Rinvenuta una calibro 7,65 con 40 colpi in un deposito abbandonato  I carabinieri di Ercolano hanno

Rinvenuta una calibro 7,65 con 40 colpi in un deposito abbandonato

Rinvenuta una calibro 7,65 con 40 colpi in un deposito abbandonato I carabinieri di Ercolano hanno perquisito in via Supportico Panzone un’area dove vengono spacciati stupefacenti ed hanno rinvenuto un foro praticato nel muro di un deposito in stato di abbandono. All’interno è stata ritrovata una pistola calibro 7,65 e 40 cartucce. Inoltre sono stati rinvenute anche dieci confezioni di crack e un bilancino di precisione. L’arma sarà inviata al Ris di Roma per accertare il suo eventuale utilizzo in fatti di sangue o di intimidazioni nella zona. 

Foto Repertorio


http://www.lostrillone.tv/legginotizia.asp?idnotizia=13081&idcatnotizia=2&titolo=Rinvenuta%20una%20calibro%207,65%20con%2040%20colpi%20in%20un%20deposito%20abbandonato#
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Il ritorno dei morti viventi shaqino “Tu te lo ricordi quel film che si chiamava La notte dei morti

Il ritorno dei morti viventi


“Tu te lo ricordi quel film che si chiamava La notte dei morti viventi?”
“Certo, sì. È quello dove i cadaveri si mangiano la gente! Certo!..ma che cosa c’entra?”
“Lo sapevi tu che la storia di quel film è una storia vera?
Generalmente mi piacciono dei film seri o comunque dei film fatti in un certo modo. Ogni tanto però coltivo la passione per i cosiddetti B-​​Movie o film trash che dir si voglia. Quindi su proposta di qualche amico che se ne intende più di me riguardo questo genere, mi sono guardato questo film, nato come parodia/​tributo a “La notte dei morti viventi” di Romero (che, tra parentesi, mi manca. Cercherò di provvedere.).
La trama in breve: Freddy lavora per la Uneeda, una società che si occupa di esportare cadaveri per le università e scheletri per le facoltà di medicina. Durante il suo primo giorno di lavoro il reggente Frank gli racconta di una fuga di un gas, chiamato “triossina 204″, avvenuta nel 1968, che avrebbe fatto risvegliare i morti, per la quale Romero avrebbe preso spunto per girare il suo famosissimo film. Per errore, alcuni dei morti viventi “nati” in quel periodo furono mandati alla Uneeda che li conserva tuttora. Frank decide di mostrargli e per far vedere a Freddy che non c’è da preoccuparsi, dà un colpo a un barile in cui si trova un morto vivente, dal quale fuoriesce un gas che li stordisce. Mentre i due sono svenuti uno dei cadaveri che stavano nell’obitorio è resuscitato e pretende di uscire. I due, aiutati da Burt, superiore di Frank, decidono di ucciderlo nel modo classico insegnato dal film di Romero, ovvero sfondandogli il cranio. Non riuscendovi, lo tagliano a pezzi e lo portano da Ernie, un imbalsamatore, che decide di bruciarlo nel forno crematorio. Il falò però provoca la fuoriuscita di gas tossici, che provocano una pioggia “acida” che fa risvegliare tutti i morti del cimitero li accanto.
E’ abbastanza inutile tentare di fare una recensione seria o un commentio serio di questo film, che è senza ombra di dubbio il teatro dell’assurdo. Intanto ogni nostra convinzione sugli zombie viene spazzata via nel giro di un’ora e venti di film. Non basta spaccargli il cranio per ucciderli, non possono morire in alcun modo, l’unico modo è bruciarli. Altra cosa, sono molto molto svegli, al contrario del fatto che teoricamente non hanno un cervello funzionante.
Il film è diventato un cult del genere, lo si può quasi definire una commedia nera, con alcune scene che rimarranno senza dubbio impresse e provocheranno risate a chiunque guarderà questo film da ora in avanti.

Uno degli zombie più ridicoli della storia del cinema sugli zombie!
Il primo zombie che compare viene colpito in testa con una picconata, questo non muore, allora i protagonisti decidono di tagliargli la testa con un seghetto. C’è uno zombie nano che a un certo punto del film comincia a correre. Ridicolissimo! Trash, una delle ragazze che compaiono durante il film con un ruolo anche pseudo-​​importante, rimane nuda per tre quarti della durata del film. Si spoglia durante una festa al cimitero, quando inizia a piovere entra in macchina nuda, le viene data una maglietta ma non i pantaloni e quando, finalmente, viene attaccata dagli zombie, la maglietta si strappa rimanendo ancora nuda. Infine, trasformata in zombie, è ancora nuda! Uno zombie che chiama la centrale tramite la radio della macchina della polizia dicendo “Servono rinforzi”.
Film horror con risate assicurate e che ci toglie ogni convinzione che avevamo sui morti viventi. Creativo!
http://​nonceparagone​.wordpress​.com/​2​0​1​2​/​0​3​/​1​4​/​i​l​-​r​i​t​o​r​n​o​-​d​e​i​-​m​o​r​t​i​-​v​i​v​e​n​ti/
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Death Valley Stones, il mistero delle Pietre Mobili Racetrack Playa (parco nazionale della Death

Death Valley Stones, il mistero delle Pietre Mobili

Death Valley Stones - Pietre Mobili
Racetrack Playa (parco nazionale della Death Valley, California) è famoso per le sue pietre mobili. Il fondo della playa (un antico lago) è fango asciutto, inaridito che si è rotto in piccoli perfetti ottagoni e pentagoni. E’ piatto che più piatto non si può. E ci sono rocce vaganti che sembrano muoversi per conto proprio. Le pietre hanno una grandezza che varia dal ciottolo a rocce di mezza tonnellata e hanno dimensioni e forme così diverse poiché si sono staccate dalle colline che si vedono dietro, nella fotografia.
I loro percorsi variano in lunghezza e vanno in qualunque modo, dai zig-​​zag agli anelli e al ritorno su se stessi. Alcune viaggiano solo per alcuni piedi; altre procedono per centinaia di yards. Come fa il vento a girare in circolo, tornare indietro su se stesso e zigzagare? Perchè due rocce una accanto all’altra prendono percorsi totalmente differenti, perchè alcune rimangono ferme?
Per molto tempo le ragioni per cui si muovono hanno confuso i geologi e gli scienziati che le hanno studiate fino a che dei geologi del CalTech condussero su di esse uno studio durato sette anni. Conclusero che la ragione per cui le rocce si muovono è che, in certe condizioni atmosferiche, la pioggia o la nebbia fitta o la rugiada rendono il fango scivoloso e bagnato, e i venti spingono le rocce in giro.

Death Valley Stones - Pietre Mobili
Queste enormi pietre hanno l’abilità di muoversi attraverso l’asciutta e polverosa superficie del deserto a volte fino a 900 PIEDI in un singolo movimento. Mentre nessuno ha mai visto una roccia muoversi, il Dott. Robert P. Sharp, un geologo della Divisione di Scienze Geologiche e Planetarie al California Institute of Technology di Pasadena, California, dice di aver monitorato il movimento di 30 pietre dal 1968 al 1974. Il Dott. Sharp afferma che le pietre si muovono a velocità che raggiungono i tre piedi al secondo, ed è noto che si sono mosse anche per due miglia.
Ad un certo punto il Dott. Sharp e Dwight Carey, appartenenti in precedenza al Reparto di Geologia a U.C.L.A, hanno posizionato paletti di ferro attorno a ciascuna delle pietre per misurare i più piccoli movimenti. Ma persino questi non hanno rappresentato un ostacolo per le pietre, una volta che queste hanno iniziato a muoversi. Apparentemente questi paletti non hanno impedito a 28 delle 30 pietre di scappare e muoversi fuori dal recinto, ha detto il Dott. Sharp. Qualche immutabile legge della natura prescrive che i movimenti debbano avvenire solo nell’oscurità di notti tempestose. E’ interessante il fatto che delle 30 pietre controllate – dice il Dott. Sharp – sette di esse sono inspiegabilmente sparite senza lasciare traccia.
Qualunque tentativo di spiegazione si è rivelato insufficiente. Lo stesso Sharp propone una combinazione di ghiaccio e vento che agirebbero durante la notte (probabilmente un fenomeno analogo a quello dei “pipkrakes”, di ambiente periglaciale). Egli stesso tuttavia ammette che al momento qualsiasi spiegazione è puramente ipotetica.
Don Spalking è il soprintendente del Monumento Nazionale di Death Valley. Conosce il dott. Sharp, e conosce le ricerche del dottore volte a capire cosa fa veramente muovere le pietre. “Gli esperti sono venuti qui per anni” dice, “ma nessuno sinora ha visto una pietra muoversi. Sappiamo che lo fanno, ma non sappiamo come o perchè”.
Uno dei ranger del parco ha detto che il fenomeno ha qualcosa a che fare con il magnetismo del sottosuolo.
Ha affermato che sicuramente potrebbe essere il vento e che il fango diventa scivoloso quando il terreno è umido o bagnato, ma che non si spiega come due rocce vicine una all’altra possano andare in due direzioni opposte o come una possa stare ferma mentre una tre volte più grande si muova. Ha detto che lui ha visto le rocce muoversi per lunghi tratti quando il tempo è perfettamente asciutto e NON c’è vento, o semplicemente quando non sussistevano le “condizioni” che si dice siano necessarie affinchè il fenomeno abbia luogo. Dal momento che si tratta di un deserto, piove raramente eccetto che nella stagione dei monsoni, e a volte al mattino c’è molta nebbia, tuttavia le rocce si muovono durante tutto l’arco dell’anno.
Può la sola forza del vento spostare delle pietre su una superficie ghiacciata? E come potrebbe questo lago ricoprirsi di ghiaccio o brina durante la notte? Siamo in un deserto in California!
E così gli scienziati continuano a fare ricerche e a studiare il segreto delle misteriose pietre mobili della Death Valley, California, in un altro classico esempio dell’inspiegabile.
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Etruschi: il popolo del mistero Con una traiettoria storica ed evolutiva particolarissima, se solo

