anche all'interno del Vaticano c'è un'Idea. L'Entità dei pezzi deviati delle istituzioni del Vaticano è ben radicata anch’essa sul territorio Italiano. E’ composta da Vescovi, Cardinali e Nunzi Apostolici. Anche loro agli occhi di altri Vescovi e Cardinali, per fortuna in maggioranza (ma nel passato in minoranza) appaiono puliti e fedeli a Gesù Cristo e al Papa.
In realtà sono dei diavoli travestiti da santi, che sfruttano la buona fede di tante persone.
Con un metodo segreto che solo loro conoscono e grazie alla loro diabolica intelligenza, anche se in minoranza, riescono quasi sempre ad ingannare e a manipolare quei Vescovi e quei Cardinali che servono veramente con devozione ed umiltà la Chiesa.
So che a livello nazionale c’erano sguinzagliati alcuni Cardinali di prestigio per inculcare nella mente del popolo italiano il convincimento che la mafia non esistesse e che fosse solo un'invenzione dei comunisti. Il loro intento era quello di indirizzare milioni di persone a votare lo “Scudo Crociato”, la Democrazia Cristiana. Credo che nell'ex-DC coloro che facevano parte di queste Idee non superassero il 10-​​15%. Posso dire con certezza che circa l'80% non ne faceva parte, mentre il restante 20% era in incognito.
Il Vescovo Marcinkus, che ho nominato più e più volte, in quanto Americano non poteva far parte dell’Entità. Egli era semplicemente uno strumento del Cardinale Macchi e del notaio Albano, che sfruttavano le sue capacità nel saper gestire lo I.O.R. e le sue conoscenze a livello internazionale. Ovviamente sfruttavano soprattutto la sua ingenuità. Nella Banca del Vaticano sono transitati migliaia e migliaia di miliardi appartenenti alle cinque Entità Occulte, compresa quella di Cosa Nostra (leggasi la sentenza di assoluzione per il riciclaggio di quei famosi 10 miliardi). Questi soldi venivano appunto riciclati e, una volta divenuti puliti, reinvestiti. Al notaio Albano, in qualità di notaio, venivano affidati ingenti beni immobili (terreni, ville, tenute, palazzi) che venivano intestati non solo a Cardinali e Vescovi, ma anche a uomini di Cosa Nostra, a uomini della Massoneria, a uomini politici e anche a parenti e amici che facevano da prestanome.
Tutto ciò che io dico lo dico con la certezza che nessuno potraàdimostrare che sia falso.
Se si vuole, basta che si controllano tutti gli atti notarili o i rogiti che il Notaio Albano ha fatto in vita sua. Il Dr. Borsellino ha saputo riscontrare ciò che dico. Questi riscontri li ha scritti nella sua agenda rossa!
PAPA PAOLO VI E L'OMICIDIO CALVI
Nel passato, al vertice della Super Commissione c’era un Cardinale, che con la sua straordinaria intelligenza è riuscito ad ingannare chiunque, al punto da farsi eleggere Papa.
Sto parlando del Cardinal Montini, poi divenuto Papa col nome di Paolo VI.
Da morto, ancora oggi, riesce ad ingannare e farsi amare. Durante il suo papato è riuscito a rinforzare ancora di più le cinque Entità. Il Cardinal Macchi era intelligente e devotissimo a questo Papa e stava al vertice dell’Entità del Vaticano. Anch'egli, come già accennato, apparteneva all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Anche Papa Paolo VI vi apparteneva quando era ancora cardinale.
Bene. Per capire quanto questi pezzi deviati del Vaticano abbiano influenzato la vita politica ed economica italiana, basti pensare che il cardinal Macchi ha decretato, insieme agli uomini del vertice di tutte le Entità, la condanna a morte del Dr. Roberto Calvi, attorno a cui vi erano dei Massoni collegati a Cosa Nostra. Lo dico perché l'ho visto con i miei occhi e l'ho sentito con le mie orecchie. Io, il giorno in cui è stata decisa la morte di Calvi, ero presente e ora racconterò come si è svolta la vicenda.
 
Quel giorno vidi di persona gli uomini al vertice di ogni Entità riunirsi nella villa di Michele Lucchese a Paderno Dugnano, dove io avevo la residenza. Ci sarebbe stata una riunione importante. Lucchese mi aveva detto: “Enzo, tu rimarrai nella stanza accanto e servirai le bevande, il caffè e ogni altra cosa che ti verrà chiesta”.
Era l’estate del 1981 ed erano presenti tutti: Bernardo Provenzano, Messina Denaro Francesco, il vero braccio destro del Triumvirato della Commissione di Cosa Nostra, il potente uomo politico, il Cardinal Macchi, il notaio Albano, Francesco Nirta di San Luca...
Come al solito, il Comandante dei Carabinieri Giorgio Donato forniva la necessaria copertura e controllava il territorio di Paderno Dugnano. Questo Maresciallo era talmente fidato che Lucchese mi disse di aver intenzione di segnalarlo a Messina Denaro Francesco con l'intento di farlo diventare fratello Massone nell’interesse di Cosa Nostra.
Il motivo della riunione era quello di riparare tutti i danni che aveva causato il Dr. Calvi con la perdita di tantissimi miliardi. Ricordo che quel giorno c’era un grande nervosismo ed erano tutti incazzati neri. Addirittura non hanno neanche pranzato. Sono rimasti in riunione dalle 11:00 di mattina fino alle ore 18:00 di sera. Ricordo di avere fatto una decina di volte il caffè e poi mi sono appartato nella stanza accanto, dove non potevo fare a meno di sentire tante cose.
Ad esempio, ho sentito chiaramente il Cardinale Macchi, riferendosi al Dr. Calvi, pronunciare queste frase: “Gli ho garantito la mia protezione facendo ricadere la colpa su Marcinkus, ma questo indegno non ha creduto! Lui è molto furbo”. Con queste parole si è decretata definitivamente la condanna a morte del Dr. Calvi.
Dopo che finii di raccontare al Dr. Borsellino tutto ciò che mi era stato riferito sulle cinque Entità e dopo avergli dato la mia parola che avrei firmato tutto quanto sarebbe stato messo a verbale, gli dissi anche queste parole: "Dottore mio, mi creda, ho toccato con queste mani e ho visto con questi occhi la sua condanna a morte! Ma io le devo dire ancora di più. Quando il mio Capo Assoluto Messina Denaro Francesco, unitamente al suo Riservatissimo Uomo di Fiducia, mi hanno dato l’incarico di tenermi pronto per ucciderla, hanno anche detto che di questo “Borsalino” (così la chiamano) non sarebbe dovuto rimanere niente, neanche le sue idee. Lei deve morire e basta. E non deve morire solo per il danno che lei ha causato a Cosa Nostra (per questo si era deciso di aspettare il momento giusto), ma deve morire subito, in quanto non le si deve dare la possibilità di causare un danno irreparabile al cuore di Cosa Nostra e al cuore dei nostri fratelli alleati. Messina Denaro Francesco mi disse anche che, da informazioni sicure, era venuto a conoscenza che “questo Borsalino” sta costruendo una solida base con appoggi personali e segreti insieme con il suo Sostituto Ingroia. Mi disse di essere sicuro che a lei Ingroia sta particolarmente a cuore, che ne vuole fare il suo braccio destro e che con lui attaccherà come un pazzo. Mi disse apertamente: dobbiamo distruggerlo!".
Ricordo che, per la sicurezza del Dr. Ingroia, il Dr. Borsellino non voleva che io dicessi mai a verbale il suo nome.
U ZU MICHELE E IL SAIO
Ricordo che subito dopo aver ricevuto l'incarico di uccidere il Dr. Borsellino, Messina Denaro Francesco mi disse: “Lo sai? Lo zio Michele ha un brutto male e sta per morire. Ha mandato a dire che prima di morire avrebbe il desiderio di vederti. Fai di tutto per andarlo a trovare”.
Mi rendo subito conto che se un uomo d'onore si lascia vincere dai sentimenti, questo è segno di debolezza. Mi era stato infatti insegnato che mai il sentimento deve prevalere sulla ragione.
Dopo aver salutato Messina Denaro Francesco e il suo uomo di grande fiducia, mentalmente mi preparo un piano per andare subito a Milano. Voglio assolutamente abbracciare per l'ultima volta "u zu Michele”. E' in realtà la prima volta che prevale dentro di me un grande affetto e quasi un amore verso questa persona. Mi viene subito in mente la relazione clandestina che ho avuto con sua figlia.
Lui, secondo le regole di Cosa Nostra, avrebbe avuto tutto il diritto di uccidermi. Provo addirittura un sentimento di profonda colpa per averlo fatto soffrire.
Ma in quel momento me ne fotto della ragione, della mia debolezza e delle regole di Cosa Nostra. Come ero solito fare quando dovevo viaggiare in treno, mi travesto da monaco, mi armo di crocifisso, rosario e Bibbia, senza dimenticare la pistola automatica con due caricatori. Poi prendo il treno e arrivo a Milano. Devo dire che quella di travestirmi da monaco era diventata un po' una tradizione. Avevo imparato molto bene la Bibbia, soprattutto il Vangelo di Giovanni e gli Atti degli Apostoli. Durante il viaggio ero solito dare benedizioni alla gente e recitavo il rosario insieme a loro. Erano convinti di avere davanti un monaco vero. Io, dentro di me, mi facevo delle grandi risate scambiando il sacro per il profano.
Questa volta però non fu come in precedenza. Non recitai rosari e né diedi benedizioni. Pregai da solo per quasi tutto il viaggio. Le mie preghiere erano sincere e chiesi perdono a Dio in quanto indossavo indegnamente una veste sacra che non mi apparteneva. Feci il voto che, se Dio mi avesse fatto abbracciare “u zu Michele” ancora in vita o, nel caso dovesse morire, l'avesse fatto morire senza soffrire, non avrei mai più portato la tunica da monaco. Quando arrivo davanti alla casa di “u zu Michele”, la porta mi viene aperta da sua figlia. Erano trascorsi dieci anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. Potete capire il mio stato d'animo in quel momento. Abbiamo pianto insieme per l'uomo che avrebbe avuto il diritto di ucciderci e non ci ha ucciso, trasgredendo una regola fondamentale di Cosa Nostra. Un uomo d'onore ha infatti il diritto e anzi il dovere di uccidere anche il proprio figlio o figlia se questi gli tocca o gli offende l'onore. Abbiamo pianto per l'uomo che ci aveva costretto a dividerci, ma che prima di morire ci ha costretto ad abbracciarci davanti a lui.
Ricordo ancora le sue parole.
Mi dispiace che il vostro amore sia impossibile. Sappiate che io vi ho perdonato!
Era veramente un uomo d'onore. L'ho abbracciato calorosamente e me lo sono stretto forte al petto. Gli ho baciato la mano e me ne sono andato con il cuore straziato dal dolore.
Me ne sono andato in aperta campagna e ho pianto solo per lui.
Dopo pochi giorni, è morto.
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SUA ECCELLENZA IL DR. FINOCCHIARO
 
 
Dopo l’uccisione del Dr. Falcone, il Dr Borsellino mi venne a trovare spesso cercando di tranquillizzarmi. Mi disse che da un momento all’altro sarei andato via da Palermo. Mi avrebbe messo al sicuro in una struttura protetta a Roma, cosa che poi avvenne.
Era circa la metà del mese di Giugno 1992 quando mi vennero a trovare al carcere di Palermo “Le Torri” il Dr. Natoli e S.E. l’Alto Commissario Finocchiaro, Capo dell’allora Ufficio della Protezione di Roma (dico Sua Eccellenza in quanto il Dr. Natoli lo chiamava “Eccellenza”).
In quella occasione mi ribadì quello che il Dr. Borsellino mi aveva detto, cioè di stare tranquillo perché, se tutto andava bene, in una o due settimane sarei stato messo sotto protezione a Roma. Questo incontro lo può confermare sia il Dr. Natoli che la Direttrice del carcere che era in ottimi rapporti con il Dr. Borsellino.
Non passano neanche tre giorni da questo incontro, che mi viene a trovare il Dr. Borsellino insime con l’Alto Commissario S.E. Finocchiaro. Anche questo incontro lo può confermare sia S.E. Finocchiaro che la direttrice del carcere. Il dr. Borsellino mi fa subito presente che questo incontro era e doveva rimanere segreto. Addirittura non dovevano sapere niente nemmeno il Dr. Natoli e il Dr. Lo Voi. Non perché non si fidassero, anzi. Il Dr. Borsellino mi diceva che proprio di loro due si fidava ciecamente, ma in quel momento riteneva giusto tenerli all’oscuro per la loro incolumità. Meno sapevano meglio era.
Il Dr. Borsellino mi dice: “Come tu sai, un detenuto con condanna definitiva (la mia era di sette anni) difficilmente può essere protetto fuori da una struttura carceraria. Può essere solamente protetto in una struttura carceraria dove ci sono solo collaboratori di giustizia con pene definitive. Invece un detenuto che ancora non ha una condanna definitiva passata in giudicato, se è ritenuto un collaboratore di giustizia attendibile, può accedere alla protezione dell’Alto Commissariato da uomo libero.
Vincenzo, grazie a S.E. il Dr. Finocchiaro, che si è preso a cuore la tua situazione, e anche grazie al Ministro di Grazia e Giustizia abbiamo trovato un cavillo affinché tu possa uscire dal carcere ed essere protetto da uomini che sceglierà S.E. il Dr. Finocchiaro. Ovviamente non sarai un uomo libero, ma avrai la tua libertà all’interno di qualsiasi albergo andrai e sarai protetto da dodici poliziotti che si daranno il cambio ogni sei ore, tre ogni turno. Sappi che allo Stato tu costerai tantissimi soldi e in più lo Stato ti garantirà la tua vita. Non tradire ciò che si sta facendo per te!
Vincenzo, il Dr. Finocchiaro ha voluto intervenire in prima persona perché ha le prove della tua attendibilità. Sa il pericolo che corri e sa che ti potrebbero uccidere. La sua venuta qua per me significa che posso stare tranquillo per te, in quanto sotto la Sua protezione nessuno ti toccherà. Ma è anche un mio dovere dirti che devi rispondere a tutte le domande che il Dr. Finocchiaro ti farà in quanto ne ha tutto il diritto essendo il capo dell’Alto Commissariato Antimafia. Lui ha contribuito con i suoi canali a far trovare i riscontri alle tue dichiarazioni”.
La prima domanda che il Dr. Finocchiaro mi fa è questa: “Secondo lei, chi può essere stato a fornire notizie così riservate che sapeva soltanto il Dr. Borsellino? Come è possibile che un giornale serio come il Corriere della Sera si dica certo che Lei è al corrente di certi misteri, peraltro abbondantemente riscontrati, e che solo il Dr. Borsellino e pochissime persone sapevano? C'è un'altra domanda che vorrei farle e che il Dr. Borsellino sicuramente non le ha mai fatto, ma che ritengo molto importante. La domanda è questa. Qualcuno pensa, e ne sono quasi convinti, che lei e Michele Lucchese, oltre a far parte dell’Entità di Cosa Nostra, in segreto e all'insaputa di Cosa Nostra, facevate anche parte dell’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni nel gruppo dei Servizi Segreti deviati. Risponda prima a questa domanda e poi alle altre che le ho fatto”.
Prima di rispondergli guardo il Dr. Borsellino per vedere almeno la sua espressione, ma lui subito mi dice: “Continua da dove eravamo rimasti l’altra volta. Anzi, per essere più precisi, ti dico io dove eravamo rimasti”.
Prende la sua borsa di cuoio (mi sembra di color marrone) ed estrae la solita agenda rossa dove di solito si appuntava le cose più importanti che gli dicevo.
Apre l’agenda rossa, sfoglia alcune pagine (non posso fare a meno di notare che le pagine erano piene della sua scrittura) e mi dice: “Ecco cosa mi hai detto l’ultima volta. Tramite il Lucchese sono venuto a conoscenza che all’interno dei Servizi Segreti deviati e all’insaputa del Triumvirato con a Capo l’On. Miceli, si era formata una corrente di uomini che osteggiavano totalmente sia l’On. Miceli che il suo braccio destro. Questi uomini erano fedelissimi non a Miceli e neanche al suo braccio destro, ma erano fedelissimi al terzo rappresentante del Triumvirato, che voleva prendere il posto dell’On. Miceli e sostituire con uomo di fiducia il braccio desto di Miceli. Ricordo anche che il Lucchese mi disse che questo rappresentante del Triumvirato era siciliano. Questo è quanto mi hai raccontato la volta scorsa.Adesso puoi continuare”.
Mi giro a guardare il Dr. Finocchiaro e mi rivolgo a lui con queste parole: “Se qualcuno pensa che io e Michele Lucchese, all’insaputa di Cosa Nostra facevamo anche parte dei Servizi Segreti deviati Le rispondo subito no! Però, riguardo al fatto che eravamo in contatto con alcuni uomini dei Servizi Segreti deviati che osteggiavano l’On. Miceli e il suo braccio destro le dico sì! Tre di questi uomini erano quelli che ci hanno accompagnati alla tenuta di Latina. Messina Denaro Francesco dato le direttive a Lucchese Michele affinché questi si mettessero in contatto con alcuni uomini dei Servizi Segreti deviati e gli ha ordinato di riferire soltanto a lui tutto ciò che gli dicevano o che facevano. Tutto ciò era così segreto e delicato che neanche i migliori uomini della nostra famiglia dovevano esserne al corrente. Messina Denaro Francesco ha autorizzato Lucchese a servirsi solo di me e a farsi accompagnare da me quando lo riteneva opportuno. Questa scelta Messina Denaro Francesco l’ha fatta, così mi disse Lucchese, per prima cosa perché ero sempre vicino e in ottima sintonia con Lucchese. Secondo: perché facevo bene il mio lavoro dentro la dogana dell’aeroporto. Terzo: perché gli sono piaciuto tantissimo quando ho ucciso alla tenuta di Latina uno dei sequestrati. Quarto: perché mi ha cresciuto fin da bambino. Non si era mai dimenticato che all’età di sedici anni, per difendere suo figlio Matteo che era stato picchiato da alcuni ragazzi più grandi di lui, io sono intervenuto. Ma, siccome quelli erano in tre, mi hanno massacrato di botte e u zu Ciccio con tenerezza mi ha curato le ferite e dopo mi ha dato anche dei soldi.
Messina Denaro Francesco ha avuto l’ordine di dare l’incarico a Lucchese direttamente da Provenzano. Infatti Lucchese era nella posizione giusta, faceva parte della Loggia Massonica oltre ad avere dimostrato abilità nel tenere bene contatti delicati e segreti. Lucchese mi confidò anche che dalle parole di Messina Denaro Francesco aveva capito o intuito che forse neanche Totò Riina era al corrente della trama segreta che si stava tessendo per danneggiare e sostituire l’On. Miceli.
Provenzano si poteva permettere di tenere all’oscuro Totò Riina in quanto aveva le spalle coperte dal Triumvirato della Super Commissione. Questa, in precedenza, aveva contribuito e aiutato segretamente Provenzano a distruggere il Triumvirato dell’Entità di Cosa Nostra, rappresentato da Bontade, Badalamenti e Luciano Liggio, che a sua volta si faceva rappresentare da Provenzano e Riina. Se Totò Riina è stato messo all’oscuro, è stato perché stravedeva per l’On. Miceli”.
Mentre io parlavo, notavo che il Dr. Borsellino prendeva appunti nella sua agenda rossa.
Invece, per quanto riguarda il fatto di chi ha potuto fornire le notizie riservate al Corriere della Sera, lascio a Voi ogni giudizio e ogni deduzione”.
Il Dr. Finocchiaro mi guarda e mi dice: “Benissimo!Sig. Calcara, siccome ci sono tutti i presupposti e i validi motivi, Le comunico che Lei è il primo a potere uscire dal carcere con una condanna passata in giudicato. Per Lei si è approvata una specie di legge che nessuno può osteggiare. Le assicuro che Lei a giorni sarà a Roma!”.
A quel punto il Dr. Borsellino si rivolge a me dicendomi: “Adesso rilassati un po'. Poi, più tardi, verrò a trovarti insieme al Dr. Natoli e al Dr. Lo Voi e metterai a verbale tutto ciò che hai detto. Ma forse prima si organizzerà di andare nel posto dove hai seppellito il Turco”.
In quella circostanza vengo a conoscenza che l’On. Vizzini era a Palermo e doveva ricevere dal Dr. Borsellino dei documenti. Veniva di proposito a trovare il Dr. Borsellino (non ricordo se a casa o in Procura) anche per consegnargli alcuni documenti, compresa una relazione riguardante il mio caso e altro. Per quanto ne so, tutto ciò era importante a livello politico. Se non ricordo male, quel giorno stesso, anche il Dr. Finocchiaro si doveva incontrare con l’On. Vizzini e sono sicuro che questo si possa riscontrare.
Dopo la morte del Dr. Borsellino, vengo convocato da S.E. Finocchiaro nel suo ufficio a Roma. Mi dice che aveva avuto l’idea di farmi fare una intervista in onore del Dr. Borsellino e che aveva già contattato i giornalisti di Famiglia Cristiana.
Per fare una cosa veloce, mi sono permesso di scrivere in questo foglio ciò che Lei dovrebbe dire ai giornalisti e, conoscendola bene, sono sicuro che Lei lo condividerà.Certe cose, mi creda, non vale la pena che si dicano”.
Ho letto ciò che aveva scritto e su quello ho sostenuto l’intervista.
Questa intervista a Famiglia Cristiana, dove si citava la morte annunciata del Dr. Borsellino, è stata fatta nel mese di Luglio-​​Agosto 1992. Purtroppo l'ho letta, ma ne ho smarrito la copia.
Il giorno dell'intervista a Famiglia Cristiana sono stato per diverse ore con il Dr. Finocchiaro e con lui ho parlato tanto del Dr. Borsellino, ma anche dei Servizi Segreti deviati. Ricordo anche che, dopo aver concluso l’intervista, si è aperta la porta ed è entrato l’On. Vizzini. Le sue parole sono state queste: “Scusa di questa visita improvvisa, ti ho fatto chiamare ma tu non rispondevi e allora ho pensato di salire”. Ho notato che si davano del “tu”.
Il Dr Finocchiaro gli rispose: “Hai fatto bene”.
Poi rivolto a me mi disse: “Sig. Calcara, Le presento una persona alla quale il Dr. Borsellino voleva tanto bene, l’On. Vizzini”.
Io rispondo: “Mi ricordo benissimo quando il Dr. Borsellino mi disse che si doveva incontrare con Lei per darle dei documenti”.
Dopo pochi mesi da questo incontro il Dr. Finocchiaro è stato nominato dal Governo Capo dei Servizi Segreti Italiani.
L'INSEGNAMENTO DI PAOLO
 
