Luiz Gonzaga Bergonzini

Luiz Gonzaga Bergonzini (1936-​​2012)

GUARULHOS, SAN PAOLO, BRASILE - Che peccato! È venuto a mancare Luiz Gonzaga Bergonzini, vescovo brasiliano indicato come una delle 100 persone più influenti del Brasile, noto oppositore di aborto, contraccezione, unioni gay e tutte quelle cose che rendono un paese civile.

Forse vi ricordate quando asserì che "difficilmente si può violentare una donna senza il suo consenso", spiegando il concetto con un simpatico giochino: diede all'intervistatrice una penna a sfera tenendo il cappuccio nella sua mano e dicendole di provare a infilare la penna nel cappuccio, spostando la mano di volta in volta per schivarla e dicendo infine: "Visto?". MA VISTO COSA??? Come se uno stupro fosse questione di tiro al bersaglio! Fossi stato io a condurre l'intervista, gli avrei detto "Interessante, Eccellenza. Ora facciamo un'altra prova, però al posto della penna utilizziamo questa grossa, pesante e ruvida mazza chiodata e al posto del cappuccio il suo ano". Oppure avremmo potuto fare l'esempio del povero Ronald Poppo: "difficilmente si può mangiare la faccia di un uomo senza il suo consenso".

Ma il vero lampo di genio è in questa dichiarazione:

Niente, neanche i nostri figli, si salveranno dalla dittatura gay. Esiste una cospirazione dell’Unesco per rendere metà della popolazione mondiale omosessuale.

Eh beh! Ma certo, me li vedo gli agenti segreti dell'Unesco andare in giro per il mondo a contaminare gli acquedotti con il virus della ricchionaggine! Ma mi faccia il piacere! Ma pensate a salvare i nostri figli dai preti pedofili, piuttosto! E se proprio dobbiamo parlare di cospirazione, potremmo dire che esiste una cospirazione della Chiesa Cattolica per rendere metà della popolazione mondiale idiota, avrebbe quantomeno un qualche fondamento.

link

http://​www1​.ilmortodelmese​.com/​2​0​1​2​/​0​6​/​l​u​i​z​-​g​o​n​z​a​g​a​-​b​e​r​g​o​n​z​i​n​i​-​1​9​3​6​-​2​0​1​2​.​h​tml 
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Andy Williams, addio alla voce di Moon River

Il grande cantante americano è scomparso a 84 anni: diventò una leggenda grazie al brano cantato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany

Andy Williams, addio alla voce di Moon River
Andy Williams in un'immagine del 2009 (AP Photo/​Chris Pizzello)

di Alberto Rivaroli

Chi era Andy Williams? In Italia la domanda è più che lecita, ma  se qualcuno lo chiedesse negli Stati Uniti lo guarderebbero come se fosse appena sbarcato da Marte. Già perché <b>Howard Andrew Williams (questo il suo vero nome), scomparso martedì scorso all'età di 84 anni, è stato una leggenda della musica leggera americana: negli Anni 60, per vendere più dischi di lui, dovevi essere Frank Sinatra o Elvis Presley. Era talmente famoso che, dal 1962 al '71, presentò in tv un programma tutto suo, l'Andy Williams Show: tanto bastava per garantire audience e successo. Grande amico di Robert Kennedy, quando il fratello di JFK venne assassinato, nel 1968, gli rese omaggio cantando al suo funerale.
C'è un motivo particolare, però, che rende Williams una figura mitica anche qui da noi: fu il primo a incidere Moon River, la meravigliosa canzone cantata da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Un'interpretazione che, più di ogni altra, lo rese popolare e indimenticabile.
La storia del brano è nota: Henry Mancini e Johnny Mercer lo scrissero su misura per Audrey che, per quanto dotata, non poteva avere l'estensione vocale di una cantante professionista.
L'attrice comunque se la cavò benissimo, e grazie soprattutto alla sua performance la canzone venne premiata con l'Oscar. Alla cerimonia di premiazione, il 9 aprile 1962, a presentare il brano fu proprio Andy Williams, che nel frattempo aveva stravenduto la sua cover. In seguito Moon River è stata cantata dai più grandi: Frank Sinatra, Perry Como, Louis Armstrong, Paul Anka, Sarah Vaughan, Barbra Streisand, Elton John.
Anche Mina ne ha offerto una splendida versione. Nel caso di Williams, però, non ha rappresentato solo un successo, ma il passaporto per l'immortalità.  Basti pensare che quando, nel '91, ha deciso di aprire un teatro a Branson, la cittadina del Missouri dove viveva, non ha avuto dubbi sulla scelta del nome. È nato così il Moon River Theatre.
Anche se non aveva avuto niente a che fare col film, a suo modo Williams ha contribuito alla sua leggenda. Bastava che il suo disco girasse sul piatto, e la mente subita correva all'indimenticabile love story fra Holly e Paul, nella Manhattan degli Anni 60. Purtroppo se ne sono andati tutti: Truman Capote, il regista Blake Edwards, Henry Mancini, George Peppard, Audrey. Adesso, anche Andy Williams: Colazione da Tiffany, in compenso, non morirà mai, e il merito è anche suo.