Etruschi: il popolo del mistero


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Con una traiettoria storica ed evolutiva particolarissima, se solo si tiene conto del fatto che le cronache che ci restituiscono ad oggi il loro ritratto più certo, se accostate l’una all’altra, a stento giungono ad assommare un pugno di informazioni o poco più. Una gens misterica, insomma, sul cui conto gli scarsissimi dati storici si mescolano – ed in maniera inscindibile – con tutto ciò che nel tempo è stato semplicemente detto, pensato e sostenuto di loro.
Supposizioni ed ipotesi, certo, ed addirittura leggenda e mito. Se è vero che i loro fasti non giunsero al capolinea in concomitanza con il tramonto della loro potenza, e che buona parte dell’anima etrusca sopravvisse a lungo nella mentalità di chi, messi loro da parte, ereditò lo scettro della supremazia sulla penisola – il popolo romano – bisognerebbe concludere che i Rasna vivono ancor oggi, e non sono dunque mai realmente scomparsi. Ma questo è soltanto l’epilogo della vicenda.

Antico vaso etrusco magnificamente decorato
Nebbia ed incertezza di ben altro spessore contornano il mistero forse più grande e più discusso in proposito. Da dove veniva questo popolo? Cominciamo dall’ipotesi più semplice. Tirreni, li chiamano alcuni. Originari cioè della costa occidentale del Mediterraneo. Un modo articolato per dire autoctoni. Primo esponente di questa corrente fu, nel I secolo a.C., lo storico Dionigi d’Alicarnasso. Questi, vissuto al tempo dei fasti d’epoca augustea, menzionava il popolo dei Rasenna, originari dell’attuale Italia. Perfino un luminare del calibro di Massimo Pallottino ha recentemente dato man forte a questa ipotesi, evidenziando come la civiltà etrusca si sia formata in un luogo che non può che essere l’Italia centrale, e dunque in Etruria stessa. Allarghiamo il focus d’indagine. E consideriamo come uno stuolo di letterati classici, raccolto attorno alla corrente di pensiero inaugurata a suo tempo dallo storico greco Erodoto, vorrebbe il popolo etrusco scaturito dalla forzata diaspora di un gruppo di anatolici, esuli a causa di una grande carestia che nel XIII secolo a.C. avrebbe flagellato la loro terra natale. E’ press’a poco l’opinione espressa dal linguista Massimo Pittau, che si dice peraltro convinto dell’esistenza di un’affinità di fondo tra lingua sarda ed etrusca, tale da ricondurre entrambe all’antica lingua lidia.
Gli Etruschi, insomma, potrebbero provenire dalla Lidia. Passando in primo luogo per la Sardegna, laddove gli esuli avrebbero disposto di un arco temporale di quattro secoli per dare origine alla civiltà nuragica, prima di dirigersi alle coste tirreniche dell’Italia centrale, dove quella che sarebbe stata in seguito definita come civiltà etrusca si sarebbe sviluppata a partire dal IX secolo a.C.. Quella erodotea, anche a motivo della consistente autorevolezza detenuta dalla fonte, è una tesi che ha finito per farsi accettare quasi unanimemente dai maggiori letterati dell’antichità. Finendo, così, per condizionare pesantemente anche i moderni studiosi. A corollario, va tuttavia sottolineato come, nonostante le numerose rielaborazioni operate ad oggi, nessun pieno sostegno sia giunto da evidenze più strettamente archeologiche. Non fermiamoci. Una terza spiegazione elaborata porrebbe i Tirreni su di un continuum evolutivo il cui capo va rintracciato nel Nord Europa.
Sarebbero insomma l’ultimo anello della migrazione progressiva di una popolazione nomade che avrebbe dapprima valicato le Alpi, per poi attestarsi in un primo tempo nelle valli dell’attuale Alto Adige e, di qui, calare verso sud seguendo la direttrice appenninica per stanziarsi nella Maremma del IX secolo. A supporto di questa tesi c’è un controverso passo di Livio il quale, nel quinto libro delle sue Historiae, giunse a stabilire un legame a dir poco palese tra i Tirreni di Maremma ed una più antica popolazione atesina di guerrieri e pastori, i Reti. Peccato che questa corrente, fortemente in auge tra gli studiosi di epoca neoclassica, nell’Ottocento venne tacciata di infondatezza in modo così veemente da causarne il progressivo oscuramento e, di qui, il totale e definitivo accantonamento.

Lo studioso Mario Alinei
C’è dell’altro. Prendendo le mosse da alcune bieche supposizioni presentate nel lontano 1968 da uno scienziato statunitense di nome Hugh Hencken, l’italiano Mario Alinei ha invece sviluppato in merito alla provenienza dei Rasna una delle ipotesi in assoluto meno ortodosse in circolazione. Questo sforzo esplicativo, tuttavia, possiede anche un pregio non da poco. Quello di costituire una tra le più affascinanti spiegazioni mai prodotte al riguardo. Si tratta del portato di un sistema teorico più vasto che gli addetti ai lavori indicano come TCP. Teoria della Continuità dal Paleolitico. Ma l’idea di Alinei, e prima di lui di Hencken, è nota ai più come teoria etrusco-​​ungherese. Al suo interno, le carte tradizionalmente poste in gioco subiscono un brusco rimescolamento, tanto radicale che, per una volta, ai Latini che siamo soliti etichettare come invasori viene assegnato un ruolo assolutamente inedito.

Il Gran Tumulo del Diavolino presso Vetulonia
Quello di padroni di casa, autoctoni insomma. Gli stranieri sarebbero, neanche a farlo apposta, i Rasna. E la civiltà che storicamente li precedette, quella Villanoviana. Entrambe filiazioni di una matrice partita da molto lontano. Dal Danubio e dai Carpazi, per la precisione. Cambiamo scenario per un attimo. Dagli scavi effettuati nella terra scura di Vetulonia, in pieno regno etrusco, emerse qualche tempo fa un meraviglioso vaso. Tutto sommato in buone condizioni. E, per di più, recante un’iscrizione perfettamente conservata. Un breve testo che suona: naceme uri ithal thilen ithal ixe me. Vaso Parlante, lo chiamano gli studiosi. La frase è in perfetto etrusco, ce lo dice la grafia. I problemi sono due. Primo: non sapremmo tradurla dall’etrusco. Secondo, che è peggio: ha perfettamente senso se letta in un’altra lingua. Peccato che l’altro idioma è il magiaro arcaico. Nekem – uram – italt tel-​​en (töltsd), ital idd (igy) meg. Cioè “versa in me, o signore, la bevanda, beviti la bevanda”. Strano. Ma l’intuizione è buona. Muovendosi sul piano strettamente linguistico, etrusco ed ungherese presentano parallelismi tipologici a dir poco sorprendenti. In primis, sono agglutinanti con accento sulla prima sillaba. Ancora, possiedono la stessa armonia vocalica. Terzo: tutte e due le lingue hanno consonanti occlusive sorde. Inoltre, i nomi delle magistrature principali corrispondono, e le denominazioni delle città d’Etruria rispondono allo stesso paradossale canone del vaso di Vetulonia. Possono essere lette tranquillamente ricorrendo all’ungherese. Una curiosità che ci riconduce al piano storico dal quale eravamo partiti.