 
Quando, il 23 maggio 1992, sentii in televisione la notizia della strage ai danni del Dr. Falcone, fu come se toccassi con mano la forza devastante di Cosa Nostra. Ricordo che la paura prese veramente il sopravvento su di me facendomi scaraventare al muro il televisore.
Pochi giorni dopo, il Dr. Borsellino mi viene a trovare e, dopo aver ascoltato quello che avevo da dire, si alza in piedi, si accende una sigaretta e inizia a parlarmi con queste parole: “In questo momento non è il tuo capo che ti parla, ma un giudice che servirà fedelmente lo Stato e la società civile fino all’ultimo momentoPagherei qualunque cosa pur di poter dire in faccia a questi cosiddetti capi che la decisione che hanno preso di uccidere il mio amico Giovanni Falcone non è altro che una decisione ignobile, partorita da una mente ancora più ignobile! Non hanno nemmeno rispettato l’unica regola d'onore che gli era rimasta, quella di non uccidere le Donne. Non le femmine, le Donne! Meritano veramente disprezzo. Questi uomini, se così si possono definire, non rappresentano e non sono figli di una potente e nobile Idea, ma rappresentano e sono figli di una debole, ignobile e malata idea del male, racchiusa nell’illusione di valori ignobili, che entrano nella loro mente malata di uomini infami. Essi non conoscono né l’onore né quei grandi valori che stavano dietro al mio amico Giovanni Falcone e alla sua Donna, che ha avuto solo la colpa di seguire il suo uomo!”.
Parlava con una tale rabbia in corpo: “Ma io non gli darò la possibilità di uccidere la mia Donna, non glielo permetterò mai. Ti dico anche che loro possono uccidere il mio corpo fisico. E di questo sono ben cosciente. Ma sono ancora più cosciente che non potranno uccidere le mie idee e tutto ciò a cui credo! Questi infami si erano illusi che, uccidendo il mio amico Giovanni, avrebbero anche ucciso le sue idee e quel grande patrimonio di valori che stava dietro di Lui. Ma si sono sbagliati, perché il mio amico Giovanni tutto ciò che amava e onorava, lo amava così profondamente da legarselo nel suo animo, rendendolo dunque immortale.
Giuro che le parole del Dr. Borsellino erano così potenti e piene di vibrazioni, che facevano tremare il pavimento. Erano così forti che non riuscivo a guardarlo negli occhi, quegli occhi scintillanti e pieni di rabbia. Era chiaro che il dolore di questo nobile uomo era fortissimo. Questo dolore io lo vivo anche in questo momento e non riesco a contenerlo. Non è un dolore normale. E' un dolore puro e nobile. Ma siccome io non ho niente di nobile, faccio fatica a contenere questo dolore. Sono convinto che questo nobile sentimento di dolore non appartenga a me: io non ne sono degno. Appartiene invece alle persone che lui amava profondamente e in primis alla moglie, ai figli e anche alle nipotine che non ha conosciuto e che io indegnamente ho avuto modo di incontrare: ho persino baciato la sua prima nipotina Agnese. Ma insieme a questo sentimento di dolore c’era anche un sentimento di coraggio, permeato da vibrazioni positive che Lui mi ha trasmesso e che io voglio trasmettere alle sue nipotine Lucia, Vittoria, Merope.
A tutte le persone che il Dr. Borsellino amava profondamente, compreso le donne e gli uomini della società civile, io dico che nessuno può uccidere la Verità! Soprattutto quando la Verità è legata al proprio animo. Che me ne faccio di questa vita che io amo, se non onoro la Verità che appartiene alla vita? Il Dr. Borsellino, con il suo esempio, mi ha insegnato che un uomo deve amare la vita dopo che ha imparato ad amare ciò che sta oltre la vita!
Mi sembra di sentire ancora la sue parole mentre mi spiegava che in qualunque struttura umana esiste il bene e il male. I santi e i diavoli. E che ognuno di noi deve far riemergere quella scintilla divina che ogni uomo ha in sé. E che comunque alla fine il bene trionferà sul male, perché questa è una volontà e una legge divina che nessuna forza del male potrà fermare. Siccome io credo nella coscienza dell’uomo e in quella scintilla divina e so con certezza che non si può mentire alla propria coscienza, desidero veramente che le sensazioni belle che mi dava il Dr. Borsellino in vita e che mi dà anche adesso dal cielo le possa anche provare chi si spacciava o si spaccia per suo amico, ma che invece lo ha abbandonato al suo destino, se non addirittura tradito. Sono sicuro che queste persone, prima o poi, verseranno lacrime di pentimento.
Io ho visto con i miei occhi l’odio che Cosa Nostra e tutte quelle Entità collegate a Cosa Nostra nutrivano nei confronti del Dr. Borsellino. Queste Entità, come ho avuto modo di spiegare, sono racchiuse in una unica, grande Idea del male. Ma io non ho visto solo l'odio. Ho visto anche la paura, la preoccupazione che questa forza del male aveva nei confronti del Dr. Borsellino. Per cui vi dico, e lo dico per cognizione diretta, che questa Idea del male non è invincibile. C’è la prova che ha avuto paura di un uomo della società civile e quindi è vulnerabile. Il punto debole di questa Idea del male è la paura che ha verso uomini pieni di coraggio e di valori.
Lo Stato e la società civile non possono permettere che verità ignobili e infami siano nascoste sotto la nostra nobile bandiera. Una verità ignobile non può stare sotto la bandiera accanto alla Verità nobile. Come non ci si può permettere di far passare un diavolo per un santo. Solamente una Verità nobile può essere nascosta sotto la bandiera, poiché è lei stessa la bandiera nobile, per la quale nobile sangue è stato versato. Viceversa, una verità ignobile può solo stare sotto e a fianco della bandiera ignobile di Cosa Nostra e di tutte quelle Entità collegate a Cosa Nostra. Solo chi è vigliacco e ha paura è degno di stare a fianco di una verità ignobile e una bandiera ignobile. Verità e bandiera ignobili non possono sventolare sotto il sole come se fossero nobili. Così come uomini di potere e uomini delle Istituzioni, se sono ignobili, non possono e non devono stare a fianco di uomini puliti che servono e garantiscono lo Stato e la società civile. Altrimenti è come se rubassero il sacro e lo mischiassero con il profano. E mi fermo qua.
Sono trascorsi quattordici anni e ancora il sangue innocente del Dr. Borsellino grida giustizia e Verità. Ma non solo. Anche il sangue innocente di altri uomini, uccisi da questa Idea del male, grida giustizia e Verità.
Il Dr. Borsellino era solito dirmi: “Vincenzo, quando vado via, se ti senti nervoso o agitato, fatti una preghiera. Vedrai che ti sentirai meglio”.
Io allora una volta gli risposi: “Dottore, adesso mi vado a confessare dal Vescovo Marcinkus e dal suo capo, il Cardinale, quelli che hanno riciclato i miliardi di Cosa Nostra!
Il Dr. Borsellino mi riprese: “Non generalizzare. Ci sono anche tanti Vescovi e Cardinali buoni, nelle cui mani si può mettere la propria vita. Certamente non darò a nessuno la possibilità di infangare tutta la Chiesa! Un persona d’onore difende e dice sempre la verità senza paura. Vincenzo, fatti la barba. Ricordati che la dignità di una persona passa anche attraverso l’aspetto fisico. Prendi una cassetta di musica classica e rilassiamoci un po'”.
Allora io tirai fuori le mie cassette e ci rilassammo fumando una sigaretta insieme. Queste cassette di musica classica mi sono state sequestrate quando fui arrestato, ma lui si interessò a farmele riavere. Ricordo che le avevo comprate in un negozio non lontano dal Teatro dell’Opera di Roma, quando ero latitante e travestito da monaco. Quando ho detto alla signora del negozio “La pace sia con voi”, insieme a una bella benedizione, mi ha fatto lo sconto e regalato pure altre cassette!
Un'altra volta il Dr. Borsellino mi disse: “Sono sicuro che tu, piano piano, ti spoglierai e uscirai fuori da tutta quella cultura di morte che ti hanno trasmesso. Se tu vuoi, ce la puoi fare. Basta volerlo. Non sentirti un infame, gli infami sono loro. Io sono un servitore dello Stato e sono contento di fare il mio dovere fino in fondo. Quando una persona collabora con la giustizia, come tu stai facendo, sono felice, perché sicuramente si toglierà qualche mela marcia in mezzo alla società civile. Ma sappi che io non mi fiderò mai di un uomo d’onore che collabora per convenienza e nello stesso tempo gli rimane la mentalità e la cultura mafiosa.
Viceversa, se il pentimento è veramente interiore, allora sì che è apprezzata e creduta la sua collaborazione con la giustizia. Vincenzo, promettimi che non mi farai pentire del pensiero bello che ho avuto per te. Oggi sono andato da mia madre e da mia sorella. Dopo pochi minuti che ero là, ho avuto il pensiero di venirmi a fumare una sigaretta con te e farti un po’ di compagnia”.
Era un uomo veramente speciale!
Voglio ricordare un altro episodio per me particolarmente significativo. Una volta lo feci arrabbiare, perché mi scappò una frase meschina riguardo ai suoi sostituti. Quando mi sentì dire quelle parole, ricordo che cambiò immediatamente espressione di viso e mi disse: “Ma come ti permetti di parlare così? Che razza di uomo sei? Hai dimostrato di essere un meschino! Tu ti preoccupi per me solo per salvare la tua vita, solo per la tua convenienza. La paura non ti fa ragionare: vergognati! Se non fossi qui nella veste di magistrato ti darei tanti di quei schiaffoni! Ma col pensiero è come se te li avessi dati”.
Chiamò la guardia, si fece aprire e se ne andò senza neanche salutarmi. Mi sentivo un verme, ero davvero mortificato. Provavo dentro di me un profondo sentimento di colpa, perché avevo capito che con le mie stupide parole lo avevo fatto soffrire. Mi ricordai che in effetti mi aveva detto che i suoi sostituti erano come i suoi secondi figli.

Già ero entrato nella convinzione di avere perso l’affetto e la stima del Dr. Borsellino. Ma non fu così. Dopo neanche un paio d’ore si apre la porta e vedo Lui che, come al solito, dice alla guardia di lasciarlo solo con me. Ricordo e sento ancora le belle vibrazioni che ho provato nel momento in cui lo vidi.
 

Mi disse: “Mi dispiace di essere stato severo con te, ma sappi che le parole che mi hai detto avrebbero fatto arrabbiare anche un santo!”.