Itinerario della migrazione dei Magiari antichi
Anche gli Ungheresi sono degli invasori. Inizialmente accorpati agli Ugri della Siberia Occidentale, hanno infatti guadagnato il suolo patrio solo dopo aver fatto la conoscenza dei Ciuvasci, nomadi di origine turca dediti a migrazioni e scorrerie all’interno della steppa asiatica, e del loro dono più importante, l’arte di cavalcare.
Nonostante gli spunti innegabilmente suggestivi che questa ipotesi ci consegna, ad oggi l’enigma dei Tirreni sembra tutto fuorché sciolto. Forse è destinato a restare tale. Forse, per recuperare il senso della loro parabola e tentare di comprendere la loro repentina uscita di scena, sarebbe più sensato – o almeno più coerente con il tema – rivolgersi altrove. Magari, al divino vaticinio delle stelle ed alla sapienza misterica degli aruspici, proprio come erano soliti fare loro.
di Simone Petrelli
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Legge di Attrazione Ci sono molti modi di vivere la Vita e uno di questi è quello di agire in base

Legge di Attrazione

Ci sono molti modi di vivere la Vita e uno di questi è quello di agire in base a dei criteri ben precisi, che se compresi e imparati ci porteranno proprio nella direzione da noi scelta.. Ma attenzione!!!
Non è per niente facile attuare la Legge di Attrazione, anche quando abbiamo la convinzione di averla compresa.
Il fatto di comprenderla e conoscere le regole della Legge, può essere un’arma a doppio taglio e ed facile capirne il perchè!
Vivi seconda le regole della Legge di Attrazione e otterrai ciò che pensi, ciò che vuoi e ciò che non vuoi!
Spesso pensiamo di non volere una determinata cosa che guarda caso puntualmente arriva.
E perchè pensando di non volere una determinata situazione, non riusciamo a sfuggirle? Questo avviene perchè la legge non agisce su quello che vuoi o non vuoi (azione), ma ben sì su quello a cui presti attenzione.
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Atlantide, la città perduta Nascoste nelle profondità del mare Caraibico, davanti alla penisola

Atlantide, la città perduta


Città di Altantide
Nascoste nelle profondità del mare Caraibico, davanti alla penisola Cubana di Guanahacabibes, nei pressi di un vulcano spento, in un’area di 20 chilometri quadrati del pavimento oceanico, immense strutture formano un reticolato urbano, che spicca sulla spianata di sabbia bianca, con i suoi muri ad angolo retto.
Le strutture si snodano in un regolare e ordinato groviglio di strade, vicoli, incroci e piramidi di stile mesoamericano.
Gli occhi meccanici di un robot hanno violato, dopo migliaia di anni, i resti di un’antica città; hanno immortalato i megalitici blocchi di granito, tagliati e posizionati con cura a formare piramidi e altre strutture a volte circolari, simmetricamente organizzate.
Il filmato che è stato prodotto ha posto all’osservazione dell’equipe di esperti, quali il Dr.Gambino La Rosa del Museo di Scienze Naturali di Cuba, le strutture e le anomale incisioni impresse su di esse composte da simboli e gruppi di lettere, simboli e croci ovali, simili ai segni minoici e a quelle presenti su alcuni sigilli babilonesi e assiri.
Simili, ma non della stessa appartenenza, somiglianti ai caratteri dell’alfabeto greco, ma più paragonabili alle incisioni etrusche.
La scoperta, che ha suscitato grande clamore, risale al maggio 2001 quando la spedizione canadese, guidata dall’ingegnere russo Paulina Zelitsky della ADC Advanced Digital Comunications, con lo scopo di ricercare antichi relitti, si è imbattuta in strutture sottomarine situate alla profondità di circa settecento metri.
Nel dicembre dello stesso anno a conferma di quanto rilevato dal sonar, è stato immerso un robot telecomandato provvisto di telecamera che ha filmato quella che, da subito, è stata ritenuta un’antica città sommersa.
Si è pensato immediatamente all’Atlantide perduta, memori anche della caduta di una cometa intorno al 9000 a.C. che devastò la costa orientale atlantica americana.
Il filmato ottenuto, già diffuso dalla TV cubana, ha evidenziato strutture artificiali composte da blocchi levigati, eretti uno sull’altro in forme diverse; coperti da iscrizioni sconosciute e a quanto pare indecifrabili.
Secondo le dichiarazioni di Paulina Zelitsky sono presenti numerosi edifici in granito bianco di forma piramidale di stile americano.
Per avere ulteriori dettagli dovremo attendere l’esito di una spedizione prevista per l’estate del 2002, quando verrà utilizzato un robot particolare provvisto di tre telecamere e potenti riflettori; un trapano con diverse funzioni e un grosso braccio mobile di 10 metri per prelevare campioni. Ovviamente il Dr. Gambino non rilascia dichiarazioni che possano dare adito a speculazioni anche se a suo dire le costruzioni risultano essere lisce, piatte e formate da blocchi sovrapposti quindi artificiali. Naturalmente dal prelevamento di campioni si otterranno informazioni dettagliate.
Immagini migliori, magari un frammento con iscrizioni e simboli, contribuiranno a fornire dettagli per l’identificazione del luogo.
Quanto finora raccolto riguardo ai glifi riporta a molte culture. Inoltre i simboli presenti sulle strutture sommerse si ritrovano nelle caverne cubane; sia in quelle di superficie sia in quelle sommerse. Sembrano simili al linguaggio lineare “C” usato da una cultura minoica conosciuta come Luwiani che viveva nell’odierna Turchia al tempo dei Troiani.
Alcuni scritti Luwiani sono stati trovati in Italia e per gli esperti del settore potrebbero costituire un importante collegamento fra gli Etruschi e l’Asia Minore.
Sembra che la croce ovale abbia più significati, non solo come “LU” per Luviani, ma anche “Star” stella. Forse per indicare l’imminente caduta di una cometa?

Città di Altantide
I Troiani avevano una versione della storia di Atlantide molto particolare e interessante. Raccontano che la loro civiltà era stata fondata da Dardano che si diceva provenisse da Atlantide.
Dardano era nato in un isola lontana, situata ad Ovest da Elettra e Atlas, che diede nome a quella terra. Atlas aveva una sorella che partorì Clione, dea del mare, dalla quale ebbero origine le Pleiadi.
Comunque i caratteri più vicini ai simboli filmati sulle pietre della città sommersa risultano molto più similari a quelli etruschi, una delle più misteriose culture. Vivevano in Toscana ma nessuno sa chi erano e da quale luogo provenivano. Abili marinai e artigiani hanno lasciato inciso su pietre, colonne e artefatti un linguaggio che nessuno è stato capace di tradurre.
Dove acquisirono il loro linguaggio scritto? Nel regno di Atlantide?
Platone ci racconta che la loro terra era in effetti un avamposto di Atlantide. Durante una delle tante spedizioni organizzate dal popolo del continente perduto venne fondato uno stato in quel luogo dopo aver stabilito una specie di matrimonio di scambio con la popolazione stanziale, creando in tal modo ciò che noi conosciamo come Etruria.
Analizzando la capacità degli Atlantidei non possiamo fare a meno di pensare agli Annunaki; difatti i primi vengono descritti come grandi navigatori, ma anche come sapienti minatori e buoni lavoratori del rame. Le miniere di questo minerale del Nord America sono state ampiamente sfruttate; secondo calcoli effettuati dagli esperti sarebbe stato trattato almeno mezzo bilione di libbre di rame greggio durante quel periodo.
Numerose le miniere che furono scavate ad una profondità di venti metri usando una tecnologia ben diversa da quella conosciuta dai nativi americani. Studiosi di quella nazione hanno accertato che sono state soppresse le prove dell’esistenza di una grande impresa di sfruttamento minerario nel Michigan dal 3.000 a.C. al 1.200 a.C. Nello stesso periodo di tempo dalla parte opposta aveva origine l’età del Bronzo.
La cosa più straordinaria è che grazie al loro sviluppo tecnologico avanzato erano in grado di spedire enormi quantità di rame grezzo fino in Europa.
Anche gli Annunaki erano provetti minatori, secondo quanto narrano le cronache sumere.
Questi i fatti storici, quanto poi alla possibilità che si tratti dei resti del continente perduto dobbiamo considerare gli eventi catastrofici abbattutasi nella zona.
Da indagini aeree del 1930 nella zona della Carolina del Sud risultano esistenti nella zona mezzo milione di crateri di forma ellittica. Sarebbero stati prodotti da un corpo celeste frantumatosi durante la caduta sulla terra, dopo essere entrato in collisione con un altro asteroide.
I campioni prelevati rivelano che l’evento si sarebbe verificato alla fine dell’ultima era glaciale ossia oltre 11.000 anni fa; nel 9.000 a.C.
L’età precisa dell’impatto resta sconosciuta; ma dalle rilevazioni risalirebbe all’incirca all’epoca fornita da Platone. Sono state scoperte recentemente due teste scolpite molto somiglianti nei lineamenti a serpenti che ricordano le statuette della cultura Ubaid, rinvenute a Jarmo; databili fra i 6.000 e gli 8.000 anni e quindi più antiche del sito ove sono state rinvenute.
Potrebbe essere la prova che qualche popolo effettuò esplorazioni marittime dall’America fino all’Europa, attraverso l’Africa.
È stato rinvenuto in Perù, in Mexico e nelle Indie Occidentali, una specie di cotone che, a detta degli esperti, è stato introdotto nelle Americhe per iniziare una coltivazione, ma che non era originario di quei luoghi. Di conseguenza qualcuno lo ha importato dal mondo occidentale proprio con quello scopo. Sono evidenze fisiche di una connessione fra India, Asia, Mediterraneo e Americhe.
Quando emergerà dalle profondità dell’oceano caraibico potrà fornire la chiave per comprendere il mistero di Atlantide.
Il continente perduto non è più un mito; giunge notizia che nel settembre 2001 una spedizione spagnolo americana ha individuato, a circa ottanta metri a Sud Ovest delle Azzorre, un gruppo di resti urbani sommersi, consistenti in un tempio centrale sostenuto da tre basamenti di nove colonne, che a sua volta sorregge un tetto di pietra di sei metri per nove. Intorno i resti di cinque canali circolari, alcuni ponticelli e quattro anelli di strutture uguali al tempio. Il tutto a 850 metri di profondità, cento in più del sito cubano.
Considerando i resti rinvenuti a suo tempo a Bimini, la grande isola inizia a prendere forma e con essa una nuova luce illumina la storia dell’umanità.
a cura di Mauro Paoletti
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Triangolo delle Bermuda, sparizione di aerei e navi nell’oceano Senza traccia. Strani eventi

Triangolo delle Bermuda, sparizione di aerei e navi nell’oceano

Triangolo delle Bermuda
Senza traccia. Strani eventi sembrano essere accaduti nell’Oceano Atlantico di fronte alle coste degli Stati Uniti. All’interno e in prossimità di un’area delimitata da una linea immaginaria che unisce le Bermuda, la Florida e Puerto Rico – un triangolo i cui lati misurano ciascuno all’incirca duemila chilometri – un numero considerevole di imbarcazioni e aerei sarebbe scomparso in circostanze a dir poco misteriose.
Il cielo risplendeva di stelle, e il DC-​​3 si accingeva ad atterrare all’aeroporto di Miami. Il volo, proveniente da San Juan, Puerto Rico, procedeva bene. Le luci della città erano già visibili. Improvvisamente, le comunicazioni tra la torre di controllo e l’aereo si interruppero. Pressoché immediatamente scattò una massiccia operazione di ricerca. Il tempo era ideale, la visibilità ottima, ma del DC-​​3 e del suo equipaggio nessuna traccia. Scomparso nel nulla, all’alba del 28 dicembre 1948.
Stessa sorte era toccata alcuni mesi prima allo Star Tiger, un aereo di linea delle British South American Airways, mentre si stava avvicinando alle Bermuda proveniente dalle Azzorre. Qualche settimana dopo la scomparsa del DC-​​3, lo Star Ariel, gemello dello Star Tiger, faceva perdere le sue tracce tra le Bermuda e la Giamaica. Il tempo era ottimo. Malgrado i numerosi mezzi impiegati nelle ricerche, l’incidente restava inspiegato e alcun resto dell’aereo fu mai ritrovato.

Triangolo delle Bermuda
Ma è il 5 dicembre 1945 che si è verificato il dramma più incredibile. Quel pomeriggio, cinque aereosiluranti Avenger della Marina degli Stati Uniti decollarono dalla base navale di Fort Lauderdale per un breve volo di addestramento. Era una missione della massima routine, ma si concluse in una tragedia avvolta nel mistero, con la probabile morte dei quattordici uomini di equipaggio. Malgrado non vi fosse alcuna evidenza di cattivo tempo, il comandante della squadriglia comunicò via radio che tutti e cinque gli aerei si erano dispersi ed erano incapaci di capire in quale direzione stavano volando. Alcuni istanti dopo questo drammatico messaggio le comunicazioni si interruppero, per non riprendere mai più. Due idrovolanti della Marina furono subito inviati nella zona in cui si presumeva che la pattuglia aveva fatto perdere le sue tracce. Alcune ore dopo, a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche, fu impartito loro l’ordine di rientrare. Solo uno tornò alla base. Le ricerche proseguirono per cinque giorni, ma senza alcun risultato.
Le autorità della Marina erano confuse. Un ufficiale commentò così l’episodio: “Sono letteralmente scomparsi come se fossero volati su Marte”. L’episodio segnava l’inizio della saga moderna del cosiddetto Triangolo delle Bermuda.
Molti altri incidenti occorsero negli anni ’40. Il City Belle fu ritrovato abbandonato nei pressi delle Bahamas nel 1946, esattamente un anno dopo la tragedia dei TBM Avenger, e il Rubicon, si era trasformato in una nave fantasma che stava andando alla deriva lungo le coste della Florida, quando fu ritrovata nell’ottobre 1944, in eccellenti condizioni, ma senza un cane a bordo. Nel 1940 la Gloria Colita fu ritrovata abbandonata, ma in condizioni eccellenti, lungo la costa occidentale della Florida, nel Golfo del Messico.
E andando indietro nel tempo, nell’agosto 1935 l’imbarcazione La Dahama fu incrociata in perfetto stato nel Triangolo delle Bermuda diversi giorni dopo che un’altra imbarcazione l’aveva vista in procinto di affondare. Nel 1931 la nave norvegese Stavenger scomparve nelle Bahamas con quarantatré uomini a bordo, così come accadde in una tranquilla giornata dell’aprile 1925 al Raifuku Maru dopo aver lanciato il seguente messaggio: “Venite presto, è tremendo! Non possiamo fuggire”.
La goletta Carroll A. Deering fu ritrovata incagliata nelle Diamond Shoals nel gennaio 1921 con tutte le vele issate. Due gatti erano le uniche creature viventi restate a bordo. La cosa più strana fu che un pasto completo stava ancora sui fornelli, in attesa di un equipaggio che non lo assaggiò mai. Lo stesso anno una dozzina di altre navi scomparvero nella medesima zona.
Nel 1918 la Marina degli Stati Uniti accusò un’ulteriore scomparsa: la Cyclops, una carboniera lunga oltre 170 metri, in navigazione dalle Barbados a Baltimora con 309 uomini a bordo. Malgrado fosse una delle prime imbarcazioni equipaggiata con radio a bordo, nessun SOS venne lanciato. Ad alimentare ancor più il mistero contribuirono le scomparse, nel 1941, sulla stessa rotta altre due navi sorelle della Cyclops, la Proteus e la Nereus.
Sciagure inspiegate? L’infelice fama di questo tratto di mare sembra trovare riscontri anche nei secoli addietro. Già uno dei primi ad aver navigato in quelle zone, Cristoforo Colombo, nel suo primo viaggio alla scoperta del Nuovo Mondo nel 1492 si imbatté in fenomeni che sconcertarono l’equipaggio della sua nave: un lampo infuocato che cadde in mare, insoliti comportamenti delle bussole, e una strana luce che apparve in lontananza una notte.
Malgrado i riferimenti siano frammentari, è documentato che almeno quattro vascelli americani scomparvero senza spiegazioni apparenti tra il 1781 e il 1812. Nel 1840 la Rosalie, una nave francese, fu trovata deserta vicino a Nassau: vele issate, un considerevole carico intatto e tutto in ordine. La Lotta, un brigantino svedese, scomparve vicino Haiti nel 1866, seguito due anni dopo dalla Viergo, un mercantile spagnolo.
Ma uno dei più grandi misteri del mare resta la scomparsa dell’Atalanta nel 1880. La nave lasciò le Bermuda in gennaio diretta in Inghilterra con un equipaggio di trecento cadetti e ufficiali e non fu mai più ritrovata. La catena delle sciagure continua nel 1884 con la Miramon, una goletta italiana salpata da New Orleans e inghiottita nel limbo. Nell’ottobre 1902 è la volta del brigantino tedesco Freya a essere ritrovato abbandonato.
La storia sembra sempre ripetersi, anche in tempi più recenti: condizioni meteorologiche buone, nessun problema meccanico, normali comunicazioni radio, poi il silenzio. Poiché di solito nulla viene ritrovato malgrado le intensive ricerche è quasi una sorpresa quando il mare concede alcuni relitti o si riceve un messaggio di soccorso. Una di queste eccezioni accadde nel febbraio 1953, quando un aereo inglese con a bordo trentanove persone lanciò un SOS mentre si trovava a nord del Triangolo: la richiesta di aiuto si interruppe d’improvviso. Le operazioni di ricerca non diedero alcun risultato.
Nel marzo 1950 un quadrimotore Globemaster americano diretto in Irlanda scomparve a nord del Triangolo, seguito, qualche mese dopo, dalla nave da carico Sandra: era una calma notte tropicale e trasportava 340 tonnellate di insetticida.
Gli incidenti sono continuati senza tregua: un Super Constellation della Marina nel 1954 con 42 persone a bordo; la Sourthen Districts carica di zolfo lo stesso anno; lo yacht Connemara IV ritrovato abbandonato nel pieno centro del Triangolo nel 1955. L’anno dopo è la volta di un Marine Sky Raider e un bombardiere della Marina con dieci persone di equipaggio. Un insolito numero di scomparse sarebbe accaduto intorno a Natale. Nel gennaio 1958 l’editore Harvey Conover assieme ad alcuni familiari salpò da Key West sul suo yatch diretto a Miami. Scomparvero tutti per sempre.
Nel 1962 un aereo cisterna KB-​​50 dell’Air Force si alzò in volo dalla base di Langley, Virginia, diretto alle Azzorre con nove persone di equipaggio. Poco dopo il decollo la torre di controllo ricevette un breve messaggio, subito troncato, indicante una qualche sorta di avaria. Malgrado una intensa ricerca, ancora una volta nessuna traccia.
Il 1963 fu un anno particolarmente menagramo. Iniziò con la Marine Sulphur Queen, una nave da carico costruita appositamente per trasportare zolfo. Scomparve in vicinanza della Florida dopo aver trasmesso un messaggio di routine. Con la sola eccezione di alcuni giubbotti di salvataggio, nulla venne ritrovato dell’imbarcazione. Nel luglio dello stesso anno la Marina e la guardia costiera furono impegnate per dieci giorni nell’inutile ricerca dello Sno’ Boy, un peschereccio di cui si erano perse le tracce nei pressi della Giamaica. Un mese dopo è la volta di due cisterne volanti KC-​​135. A mezzogiorno comunicarono la loro posizione, poi non si seppe più nulla. Quando i loro rottami furono rinvenuti nei pressi delle Bermuda si pensò a una collisione in volo, ma il ritrovamento di altri relitti, 160 miglia distante, alimentò il mistero. Se gli aerei non si erano scontrati tra di loro, come spiegare che erano precipitati simultaneamente?
E non è finita. Nel 1965, a giugno, un C-​​119 dell’Air Force scomparve senza spiegazioni dopo aver lanciato un incomprensibile messaggio. Nel gennaio 1967 stessa sorte toccò a un aereo da trasporto Chase YC-​​122 durante un breve volo tra Fort Lauderdale e Bimini. Nel luglio 1969, malgrado le ottime condizioni meteorologiche, furono ritrovate cinque imbarcazioni abbandonate. Il mese seguente, anche Bill Verity, un navigatore esperto, scomparve nel Triangolo. Altri eventi non spiegati accaddero negli anni a seguire. Nel 1971 fecero perdere le proprie tracce le navi da carico Elizabeth e El Caribe. Nel marzo 1973 l’Anita, la più grande nave da carico mai scomparsa, salpò da Norfolk e di lei non si seppe più nulla.
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Il caso Menichelli Maria sta ritta in piedi tanto da sembrare più alta, o appena un po’ meno minuta