E, facendomi un sorriso, aggiunse: “io non sono un santo. Sono un essere umano che ha sangue nelle vene”.
Come al solito, era stato comprensivo e affettuoso.
Poi, andandosene, mi salutò così: “Vincenzo, non ti preoccupare per me. Sappi che è bello morire per le cose in cui si crede”.
Gli risposi: “Dottore, queste parole le farò sicuramente mie. Ci può contare”.
Non è facile per me ripensare a tutto il tempo che ho trascorso insieme al Dr. Borsellino senza provare una profonda nostalgia. Quanto vorrei che fosse ancora in vita! Come non vorrei essere qui a parlare di Lui! Pur di averlo vivo, avrei voluto essere suo nemico ed essere da Lui umiliato e sconfitto. Pur di averlo vivo, avrei preferito non assaporare le gioe che mi hanno dato queste quattro figlie che sono venute al mondo dopo la sua morte. Purtroppo il Dr. Borsellino fisicamente non c’è più. Ma io dico che il Dr. Borsellino è vivo più che mai. Il Dr. Borsellino era più di un vaso pregiato. Il Dr. Borsellino era un uomo. Le forze del male lo hanno distrutto fisicamente, ma non hanno potuto distruggere la sua anima, le sue idee, i suoi valori, la sua nobiltà e tutto ciò di bello che c’era in Lui.
Devo dire che questo grande uomo ha cambiato veramente la mia vita. Dentro di me non sento più il sentimento di odio, di vendetta e neppure il desiderio di fare del male. Cerco di mettere in atto tutti quei valori che mi ha insegnato e tutte le cose belle che mi ha trasmesso in quei momenti difficili, sia per Lui che per me. Sono sicuro che, con il suo sacrificio, tante coscienze sono state toccate.
 EPILOGO
 
Nel 2001, subito dopo aver scontato il debito con la giustizia ed essere diventato finalmente un libero cittadino, provai il forte desiderio di andare a visitare la tomba del Dr. Borsellino.
Senza pensarci due volte, partii per Palermo presentandomi al Centro Borsellino insieme alla mia compagna e alle mie quattro bambine. Lì sentivo veramente la Sua presenza! La sua grande anima era lì. Mi sembrava di toccarla con le mani. Dissi a Padre Bucaro che non sarei andato via da Palermo se non mi avesse portato a visitare la Sua tomba. Volevo ad ogni costo onorare la grande anima del Dr. Borsellino portando l’innocenza di quattro bambini con il dono di fiori e orchidee. Non avevo mai dimenticato quella volta in cui mi disse: “Ho fatto di tutto, ma tua moglie e le tue figlie ti hanno rinnegato. Vedrai che ti farai una vita e una nuova famiglia”.
Ricordo ancora l’entusiasmo dei miei figli che litigavano tra di loro per mettere i fiori più belli a Nonno Paolo, perché così l’ho voluto presentare agli occhi dell’innocenza. Il mio cuore non aveva mai pianto di gioia come quella volta.
Ma la cosa che mi ha toccato moltissimo è stato il gesto nobile della signora Agnese.
Mi disse: “Tu hai avuto il desiderio di visitare la tomba di mio marito. Adesso anch’io ho un desiderio”. E mi diede l’onore di visitare il villino di Villagrazia, quello da cui partì Paolo il 19 luglio 1992 per recarsi in Via D'Amelio, il giorno della strage. Non riesco veramente a esprimere a parole le vibrazioni belle e positive che ho provato in quel luogo. Mi sento di dire con profonda umiltà e cuore aperto che tutti proverebbero queste belle sensazioni. Chiesi a Donna Agnese il luogo dove il Dr. Borsellino preferiva stare e me lo ha indicato. Anche lì provai bellissime sensazioni. Sentivo veramente la sua presenza.
Posso dire che i valori e le cose belle che ho visto nel Dr. Borsellino li ho visti anche in Donna Agnese e nei suoi figli. Veramente una famiglia speciale, che ha partecipato a tutto quanto ha fatto il Dr. Borsellino, condividendone le scelte e sapendo a cosa sarebbero andati incontro, senza tirarsi indietro, proprio per l’amore che nutrivano verso questa società che volevano cambiare. Dopo la morte del loro caro sono rimasti una famiglia discreta, cercando giorno per giorno di fare del bene senza troppa pubblicità. Ho potuto verificare personalmente l'azione quotidiana dei ragazzi del Centro Borsellino. Anche questo è un altro segno della scelta cristiana e umana che questa famiglia speciale fa con grande riserbo e con grande delicatezza.
E’ solo grazie a questa famiglia unica e speciale se sono riuscito a sopravvivere sino ad oggi insieme alla mia compagna e alle mie quattro bambine. Ma soprattutto grazie a Donna Agnese, che in questi anni mi ha aiutato a sradicare gli ultimi residui di male che c’erano ancora dentro di me.

http://​www​.19luglio1992​.com/​i​n​d​e​x​.​p​h​p​?​o​p​t​i​o​n​=​c​o​m​_​c​o​n​t​e​n​t​&​a​m​p​;​v​i​e​w​=​a​r​t​i​c​l​e​&​a​m​p​;​i​d​=​663

 
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Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’

Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’

 
 
La verità è che i capi della ndrangheta sono tutti massoni (la cosiddetta “santa”) e trovano grande ospitalità presso i “fratelli” del nord, per questo la presenza della mafia al nord non preoccupa le autorità…
di Claudio Metallo e Antonello Mangano – 31 marzo 2010
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra.
Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.
Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.
Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-​​Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.
Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.
SE SEI NERO CAMBIA TUTTO
La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/​2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-​​Bruzzaniti-​​Palamara, Farao-​​Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-​​Condello-​​Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-​​Macrì, Papalia-​​Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-​​Mollica.
Il paese dove si sono insediati i Papalia-​​Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-​​sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.
LA MAFIA NON ESISTE
Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.
Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-​​roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).
Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.
LEGGI CRIMINOGENE
E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.
La Bossi-​​Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.
La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.
Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.
Tratto da: terrelibere​.org

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Blog di Beppe Grillo – Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano

Blog di Beppe Grillo – Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano

Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano. La mafia è stato il braccio, altri lo hanno armato. Il numero di testimonianze, di pentiti, di indizi che, regolarmente, indicano nella politica e nell’imprenditoria l’origine dei delitti di Capaci e di via D’Amelio potrebbero riempire intere enciclopedie. Cui prodest? Alla mafia non sembra, da Riina, a Brusca, ai fratelli Graviano il delitto Borsellino è costato il carcere a vita. I giudici al cimitero e i mafiosi in carcere. E gli altri? I mandanti dove sono? Nessun politico, deputato, senatore, ministro è finito in galera per i due omicidi più eccellenti della Repubblica. Eppure i loro nomi emergono senza sosta, come l’acqua da un catino bucato, una verità che non si può fermare. Troppi ne sono a conoscenza e troppo pochi ne hanno goduto i benefici. Alfio Caruso spiega nel suo recente e inquietante libro: “Milano ordina: uccidete Borsellino” le connessioni tra imprenditori rispettati del Nord e capitali di sangue della mafia e la corsa contro il tempo di Borsellino.
Il gemellaggio Milano-​​Palermo
Mi chiamo Alfio Caruso e ho scritto un libro che si intitola: “Milano ordina uccidete Borsellino” in cui si racconta come la strage di Via d’Amelio nella quale morirono il Procuratore aggiunto di Palermo e 5 poliziotti di scorta sia strettamente collegata alla strage di Capaci in cui furono sterminati Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti di scorta e tutte e due queste mattanze vennero preordinate e compiute per impedire a Falcone e a Borsellino di puntare a Milanoperché Falcone aveva capito e aveva quindi trasmesso a Borsellino questa sua idea, che la grande mafia siciliana faceva sì gli affari e i soldi in Sicilia e nel resto del mondo, ma poi investiva i propri capitali e li moltiplicava grazie a una rete di insospettabili soci e alleati che aveva a Milano.
Falcone viene ucciso poche settimane dopo aver pronunciato una frase fatidica: “la mafia è entrata in Borsa” e non era la prima volta che Falcone lo affermava, l’aveva già detto nel 1984 quando si era accorto che uno dei principali boss mafiosi rinviati a giudizio nel maxiprocesso, Salvatore Buscemi, il capo mandamento di Passo di Rigano e dell’Uditore, per evitare che la propria società di calcestruzzi, che si chiamava Anonima Calcestruzzi Palermo fosse confiscata, aveva creato una vendita fittizia alla Ferruzzi Holding e quindi da quel momento incomincia una ragnatela di intensi rapporti tra il Buscemi e la Ferruzzi Holding che fa sì che da un lato la Ferruzzi abbia il monopolio del calcestruzzo in Sicilia, e dall’altro lato sia i Buscemi sia altre famiglie mafiose riescono a riciclare con le banche e le finanziarie nei paradisi fiscali miliardi su miliardi.
Ma Falcone aveva anche ripetuto paradossalmente la frase: “la mafia è entrata in Borsa” in un convegno del 1991 a Castel Utveggio, di cui avrete sentito parlare e che forse oltre a ospitare una base clandestina del SIS (Servizio segreto civile), forse è stato il luogo da cui hanno azionato il telecomando per far esplodere il tritolo in Via d’Amelio.
Falcone aveva deciso di puntare su Milano e di su tutte le connessioni che ormai lui conosceva e ovviamente è lecito pensare che avesse messo a parte di questo progetto l’amico del cuore, il fratello di tutte le sue battaglie, che era Paolo Borsellino, conseguentemente un minuto dopo la strage di Capaci l’altro obiettivo da colpire è Paolo Borsellino.
Paolo Borsellino e i legami tra imprese del Nord e la mafia
Borsellino in quei 53 giorni che lo separano dalla sua sorte, si era dato molto da fare, aveva compiuto dei passi che avevano inquietato i suoi carnefici, perché Borsellino il 25 giugno incontra segretamente il colonnello dei Carabinieri Mori e il capitano De Donno, in una caserma a Palermo e chiede a loro notizie particolareggiate sul dossier che avevano da poco consegnato alla Procura di Palermo che si chiamava: “Mafia e appaltie in questo dossier figuravano i rapporti che erano stati ricostruiti, ma chiede anche conto di un’altra inchiesta condotta dal Ros dei Carabinieri a Milano, quella che va sotto il nome di: “Duomo connection” e che aveva visto l’esordio, se vogliamo, sulle scene nel mitico Capitano Ultimo, l’allora Capitano De Sapio e era stata un’inchiesta condotta da Ilda Boccassini. Quest’ultima aveva anche parlato a Falcone perché tra i due c’era un grande rapporto professionale di stima e di affetto.
Quindi Borsellino chiede ai Ros di entrare a conoscenza di ogni dettaglio, ma Borsellino aveva capito che la regia unica degli appalti italiani era Palermo e ce lo racconta Di Pietro, perché Borsellino, rivela a Di Pietro che è vero che Milano è tangentopoli, la città delle tangenti, ma gli dice anche che esiste una cabina unica di regia per tutti gli appalti in Italia e questa cabina unica di regia è in Sicilia.
Il 29 giugno del 1992, il giorno di San Pietro e San Paolo, il giorno in cui Borsellino festeggiava l’onomastico, riceve a casa sua Fabio Salomone che è un giovane sostituto procuratore di Agrigento che ha molto collaborato sia con lui, sia con Falcone in parecchie indagini, si chiudono nello studio, addirittura Borsellino fa uscire il giovane Ingroia che era il suo pupillo, il suo allievo prediletto, con Ingroia era stato già a Marsala dove Borsellino aveva svolto le funzioni di Procuratore Capo. Si chiude nello studio con Salomone e parlano di tante cose, noi abbiamo soltanto ovviamente la versione di Salomone, crediamo a lui che dice che avevano parlato delle inchieste in corso, però Salomone è anche il fratello di Filippo Salomone che scopriremo essere il re degli appalti in Sicilia e grande amico di Pacini Battaglia, il re degli appalti in tutta Italia e uno dei grandi imputati di tangentopoli.
Quindi Borsellino cominciava a diventare una presenza sempre più inquietante, per coloro che avevano impedito a Falcone di arrivare a Milano e adesso dovevano impedirlo a Borsellino. Quel giorno Borsellino dà anche un’intervista a Gianluca Di Feo, inviato de Il Corriere della Sera e spiega a Di Feo l’importanza di un arresto compiuto poche settimane prima a Milano, quello di Pino Lottusi, titolare di una finanziaria, che per 10 anni aveva riciclato il danaro sporco di tutte le congreghe malavitose del pianeta.
Borsellino dice a Di Feo: Lottusi ha gestito il principale business interplanetario degli anni 80, facile immaginare quale possa essere stata la reazione di quanti, il 30 giugno, leggendo quell’intervista a Milano, avevano avuto un’ulteriore conferma sulla intelligenza da parte di Borsellino di quanto era in atto e di quanto era soprattutto avvenuto, perché poi scopriremo che le società di Lottusi erano molto collegate e in affari con una multinazionale, con una grande casa farmaceutica, con un famosissimo finanziere e anche con alcuni uomini politici.
Milano ordina: “Uccidete Borsellino”
Borsellino è pronto per portare a compimento l’opera di Falcone, però Borsellino sa, come racconta lui stesso alla moglie e a un amico fidato in quei giorni, che è arrivato il tritolo per lui. Sa che la sua è una corsa contro la morte, spera soltanto di poter fare in fretta, ma non gli lasceranno questo tempo. Quello che oggi sappiamo stava già scritto da anni in anni in inchieste, in atti di tribunali, in sentenze di rinvio a giudizio, in testimonianze rese in Tribunale, mancavano soltanto dei tasselli utili per completare questo mosaicoe questi tasselli sono stati forniti dalle dichiarazioni di Spatuzza, quest’ultimo cosa si racconta? Ci racconta che lui ha rubato la 126 che poi fu imbottita di tritolo e l’ha consegnata al capo del suo mandamento che si chiamava Mangano, un omonimo di Vittorio Mangano, questo si chiama Nino Mangano e c’era con Mangano un estraneo e per di più poi Spatuzza ci dice che in 18 anni nessuno ha mai saputo dentro Cosa Nostra, chi azionò il telecomando della strage in Via d’Amelio e dove era situato l’uomo con il telecomando in mano.
Spatuzza ci ha anche raccontato che era tutto pronto per uccidere Falcone a Roma, che lui aveva portato le armi, che la mafia, facendo la posta a Falcone, era andata a Roma, lo squadrone dei killer con Messina Danaro, Grigoli, lo stesso Spatuzza, avevano scoperto che Falcone andava da solo, disarmato ogni sera a cena in un ristorante di Campo dei Fiori, La Carbonaia e quindi sarebbe stato facilissimo coglierlo alla sprovvista, ma poi Riina aveva stabilito che bisognasse uccidere Falcone, come dice Provenzano, bisognava montare quel popò di spettacolino a Capaci. Riina sapeva benissimo che la mafia avrebbe avuto un contraccolpo micidiale dopo un attentato eversivo come quello di Capaci, però evidentemente convinto di poter riscuotere un incasso superiore ai guasti che ne sarebbero derivati.
Lo stesso avviene per D’Amelio, è un’altra strage dal chiaro sapore eversivo, ma evidentemente viene compiuta perché i guadagni saranno superiori. Riina con la strage di via D’Amelio ha, come ha detto suo cognato Bagarella, lo stesso ruolo che ebbe Ponzio Pilato nella crocifissione del Cristo, non disse né sì né no, se ne lavò le mani, ha raccontato. Da quello che ci racconta Spatuzza possiamo immaginare che siano stati i Graviano a chiedere a Riina il permesso di compiere questa strage e i Graviano erano gli uomini legati a Milano, gli uomini della mafia che più avevano contatti e rapporti a Milano. Borsellino quindi non viene ucciso, come peraltro scrive benissimo la sentenza d’appello del Borsellino bis già nel 2002, perché salta la trattativa tra Vito Ciancimino e il Colonnello Mori perché i Carabinieri respingono inizialmente il papello proposto da Riina, quello è un falso obiettivo. Borsellino viene ucciso per impedirgli di arrivare a Milano e era lo stesso motivo per cui è stato ucciso Falcone e mi sembra che continuare a parlare del fallimento della trattativa sia soltanto l’ennesimo tentativo di nascondere i veri motivi delle due terrificanti stragi del 1992.

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Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata

Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata

 

di Antonella Randazzo – 30 marzo 2010
Barbara Rizzo Asta e i suoi due bimbi gemellini di sei anni Salvatore e Giuseppe morivano il 2 aprile 1985. Non erano loro il bersaglio dell’ordigno di potenza micidiale attivato da mani mafiose. La persona che si voleva colpire si salvò miracolosamente.
Si tratta di un giovane giudice, Carlo Palermo, che quel giorno transitava con la sua vettura tra Pizzolungo e Trapani e avvicinandosi ad una curva vede esplodere l’ordigno che avrebbe dovuto ucciderlo.
La solita regia simile a quella di Capaci e di altri terribili attentati. Ma questa strage ha qualcosa di particolare: è stata pressoché ignorata o “dimenticata” dai politici, dai media e persino negli ambienti giudiziari. Un’altra particolarità è che il magistrato condannato a morte non stava affatto conducendo indagini nel Sud Italia e si trovava a Trapani soltanto da poche settimane.
Chi è Carlo Palermo? E’ un magistrato che dopo l’attentato ha perso il senso dell’olfatto e ha avuto due infarti. Già negli anni Settanta si occupava di indagini molto scottanti, che toccavano tasti che di solito si cerca di tralasciare: i legami fra mafia e massoneria nei traffici di droga, armi, e nel riciclaggio del denaro sporco.
Palermo lavorò come giudice istruttore a Trento nel periodo che va dal 1975 al 1984, e all’inizio degli anni Ottanta si occupò di un’inchiesta sui traffici di droga, sulla mafia e sulla corruzione politica. A quel punto si attivarono diverse autorità nell’intento di bloccare l’indagine, e il giudice fu trasferito a Trapani. Quaranta giorni dopo subirà l’attentato e dopo qualche mese si trasferirà a Roma. Nel 1989 lascia la magistratura e diventa deputato.
Ma Palermo porterà sempre con sé la consapevolezza della realtà che aveva scoperto e che tutti dovrebbero capire perché sta alla base del sistema attuale, creando problemi e sofferenze nel nostro paese e non soltanto.
Per capire qual è questa realtà leggiamo le parole del giudice, dette in un’intervista a Rai Educational:
“Purtroppo certe situazioni si possono spiegare solo rendendosi conto del fatto che in Italia esistono dei segreti. Nella storia di quasi tutti gli episodi criminali più micidiali della nostra storia – quelli che hanno visto la soppressione di investigatori, di magistrati e anche di politici – vi è sempre un aspetto ‘preventivo’ che non è mai stato sufficientemente approfondito, proprio perché viene eliminato colui che è il custode dei segreti. Colui che viene ucciso è portatore e custode di carte, di documenti, di conoscenze, e solo attraverso la ricostruzione di tutto quello che si nasconde dietro l’individuo è possibile risalire agli avversari che lo hanno eliminato.
Certo si può solo constatare il dato di fatto che, ad esempio, quando venne ucciso il generale Dalla Chiesa sparirono dei documenti dalla sua cassaforte. Anche nel caso della strage di Capaci sono avvenute alterazioni, successive alla morte, di agende che erano in possesso del magistrato. Lo stesso è stato per l’agenda rossa di Borsellino, sparita dal luogo dell’attentato. Vi è sempre questo strano effetto concomitante, accanto alla eliminazione di bersagli scomodi: l’occultamento e la sparizione di carte, documenti. A distanza di trent’anni continuiamo a parlare dei documenti Moro. Dopo tanto tempo la verità su questi fatti , le verità racchiuse in qualche cassaforte, non sono ancora conosciute… La mia convinzione è che vi sia una ricorrenza periodica di fatti legati alla massoneria, dalla Seconda guerra mondiale in poi, fino alla P2 ma anche oltre. Questo dimostra che la massoneria ha costituito un punto di raccordo e di incontro di soggetti eterogenei, legati prevalentemente alla destra, i quali hanno operato per acquisire il controllo della società italiana… La massoneria è tutt’altro che una cosa nazionale, bensì una rete di rapporti internazionali. La italiana ha una sua peculiarità – legata alla presenza storica della mafia – ma la massoneria è qualcosa di molto più ampio. Aspetti come il traffico di armi e di droga, il petrolio e le guerre trovano nella massoneria un canale di comunicazione ‘naturale’… Delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o ‘lecite’ intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita. Al di là degli specifici episodi e delle responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato che legami presenti in quel torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.”13
Chi cerca di far ricordare la strage di Pizzolungo è la signora Margherita Asta, figlia della donna uccisa e sorella dei gemellini. Questa giovane donna chiede che si faccia luce sui mandanti della strage. Spiega il suo avvocato Giuseppe Gandolfo: “i processi hanno chiarito il ruolo avuto dalla mafia, ma non la commistione tra massoneria e politica”. Aggiunge la signora Asta: “Per la nostra drammatica vicenda sono state emesse dopo molti anni delle condanne. Ma queste non ricostruiscono appieno la verità. Non sono ‘tutta’ la verità purtroppo… Secondo me è così: massoneria, politica collusa, servizi segreti deviati… Nella strage di Pizzolungo c’è una miscela di tutto questo. Carlo Palermo, se si osserva su un piano storico la vicenda delle sue indagini su complesse vicende di criminalità, è stato sicuramente oggetto di una strategia omicida che andava oltre il puro fatto mafioso. Gran parte delle sue indagini il giudice Palermo le ha condotte nel Nord Italia, da Trento, toccando la vasta area grigia che si colloca tra la politica, la finanza e la mafia. Queste sono le ragioni che decretano la sua morte. Il giudice Palermo rimase a Trapani solo quaranta giorni. E in quei quaranta giorni tutto questo gran fastidio alla mafia non lo poteva dare, oggettivamente… La fase storica in cui avviene la strage di Pizzolungo è il momento in cui Carlo Palermo chiede di procedere contro il presidente del consiglio (all’epoca Bettino Craxi N.d.A.) e in cui contemporaneamente riceve violente intimidazioni. Forse è troppo scomodo parlare di questa strage; parlare di quello che Carlo Palermo stava facendo. Secondo me è questa la ragione della rimozione. Perché se si parlasse di quello che stava facendo Carlo Palermo secondo me si capirebbe la vera storia del nostro Paese. E si capirebbe anche quello che sta succedendo attualmente… Dietro la strage dei miei familiari, c’è un intreccio terribile di mafia, massoneria e politica che purtroppo è stato e resta esplosivo. Vogliamo parlare del Centro Scontrino di Trapani dove le logge coperte si mischiavano alla malavita? Del suo presidente, il gran maestro Giovanni Grimaudo, sotto posto a numerosi procedimenti penali? In Italia si processano solo i criminali di basso livello, delle connivenze di alto livello i giornali non parlano. Recentemente ho rivisto Carlo Palermo, e alla mia domanda se non fosse possibile fare qualcosa, riaprire le indagini, mi ha detto: ‘Sono ancora troppo potenti le persone che volevano la mia morte. Sono lì, in posizioni di enorme forza’”.14
Nel suo libro dal titolo Il Quarto livello, Palermo spiega che non si permette di indagare sul “quarto livello” ovvero sui rapporti fra politica, massoneria e mafia, che potrebbero svelare la vera natura su cui si basa il sistema attuale, e che personaggi di primo piano della vita politica, economica e finanziaria sono strettamente legati agli affari criminali della mafia e della massoneria.
Dietro la strage di Pizzolungo c’è questa realtà, ma si è voluto che essa fosse collegata soltanto alla mafia, per questo un magistrato che conduceva le sue indagini al Nord Italia è stato trasferito in Sicilia: la sua condanna a morte era stata decisa ma soltanto i mafiosi dovevano risultare responsabili.
Come in altre stragi, i mandanti coincidono con alcune autorità che ufficialmente alzano la propria voce per condannare i colpevoli.
13 Il grillo, Rai Educational, “Un giudice in prima linea”, 16 dicembre 1997.
14 Pinotti Ferruccio, Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007, pp. 595-​​ 598.
Tratto da: NUOVA ENERGIA NUMERO 14 – 30 MARZO 2010