Il caso Menichelli

Una Safety Coffin brevettata nel secolo scorso per evitare il rischio di sepolture improprie (fonte: bizzarrobazar.com)
Maria sta ritta in piedi tanto da sembrare più alta, o appena un po’ meno minuta del solito. Al centro esatto dell’aula, con poche spanne che la separano dalla cattedra sistemata alla buona di fronte alle seggiole sulle quali si assiepano i ragazzi, mantiene le palpebre ostinatamente serrate. Perfettamente immobile, si potrebbe quasi pensare che non c’è proprio, che non è là, che non esiste. Ma parla, e quando inizia a snocciolare quelle parole non finisce più per parecchi minuti. Almeno finché non sopraggiunge la stanchezza, e le gambe le si fiaccano e la resistenza viene meno. Finché le forze non l’abbandonano del tutto, e con esse gli spiriti che si infilano nel suo corpo. Perché Maria, Maria Bocca, è una formidabile medium, di quelle che invece di limitarsi ad interloquire con i morti riescono ad entrare in sintonia con l’oltretomba tanto bene e tanto a fondo da finire vittima di trance interminabili. Trance nelle quali riporta frasi e richieste e preghiere dei morti del paese, di gente che tutti hanno conosciuto ed incontrato almeno un paio di volte nella piazza principale, e che oggi non sono più che un timbro di voce, quello identico, che la donnina ripropone in maniera assolutamente fedele.
Uomini e donne del posto, parenti degli studenti che sono vissuti fino a poco prima nei paesini della provincia e che hanno trovato la loro fine nelle ore più buie della guerra mondiale, magari, o tra i postumi che le reiterate privazioni hanno seminato nel loro fisico di scampati. Ai primi di settembre del 1950 l’Università di Camerino sta lentamente riguadagnando l’interesse della popolazione. Forse perché la gente è profondamente ansiosa di riprendere le abitudini di una vita normale, quelle che ha dovuto metter via in tutta fretta quando le armi hanno catapultato tutti gli uomini validi al fronte, per ingrassare da ultimo la terra. La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato ovunque una gran ferita aperta, ma in Italia in particolare il dazio da pagare è stato infinitamente amaro. Fra reduci esauriti ed ex soldati nevrotici, fra testimoni annichiliti e persone comuni tramutatesi all’improvviso in pazzi furiosi, alla popolazione scampata si impone la necessità di capire la strage, di dare un senso all’orrore, di toccare con mano i confini dello scempio per covare il pensiero ardito che sì, anche la notte più fonda arriva soltanto fino ad un certo punto. Così, il corso di studi più gettonato a Camerino non può che essere quello di psicologia. Specialmente da quando c’è quel diavolo di un professore, Giuseppe Stoppolini pare che si chiami, che inframezza alla teoria più canonica dei memorabili excursus nell’occulto. E allora c’è fila, ogni volta che Stoppolini tiene una lezione, e fila doppia da quando il professore ha iniziato a presentare al suo pubblico il tema dei sensitivi. Da quando, per la precisione, si porta appresso Maria.
Anche questa volta, la Bocca tira fuori quattro o cinque voci note a tutti, e siccome si sta esaurendo in fretta Stoppolini sta quasi per chiudere e lasciarla riposare. Ma proprio in coda, la medium riprende mordente per un attimo, e dalla sua gola precipita sull’uditorio un lamento fioco di donna, che insiste a bloccare tutti gli astanti sulle sedie. Quella voce, non c’è dubbio, non può essere di Maria. E non appartiene a nessuna persona conosciuta, visto che invano i ragazzi si scambiano sguardi interrogativi tentando di dare un nome ed un’identità a quella flebile invocazione. “Sono nata Rosa Menichelli il primo luglio del 1900” recita la donna dell’Aldilà per bocca della medium. E subito prosegue quando morii ero Rosa Spadoni, come mio marito che era mancato prima di me. Entrambi siamo sepolti nel cimitero di Castelraimondo, poco lontano da qui. Vi chiedo soltanto di aiutare le altre persone, perché anche a loro potrebbe accadere la stessa cosa che accadde a me…” C’è un momento di silenzio perfetto tra il pubblico. Un lungo momento in cui il tempo sembra arrestarsi, mentre sia gli studenti che il professore cominciano a realizzare che quella lezione, se possibile, oltrepasserà ancora i canoni della normalità. Maria Bocca inizia a tremare visibilmente mentre raccoglie quel poco di energia che le è rimasta nelle viscere. Con gli occhi sempre ed ostinatamente chiusi si accosta alla scrivania, allunga una mano incerta per recuperare un minimo di saldezza mentre le labbra si dischiudono appena per lasciar sfuggire l’ultima frase. Due giorni dopo che fu stilato il mio certificato di morte, fui portata al cimitero e lì sepolta viva!” Quello che accade dopo è il rallenty dell’unico epilogo che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Una panoramica di Castelraimondo (fonte: wikipedia​.org).
Molti studenti si alzano in piedi ed istericamente guadagnano il fondo della sala, sconvolti, mentre presso la cattedra Maria Bocca implode, accasciandosi al suolo dopo aver lanciato un urlo tanto netto e sinistro da raggelare il sangue di tutti i presenti. Lo stesso, profondo brivido gelido che scuote la schiena di Stoppolini. Ma quello è il prezzo minore per chi scomoda l’Aldilà. E soprattutto, dietro quell’angoscia eterea si cela dell’altro. Forse, l’interrogativo più importante in tutta questa strana storia. Quanto c’è di vero nelle parole della presunta Rosa Menichelli? Così, mentre gli inservienti della facoltà si danno un gran da fare nel raccattare l’esanime Maria Bocca dal suolo polveroso dell’aula, sistemandola sulla cattedra e sollevandole le gambe affinché il sangue riprenda ad affluire generoso al suo cervello, Stoppolini sta già pensando a cosa fare dopo. In primis, verificare con la medium che quel contatto sia stato davvero tale. Perché in caso affermativo potrebbe costituire un’ottima prova della sopravvivenza alla morte. Poi, mettersi sulle tracce della Menichelli, che per quanto a suo tempo sepolta viva deve trovarsi in una tomba precisa nel cimitero di Castrimonno, come lo chiamano i locali.
Castelraimondo oggi ha poco meno di 5mila abitanti, ma all’epoca altro non era che un modesto paesino sperso nel maceratese, popolato da un pugno di anime che a stento traboccavano se costrette nell’antica cinta muraria tirata su in tutta fretta durante le vetuste guerre con i villaggi limitrofi di Matelica e San Severino al tempo dei guelfi e dei ghibellini. Vestigia di un passato illustre e suggestivo come i 37 metri della torre merlata del Cassero. E’ sempre stato un luogo frequentato Castelraimondo, visto che tra le colline che ne delimitano il territorio, poco prima che abbia inizio la quinta montana preappenninica formata dei Monti Primo, Gemmo e Crispiero, nel tempo hanno rinvenuto tracce risalenti a Mesolitico e Neolitico, oltre a reperti di epoca romana e del Basso Medioevo. Teatro di scontri intestini per tutta l’epoca rinascimentale, l’area fu falcidiata da terremoti notevoli tra il ‘700 e l’800, che rimodellarono l’abitato spianando la strada all’imponente risanamento edilizio del primo Novecento. Scomparse così sia la chiesa di San Bartolomeo che la cappella della Maestà, la mano dell’uomo ha lasciato in piedi tratti delle mura castellane, il Cassero che compare anche nello stemma del paese e la canonica parrocchiale di San Biagio. Ricostruita quasi del tutto, quest’ultima, quando nel 1906 un famelico incendio divorò gran parte delle sue strutture portanti, l’ornato interno e perfino gli altari, deturpando le opere d’arte che originariamente la rendevano il vanto del paese. A partire dai primi anni del ‘900, una considerevole attenzione è stata rivolta all’espansione urbana, proprio in direzione di Camerino.

Una Safety Coffin brevettata nel secolo scorso per evitare il rischio di sepolture improprie (fonte: bizzarrobazar​.com)
Un obiettivo che ha significato all’atto pratico realizzare ex novo un Corso principale bordato di palazzetti in stile liberty. Lo stesso Corso che, il 13 settembre del 1950, viene percorso in tutta fretta da un manipolo d’uomini affaccendati, sudaticci, stranamente frettolosi. Sono studenti del corso di occultismo di Camerino, certo, ma anche Maria Bocca, che consuma la terra coi suoi passi minuscoli. E poi un tale Manfrini, fotografo assoldato per l’occasione, un paio di operai nei loro laceri completi da lavoro, tre ufficiali governativi ed un patologo dell’autorità sanitaria di Camerino, collega di Stoppolini, di nome Matteo Marcello. In testa, ovviamente, c’è il professore. Che nel frattempo ha compiuto le sue rapide indagini ed abbandonato l’ipotesi che si tratti di una montatura orchestrata dalla sensitiva. E che effettivamente, all’ospedale civile provinciale di Camerino, il 4 settembre 1939 è stato registrato il decesso di un certa Rosa Spadoni, 39 anni. Infezione da febbre puerperale, con conseguente compromissione della funzionalità cardiaca. Una donna che è stata sepolta proprio nella terra di Castelraimondo un paio di giorni dopo. E’ abbastanza per proseguire la delirante indagine. E’ sufficiente, soprattutto, per radunare un’équipe. Quella che procederà all’esumazione della salma di Rosa, considerato anche che i parenti più prossimi della donna sono morti, e che nessuno ha formulato alcuna opposizione in materia. Tomba numero 10, fila 47. La lapide c’è, e non sembra poi così difficile andare a cercarne la verità nascosta. Ma per quanto i due spalloni si diano da fare, sollevando palate di terra scura e rendendo la fossa sempre più profonda, ci vuole quasi un’ora per arrivare a raspare con il metallo sul legno della bara. Stoppolini si tuffa nella buca, inzaccherandosi da capo a piedi pur di far tacere quel tarlo che gli rovina i pensieri. Dopo undici anni di interramento, la bara è ridotta piuttosto male. Esposta alle intemperie del sottosuolo, è mezza rosicchiata dai vermi ed inizia a cedere. Ma viene comunque tirata fuori dalla terra, e finalmente si procede all’apertura. Nessuno ha ancora idea di quale orrore stia per affacciarsi sulle loro anime inesperte. Divelto il coperchio, la luce fa capolino all’interno del feretro e ne dischiude il segreto. Quel che resta di Rosa giace supino nell’interno della cassa. Il cranio è piegato a sinistra. Il braccio sinistro è ancora sollevato. Le ossa delle dita infilate in bocca, praticamente a ridosso della gola. E’ evidente che sono state morse a fondo, perché alcune dita sono tranciate tra una falange e l’altra.
Freneticamente strappate dal loro posto. Il medio e l’anulare – compresa la fede pesantemente corrosa – sono finiti in fondo alla gola. I capelli appaiono pesantemente scomposti, come se fossero rimasti impigliati tra le dita della donna mentre per quanto possibile si divincolava. Le ginocchia, invece, sono rimaste piegate, nell’ultimo disperato sforzo di aprire il sepolcro e guadagnare la luce. Ma il peggio è altrove. Sull’interno del coperchio, per la precisione. Profondi, paralleli graffi che hanno solcato il legno finché le unghie non hanno ceduto, e con esse l’ultima timida speranza di Rosa di aprirsi una via d’uscita nel terrore della sua morte in vita. Sepolta viva. Sudano freddo, gli uomini di Stoppolini, patologi compresi. Sudano anche mentre vergano con grafia incerta per l’emozione il comunicato ufficiale a chiusura della vicenda. “E’ del tutto irrilevante sapere come il professor Stoppolini sia giunto alla conoscenza dei fatti” si legge nella nota. “Dobbiamo ammettere con lui che Rosa Spadoni fu sepolta mentre si trovava in stato di coma, in assenza di percepibili segni di vita. E che si risvegliò nella bara quando era ormai troppo tardi per soccorrerla” chiosano. Rosa Menichelli non è morta su un letto dell’Ospedale di Camerino. Forse in coma, è stata dichiarata morta mentre galleggiava nella sua repentina catalessi. Dopo due giorni di oblio si è risvegliata. Ma era già troppo tardi. Prematuramente inumata. Condannata ad essere sigillata nel suo secondo e definitivo letto di morte, a rivivere ancora una volta il trapasso. Stoppolini è praticamente sotto shock. Ed il capitolo di Rosa Menichelli, malgrado tutto, non si è ancora concluso. Il 16 settembre, trascorsi appena 3 giorni dalla sconvolgente scoperta di Castelraimondo, Stoppolini raduna nuovamente il suo uditorio alla presenza di Maria Bocca. Stavolta sono loro a cercare di contattare Rosa, e la trance della sensitiva è relativamente più quieta. La sepolta viva si palesa per un attimo.

Edgar Allan Poe, leggendario autore noir di Baltimora autore del racconto Le esequie premature del 1844
Il tempo di ringraziare il manipolo per essersi invischiato in quella vicenda nera, e per esortarli a fare qualcosa per prevenire che altre tragedie come la sua abbiano a verificarsi ancora. Tanto che sembra essersi fatto ossessionare dal rischio della sepoltura errata. Inaugurando una campagna di sensibilizzazione per proporre una maggiore attenzione in fase di acclaramento dell’effettiva condizione dei defunti prima della loro sepoltura. Il professore ha raccolto il suggerimento. Indagato. E proposto stime a supporto di quello che è divenuto il suo chiodo fisso. Ha sostenuto che in Francia una persona su 500 verrebbe sepolta viva. Che nel Regno Unito sarebbero almeno 2700 le inumazioni improprie ogni anno. Che nella profonda provincia americana il preoccupante tasso inglese possa levitare raggiungendo la quota di un sepolto vivo su 50. Ma a sessanta anni di distanza non c’è traccia dei suoi materiali. Praticamente nulla. Oggi a Camerino c’è ancora qualcuno che, se interrogato in proposito, giurerà che sì, quel caso di prematura inumazione è realmente accaduto. Idem dicasi se si riuscirà a parlare con alcuni anziani di Castelraimondo. Ma al più si tratterà di testimoni indiretti. La stessa identità di Stoppolini è messa in serio dubbio da quando qualcuno ha sostenuto che, dopo un vaglio del corpo docenti attivo nell’accademia marchigiana in quegli anni, non era saltato fuori nessun professore con quel cognome. Anzi, sembra che tra i docenti uno Stoppoloni sia esistito, e che si sia davvero interessato di paranormale. Peccato che non abbia tenuto alcun corso di scienze occulte, anche e soprattutto perché professore di veterinaria. Così, mentre questa faccenda scatena echi sempre più profondi che rimandano direttamente ai racconti di una penna celebre di Baltimora, un certo Edgar Allan Poe, l’unica fonte di livello a trattare il caso al di fuori dell’Italia risulta essere Fate Magazine, una rivista per amanti dell’insolito che al ritorno di Rosa Menichelli dedicò un articolo “appena” 55 anni fa. Informazioni più precise, purtroppo, a tutt’ora non se ne trovano. Ma è proprio questo che ne fa una straordinaria storia di fantasmi.
 di Simone Petrelli
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Dietro al mito dei vampiri Esistono i Vampiri? Sebbene anche io sia molto attratto da questa

Dietro al mito dei vampiri

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Esistono i Vampiri? Sebbene anche io sia molto attratto da questa figura, è con un po’ dispiacere che rispondo alla fatidica domanda: I vampiri esistono, ma non quelli a cui siamo abituati pensare!
Ma andiamo a vedere cercando di capire Il perché e cosa, in tempi antichi POTEVA ESSERE scambiato per un vampiro. Si parte! Il vampiro, inutile negarlo, l’Durante Ormai sua ultracentenaria Esistenza letterale, ha ispirato tutti i campi dell’arte.
Ha colpito ed ammagliato MOLTI di noi con il Suo fascino romantico e solitario ma al tempo stesso Temibile e Sanguinario. Perchè questo volenti o Nolenti, il vampiro è comunque parte della nostra cultura, ha creato ammiratori fanatici, fan-​​club, ha permesso La creazione di un’apposita e specifica ala di letteratura e di cinema, è in definitiva uno dei più amati personaggi della Fantastica cultura occidentale e non. Ma come per tutti i miti, confondere fantasia con realtà Spesso diventa una tappa obbligatoria, perchè questo si cerca di Creare la leggenda, la Possibilità di Mettere la sua Esistenza in uno status di discutibilità.