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CIAO BEA, COME VA?

Stato-​​Mafia, ora si punta al IV livello

 
Leggendo quest’articolo mi è venuta una riflessione, forse un
pó estrema o forse no.
Ai funerali degli agenti di scorta di PAolo Borsellino la folla inferocita gridava alle autorità “fuori la mafia dallo stato”.
Ma alla luce di questi sviluppi forse sarebbe più appropriato gridare “fuori lo stato dalla mafia”
E la cosa è seria, non è una battuta. Leggendo la storia di Cosa Nostra di Dickie sappiamo che il fatto che la mafia fosse stata usata da alcuni poteri dello stato come “strumento di governo locale” fin dal 1870 circa, e la cosa era venuta fuori addirittura in parlamento.
Dunque la mafia è sempre stata usata da dalla politica tramite servizi segreti e forze dell’ordine come un organo “segreto” dello stato per mantenere il potere ben saldo ai politici stessi ed eliminare gli elementi di “fastidio”. Come contropartita cosa nostra ha ricevuto una larga impunità che è stata infranta in modo significativo da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed ecco dunque che questi elementi di fastidio andavano eliminati per non rompere il
giocattolo.
Il “quarto livello” è compatibile con i memoriali di Vincenzo Calcara.
Scritto da Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone
Fu Franco Restivo, ex ministro democristiano degli Interni e della Difesa, a far incontrare Don Vito Ciancimino e il misterioso personaggio legato ai Servizi segreti conosciuto col nome di “SignorFranco”. Evocato spesse volte da Massimo Ciancimino nelle aule di tribunale, nei processi dove viene ascoltato dai giudici in qualità di testimone o di imputato di reato connesso, ma non solo. Il figlio di Don Vito, quel “Signor Franco” (spesse volte Signor Carlo), lo fa giocare in un ruolo chiave nelle più intricate vicende palermitane. Dalla fine degli anni ‘70 a oggi, Franco/​Carlo entra ed esce dalle storie di mafia così come coloro che erano certamente un gradino più sotto di lui, i manovali, le “facce da mostro”. Massimo Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori ai pm siciliani, tra Palermo e Caltanissetta, che indagano su fronti diversificati, ma che tendono a intrecciarsi con una certa frequenza, racconta quanto “Franco” fosse vicino al padre in ogni momento e di come abbia seguito da vicino, dopo la scomparsa del sindaco mafioso di Palermo, passi importanti della sua stessa vita, fino al 2006. Massimo Ciancimino lo definisce un uomo che “tira i fili”, un puparo, l’unico in grado di intavolare una trattativa tra Stato e Cosa nostra perché, forse, aveva un piede su ognuna delle due sponde del fiume. Uno che con la stessa facilità entra ed esce dai palazzi più importanti del Paese. Che per comunicare passa tramite la “batteria” del Viminale, senza il timore di non essere ricevuto o ascoltato. Sembra l’immagine del famigerato “grande vecchio”, che sta dietro a ogni mistero italiano che si rispetti.
Così, mettendo assieme tutti quelli che il giornalista palermitanoSalvo Palazzolo chiamerebbe “i pezzi mancanti”, sul mistero di “faccia da mostro” non è così difficile rendersi conto, a poco a poco, che il “mostro” ha fatto parte di una catena di comando molto complessa al vertice della quale c’era senz’altro il Signor Franco. Qualche gradino più in basso troviamo Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde finito in carcere e condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e i suoi uomini più fidati, come il suo vice Lorenzo Narracci. Mentre “faccia da mostro” diviene, per usare un linguaggio caro agli esperti, una sorta di «riferimento territoriale di prossimità». Un soggetto che conosce bene il territorio e chi lo abita, uno che parla la “lingua” giusta, uno che quando occorre si sporca le mani e torna, in punta di piedi, nell’ombra. Persone, luoghi e fatti. Ma, verosimilmente, potrebbe non essere stato organico alla struttura di intelligence nostrana. Semplicemente reclutato di volta in volta, per fare il lavoro sporco, assumendosi il rischio conseguente, in caso di fallimento, dell’abbandono da parte della struttura dalla quale ha accettato l’incarico. Un cane sciolto a busta paga del Sisde, uno che poteva essere bruciato in qualunque momento ma anche messo lì, come uno specchietto per le allodole, per depistare, per mischiare le carte. Nei mesi scorsi le procure di Palermo e Caltanissetta hanno rivolto dal Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, che oggi è guidato dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, un’istanza di accesso ai documenti ufficiali relativi alle attività svolte in Sicilia, in particolare a Palermo, dal Sisde e dal Sismi, nel periodo delle stragi. Compreso l’organico degli 007 impiegati nelle operazioni. Il Dis, a quanto risulta a Il Punto, ha prontamente risposto alle sollecitazioni congiunte delle due procure. «Ma – hanno spiegato gli investigatori – si tratta di una risposta completa da un punto di vista formale». Facile comprendere la diffidenza verso tanta efficienza burocratica. Se è vero, come è vero, che i Servizi di sicurezza hanno carta bianca nella scelta di collaboratori e consulenti individuati con modalità e tecniche “borderline”, il fatto che gli stessi non compaiano in alcun elenco previsto dalla legge, è una naturale conseguenza. Massimo Ciancimino ha riferito di una “faccia da mostro” che con il padre Vito si occupava di tenere saldo il controllo di alcuni settori strategici all’interno della burocrazia regionale. Ciancimino Jr. sostiene di avere riconosciuto, davanti ai magistrati di Caltanissetta, proprio quel funzionario del dipartimento regionale alla sanità, che – secondo più fonti – sarebbe passato a miglior vita. Ma c’è una pista che porta in Calabria. Il mostro a libro paga del Sisde non poteva più esporsi perché l’aspetto, considerata l’impressione generata in chi incrociava il suo sguardo, non gli consentiva più l’operatività che, con le sue capacità, gli aveva permesso fino a quel momento di essere un utile strumento. Così, bruciato il fronte siciliano, quel biondo col viso sfigurato avrebbe deciso di trascorrere gli anni della sua vecchiaia nel continente. In Calabria. In un paesino collinare della provincia di Catanzaro. Ma anche questo resta un sospetto. A Palermo, davanti al pm Nino Di Matteo, Ciancimino avrebbe recentemente fornito ulteriori elementi per risalire all’identità del “Signor Franco”, ma non lo avrebbe riconosciuto in nessuna delle foto che gli sono state mostrate. Tuttavia tra quelle foto Ciancimino Jr. pare abbia individuato solo alcuni collaboratori dello 007. In procura a Palermo, dove le bocche sono cucite, è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare cosa è venuto fuori dai riscontri alle dichiarazioni che, lentamente, Massimo Ciancimino sta mettendo a verbale. Specialmente quando si parla di “barbefinte” . Concentrarsi solo sulle “facce da mostro”, dicono gli inquirenti palermitani, è fuorviante. È verso l’alto che la verità va ricercata, verso chi muoveva i fili e le pedine sullo scacchiere siciliano perché il rischio che le varie “facce da mostro” servono a sviare, a depistare, è altissimo. Secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto (vedi n. 10/​2010 suhttp://​www​.ilpuntontc​.it) una delle due “facce da mostro” sarebbe stato un sottufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo, quella di viaNotarbartolo (vedi sotto) diretta da Contrada e Narracci. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ‘96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione fino al ‘99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004. Parla di lui Luigi Ilardo, il mafioso, vice capo mandamento a Caltanissetta, cugino del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ‘95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri del Ros, poi la copertura saltò e fu ucciso. Ilardo disse che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata. Nell’89 parla di lui una donna che, poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti. Poi ci sono i delitti coperti dalla stessa ombra. L’omicidio dell’agente di poliziaAntonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto ‘89 a Villagrazia di Carini. Agostino, segugio sulle tracce dei latitanti anche per conto dei Servizi, aveva saputo qualcosa che non doveva sull’Addaura. Il padre racconta che un giorno notò vicino l’abitazione del figlio due persone. Uno di questi era «biondo con la faccia butterata e per me era faccia di mostro». Una “faccia da mostro” c’è anche dietro l’omicidio dell’agente di polizia Emanuele Piazza, ucciso e sciolto nell’acido in uno scantinato di Capaci il 15 marzo ‘90. «La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010) – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. È affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002». E ancora, secondo Ilardo, “faccia da mostro” sarebbe coinvolto nell’omicidio dell’11enne Claudio Domino, ucciso a Palermo il 7 ottobre ‘86 mentre stava rientrando a casa. Secondo gli inquirenti il bambino vide l’amante di sua madre, che era legato a un clan mafioso, e per questo fu giustiziato. «Quel giorno, dove fu assassinato il piccolo Claudio, c’era anche “faccia da mostro”», disse la “gola profonda” del Ros. Un uomo del “signor Franco”. E’ il sospetto dei magistrati che indagano sul nuovo filone delle stragi e della presunta trattativa “Stato-​​mafia” di quegli anni. La caccia agli uomini che hanno “deviato” l’apparato di intelligence. Raccogliere le prove che possano inchiodare pupi e pupari di ogni grado. Un uomo dello Stato, con la potenza descritta da Ciancimino, non poteva di certo agire per conto proprio ed è forte il sospetto che a garantire “politicamente” certe operazioni non convenzionali non si muovesse solo un fronte interno, ma che a tirare il filo ci fosse una manina d’oltreoceano. A stelle e strisce. Del resto la storia racconta che quelli della “compagnia”, della Cia, erano in Sicilia già dal ‘43.Tommaso Buscetta non voleva parlare del “terzo livello”, negli interrogatori con Giovanni Falcone, e così anche Massimo Ciancimino si ferma un attimo prima, quel nome non lo fa, fa finta di non ricordare o, forse, neanche lo conosce, dice solo che non era uno qualunque. «Vedi Massimo “- gli disse Don Vito – Buscetta aveva paura di fare i nomi del “terzo livello”. Il Signor Franco rappresenta il quarto».

Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone
SPY STORY – Alessio e Svetonio, l’agente e il boss, a scuola di doppio gioco
Svetonio” e “Alessio”. C’era una spia dietro uno di questi due pseudonimi, ma c’era anche un mafioso, Matteo Messina Denaro, “Alessio”, il nuovo capo di Cosa nostra, il ricercato numero uno. Tra i due c’era un’intensa corrispondenza: decine di pizzini, finiti nelle mani della Dda di Palermo che nel 2007 si è trovata davanti anche a una inconsueta conferma da parte del Sisde: «Svetonio è un nostro uomo». E così la verità è venuta fuori: “Svetonio”, al secoloAntonino Vaccarino da Castelvetrano, insegnante di lettere, poi consigliere comunale per la Dc, assessore e sindaco, era un uomo del Servizio segreto civile. Ma, giusto per non smentirsi, faceva il doppio gioco: al Sisde prometteva informazioni per catturare Messina Denaro, al boss prometteva aiuti politici.
Fabrizio Colarieti

Le sedi “coperte” dei Servizi siciliani Misteri palermitani sotto copertura
Palermo, via Emanuele Notarbartolo. Le sedi “coperte” dei Servizi sono più o meno tutte uguali. Centrali, nascoste tra mille altre attività e tra le mura di edifici anonimi, che di solito sorgono vicino a importanti sedi governative. Uffici facilmente accessibili, spesso protetti da un portiere che sa tutto e che fa finta di nulla. Solitamente si nascondono dietro le insegne di finte agenzie assicurative oppure di inesistenti centri studio, associazioni culturali, istituti di cooperazione o di import-​​ export. Sul campanello c’è scritto semplicemente “agenzia”, “studio”, “istituto” o la sigla di una delle tante Srl che le “barbefinte” utilizzano per coprire l’attività di spionaggio. Non indossano divise, non hanno auto blu né armi, hanno delle segretarie, anch’esse arruolate nella “ditta”, e provano a non dare nell’occhio sembrando semplici impiegati che ogni giorno vanno in ufficio. Anche a Palermo è così. I Servizi negli anni delle stragi – e anche dopo – avevano il loro “centro operativo” in via Nortarbartolo, una delle strade principali del capoluogo siciliano, proprio sopra il “Bar Collica”, all’incrocio con via della Libertà e a due passi dalla sede palermitana della Corte dei Conti. L’esistenza di quell’ufficio è nota da anni: in particolare da quando finì in manette il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Era lì che l’alto funzionario del Servizio segreto civile – condannato definitivamente nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa – aveva il suo ufficio. Dal portone di quel palazzo, che si trova a pochi metri dal punto dove nell’82 fu ucciso con tre colpi di pistola l’agente della MobileCalogero Zucchetto, sono entrati e usciti decine di 007 su cui ancora oggi le procure di Palermo e Caltanissetta indagano per capire che ruolo ebbero nelle stragi di mafia. A via Notarbartolo aveva la sua “agenzia” anche il Sismi. Lo hanno confermato due funzionari, per un periodo capicentro dei due Servizi a Palermo, durante il processo al maresciallo del Ros ed ex deputato regionale dell’Udc, Antonio Borzacchelli, indagato nell’inchiesta sulle talpe alla Dda palermitana e condannato in primo grado, nel 2008, a 10 anni per concussione, favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreti d’indagine. Ciononostante quando finì in manette un’altra talpa, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che al telefono si lasciò sfuggire «quelli di via Notarbartolo» alludendo pare al Sismi, gli allora vertici del Servizio militare si affrettarono a smentire l’esistenza di una sede coperta a Palermo. Anche le “facce da mostro” e il famigerato Signor Franco o Carlo, l’alto funzionario in contatto con Massimo Ciancimino fino al 2006, è assai probabile che frequentasse quella sede, ma anche quella precedente, in via Roma. Ma ancora: partirono sempre da via Notarbartolo, tra il 2001 e il 2002, le telefonate verso una delle venti sim in uso all’ex GovernatoreSalvatore Cuffaro, anch’egli condannato, in appello, a 7 anni per aver agevolato la mafia e rivelato segreti istruttori sempre nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda. Gli inquirenti, proprio analizzando il traffico in entrata di uno di quei cellulari, hanno scovato 54 chiamate partite, nell’arco di diciotto mesi, dall’utenza fissa in uso in quella sede del Sisde. Puntualmente, scavando tra fantasmi e telefoni coperti, alla ricerca di mafiosi e talpe, spunta regolarmente via Notarbartolo. È il crocevia di tanti misteri, un rompicapo su cui si cimentano da anni i magistrati palermitani e nisseni per dare un volto agli agenti segreti e ai loro collaboratori che per un ventennio hanno frequentato il capoluogo siciliano e il suo sottobosco criminale.
Fabrizio Colarieti
FONTEIl Punto