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Il Vampiro, Che ha oltretutto creato un vero e proprio stile di vita per Alcuni SEGUACI Devoti (ad esempio persone Che modificano i Propri Canini, ecc.), Non è solamente una leggenda, ma qualcosa in CUI credere ciecamente. Ovviamente come quando il baccano si fa assordante, ci sono persone di stato, e ci sono tuttora, Che sostengono di provare Avere inoppugnabili e concrete dell’esistenza dei Vampiri Nella storia e persino del mondo moderno. Anche se queste non sono mai provare Rese pubbliche statali, così come per molti altri campi del paranormale, mi sento comunque di dire Che vi è un fondo di verità nell’esistenza del vampiro. Capiamoci meglio; I vampiri, intesi come non-​​morti ritornati Dalla tomba, invincibili, se non per mezzo di croci ed aglio e paletti piantati nel cuore, Che dormono in bare foderate di lusso e seducono giovani pulzelle con un finto accento Creolo-​​europeo, E sono Restano un’invenzione, su questo nessun dubbio, ma cosa ha ispirato Bram Stoker Nello scrivere Dracula? Da dove è arrivato lo spunto? La principale ispirazione dello scrittore irlandese (tra l’altro in giovane età ricercatore medico), è una malattia del sangue Rarissima trasmessa Generalmente per cause ereditarie; la Porfiria. Vedrete infatti delle sbalorditive Connessione Tra le caratteristiche di questa malattia e le Particolarità del vampiro. Giusto per onor di cronaca, è corretto dire Che tale malattia è oggi quasi scomparsa e totalmente curabile. L’ultimo Censimento uno Riguardo contava 100,000 persone affette in tutto il mondo. E ‘una sindrome clinica (o meglio gruppo di sindromi cliniche) determinata da un alterato metabolismo delle porfirine. È DOVUTA uno mutazioni nei geni Che regolano la biosintesi dell’eme, gruppo prostetico dell emoglobina ‘; La Porfiria è suddivisa in Diversi gruppi, associati uno disturbi di diversa intensità e caratteristiche sintomatologiche, non Che varianti di evoluzione del virus stesso nell’organismo ospite .
Ma vediamo in linea semplificata, in cosa consisté Generalmente questa malattia.
Nella forma di Porfiria eritropoietica congenita o Morbo di Gunther (CEP), i principali sintomi sono una Fortissima l’anemia (da qui il classico pallore dei vampiri) e fotosensibilità alla luce del Sole. Questa è forse la Peculiarita più conosciuta delle debolezze del vampiro. Infatti, proprio per come accadrebbe ad un nosferatu, il malato di Porfiria DEVE Evitare di esporre la pelle direttamente al Sole, altrimenti la zona interessata dall’esposizione diretta ai raggi UV si ustionerebbe favorendo seguitamente lo Sviluppo di bolle e cisti. Altra insolita e bizzarra Caratteristica di questa malattia è l’eritrodonzia, disturbo Che colora letteralmente i denti di un colore fosforescente, Facendo così suggerire un ‘allungamento spropositato dei medesimi, ADDIRITTURA visibili in ambienti poco illuminati. Tale fluorescenza è DOVUTA alle porfirine Che si depositano nel fosfato di calcio dei denti.
E non è finita. Il malato di Porfiria non PUÒ assolutamente mangiare, e nei casi più estremi Nemmeno toccare il comune aglio. Questo Perchè l’aglio, contrariamente uno Quanto succede Nelle persone sane, nei malati di Porfiria esalta le tossine presenti nel sangue e fa peggiorare notevolmente la malattia. In altri casi meno frequenti, la Porfiria PUÒ causare anche retrattilità della gengive, Che associata all’eritrodonzia farebbe sembrare i denti un qualcosa di inumano, rachitismo degli arti, in particolare delle mani (aggravato Tra l’altro Dalla Mancanza di contatto alla luce del Sole) Facendo così Prendere alla mano umana una forma bestiale. La Mancata assimilazione di raggi UV inoltre, Potrebbe negli anni deformare leggermente un viso umano, Che già soggiogato da un pallore estremo e dai sintomi sopra riportati, prenderebbe le sembianze di un vero e proprio Grugno demoniaco. Un’altra forma di Porfiria ad esempio la Porfiria Cutanea Tarda (PCT), seppur manifestando LA STESSA comune fotosensibilità con conseguente lesione cutanee al contatto diretto con il Sole, incrementa La crescita di peluria all’altezza del viso, in particolare degli zigomi. E ‘ragionevole Quindi presumere CHE SIA da questa Particolarità Che il vampiro abbia in Molte delle sue varianti una folta peluria selvatica Simile a Quella di un lupo, di un pipistrello o di una fiera.
Il sistema nervoso, Dopo Quello Circolatorio, è il secondo bersaglio di questa malattia. Un malato di Porfiria infatti, PUÒ occasionalmente Avere forti disturbi neurologici Seguiti da una forte paralisi Che lasciava il soggetto in uno Stato di catalessi anche per giorni …. Alcuni casi di morte alla similitudine. Non sono rari nel passato i casi in cui UN malato di Porfiria si svegliasse Durante l’estremo saluto Mentre era comodamente messo dentro ad una bara. Ecco Quindi Un’altra spiegazione delle caratteristiche abitudinarie del vampiro; la catalessi in una bara seguita da un risveglio. I famigliari dei malati di Porfiria, credendo di fare il bene del proprio caro, lo invitavano insistentemente a bere sangue bovino o suino per ovviare il pallore e la malattia in generale. Questo contrariamente un CIO, però Che si sperava di Ottenere, da solo non metteva in pericolo il malato esponendolo ad altre malattie, ma scatenò l’azione della Chiesa Che inquisì tutti i malati di Porfiria Perché associati alle FORZE nefaste della Bibbia. Questo appunto Perché Nella mentalità medievale, vedere una persona mortalmente pallida Evitare il Sole (e quindi Dio), muoversi di notte con denti lucenti ed un viso massacrato Dalla malattia, magari cercando di andare a racimolare dal sangue da bere, era la perfetta Incarnazione del demonio .. La severità dell’Inquisizione Cattolica porto Bram Stoker infatti uno Connettere l’odio del vampiro verso la Croce e Dione. L’associazione tra Vampiri e animali Selvatici inoltre, Potrebbe osare spiegazione anche ad Un’altra delle caratteristiche del vampiro, ovvero la sua estrema forza fisica e il modus operandi nel Creare i Propri simili. In passato l’uomo VENIVA molto più Spesso uno contatto con animali come lupi, volpi, orsi e pipistrelli di Quanto non avvenga oggi. POTEVA Facilmente succedere Che QUESTI animali, mediante un morso o il semplice contatto con la saliva, trasmettessero la volgarmente Chiamata Rabbia, Che ricordiamoci PUÒ Essere contratta anche dall’uomo ..
L’associazione tra la Rabbia ed il vampiro è perfetta quasi Quanto la Porfiria. Il vampiro, di Fatto molto affine alla figura del lupo e del pipistrello, crea appunto altri vampiri mordendo le sue Vittime e succhiandone il sangue (poppisma). VI E Un’altra cosa da precisare sulla rabbia e la sua Connessione al Vampiro. La Rabbia, negli animali, si manifesta sotto diverse varianti dovute; la Rabbia Furiosa e la Rabbia Muta. Sebbene Entrambe Portino alla morte del soggetto entro una settimana Dalla manifestazione dei primi sintomi, la Rabbia Furiosa si manifesta nel 70% circa dei soggetti. Se la Rabbia Muta è manifestata con paralisi mascellare in primis, e muscolare nel giro di 1-​​2 giorni, la Rabbia Furiosa si manifesta con sintomi letteralmente opposti, Soprattutto negli animali. Che il soggetto ha sviluppato questa variante del virus è iperattivo, Quindi non dorme favorendo così un’innaturale “Vagabondaggio”, e inoltre Estremamente aggressivo Non solo e attacca Qualsiasi Essere vivente venga a contatto, ma scaglia la propria pazzia anche contro oggetti inanimati. Inoltre da dire Che racconto soggetto è propenso ad una forte sovreccitabilità, ed infatti da qui vi è la prorompente forza sessuale del vampiro letterario. In Alcuni Soggetti è Stata anche diagnosticata paura ed intolleranza alla luce del Sole e anche l’eisoptrofobia, Che è il forte disagio nel vedere la propria immagine riflessa. Quindi mi sembra ovvissima la Connessione tra il mondo fantascientifico e Quello medico.
Infine, per concludere la mia ricerca dico solamente Che nessuna forza paranormale colpiva queste persone, nessun demonio e certamente nessuna spiegazione satanica v’era alla base di tutto. Queste persone Erano costrette a Vivere in uno Stato di isolamento, braccate Dalla Chiesa e dall’ignoranza dell’epoca. Il primo romanzo Che ha dato origine a tutto, Dracula, altro mi sento di dire Che Che non era la manipolazione di questa malattia, e vengono Spesso Accade per il paranormale, un’ovvia manipolazione ed una diversa interpretazione della realtà. Tengo infine uno precisare Che vi SAREBBE altro materiale uno riguardo, molto più approfondito e professionale, ma che non ho potuto riportare per via dell’uso di un linguaggio prettamente medico E quindi di non facile Comprensione, immediatezza ed anche per una Questione di spazio ed . Sono felice di lasciarvi comunque i link sottostanti per approfondire la ricerca in modo più completo possibile.
Andrea Pellegrini
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Sulle tracce del tesoro di Alarico Per la Roma che assiste al tramonto inesorabile del suo dorato

Sulle tracce del tesoro di Alarico

Sulle tracce del tesoro di Alarico
Per la Roma che assiste al tramonto inesorabile del suo dorato sogno imperiale, il 25 agosto del 410 è il peggiore dei giorni.
Dies maestus, giorno funesto nel quale al più abile dei mille popoli migranti che premono sui limines, i confini del mondo civile soverchiato dalle orde barbare in movimento, riesce il colpaccio. Alarico coi suoi Goti. Violatori della sacralità di una ex capitale (ormai il potere si è spostato verso Ravenna e, più ancora, l’axis mundi sta scivolando su Bisanzio) cosmopolita che da otto secoli non subiva l’oltraggio di un’invasione straniera.
Cade l’Urbe dei padri, tradita dagli stessi sobillatori del suo volgo che sabotano gli accessi della via Salaria e concedono ai Goti una via sicura per fare irruzione e portare scompiglio in città.