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Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali

 
di Rino Giacalone – 2 aprile 2010
Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine.
E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti. Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a Totò Riina, al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, ai loro gregari Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, una condanna per ricettazione per il castellamarese Gino Calabrò, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993. Ma dentro i fascicoli giudiziari ci sono nomi che tornano in altre inchieste, quelle sul crimine internazionale, sulle alleanze tra mafia e borghesia.
Le indagini di Carlo Palermo insomma per le quali venne rimosso da  pm di Trento e nel 1985 arrivò a Trapani. «Nell’85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un’attività avviata 5 anni prima a Trento. L’attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo». Palermo ha poi ricordato: «Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un’attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina». Per l’ex magistrato, «l’assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato».Venticinque anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «l’isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, margherita asta ne ha molti meriti».Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».
«Pensare – dice Palermo – che la mafia si sconfigga con l’arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor’oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l’esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l’esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L’ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c’è sempre l’agenda che scompare, come in via D’Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani».
«Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra e dall’ala cosiddetta corleonese di Totò Riina». Ma non solo. Lo scenario ricostruito dalla sentenze di condanna, per i mandanti, Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, è quello che vede coinvolti gli uomini della mafia, come il castellammarese Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell’ auto rubata usata per la strage, o l’alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’ estate del ’92, che più di altri hanno avuto stretti contatti con la massoneria e quei soggetti facenti parte dell’area «oscura» dello Stato, servizi deviati e quant’ altro la storia d’ Italia ci ha nel tempo rassegnato. Riina e Calabrò sono oggi nelle patrie galere, riconosciuti uomini e assassini della cupola, mai hanno fatto un passo indietro, sono rimasti pure dietro le sbarre rispettati «mammasantissima». Milazzo fu ucciso nel luglio del 1992, qualche settimana prima della strage Borsellino: Milazzo fu ucciso assieme alla sua convivente, Antonella Bonomo, forse perchè testimoni scomodi della strategia stragista di Cosa Nostra, i pentiti parlarono dei contatti «sotto banco» che la donna in particolare avrebbe avuto con agenti dei servizi segreti.
«Pizzolungo – continuano a dire i giudici che si sono occupati di Pizzolungo mandando all’ergastolo per la strage del 2 aprile Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia – fa parte di un elenco di fatti e attentati eclatanti che furono deliberati dalla “cupola” guidata da Totò Riina». È però una strage della quale non si ha contezza del movente.Ed è attorno a Gino Calabrò, lattoniere e capo mafia di Castellammare, l’uomo che affiancò Messina Denaro nelle stragi del ’93, e per questo sconta l’ ergastolo, che si ha la forte sensazione che si celi il «movente» sull’ attentato di Pizzolungo. Il l lattoniere di Castellammare è uno che risulta avere stretto mani importanti, massoni come quelli della Iside 2 di Trapani, non tutti andati «ancora in sonno», alcuni ancora «in sella»; e di massoni e servizi deviati nell’attentato di Pizzolungo si ha percezione della presenza.
Cosa Nostra certamente c’ entra e lo raccontano i pentiti. L’1 aprile del 1985 il capo del mandamento Vincenzo Virga incontrò Francesco Milazzo (che lo ha riferito dopo il pentimento) e Vito Parisi, uomini d’ onore di Paceco: li avvertì che per l’ indomani era meglio che a Trapani non si facessero vedere, «ci sarà un attentato» disse loro; quel giorno stesso Virga fu fermato ad un posto di blocco, la relazione di servizio è saltata fuori anni dopo, era assieme ad un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all’epoca degli insospettati e degli insospettabili, nella relazione venne annotato che tra le mani avevano uno stradario della frazione di Pizzolungo.
Per Francesco Di Carlo, altro pentito, palermitano, «la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione». Giovan Battista Ferrante, altro ex «picciotto» di Palermo, ha ricordato quando qualche giorno dopo la strage fu testimone di un incontro tra il capo mandamento di San Lorenzo, Pippo Gambino, con il mazarese Calcedonio Bruno, l’ architetto affiliato alla potente cosca di Mazara: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli “che cosa avete fatto”, Calcedonio aprì le braccia per dire “è successo”, per quella donna e quei bimbi morti. Nino Cascio, pentito alcamese, ha detto di avere appreso dal capo cosca Vincenzo Milazzo della strage, «mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto». A premere il timer per Cascio fu Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, condannato per altri reati.
Esecutori non più processabili, Milazzo è morto, gli altri sono stati assolti in forma definitiva dalla Cassazione quando ancora non c’erano state le confessioni dei pentiti e a conclusione di un primo troncone di processo «offuscato», quando divenne immodificabile, da una rivelazione di Giovanni Brusca che disse (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo.
Sono un centinaio le pagine della sentenza che ricostruiscono quello che è stato possibile ricostruire su quanto accadde quel giorno a Pizzolungo, si fa cenno ai «segnali» premonitori dei giorni antecedenti, le telefonate minacciose, quelle giunte anche alla base di Birgi, quando il pm Palermo vi alloggiava, con la quale gli si preannunziava la consegna di un «regalo». Quel giorno, il 2 aprile, col giudice Palermo c’ era la scorta composta da Raffaele Di Mercurio, Salvatore “Totò” La Porta e Antonino Ruggirello; Ruggirello e Di Mercurio seguivano su di una normalissima Ritmo l’ auto, una Fiat 132 blindata sulla quale sitrovava il magistrato, l’autista Rosario Maggio, l’altro agente, La Porta:per un caso fortuito Palermo sedeva nel sedile posteriore alle spalle dell’autista, dunque sul lato sinistro, la deflagrazione devastò il lato destro della vettura e spinse Palermo fuori dall’auto. Tra i detriti e i resti delle vittime.
Quegli attimi della mattina del 2 aprile 1985 furono raccontati in Tribunale dal magistrato, Carlo Palermo, e dalla sua scorta, Raffaele Di Mercurio (morto da qualche anno per una malattia cardiaca), Totò La Porta, Antonino Ruggirello. Carlo Palermo: «Giunti in località Pizzolungo nell’affiancare altra autovettura in fase di sorpasso, è avvenuta la deflagrazione. Ebbi l’impressione che provenisse dal motore. Fui sbalzato al di fuori dell’auto dal lato sinistro in quanto lo sportello si aprì perché non avevo inserito la sicura. Immediatamente mi sono reso conto che vi erano tracce di un’ altra autovettura che doveva essersi disintegrata. Quindi insieme all’autista abbiamo estratto il corpo dell’agente di tutela che si presentava quasi esanime».
Rosario Maggio: «Avvenuta l’esplosione la Fiat 132 si bloccò quasi impuntandosi, infatti il motore è finito a terra ed i copertoni si sono dilaniati. Io ho sentito una botta violenta ma non ho visto la fiamma che invece hanno visto gli uomini che erano di scorta». Raffaele Di Mercurio: «Ad un tratto proveniente dalla destra vidi un bagliore con una fiammata di colore arancione e sentii un violento boato, mi sentii come una morsa tutta intorno. Vidi alzarsi anche una massa oscura, era l’ asfalto. La Ritmo si bloccò quasi su se stessa. Trovai Ruggirello a terra davanti la Ritmo. Aveva il braccio sinistro all’altezza delle spalle, spezzato, aveva un buco alla guancia destra e sinistra, al collo destro e gli occhi ricoperti di sangue. Aveva addosso molto ferro frantumato».
«Ci guardavamo attorno – ricorda Palermo – e cercavo quell’ altra auto che avevo visto mentre la sorpassavamo. Era sparita, in alto su di una casa una macchia rossa, appena sotto per terra la scarpa di un bambino».

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Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.


di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-​​80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-​​Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-​​Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-​​82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-​​Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-​​Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-​​80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-​​Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-​​Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-​​Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-​​americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.
Tratto da: facebook​.com
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ECONOMIA SELVAGGIA

ECONOMIA SELVAGGIA

L’inchiesta ‘armi e droga’ condotta dal giudice Carlo Palermo che fornisce spunto all’articolo di Luigi Cipriani riportato di seguito, finì come noto travolta dalle assoluzioni generalizzate per tutti gli inquisiti, descritte in calce all’articolo con altre brevi notizie e indicazioni bibliografiche per chi non avesse seguito la vicenda sulla stampa.
Luigi Cipriani, Armi e droga nell'inchiesta del giudice Palermo, in Democrazia proletaria maggio 1985.
Il traffico di eroina pura e morfina base scoperto dal giudice Carlo Palermo agli inizi del 1980, proveniente dai luoghi di produzione in Turchia, arrivava in Italia passando dall'Austria o dalla Jugoslavia. La droga veniva rilavorata in Italia e distribuita in tutto l'Occidente dalla grande mafia siculo-​​statunitense. Molto spesso la droga veniva scambiata con armamenti, in connessione con servizi segreti, industrie belliche, finanzieri, partiti e governi.
I capi della mafia turca Abuzer Ugurlu e Bekir Celenk (entrambi padrini dell'attentatore del papa, Ali Agca) dirigevano i loro traffici dalla capitale bulgara Sofia. Entrambi, per poter agire in tranquillità, fungevano da informatori per i servizi segreti dell'est e dell'ovest, erano cioè agenti doppi. Ciò spiega anche le molte perplessità manifestate dalla Cia quando, in Italia, il giudice Martella si mise a seguire la pista bulgara in merito all'attentato al papa.
Al trasporto della 'merce' via terra provvedevano Karafa Mehmet Alì (con una dozzina di autotrasportatori jugoslavi, raggiungeva le piazze di Trento, Verona e Milano) e un dirigente della narcotici turca, su auto della polizia. Al trasporto via mare, che raggiungeva gli Usa, provvedeva l'armatore Mehemet Cantas con la società panamense Sutas. Del trasporto di eroina negli Usa via mare si occupava anche l'altro capomafia turco Cil Huseyn. L'armatore Mehemet Cantas, per gestire meglio i propri traffici, si era trasferito a Los Angeles, dove era in contatto con la mafia siciliana. Interrogato dal giudice Palermo, dichiarò di avere venduto navi sia a Bekir Celenk che al grande trafficante Henry Harsan.
In Germania agiva il trafficante d'armi turco Tegmen Herten, agente della Dea (agenzia antidroga Usa) residente a Monaco di Baviera: trattava ogni tipo di armamenti in stretto rapporto coi servizi tedeschi e la Nato. In Germania veniva anche riciclato il denaro sporco, Francesco Coll e Rodolfo Corti trasportavano la valuta da Bolzano verso la Dresdmer Bank di Monaco di Baviera, il cui direttore Kriske è stato arrestato. A Zurigo trafficava in armi, in collegamento con agenti dei servizi italiani, il finanziere Hans Kunz, che fu tra gli organizzatori dell'ultimo viaggio di Roberto Calvi.
Nell'area mediorientale, sotto la copertura della società svizzera Petrocom, trafficava il fratello del presidente siriano, Hassad Rifaat, assieme ad alcuni agenti dei servizi siriani. Trafficante di armi e di droga sull'asse Berlino-​​Varsavia era il turco-​​siriano Derki Badi, anch'egli legato al trafficante milanese Arsan.

L'Italia centro del traffico mondiale di armi e di droga.
Ma il vero centro del traffico di armi e di droga è risultato essere il nostro Paese. Le richieste di ogni tipo di armamenti, dalle pistole alle tecnologie nucleari, pervenivano da ogni parte del mondo, assieme a grandissime quantità di eroina e di cocaina. Le contrattazioni internazionali fra i trafficanti avvenivano in Bulgaria all'hotel Giapponese di Sofia e all'hotel Marmara di Monaco di Baviera. Quel che sorprende, infatti, è il numero delle società commerciali italiane che operano con la Bulgaria, ben 776 contro le 800 che operano con l'intera Urss.
La catena di trafficanti italiani scoperta dal giudice Palermo inizia appunto dalla frontiera est, da Bolzano. Nel giardino della villa di Herbert Hoberhofer, terrorista, 'eroe' sudtirolese, in realtà informatore del servizio segreto della nostra Guardia di finanza, sul finire del 1979, vennero ritrovati 130 chili di eroina. Centro del traffico a Bolzano era l'hotel Grifone. L'Hoberhofer venne arrestato insieme al giardiniere Meraner. Già da allora l'inchiesta di Palermo incontrò le prime, violente reazioni. La stampa locale e le associazioni sudtirolesi fecero pressioni fin quando l'Hoberhofer venne rimesso in libertà provvisoria dal tribunale di Trento. Successivamente riarrestato dal giudice Palermo, Hoberhofer è stato condannato a diciotto anni.
Nella provincia di Verona, responsabile del traffico era Giorgio Malon, anch'egli condannato a diciotto anni dal tribunale di Trento, presidente Antonino Crea. Il vero capozona del traffico di armi e di droga era però Karl Kofler di Trento. Il Kofler era collegato a Milano con i grandi trafficanti di armi e con la grande mafia che, tramite Angelo Marai e Leonardo Crimi, portava alla famiglia di Gerlando Alberti. Tramite Leonardo Crimi, legato alla mafia trapanese, Kofler si incontrava all'hotel des Palmes di Palermo con Gerlando Alberti. Va ricordato che all'hotel des Palmes venne portato Sindona dalle famiglie Gambino, Inzerillo e Spatola, all'epoca del famoso rapimento del finanziere della mafia, con lo scopo di fargli rivelare la lista dei cinquecento. A quei tempi, in particolare con Totò Inzerillo, si incontrava anche Francesco Pazienza, sempre al famoso hotel des Palmes.
Kofler era quindi un testimone importante, disposto a parlare molto e, puntualmente, venne eliminato. Siamo al secondo episodio di attacco all'inchiesta Palermo: il 7 marzo 1981, nel carcere di Trento, benché sottoposto a sorveglianza stretta, Karl Kolfer fu assassinato e mai venne scoperto l'assassino. Dal carcere di Trento riuscì a fuggire un altro testimone del traffico, l'industriale turco Nehiz Hasan, in realtà boss mafioso.

Tutte le vie portano a Milano.
Karl Kofler fece al giudice Palermo il nome di una società milanese, la Stibam che, caso strano, aveva sede in una palazzina di proprietà del Banco ambrosiano di Calvi e nella quale abitava anche il vicepresidente del Banco, Rosone. Perquisendo la sede della Stibam, Palermo trovò montagne di ordini, offerte, richieste di armamenti provenienti da tutto il mondo. Molte delle operazioni si avvalevano della 'consulenza' finanziaria dell'Ambrosiano. Socio maggioritario della Stibam era un siriano residente da molti anni in Italia e, forse non casualmente, a Varese, Henry Arsan. Altri soci erano Mario Cappiello, Giuseppe Alberti ed Edmondo Pagnoni. Il siriano-​​milanese Arsan si rivelò essere uno dei maggiori trafficanti d'armi del mondo in combutta, come vedremo, con agenti dei servizi segreti italiani.
A titolo di esempio, basti notare che in una ventina di trattative vennero smerciati 116 carri armati e 20 elicotteri per la Somalia, 238 carri armati per Taiwan, altri 10 elicotteri da combattimento antisom, missili Tow, aerei C-​​130, missili Arpoon e relativi lanciatori, tre fregate della classe Battista de Andrade, 100 carri Leopard, 50 elicotteri Elios, 30 carri Leopard Mk-​​2, 60 cannoni 155/​175, 10.000 proiettili C16, 60 elicotteri Bell Ah-​​16 residuati dal Vietnam e destinati al Kuwait, 100 motori per carri R-​​16, 33 chili di plutonio e 1.000 chili di uranio.
Arsan era anche un grande trafficante di droga e disponeva di due navi, la Anika e la Golden sun, acquistate dalla società panamense Sutas dell'armatore e trafficante turco Mehemet Cantas. Nel solo 1981, Arsan fece arrivare a Milano 4.100 chili di eroina purissima, sufficiente per oltre 100.000 dosi che, distribuita sul mercato, fruttò circa 400 miliardi. Eppure, nel 1981, la Criminalpol conosceva benissimo Henry Arsan: era un agente della Dea, li aveva informati fin dal 1977 il responsabile dell'agenzia antidroga Tom Angioletti, sia pure con cinque anni di ritardo, da quando, nel 1972, era diventato loro informatore.
A Milano, la Stibam di Arsan è collegata ad alcune società di copertura di mafiosi turchi, come la Ital Orient di Mohamed Nabir e la Wapa, gestita da due turchi, Salah Al Din e Pannikian Onnik, che distribuiva eroina in Lombardia e in Calabria. Ma il collegamento più interessante, come vedremo, è quello fra il turco Salah Aldin Wacekas ed Angelo Marai, uomo di Gerlando Alberti, che ci condurrà alla grande mafia siciliana. Altra società che operava nel traffico d'armi a Milano era la Comin di via Canova i cui proprietari, Antonio De Mitri e il fratello, facevano la spola con la Bulgaria, smerciando carri armati e missili di fabbricazione occidentale. In Bulgaria, a trattare partite d'armi ben più consistenti, si recava anche, per conto di Arsan, un noto armiere della Valtrompia (Brescia), Renato Gamba.
Con Renato Gamba, entra in scena una vecchia società, quotata alla borsa di Firenze e Milano, la Broggi Izar, specializzata nella lavorazione di metalli preziosi. Con l'ingresso di nuovi proprietari, la Broggi Izar realizzò un consistente settore bellico, acquistando piccole industrie, tra le quali quella di Renato Gamba. Dall'interrogatorio del presidente della Broggi Izar, Cesco della Zorza, emerse che i capitali erano stati investiti dalla finanziaria Cepim, legata a Vittorio Emanuele di Savoia, iscritto alla P2 e noto trafficante di armi. Responsabile del settore armi della Broggi Izar era un americano, Reginald Allas, introdotto sia al Pentagono che al Cremlino. Entrambi i dirigenti della Izar furono fatti arrestare dal giudice Palermo: in sostanza, la Broggi Izar fungeva da paravento per il traffico illegale di armi, coperto da autorizzazioni ottenute per il commercio di armamento leggero. La società Broggi Izar appare anche nella attività di investimento di uno dei quattro 'cavalieri' di Catania, il Graci, assieme all'altro 'cavaliere', il Rendo, accusati di investire i denari della mafia.

Entrano in campo i servizi segreti.
Collegati al milanese Arsan, vi erano altri trafficanti internazionali di armi, legati ai servizi segreti: il giudice Palermo li fece arrestare e cominciò a ricevere telefonate minacciose. Essi erano:
-GLAUCO PARTEL: ex ufficiale di Marina, grande esperto in missilistica, direttore di un centro di ricerca privata di Roma. Il Partel era agente del Nsa (National security agency) statunitense; contemporaneamente, egli lavorava per il ministero della Difesa a Roma, come direttore del Centro studi trasporti missilistici. Lo stesso Partel, nella sua duplice funzione di trafficante d'armi planetario ed agente dei servizi, era in grado di fornire notizie interessanti sulla funzione degli eserciti, in particolare nei Pvs. Ad esempio, durante la guerra delle Falkland, per conto dei servizi segreti britannici e tramite la P2, contattò il maresciallo di vascello argentino Alfredo Corti, iscritto alla P2, per offrirgli dei missili Exocet che non furono mai trovati, facendo perdere tempo agli argentini.
-MASSIMO PUGLIESE: monarchico, massone P2, agente del Sifar e del Sid, andato in pensione, ma rimasto collegato al generale Santovito capo del Sismi, a sua volta massone P2. Uscito dal Sid, andò a fare il consulente per alcune ditte nazionali produttrici di armi. Pugliese gestiva il traffico internazionale di armi per mano di due società, la Horus e la Promec, in quanto monarchico era in rapporti stretti con Vittorio Emanuele di Savoia. Tramite l'attore Rossano Brazzi, massone a sua volta, Pugliese ebbe la possibilità di mandare messaggi al presidente Reagan, ad esempio per favorire le concessioni di crediti alla Somalia, necessari per l'acquisto di armi. Il Pugliese, assieme al bresciano Rolando Pelizza, fondò la società lussemburghese Transpresa per la vendita del 'raggio della morte'. Tramite i servizi italiani, il 'raggio della morte' venne proposto al governo italiano: il Pugliese si incontrò con Andreotti, Piccoli, Loris Fortuna. A quanto pare, i politici si convinsero di avere messo le mani sulla superarma, visto che interessarono il governo Usa, il quale organizzò un esperimento, del cui esito si sono perse le tracce. Il giudice Palermo sottopose a lunghi interrogatori i politici citati dal Pugliese, attirandosi altre maledizioni. Tra le carte di Massimo Pugliese, venne ritrovato un dettagliato dossier sulle attività del giudice Palermo. Fin dall'inizio, l'inchiesta era seguita con molta attenzione da parte dei servizi segreti. (cfr. peraltro la smentita dell’interessato nel seguito dell’articolo)
-ROSSANO BRAZZI: ex attore, amico personale di Reagan, massone, in contatto col mafioso Robert Vesco, voleva fondare su un'isola deserta la 'nuova Aragona', occasione di investimento del denaro frutto del traffico d'armi. Il Brazzi è anche indicato come personaggio legato alla Oto Melara.
-CARLO BERTONCINI: proprietario della Seric di Pomezia, specializzata in strumentazione elettronica per l'esercito, agente del Sismi dal 1970, quando venne scoperto che spediva materiale elettronico ai paesi dell'est.
-ENZO GIOVANNELLI: (ex partigiano nella brigata Osoppo Friuli, Ndr)  fornitore della base Usa della Maddalena in Sardegna. Il Giovannelli apre la serie degli spedizionieri (operava a Olbia) legati al traffico di armi con la copertura del Sismi di Santovito. Un dossier della Guardia di finanza indicò il Giovannelli, con suo cognato Sebastiano Sanna, ex contrammiraglio, ed altri, implicati in un traffico d'armi favorito dalla Nato (comprendente 43 caccia F-​​101, 10 aerei scuola Tf-​​104 G, quattro fregate ed alcuni simulatori di volo) in combutta con Flavio Carboni e Francesco Pazienza.
-MAURIZIO BRUNI: massone P2, operava come spedizioniere a Livorno. Di lui si serviva il trafficante Arsan per spedire armi e droga in tutto il mondo. E' stato inquisito anche dal giudice fiorentino Pierluigi Vigna.
-ALESSANDRO DEL BENE: cassiere della P2 in Toscana, grande elettore del Psi, legato al ministro della Difesa Lagorio e spedizioniere anch'egli a Livorno. Tra l'altro, il Del Bene è stato coinvolto in un traffico di congegni di puntamento segreti della Nato che, prodotti dalle officine Galileo finivano, tramite Gelli, alla Romania.
-ANGELO DE FEO: agente Sid dell'ufficio Ris, competente per la concessione del benestare di fattibilità per la vendita di armi italiane. Interrogato dal giudice Palermo, ha affermato che tutto il traffico di armi è controllato dai servizi segreti. Ad esempio, ha affermato De Feo, i ricognitori Usa scoprirono 4 carri Leopard nel deserto libico: erano stati venduti dall'Italia, con autorizzazione del contrammiraglio Martini del Sismi. Il trasporto fu controllato dal colonnello D'Agostini del Sismi, iscritto alla P2. De Feo ha denunciato anche la vendita proibita di ingenti quantità di armi (anche navi) al Sudafrica, di 300 aerei Siai Marchetti e Aermacchi alla Libia e centinaia di missili venduti alla Mauritania, trasportati sul posto da un aereo della Cia decollato da Ciampino militare.
Sulla base di tutte queste deposizioni, il giudice Palermo chiese l'incriminazione del capo del Sismi generale Santovito, iscritto alla P2, a sua volta accusato dal giudice Sica insieme al colonnello Giovannone, agente del Sismi in Libano, iscritto alla P2 e cavaliere di Malta, per avere dichiarato il falso sulla scomparsa dei giornalisti Toni e Di Palo. I due giornalisti, recatisi in Libano per seguire le tracce di un traffico d'armi e droga, scomparvero nel nulla. Come abbiamo visto, la società Stibam di Milano e il suo proprietario Arsan erano al centro di un vastissimo traffico di armi e droga. Per questo motivo l'Arsan, molto opportunamente, morì nel carcere di san Vittore a Milano nel novembre 1983: per arresto cardiaco, questa fu la diagnosi.

C'era anche Gheddafi.
Il 29 gennaio 1985, su mandato del giudice Palermo, è stato arrestato Gabriel Tannouri, finanziere libico intimo di Gheddafi e di Nixon. Tannouri venne chiamato in causa per un contratto di fornitura di materiale fissile ed attrezzature per confezionare piccole bombe atomiche, messi in vendita da due sudamericani, Diego Arias e Helio Guerrero. Sembra una favola, ma il giudice Palermo sforna pacchi di documenti autentici: il contratto venne firmato a Ginevra da Tannouri e Mared Pharaon, fratello del saudita trafficante internazionale Gait Pharaon. Il Pharaon avrebbe dovuto fornire parte dei finanziamenti per un contratto che si prospettava da un miliardo e duecentomila dollari nel 1980.
In garanzia del finanziamento, 1l 23 dicembre 1980, a Lugano, di fronte al notaio Alida Andreoli, il Tannouri depositò ben 203.785 azioni da 4.000 lire e 203.478 azioni da 3.000 lire delle Assicurazioni generali. Una quota elevatissima che solo i maggiori azionisti come Mediobanca, Euralux, la Banca d'Italia, il servizio Italia della Bnl e la Comit erano in grado di esibire. Le azioni nel 1978 erano intestate alla società Claus Fin di Milano, sciolta nel 1984 e all'epoca del contratto vennero depositate dalla filiale svizzera della banca Lambert di Bruxelles. Dagli atti presso il notaio Andreoli di Lugano risultò che a depositare le azioni presso la banca Lambert furono gli italiani Achille Caproni e Flavio Briatore.
Ad un certo punto il Pharaon, che ha cominciato a versare accrediti per mezzo della banca Morgan di Ginevra, prelevandoli dal Credito svizzero di Ginevra e Parigi, chiede a Tannouri maggiori garanzie. Entrano in campo i trafficanti italiani, Capogrossi, lo spedizioniere Giovannelli e l'agente della Nsa Glauco Partel. Con Partel entra in campo anche la Cia tramite l'agente australiano Eugene Bartolomeus, coinvolto nel fallimento della banca della Cia, la Nugan hand bank, trafficante d'armi legato alla mafia Usa ed australiana. Di fronte alla possibilità che le bombe finissero ai libici o ai siriani, il trasportatore e agente del Sismi Giovannelli ebbe dei problemi di coscienza ed avvertì il console d'Israele a Milano.
La trattativa finì nel nulla, probabilmente si trattò di un colossale 'pacco' giocato dalla Cia alla Libia. Fatto sta che Tannouri risultò disporre proprio di un conto da 1.200.000 dollari presso la società Rexine Sa certificata dalla Deutsche bank. Molti telex rivelarono altresì contatti con altri clienti presso la Trade developement bank del Lussemburgo, spesso citata nel traffico d'armi internazionale. Molto probabilmente, giocato il 'pacco' alla Libia, la Cia dirottò il materiale fissile verso clienti più affidabili.

Da Milano alla Sicilia.
Come abbiamo visto, il duo dei trafficanti milanesi Arsan e Partel era collegato alla mafia turca tramite Salah Aldin Wacekas e a quella siciliana tramite Angelo Marai, entrambi operanti a Milano. A sua volta, Marai era collegato a Leonardo Crimi e alla grande mafia siciliana tramite Gerlando Alberti. Quest'ultimo lavorava l'eroina nei laboratori siciliani e la spediva negli Usa e ai marsigliesi incaricati di rifornire i mercati del Nordeuropa.
Assieme all'Alberti, il giudice Palermo rinviò a giudizio i mafiosi Matteo Bricola, Rosario d'Agostino e Nicolò Puccio. Gerlando Alberti porta alle grandi famiglie mafiose siculo-​​statunitensi dei Gambino, degli Inzerillo e degli Spatola, i padrini di Sindona. La filiale trapanese delle grandi famiglie palermitane è rappresentata dai clan di Minore, Evola, Bonanno, Magaddino, originari di Trapani. Trapani è stata definita la 'Svizzera della mafia' perché, pur avendo un'economia molto debole, in essa affluisce il 40% dei depositi bancari di tutta la Sicilia. A Trapani sono presenti sei banche di interesse regionale, 28 banche provinciali ed un centinaio di casse rurali. Inutile aggiungere che gli amministratori delle banche sono tutti uomini della Dc. I Bonanno, originari di Castellammare del Golfo (Trapani) da molti anni si sono trasferiti negli Usa, entrando a fare parte delle grandi famiglie mafiose.
Il giudice Ciaccio Montalto, prima di essere ucciso dalla mafia, aveva scoperto un colossale traffico di droga e di armi che, partendo da Trapani, raggiungeva il Nordafrica e gli Usa. Fiduciari del traffico per conto dei Bonanno erano i fratelli Di Chiara, originari di Castellammare del Golfo: Lorenzo operava negli Usa e Antonio in Sicilia, a Mazara del Vallo. I fratelli Di Chiara erano collegati al clan dei Minore di Trapani: ancora una volta, il cerchio delle inchieste dei giudici Palermo e Montalto si chiude intorno ai medesimi personaggi.
Gli stessi nomi si riscontrano in attività di riciclaggio del denaro sporco: Leonardo Crimi, trafficante di armi e droga in società con il clan dei Minore e con i cavalieri del lavoro catanesi Rendo e Costanzo, eseguirono lavori nel Belice terremotato e nel trapanese. Cominciarono ad emergere anche nomi di insospettabili. Il giudice Palermo, indagando su un grosso traffico d'armi in partenza per l'Africa, si imbattè nella società Coprofin, controllata dal Psi e gestita dal finanziere Ferdinando Mach di Palmenstein, la quale stava trattando la vendita illegale di aerei da combattimento al Mozambico. Nello stesso tempo, dal porto di Livorno era in partenza una nave ufficialmente carica di liofilizzati destinati al Mozambico. Ad organizzare la spedizione era la medesima società di Ferdinando Mach, mentre i liofilizzati erano di proprietà di una ditta del cav.Mario Rendo di Catania. Fatto strano, ma è successo che appena il giudice Palermo ha cominciato a indagare sulle attività del finanziere del Psi Ferdinando Mach, il trasporto degli innocui liofilizzati per il Mozambico è stato annullato. Il nome di Mario Rendo è comparso anche nella truffa dei petroli come uno dei padrini del comandante della Guardia di finanza, il generale Raffaele Giudice (P2) e nel traffico di armi e petrolio con la Libia, emerso dal fascicolo segreto del Sid, il famoso Mi.Fo.Biali.

C'erano anche Pazienza e Carboni.
Francesco Pazienza iniziò il suo viaggio nei servizi segreti occidentali a partire dallo Sdece francese, passò alla Nato e al Dipartimento di Stato Usa quando il suo capo, Alexander Haig, divenne segretario di Stato di Reagan, per arrivare al Sismi del generale Santovito (P2).
Fin dal 1978, il Pazienza trafficava in armi con la copertura dei servizi segreti, avvalendosi di una società lussemburghese, la Se.Debra, assieme a Nico Schaffer, ex amministraore della Fasco di Sindona e al grande trafficante arabo Kashoggi. Un rapporto del Sisde segnalò un incontro all'hotel de Paris di Montecarlo tra Francesco Pazienza e il trafficante d'armi Trapolus, il mafioso Francesco Gallo, l'ex magistrato genovese Giorgio Righetti e Licio Gelli. In qualità di amministratore dei beni della famiglia dell'ex scià di Persia, Pazienza era introdotto nelle grandi banche Usa che riciclano il denaro della mafia.
Pazienza era amico di Totò Inzerillo, ucciso nel 1981, ed era in contatto con le grandi famiglie della mafia Usa: i Gambino, gli Inzerillo, gli Spatola, i Bonanno ecc. Quando costoro, nel 1979, organizzarono il finto rapimento di Sindona, il Pazienza fece numerosissimi viaggi in aereo verso Palermo e Catania, utilizzando i mezzi messi a disposizione dalla Cai del Sismi e quelli dell'Ata del mafioso milanese Carmelo Gaeta. Il super-​​agente si incontrava con Totò Inzerillo, probabilmente per conoscere a che punto erano le trattative per la famosa lista dei cinquecento. Sui medesimi aerei viaggiava un altro personaggio molto noto a Pazienza, don Masino Buscetta.
Pazienza era legato al malavitoso romano Domenico Balducci, ucciso il 16 ottobre 1981, terminale della mafia palermitano-​​calabrese nella capitale, legato al cassiere della mafia Pippò Calò, arrestato recentemente. Pippo Calò investiva il denaro della mafia per mezzo del costruttore romano Danilo Sbarra in Sardegna, nelle numerose società immobiliari facenti capo alla Sofint di Flavio Carboni, legato quest'ultimo alla Dc (Roich, De Mita) e all'Opus dei, socio dell'editore dell'Espresso, organizzatore con Pazienza dell'ultimo viaggio di Roberto Calvi. Carboni era collegato al trasportatore e trafficante d'armi di Olbia, Enzo Giovannelli, che a sua volta riconduce ai grandi trafficanti Glauco Partel ed Henry Arsan di Milano.

I quattro dell'apocalisse in Sudamerica.
I quattro dell'apocalisse -Gelli, Ortolani, Marcinkus, Calvi-​​ si affacciarono per far affari nel continente sudamericano quando questo era in preda ad una crisi disastrosa, con tassi di inflazione del 200%. Ma gli affari che essi trattavano non conoscono crisi, attraverso la P2 erano in contatto con i dittatori militari e civili del continente, notoriamente anche grandi trafficanti di armi e droga.