Il Sacco di Roma in una miniatura francese del Quattrocento
E’ notte fonda a Roma quando le prime avanguardie barbariche si fanno largo nel tepore del buio estivo e sottomettono le poche guardie a presidio del quadrante espugnato. Poi arriva Alarico, ed inizia ufficialmente il sacco. Settantadue ore di travaglio che sovvertono l’ordine e scardinano il decoro. A salvarsi, il solo Papa Innocenzo, sin dalla prima ora postosi sotto l’ala dell’invasore. Ma è una quiete dolorosa, la sua, visto che deve assistere inerme alla strage del popolo dopo essersi assicurato che i Westgoten non tocchino né le chiese né le reliquie degli Apostoli. Alarico ed i suoi andranno via il 28 agosto, non prima però di aver messo mano alle ricchezze dell’ombelico del mondo, ai forzieri ricolmi degli ori trafugati da un degno espugnatore quale Vespasiano in quel di Gerusalemme trecentocinquanta anni prima. I Visigoti che abbandonano l’Urbe tra le maledizioni della gente che piange i suoi morti e la rovina portano con sé una carovana interminabile.
Bottino e codazzi di prigionieri, prelevati a sfregio sradicando il fiore dell’aristocrazia romana. Solo una cosa manca ai barbari armati. Sono a corto di vettovaglie, ed ora che la compagine si è ingrossata a dismisura bisogna trovare un rimedio. In fretta. La campagna a sud di Roma è un immenso granaio spalancato. Basta razziare e non pensare. Per quello bastano gli ordini del condottiero. Marciare verso sud, sempre più in fondo. Fin dove arriva la terra. Di corsa, prima che si scateni l’inverno. Sul Bruzio, prima, per poi passare il mare e, dalla Trinacria, varcare il Mediterraneo per svernare al sole d’Africa in attesa che il tempo migliori. Il resto si vedrà strada facendo.
Ma prima del sole c’è l’Italia da attraversare. C’è la Campania da espugnare. Capua e Nola da mettere a ferro e fuoco, tra un banchetto servito dai ridicoli nobili romani, ormai ridotti a sguatteri buoni a nulla, ed un’ubriacatura pantagruelica, complice il rosso Falerno che tanto aggrada alle schiere di Alarico. Finisce la terra campana e finisce il Falerno.
La Lucania è soltanto è una breve parentesi di sangue. Dietro la quale comincia il Bruzio, la calata inesorabile verso le rocce che, a Reggio, delimitano il margine del canale di Sicilia. Si stipano su barcacce, i Goti di Alarico, le riempiono di armati e vettovaglie e prigionieri ben oltre il limite della decenza. Ma Scilla non perdona, e le onde infide dello stretto falciano parte dell’improvvisata flotta, costringendo i superstiti a fare dietrofront. Alarico ha 40 anni. E’ pallido e gonfio.

Il Busento presso Cosenza
La lunga marcia, certo. La calata forsennata, anche. Ed i festini interminabili, perfino. Un male oscuro – ma alcuni sostengono che siano stati i postumi fatali di un colpo di lancia – lo conducono in fretta alla fine. Durante il ripiegamento delle truppe su Cosenza ed a pochi mesi dal sacco di Roma, cade nel sonno della morte. Tra gli onori dei suoi, che piangono il re guerriero che li ha condotti verso la gloria ed ha fatto loro macinare miglia fatali colmandoli di bottino come mai era capitato loro. I dignitari della sua corte girovaga provvedono alla sua sepoltura sul suolo italico, mentre volge al termine la vicenda dell’Alarico storico. Non si sa nulla di certo sulle esequie del re.
Ad oggi, anzi, cercare di farsi un quadro preciso dei fatti che seguirono il decesso del condottiero visigoto è un’impresa praticamente impossibile. A meno di non doversi districare nel folto delle leggende fiorite su quei giorni lontani e, soprattutto, sul destino del favoloso tesoro che Alarico requisì dall’Urbe per portarlo seco nella sua testarda corsa verso la storia. E’ il 1820 quando un drammaturgo tedesco di nome August von Platen-​​Hallermunde pubblica una ballata intitolata Das Grab im Busento, La tomba nel Busento. Il testo scritto dal conte teutonico piace in Europa. Tanto che Giosuè Carducci ne cura una traduzione italiana che suona così:
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ’l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe ’l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.
Ahi sì presto e da la patria
Così lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli omeri
Va la chioma al poderoso!
Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.
Dove l’onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.
Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d’òr lucenti:
De l’eroe crescan su l’umida
Fossa l’erbe de i torrenti!
Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l’onde
Per l’antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.
Cantò allora un coro d’uomini:
“Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non víoli
La tua tomba e la memoria!”
Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.
Secondo la ballata, la solenne inumazione di Alarico, comprensiva della sepoltura del suo destriero e dell’armatura amata – ma soprattutto degli arnesi d’òr lucenti del tesoro – sarebbe avvenuta nel letto del fiume cosentino Busento, provvidenzialmente deviato per consentire alle schiere del defunto di re di approntargli una sepoltura serenamente inviolabile. Al termine dei lavori, la sorte di Alarico sarebbe stata repentinamente seguita anche dagli schiavi addetti allo scavo, al fine di evitare che testimoni scomodi sopravvivessero all’arguzia e potessero divenirne poi delatori. La versione von Platen, per quanto tendenzialmente sorprendente, trova timida conferma anche nelle cronache storiche di più antica fattura, quali quelle firmate dal bizantino di origine alana Giordane ed il romano Cassiodoro di Squillace (e cozzando invece con quanto riportato nel Quattrocento dal gentiluomo di fortuna Auguste De Rivarol, che sosteneva di essersi imbattuto nella salma di Alarico sepolta nel fango del fiume Crati tra due scudi da battaglia).
Ad oggi, nessuno ha tuttavia saputo collocare esattamente la tomba del re. E dunque, nel cosentino si seguita a scavare. Sulle orme delle settecentesche iniziative intraprese dal patrizio napoletano ed avvocato concistoriale monsignor Giuseppe Capecelatro, che a suo tempo fece rivoltare la terra alla confluenza dei fiumi Busento e Crati, purtroppo invano.
La frustrazione ha in questo caso partorito esiti anche inattesi, sebbene ugualmente infruttuosi, specialmente quando alcuni studiosi si convinsero che il fiume da setacciare non fosse il Busento ma il Basento lucano, anch’esso confluente nelle acque dello Ionio. Sono stati tanti gli studi e le ricerche che nel corso dei secoli hanno seguitato a stimolare fortemente la fantasia dei cercatori. Italiani e non, considerato che negli anni Quaranta, nel quadro della rivalutazione delle saghe nordiche propugnata dal Terzo Reich, in loco fu inviato perfino Heinrich Himmler, delfino del Fuhrer disceso in Italia per far luce sulla fine di quel monarca germanico antico che, per primo, dominò l’estro di Roma seminando terrore e riverenza in tutta la penisola.

Alarico I
Più di recente, locali scolaresche infervorate ed appassionati dell’ultima ora stanno spostando il focus del setaccio dal corso del Busento alle aree limitrofe. In primo luogo, alle inaccessibili Grotte dell’Alimena, tra Mendicino e Carolei. O, come sostengono i fratelli Natale e Francesco Bosco, nella località di Rigardi (toponimo guarda caso di origine gota che indica rispetto) alla confluenza dei rivi Caronte e Canalicchio.
In questo angolo desertico di Calabria, sorgono alcune misteriose rocce costellate di incisioni iniziatiche indicanti sacralità, ivi compresa un’enorme croce. Su di un lato della vallata, poi, due differenti cavità calcaree naturali di origine vulcanica si aprono sullo strapiombo. Una di esse cela un rozzo altare che ricalca l’essenziale modalità di lavorazione in uso presso i Goti. La singolare ara poggia su di uno strato di sabbia che opportune origini indicano come di origine stranamente fluviale… Il corso delle supposizione è tuttavia destinato ad arrestarsi qui. Perché le autorità competenti, sollecitate in più occasioni dai due volenterosi fratelli, non hanno rilasciato alcuna autorizzazione ad effettuare scavi di sorta. Il mistero dunque rimane intatto sulla sepoltura del castigo di Roma, Alarico il Visigoto.
di Simone Petrelli
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