Il generale Massera era un grande trafficante d'armi ed era in contatto con l'ammiraglio Torrisi (P2) in Italia. Grazie alla mediazione di Massera, buona parte dei 6.000 miliardi di armamenti spesi dal generale Videla, dal 1976 in avanti, sono affluiti alle industrie italiane. Ortolani aveva preceduto Calvi in Sudamerica con il proprio Banco financiero di Montevideo in Uruguay, divenuto insufficiente alla bisogna: si rendeva necessaria la rapida espansione dell'Ambrosiano, con le garanzie dello Ior del Vaticano. La prima banca ad installarsi fu la Cisalpina Overseas bank delle Bahamas, trasformata in Banco ambrosiano Overseas, seguita dalla Ultrafin di New York, Il Banco ambrosiano andino a Lima in Perù, l'Ambrosiano representacao y servicios in Brasile, l'Ambrosiano group banco commercial di Managua in Nicaragua, l'Ambrosiano group promotion a Panama. In Cile, l'Ambrosiano partecipava al più grande gruppo finanziario sostenitore di Pinochet, il Banco hypotecario, detto 'Piranas' dagli esuli cileni.
Il Banco ambrosiano ha finanziato, nel 1976, la vendita di 6 fregate da parte del Cnr della Fincantieri alla Marina del Venezuela, di corvette all'Equador, di 4 fregate Lupo al Perù nonché di numerosi elicotteri Agusta, mentre i piduisti installati all'Ufficio italiano cambi e alla Sace concedevano autorizzazioni e crediti. In Guatemala, l'Ambrosiano finanziò il governo di destra del generale Vernon, ex agente Cia, legato al Dipartimento esteri Usa di Alexander Haig, attraverso la società Brisa, fondata per lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese. Nel 1978 il dittatore del Nicaragua, Somoza, era in forte crisi sotto la pressione della rivoluzione sandinista. A partire da quella data il Banco ambrosiano, per mezzo della propria filiale di Managua, trasferì centinaia di milioni di dollari nel Paese.
Da un'altra banca del Sudamerica dell'Ambrosiano, il Banco andino di Lima, sono passate molte delle operazioni di traffico d'armi e di petrolio con Cile, Nicaragua, Argentina, Brasile, Nigeria ed i traffici con la Tradeinvest dell'Eni, fino al finanziamento di 21 milioni di dollari concesso al Psi. Esaminando i conti dell'Andino, alla fine del 1981, gli ispettori della Banca d'Italia scoprirono un 'buco' da 1.000 miliardi, inizio della fine di Calvi. Nel medesimo periodo, anche il gruppo Rizzoli ebbe una grande espansione editoriale in Sudamerica, mentre il Corriere della Sera in Italia pubblicava le interviste di Roberto Gervaso (P2) a Videla e Somoza e censurava gli articoli sui desparecidos del corrispondente dall'Argentina. Giova solo ricordare che, proprio in questi giorni, il duo Massera-​​Videla viene processato in Argentina, accusato di aver organizzato centri di tortura in tutto il Paese e di aver assassinato trentamila oppositori, bambini compresi.

Il caso Psi-​​Argentina.
Durante la perquisizione degli uffici di uno dei trafficanti d'armi, tale Michele Jasparro, arrestato il 16 giugno 1983, titolare di una fabbrica di giubbotti antiproiettile legato all'Agusta, il giudice Palermo venne in possesso di una lettera proveniente dall'Argentina. A scriverla era Gaio Gradenigo, amministratore della Comte srl di Buenos Aires. Il Gradenigo informava Jasparro che "Bettino Craxi è furibondo per il fallimento delle trattative per la costruzione della metropolitana di Buenos Aires" e parlava dell'interesse del Psi per la costruzione della fabbrica di elicotteri che l'Agusta avrebbe dovuto realizzare in Argentina, dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland.
Sull'interesse del Psi nelle due operazioni esistono riscontri obiettivi: la metropolitana milanese (il cui presidente Natali, padrino del giovane Craxi nel Psi, è attualmente in carcere per tangenti) realizzò lo studio di progetti per il metrò di Buenos Aires. Per la realizzazione del metrò erano in gara la Fiat, l'Ansaldo e la Breda, ma il generale Gualtieri preferì destinare i fondi al potenziamento degli armamenti e alle autostrade, facendo arrabbiare Craxi. Per quanto riguarda la fabbrica di elicotteri Agusta, che fa capo all'Efim, presidente Fiaccavento di area Psdi, nel 1983 subì l'offensiva del ministro delle Pp.Ss. De Michelis. Il Psi nell'Agusta aveva già un'importante pedina, l'amministratore delegato Raffaele Teti, ma De Michelis propose di portare l'Agusta sotto il controllo dell'Iri, liquidando la quota rimasta al vecchio proprietario, il conte Agusta, scaricando contemporaneamente i debiti della società sull'Iri. Per l'acquisizione della quota del conte Agusta (20%), il Psi aveva già un'acquirente di fiducia, tale Pietro Fascione, al prezzo di 80 miliardi. In poche parole il Psi, per via pubblica e privata, puntò al controllo totale dell'Agusta, proprio nel periodo in cui si prospettava la costruzione della società di elicotteri in Argentina.
Ma vi è di più. Durante la guerra delle Falkland una delegazione di maggiorenti argentini, guidata dal segretario del partito socialista argentino, Pasquale Ammirati, si incontrò con Craxi per ottenere la revoca dell'embargo posto dal presidente del Consiglio Spadolini e dal ministro degli Esteri Colombo. Cosa che puntualmente avvenne, con il sostegno di Psi e Pci. Della delegazione che incontrò Craxi facevano parte anche i fratelli Macrì, i maggiori industriali argentini, rappresentanti degli interessi della Fiat. I Macrì sono due fratelli, Antonio e Franco, sono accusati di aver messo sul tappeto la questione della fabbrica di elicotteri e di traffico illegale di armi. I Macrì controllano con la loro holding oltre 50 imprese, hanno acquisito il controllo della filiale Fiat argentina in forte perdita. Durante il periodo delle dittature militari hanno costruito strade ed autostrade, hanno l'appalto per la pulizia di Buenos Aires e rappresentano la Techint (Fiat).
I Macrì erano strettamente legati ai militari P2 dell'Argentina, Massera e Mason, e sono imparentati con uno dei dirigenti del peronismo, Carlos Grosso. Un documento dei servizi segreti inglesi accusò i fratelli Macrì di aver cercato in Italia l'appoggio per l'acquisto di missili Exocet, formalmente destinati al Perù, durante il periodo dell'embargo posto dalla Francia. La delegazione argentina, prima di incontrare Craxi, fece tappa a Zurigo, dove operava il trafficante Hans Kunz, in contatto con Roberto Calvi durante il suo ultimo viaggio nel giugno 1982. Nello stesso frangente le banche argentine, tra le quali l'Ambrosiano, trasferirono grossi capitali nelle loro filiali svizzere. Il governo argentino era disposto a pagare per un missile più di 2 milioni di dollari, contro i 700.000 dollari normalmente richiesti sul mercato ufficiale.
Il periodo della trattativa sugli Exocet coincise con il viaggio di Calvi il quale, prima di approdare a Zurigo, venne portato da Pazienza a Carboni in Austria, a Klagenfurt, dove operava il trafficante d'armi Sergio Vatta, inquisito dal giudice Palermo. Il Vatta era in contatto con il trafficante e agente del Nsa Glauco Partel, il quale da un lato attirò gli argentini in una trattativa fasulla (per gli Exocet) e contemporaneamente informò i servizi segreti inglesi. Molto probabilmente, una delle cause della morte di Roberto Calvi sta nel ruolo svolto dall'Ambrosiano e dalla P2 in appoggio all'Argentina durante la guerra delle Falkland. Dobbiamo ricordare che i servizi segreti britannici sono strettamente legati alla massoneria inglese della quale Calvi, molto probabilmente, faceva parte, perché esistono fotografie che lo ritraggono a fianco della regina Elisabetta, notoriamente gran patronesse della massoneria. Del resto, il ritrovamento nelle tasche della giacca e sui genitali del cadavere di Calvi di alcuni mattoni (oltre al nome del ponte Frati neri) nel simbolismo massonico starebbe a indicare tradimento.
Tornando al caso Argentina-​​Psi, sulla base degli elementi emersi, il pubblico ministero di Trento, Enrico Cavaliere, avrebbe voluto emettere subito mandati di comparizione e convocare Bettino Craxi come testimone. Il giudice istruttore Palermo lo convinse a pazientare, chiedendo di poter approfondire le indagini e interrogando l'ex addetto stampa di Craxi, il piduista Vanni Nisticò, ed un personaggio introdotto nell'industria bellica, Giancarlo Elia Valori. Elia Valori, amico personale di Peron, contendeva a Gelli il controllo della P2 in Argentina e per questo ne fu espulso. In Italia Elia Valori è legato agli ambienti della Dc nelle Pp.Ss., è stato vicepresidente della Italstrade, attualmente forlaniano legato al cardinale Palazzini dell'Opus dei e agli ambienti golpisti della Fiat (Chiusano e Scassellati).
Dopo essere stato ad indagare in Argentina, il giudice Palermo tornò in Italia con un nome: Ferdinando Mach di Palmenstein, amministratore di alcune società facenti capo al Psi, già comparso nel caso Eni-​​Petromin. Le società sono: la Sofinim, al 99% del Psi, fondata nel 1976 da Nerio Nesi, presidente della Bnl; Vincenzo Balsamo e Rino Formica, tutti del Psi; la Coprofin, con sedi a Bucarest e Maputo in Mozambico; la Promit, con sede a Roma. Il Mach è anche presidente di una società di Firenze, la Promec, specializzata nella acquisizione di appalti e forniture pubbliche. Ferdinando Mach, nelle sue molteplici attività e traffici, era in stretto rapporto con Francesco Pazienza (esistono numerose registrazioni telefoniche) e fu per suo tramite che Pazienza si incontrò più volte con Bettino Craxi, con Michael Leeden, spione e provocatore della Cia, organizzatore con lo stesso Pazienza, assieme ai servizi libici, del Billygate che assestò un duro colpo al presidente Carter, favorendo l'elezione di Reagan nel 1981.
Il caso Psi-​​Somalia.
I rapporti del Psi con la Somalia di Siad Barre sono molto stretti; lo stesso cognato di Craxi, Pillitteri, è console onorario di Somalia a Milano. Famoso, nei rapporti Psi-​​Somalia, è stato il caso del piano regolatore di Mogadiscio.
Nel 1975, l'ingegner Luciano Ravaglia, con il patrocinio della regione Lombardia, iniziò a interessarsi del piano regolatore di Mogadiscio. Nel 1978, il Ravaglia si incontrò con Siad Barre ed ottenne l'avvallo alla prosecuzione dello studio. Il 5 agosto 1981, il progetto Ravaglia venne inserito negli accordi firmati a Mogadiscio dal ministro degli Esteri, Colombo, entrando così nella fase operativa. Improvvisamente, l'11 novembre 1981, il sottosegretario agli Esteri Roberto Palleschi del Psi avocò a sé con effetto immediato il carteggio del piano, che venne sospeso. Nel marzo 1982, il progettista Ravaglia ricevette una comunicazione dal sottosegretario Palleschi, nella quale si affermava che "d'accordo col ministro somalo Habib, il piano regolatore di Mogadiscio è stato affidato all'architetto Portoghesi" del Psi. Ma le attività di mediazione nel territorio africano da parte delle società facenti capo al Psi sono numerosissime: oltre al piano regolatore, esse hanno trattato la costruzione di dighe, impianti siderurgici, allevamenti di bestiame, impianti per surgelati ecc. Tutto ciò sempre in rapporto con le industrie pubbliche, le banche dell'Iri e col ministro degli Esteri.
Ferdinando Mach si interessò anche della vendita di aerei da guerra e da trasporto G-​​222 al Mozambico, riuscendo strumentalmente a fare sì che il presidente Pertini si incontrasse con la delegazione degli acquirenti. Il Mach è accusato di avere venduto aerei G-​​222 alla Nigeria, un affare da 170 miliardi per il quale ottenne una tangente del 20%. Allo scopo di agevolare i propri traffici, lo stesso Mach scrisse al Psi per ottenere che all'Ufficio italiano cambi venisse nominato un uomo fidato, carica che venne ricoperta da uomini della P2.
L'occasione dell'affare più ghiotto venne offerta, come sempre, dalla Somalia che aveva ottenuto un finanziamento Usa per l'acquisto di 116 carri H18-​​A5 e 20 elicotteri Cobra HgS con 1.000 missili Tow per un totale di 600 miliardi nel 1982. Non potendo esporsi direttamente, gli Usa attivarono il canale della Cia e del Sismi, vale a dire Santovito, Pugliese e Partel. Il 17 ottobre 1982 avrebbe dovuto essere firmato il contratto a Mogadiscio, contemporaneamente nella città era presente una delegazione del Psi, guidata da Pillitteri e comprendente Ferdinando Mach. Occasionalmente, nello stesso giorno, era in visita in Somalia il ministro della Difesa, il Psi Lagorio.
Sfortunatamente, tutto andò in fumo perché il giudice Palermo, con mandato di cattura, aveva provveduto ad arrestare i trafficanti Partel e Pugliese. A questo punto, il giudice decise di rompere gli indugi, accusando Ferdinando Mach di associazione per delinquere al fine di traffico di armi e, contemporaneamente, il segretario del Psi di violazione dell'art.7 della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Nel mandato di perquisizione a carico della società Sofinim, Palermo commise però l'errore di citare i nomi di Craxi e Pillitteri senza avere ottenuto l'autorizzazione a procedere dal Parlamento e dalla Commissione inquirente.
Avvertito tempestivamente, Bettino Craxi scrisse su carta intestata il famoso telex al Procuratore capo Tamburrino, il quale bloccò la perquisizione (che non verrà mai più effettuata) e diede inizio al provvedimento disciplinare nei confronti di Carlo Palermo.

Intimidazioni, suicidi, fughe, provocazioni, errori, avocazioni e repressione.
Sin dall'inizio della sua inchiesta, il giudice Palermo ricevette intimidazioni e minacce, sicché gli dovettero raddoppiare la scorta. Altri fatti intervennero per disinnescare la portata dell'inchiesta internazionale su armi e droga. Karl Kofler, uno dei testimoni chiave, benché in carcere isolato, venne trovato 'suicidato': gli avevano infilato uno spillone nel cuore e tagliato la gola. Altri imputati, testi, riuscirono misteriosamente ad evadere dal carcere mentre il principale imputato, l'agente della Dea Henry Arsan, morì per arresto cardiaco nel carcere di san Vittore. Vi è poi il caso degli avvocati Roberto Ruggiero e Bonifacio Giudiceandrea, figlio del Procuratore della repubblica di Bolzano, entrambi difensori del trafficante Giovannelli di Olbia. L'avvocato Ruggiero che, da intercettazioni telefoniche, risulta essere conoscente di Bettino Craxi, è stato accusato da Palermo di traffico d'armi e indicato come collaboratore del libico Tannouri, al pari del commercialista Arnaldo Capogrossi, legato a sua volta al trasportatore Giovannelli.
Nel giugno del 1983, durante un interrogatorio da parte di Palermo del Giovannelli, l'avvocato di questi, Ruggiero, interruppe continuamente il giudice, il quale commise l'errore di perdere le staffe, accusando l'avvocato di condurre in modo disonesto la professione. L'avvocato Ruggiero fece verbalizzare il tutto e lo trasmise al Procuratore generale della Cassazione Tamburrino. Due mesi più tardi, i carabinieri fecero avere al giudice Palermo il testo dell'intercettazione di una telefonata tra gli avvocati Ruggiero e Giudiceandrea, dalla quale erano ravvisabili i reati di favoreggiamento e divulgazione di segreti d'ufficio. Il giudice Palermo fece arrestare i due avvocati, scatenando la reazione dei colleghi romani che scesero in sciopero. Stranamente e solo dopo gli arresti, i carabinieri si accorsero di aver commesso un errore nella trascrizione della registrazione, nel senso che, laddove l'avvocato Giudiceandrea affermava "ho preso il fascicolo", si doveva intendere "ho appreso dal fascicolo".
Un errore molto opportuno. Il giudice Palermo venne sommerso da un'ondata di critiche, screditandosi il valore di tutta l'inchiesta su armi e droga. Il 1 maggio 1983, il giudice istruttore di Trento prosciolse Ruggiero e Giudiceandrea dai reati di favoreggiamento e corruzione e il 24 ottobre il pretore Vettorasio dichiarò non doversi procedere contro i due per rivelazione di segreti d'ufficio. Il 15 novembre l'avvocato Giudiceandrea inviò un esposto al Tribunale di Trento contro Palermo per "avere effettuato intercettazioni non autorizzate e per non aver informato il Pm e il Procuratore generale sui cambiamenti avvenuti nell'inchiesta". Il 13 gennaio 1984, sulla base della denuncia di Giudiceandrea, il giudice Palermo venne indiziato di interesse privato dal Procuratore della repubblica di Venezia. Di fronte a tanti attacchi, i magistrati di Trento scesero in campo rendendo pubblico un documento di solidarietà nei confronti di Palermo. Gli avvocati di Gerlando Alberti, sfruttando la situazione, chiesero la ricusazione del tribunale di Trento, che venne accordata.
In questo modo, tutto il filone mafia dell'inchiesta Palermo venne stralciata e trasferita al tribunale di Brescia, dove tuttora giace dal 17 giugno 1984. Un altro imputato, la spia della Guardia di finanza Oberhofer, chiese ed ottenne la ricusazione del tribunale di Trento dal Procuratore generale Capriotti che già l'aveva negata nel 1981. Dopo il Procuratore generale Tamburrino, scese in campo anche il ministro Martinazzoli, il quale avviò un'inchiesta disciplinare nei confronti dei giudici trentini, investendo anche il Csm.
Da quando, con la sua inchiesta, il giudice Palermo aveva chiamato in causa i massimi livelli politici del Psi, gli sono piovuti addosso attacchi di ogni genere e il suo lavoro venne smembrato in mille rivoli. Nel giugno 1984, Palermo chiese di lasciare l'inchiesta armi e droga. In suo appoggio intervenne il presidente del Tribunale di Trento, Rocco La Torre. Il presidente del Tribunale dichiarò: "Ci sono state velenose e virulente reazioni determinate dal processo a causa dei sudici, sotterranei, colossali interessi colpiti. Contro la persona di Palermo ci sono stati molesti, incessanti e frustranti attacchi". Lo stesso Palermo denunciò che, da quando aveva imboccato la pista politica, erano stati riesumati provvedimenti già dati per archiviati. Nel giugno 1984, di fronte al magistrato di Venezia che lo interrogava, Palermo affermò: "Non pare fuori luogo notare fin d'ora che le più pesanti accuse mosse nei miei confronti da parte di avvocati, imputati e politici sono seguite al sequestro di documenti operato il 16 giugno 1983, in cui compariva, per la prima volta, il nome dell'onorevole Craxi in relazione al commercio illecito di armi con l'Argentina e sono proseguite con maggiore spinta, dando luogo a procedimento penale e disciplinare nei miei confronti allorché, il 10 dicembre 1983, sequestrai la documentazione da me trasmessa alla Commissione inquirente".
Nel luglio 1984, il giudice Palermo inviò una memoria difensiva al Procuratore della Repubblica di Venezia dottor Naso, affermando: "Successivamente all'intervento del Procuratore generale Tamburrino (su sollecitazione di Craxi) il dottor Naso ha emesso comunicazione giudiziaria nei confronti del sottoscritto, dopo che egli stesso aveva chiesto l'archiviazione delle denunce degli avvocati Ruggiero e Giudiceandrea perché ritenute infondate. Lo stesso dottor Naso mi riferì che anche la Procura generale di Milano aveva chiesto l'archiviazione dell'esposto presentato dall'avvocato Ruggiero perché infondato".
Nonostante tutto ciò, nell'agosto del 1984, dopo che Palermo ebbe inviato alla Commissione P2 e all'Inquirente gli incartamenti sul coinvolgimento dei politici nell'inchiesta armi e droga, la Corte d'appello di Trento decise di accogliere la richiesta dell'avvocato Ruggiero, togliendo l'inchiesta al giudice Palermo.
Recentemente, la Commissione parlamentare inquirente ha scagionato Bettino Craxi e il cognato Pillitteri. Ancora una volta, la rete protettiva attorno a Bettino Craxi ha funzionato; rimangono aperte le inchieste nei confronti delle finanziarie del Psi e di Ferdinando Mach, l'accusa di traffico d'armi nei confronti dell'avvocato Ruggiero ed il procedimento penale nei confronti del giudice Palermo.

Da Trento a Trapani.
Isolato, sottoposto a provvedimento disciplinare, espropriato dell'inchiesta armi e droga, il giudice Palermo chiese 'spontaneamente' di essere trasferito da Trento alla Procura di Trapani. La città dalle mille banche non ha un palazzo di giustizia funzionante, quello vecchio è cadente, quello nuovo è in costruzione dal 1958 e la Dc domina la città. Carlo Palermo è andato a prendere il posto di Ciaccio Montalto, il Procuratore assassinato dalla mafia perché stava seguendo la pista del traffico di droga internazionale.
Anche Ciaccio Montalto, sentendosi completamente isolato a Trapani e a Roma, chiese di lasciare la Sicilia per trasferirsi a Firenze, da dove avrebbe voluto proseguire le indagini, seguendo una pista che collegava la famiglia Minore con uno dei cavalieri del lavoro, Carmelo Costanzo. Prima di andarsene, nel dicembre 1982, da una serie di intercettazioni telefoniche trovò le prove che un Procuratore della repubblica, Enzo Costa (attualmente in arresto) era un uomo della mafia, legato ai Minore. Un mese dopo, il 25 gennaio 1983, alcuni killer venuti dagli Usa, assieme ai trapanesi, assassinarono il giudice Montalto. In passato, Ciaccio Montalto si era scontrato coi politici locali, mettendo sotto accusa gli ex parlamentari dc Diego Playa, consigliere provinciale, Giuseppe Magaddino e il repubblicano Francesco Grimaldi. I fratelli Minore, accusati di essere i mandanti dell'assassinio di Montalto, opportunamente avvertiti, sono riusciti a fuggire e sono tuttora latitanti, dopo che furono assolti grazie all'intervento del Procuratore Enzo Costa.
L'indagine innescata dal giudice assassinato era però destinata ad avere un seguito. Le bobine delle intercettazioni telefoniche da lui ordinate (ben 26) furono fatte sparire dal commissario Collura. Le ritrovò, parecchio tempo dopo, il Procuratore capo di Caltanissetta, Patanè, che le consegnò a quello di Trapani, Lumia. Quest'ultimo, in procinto di essere trasferito per procedimento disciplinare dal Csm a causa dei suoi rapporti con il Procuratore Costa, probabilmente per rivalsa nei confronti dei politici, diede incarico al nuovo arrivato, Carlo Palermo, di occuparsi appunto delle intercettazioni telefoniche. Le conseguenze furono immediate: Carlo Palermo fece incarcerare Calogero Favata, un finanziere della mafia, Salvatore Bulgarella, presidente dei giovani industriali siciliani e legato al clan dei Minore. In galera finiscono anche un funzionario dell'Agip, Jano Cappelletto, ed un armatore di Messina, Antonio Micali, accusati di voler acquisire con tangenti l'esclusiva per i collegamenti con la piattaforma dell'ente petrolifero. Colpiti i personaggi minori, Carlo Palermo si trovò nuovamente sulla pista dei politici.
Infatti, su Panorama del 15 aprile 1985, sono stati indicati i nomi di costoro, menzionati nelle intercettazioni che il giudice Patanè ha provveduto ad inviare alla Procura generale di Palermo. Essi sono: Francesco Camino, dc; Aldo Baffi, dc; Domenico Cangelosi, dc; Calogero Mannino, dc; Guido Bodrato, dc; Aristide Gunnella, Pri; Gianni De Michelis, Psi; Vincenzo Costa, Psdi. Le registrazioni avevano dormito per lungo tempo, con l'arrivo di Palermo si sono messe in moto le inchieste, anche quelle della Guardia di finanza sui fondi neri e le false fatturazioni dei cavalieri Rendo, Costanzo, Graci, industriali da tempo in odore di mafia, che nessuno aveva mai osato inquisire.
Il Procuratore capo Lumia, in procinto di andarsene, avocò a sé l'inchiesta riguardante i cavalieri del lavoro che Palermo chiedeva di arrestare. Alcuni giorni dopo, il 2 aprile 1985, è avvenuto l'attentato contro Carlo Palermo. Il seguito lo conosciamo, sono partiti i mandati di cattura contro Rendo, Costanzo, Graci. Puntualmente, sono arrivati dal Palazzo gli inviti a Carlo Palermo perché desista, arrivano anche le reazioni indignate della Confindustria e dei Cdf delle industrie di proprietà degli arrestati, preoccupati per l'economia dell'isola e per il posto di lavoro.
Mentre il Tribunale di Venezia conferma l'istruttoria di Palermo contro 33 mafiosi italiani e turchi, rincarando la dose delle accuse ed emettendo nuovi mandati di cattura, e proprio in questi giorni viene scoperta un'importante raffineria di morfina base a Castellammare del Golfo (Trapani), gli avvocati dei pezzi da novanta, profittando del discredito buttato sul giudice, tentano di far saltare il processo. Dopo aver subito l'attentato, Palermo ha dovuto denunciare ancora una volta l'isolamento nel quale lo Stato lo lascia, riducendogli addirittura la scorta ed ha aggiunto che la mafia e i servizi segreti "hanno formato un potere parallelo pericolosissimo" per le stesse istituzioni.
Fatto gravissimo, Bettino Craxi, spalleggiato dal ministro degli Interni Scalfaro, è nuovamente sceso in campo contro il neo sostituto Procuratore di Trapani, esprimendo preoccupazione per i mandati di cattura emessi da Palermo (contro i Rendo, Graci, Costanzo, Parasiliti) durante il suo discorso di fronte all'Assemblea regionale siciliana, il 30 aprile scorso (1985 ndr). Il gioco del segretario del Psi e presidente del Consiglio si fa sempre più scoperto e pesante, segno di nervosismo e difficoltà. Lasceremo anche noi solo il giudice Carlo Palermo?

Il seguito (nota a cura di m.m.c.)
 L’assoluzione degli inquisiti in sede giudiziaria avvenne in passaggi successivi. In primo grado, il Tribunale di Venezia, cui fu assegnata la cognizione della causa dalla corte di Cassazione, dopo 30 udienze e 10 ore di camera di consiglio, mandò assolti 22 imputati, condannandone altri 9 : Glauco Partel, a 7 anni e 8 mesi più la interdizione dai pubblici uffici per associazione a delinquere e violazioni della legge sulle armi del 1967; con le stesse accuse Carlo Bertoncini a 6 anni, Ivan Galileos a 5 anni e 4 mesi, Renato Gamba a 5 anni e 8 mesi; a pene più lievi sotto il profilo delle sole violazioni di legge, lo spedizioniere Vincenzo Giovannelli a 3 anni, a 2 anni e 8 mesi ciascuno Vincenzo Corteggiani, il colonnello Massimo Pugliese, il turco – tedesco Ertem Tegmen e il siriano Nabil Moahamed Al Maradni (sentenza del 1 febbraio 1988, presidente Giuseppe La Guardia, p.m. Nelson Salvarani). Contro la sentenza di primo grado si appellarono i 9 condannati e la Corte d’appello di Venezia assolse anche loro con la motivazione della insussistenza, per i primi 4, della associazione a delinquere e, per tutti, che ‘il fatto non costituisce reato’ in merito alle violazioni della legge sulle armi ritenute in primo grado. La Corte accolse le tesi avanzate dallo stesso rappresentante dell’accusa, Ennio Fortuna, secondo cui la intermediazione destinata allo smercio di armi non è prevista come reato dalla legge italiana se concerne gli stati esteri, senza transito in Italia, né abbisogna in questo caso di autorizzazioni; alle tesi del p.m. si rimisero i difensori, rinunciando alle arringhe in aula (sentenza del 12 aprile 1989, presidente Giuseppe Di Leo).
 Mentre era in corso il processo a Venezia e nei giorni della sentenza, la stampa pur riferendone dava maggior risalto ad altri fatti, quali gli attacchi di Martelli a Leoluca Orlando che si apprestava ad aprire le porte di ‘Palazzo delle Aquile’ al Pci, e l’esito del terzo processo contro ‘Cosa nostra’ a Palermo, che il 15 aprile 1989 mandò assolti i componenti della cosiddetta ‘cupola’ (fra cui i Greco, Provenzano, Riina) così che l’esito del processo ‘armi e droga’ non suscitò particolare clamore. Esito peraltro quasi scontato in un Paese come l’Italia che non criminalizza né la intermediazione né il commercio di armamenti ma li protegge in conformità con i propri fini politici, non certo pacifici, e l’inserimento nella Nato.
 Appena intervenuta l’assoluzione, l’ex ufficiale dei carabinieri Massimo Pugliese che ha smentito di aver trafficato in armi, asserendo la non veridicità del rapporto del servizio che lo indicava come personaggio centrale nel traffico e fu alla base della sua incriminazione, iniziò una lunga polemica contro il giudice Palermo, dai toni accesissimi, sia in sede giornalistica che giudiziaria, denunciandolo unitamente ai giudici che collaborarono all’inchiesta, con l’accusa di essere un “sequestratore” per aver fatto carcerare innocenti e financo della morte di Arsan, avvenuta in carcere per cardiopatia, il che definisce “omicidio bianco”. Citò inoltre a giudizio gli allora ministri delle Finanze Colombo, della Difesa  Zanone e il presidente del Consiglio De Mita, nell’intento di ottenere un risarcimento di 9 miliardi, giungendo per non aver trovato ascolto in Italia, fino alla corte di Strasburgo. Più interessante è l’oggetto di una ulteriore denuncia, anch’essa archiviata dal Tribunale dei ministri, contro gli on. Spadolini e Capria per “180 miliardi trasferiti a Zurigo, con l’autorizzazione dell’on. Spadolini, come compenso di mediazione a M. Al Talal per le navi da guerra ‘vendute’ all’Iraq, che non le pagò e le lasciò sul gobbo di Pantalone per 2.500 miliardi di lire” (cfr. il suo volume Perché nessuno fermò quel giudiceeditrice Adriatica e La rivincita del colonnello, ne L’Espresso 5 marzo 1989).
 Il giudice Palermo dal canto suo, continuò a difendere la sua inchiesta non nascondendo l’amarezza per l’esito finale, e a denunciare i traffici di armi e droga anche in sede politica (fu deputato della Rete) e giornalistica (cfr. fra gli altri i servizi pubblicati da  Avvenimenti il 2 ottobre 1991 Ecco il cuore dei crimini di Stato. Le banche dei servizi segreti che prende spunto dallo scandalo della Bbci, e il 19 febbraio 1992); alcuni anni fa, egli si è ritirato dalla magistratura per esercitare la professione. La sua inchiesta è pubblicata per ampi stralci in Armi e droga. L’atto di accusa del giudice Carlo Palermo, Editori riuniti 1988, con saggio introduttivo di Pino Arlacchi ed è descritta nelle varie fasi fino alla vigilia dell’esito assolutorio, in Fermate quel giudice, di Maurizio Struffi e Luigi Sardi, Reverdito editore, Trento 1986.
Sul traffico d’armi in genere, v. fra gli altri, Amnesty International, Armi, Sonda, Torino 1992; Leyendecker-​​Rickelmann, Mercanti di morte. Chi ha armato Saddam Hussein, Lucarini, Roma 1991; Stockholm International Peace Research Institute, Rapporto sugli armamenti, De Donato, 1983.
 
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Carlo Palermo: io avevo visto giusto e vi spiego perche'

Carlo Palermo: io avevo visto giusto e vi spiego perche'

 

LA GRANDE TRAMA. L' INTERVISTA

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ L' INTERVISTA TITOLO: Carlo Palermo: io avevo visto giusto e vi spiego perche' - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Carlo Palermo e' citato piu' volte nell' ordinanza dei magistrati di La Spezia. Con un riconoscimento piu' che lusinghiero nei confronti dell' ex collega: le sue inchieste, partite dalla Procura di Trento, hanno rappresentato una delle "poche occasioni" in cui si e' penetrati a fondo "nel tessuto connettivo" su cui poggiano le attivita' illecite di traffico d' armi. Nel frattempo Palermo ha lasciato la magistratura e ha avuto anche un' esperienza parlamentare. Cosa pensa, onorevole Palermo, dei riconoscimenti che le vengono dall' inchiesta spezzina? "Non possono non farmi piacere. Sia sotto il profilo piu' strettamente personale sia per gli spazi che aprono per arrivare a risultati concreti". I magistrati liguri riportano un articolo della Nazione secondo il quale Pierfrancesco Pacini Battaglia sarebbe intervenuto con una sua societa' per recuperare le casse di uranio imbarcate sul DC9 di Ustica. Il materiale radioattivo sarebbe stato venduto all' Irak e lei, nel corso delle sue inchieste, trovo' due fatture di 852 miliardi di lire ciascuna rimaste senza giustificazione... "Se tutte le ipotesi avanzate dalla Nazione venissero approfondite e confermate aprirebbero la strada a sviluppi interessanti. Per quanto riguarda la strage di Ustica ci sono delle connessioni che non fui in grado di documentare. Nella mia inchiesta ebbi occasione di imputare il direttore del Sismi di allora, Giuseppe Santovito e gli sequestrai un' agenda del 1980. Senza pero' intuirne a pieno il valore. E oggi quell' agenda so che e' al vaglio del giudice Priore. Mi limito a questo perche' non conosco gli atti dell' inchiesta spezzina. Ovviamente sono interessatissimo a capirne gli sviluppi perche' legati ad un episodio rilevante della mia storia personale, l' attentato organizzato contro di me a Trapani". Nelle sue indagini si e' mai imbattuto nella figura di Pacini Battaglia? "All' epoca no, solo successivamente. Parlo del ' 93 quando ero deputato trentino e mi occupai dell' alta velocita' ferroviaria che in Alto Adige riguarda il traforo del Brennero. Tra gli operatori interessati alla progettazione trovai rapporti societari che portavano a Pacini Battaglia e a un tal Massimo Perotti. Non so se quest' ultimo sia legato da rapporti di parentela con il Perotti arrestato dai magistrati di La Spezia". Rese pubbliche quelle sue indagini? "Ne parlai diffusamente in Parlamento prendendo la parola in occasione della seconda richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi per le tangenti Enimont. E sottolineai gli interessi che esistevano attorno al business ferroviario". Si imbatte' in Pacini Battaglia anche in vicende piu' strettamente legate al traffico d' armi? "No. Pero' capii i rapporti tra Eni e banca Karfinco e tra quest' ultima e la banca araba Bcci, controllata dalla mafia pakistana e legata alle vendite illegali di armi fino al ' 90 ' 91". Lei si occupo' anche delle aziende a partecipazione statale del settore difesa, segnatamente l' Agusta... "L' Agusta svolse un ruolo chiave. Le mie indagini si bloccarono sulle forniture militari italiane all' Argentina, usate come contropartita alla costruzione della metropolitana di Buenos Aires. Partendo dalle esportazione dell' azienda Efim mi imbattei nel ruolo di Craxi e mi costo' l' arresto dell' inchiesta. Successivamente i colleghi del pool Mani pulite fecero luce sul ruolo strategico che il business della metropolitana milanese svolgeva nel sistema ambrosiano delle tangenti e nei finanziamenti al Psi". Nell' ordinanza di La Spezia si cita anche l' indagine condotta dal procuratore di Roma Maria Cordova nei confronti dei responsabili dell' Oto Melara e della Snia. Il provvedimento venne pero' avocato dal procuratore capo pro tempore Ugo Giudiceandrea. E proprio lei in precedenza aveva fatto arrestare il figlio di Giudiceandrea, Bonifacio, nell' ambito della sua inchiesta sul traffico d' armi... "Devo ricordare che Bonifacio Giudiceandrea fu prosciolto da ogni imputazione. Detto cio' e' positivo che i magistrati di La Spezia abbiano ripreso in mano quel filone d' indagine. Perche' da li' potrebbero scaturire connessioni molto interessanti. L' episodio legato all' inchiesta della Cordova e' delicato e sulle sue dinamiche non si e' mai fatta luce. Eppure ritengo che sia uno dei piu' inquietanti misteri della nostra storia recente con connessioni governative di altissimo livello".
Di Vico Dario
Pagina 5
(22 settembre 1996) - Corriere della Sera
http://​archiviostorico​.corriere​.it/​1​9​9​6​/​s​e​t​t​e​m​b​r​e​/​2​2​/​C​a​r​l​o​_​P​a​l​e​r​m​o​_​a​v​e​v​o​_​v​i​s​t​o​_​g​i​u​s​t​o​_​c​o​_​0​_​9​6​0​9​2​2​1​3​4​4​8​.​s​h​tml
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