http://​cultura​.panorama​.it/​m​u​s​i​c​a​/​a​n​d​y​-​w​i​l​l​i​a​m​s​-​m​o​r​t​o​-​m​o​o​n​-​r​i​ver

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Somalia: ucciso giornalista a Mogadiscio, sono 13 da gennaio

NAIROBI - Ancora un giornalista ucciso in Somalia. Lo riferisce l'emittente locale Shabelle secondo cui, Hassan Absughe Yusuf, una delle voci piu' note di Maanta Radio, un'emittente indipendente somala, e' stato aggredito da un gruppo di uomini armati in un quartiere a nord della capitale somala, vicino alla sua casa.
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Se ne sono andati (l’inventore del farmaco anti-​​Aids)


Andrea Jacchia
 
Senza notorietà, e pochi soldi. Eppure Jerome Horwitz, nel tentativo di debellare il cancro con le sue ricerche, trova l’AZt, il farmaco contro l’Aids, risultato rivoluzionario. E Jimmy Walter, che non sfruttò mai il suo vero nome: cantante e musicista anarchico, ma antisociale ma non violento, amico di Boris Vian.


Jerome Philip Horwitz

(16 gennaio 1919 – 6 settembre 2012)

Chimico e ricercatore americano, di Detroit. Aveva 93 anni, e, da ragazzo, avrebbe scelto la ricerca scientifica per interesse puro, cioè senza immaginarsi un futuro ricco di brevetti e di dollari derivati. A latere, era deciso a non fare lo stesso mestiere del padre Louis Horwitz, industriale di successo nel campo dell’avicoltura, cioè dell’allevamento intensivo di polli. Jerome Philip non avrebbe percepito nessuna royalty dalle sue intuizioni applicate: eppure aveva messo a punto un farmaco nuovo, l’AZT, nel 1964.

Un risultato collegiale, insieme a un gruppo di ricercatori della Wayne State University di Detroit: come spesso succede a chi esplora, Jerome capofila, gli altri testavano un tragitto pensando a un certo punto d’arrivo, ma quel percorso li avrebbe fatti conquistare un traguardo diverso, e imprevisto. Nel caso specifico, cercavano una cura risolutiva contro il cancro, e hanno creato il farmaco pioniere contro l’Aids.
Cioè il primo componente chimico che avrebbe permesso di prolungare la vita a milioni di uomini e donne: aggrediti da quella sindrome, decimati, e socialmente martirizzati come contagiosi peccatori. In quegli anni Ottanta, complessivamente definiti “del riflusso”. La biografia dell’AZT, nato nel ventennio precedente, avrebbe accumulato una fila di passaggi e tutti importanti.
Il primo coincide con la sua composizione, ideata soprattutto da Horwitz: un blocco di materiale genetico sinteticamente creato, da iniettare nelle cellule cancerogene, con un’azione da “cavallo di Troia” (un’immagine efficace, del New York Times). Il secondo descrive un fallimento, o uno sbarco inutile: quell’azione testata e ripetuta non si rivelava, in nessun modo, antitumorale. Il terzo combacia con una scoperta: quei componenti chimici messi insieme seguendo la struttura del DNA, avevano invece successo contro alcune malattie come l’epatite, e gli herpes più distruttivi. Che spesso manifestavano l’insorgenza immunodeficitaria. Il quarto è un passaggio storico: nel 1986, l’AZT veniva “approvato”dal governo federale degli Stati Uniti come “primo trattamento sperimentato per prolungare la vita dei pazienti colpiti dall’Aids”.
Il quinto descrive una risolutiva filiazione: insieme all’AZT, due altri componenti, sempre messi al mondo da Jerome – la didanovina e la stauvidina – avrebbero formato la base dei cocktail di antiretrovirali che dal 1996 permettono di vivere tout court a milioni di sieropositivi, o con la sindrome già conclamata (questa salvezza è concessa, per ora, alla sola umanità “occidentale”, i cui Stati possono permettersi il saldo astronomico dei brevetti stabilito dalle case farmaceutiche, e quindi la distribuzione gratuita dei farmaci).
La biografia di Jerome Horwitz, partita dal rifiuto del pollame industriale e di un immediato guadagno, si connota per un sostanziale non-​​complesso del denaro: sua moglie Sharon ha informato, post-​​mortem, come “he did not earned a penny for making the AZT compound”. Aggiungendo, “he never achieved much fame”.
Detto bene: un po’ di notorietà, non molta, il dottor Horwitz l’ha avuta con un “Person of the Week” brevemente decretato dai giornali, al tempo dell’approvazione federale del suo farmaco. Approfittando modestamente di quella notorietà, lo scienziato informava, in poche interviste, come la compagnia farmaceutica Burroughs Wellcome (che aveva testato l’AZT, attribuendosi subito il brevetto) avesse deciso una donazione a un centro di ricerca affiliato alla Wayne University, per istituire una borsa di studio a nome di Jerome Philip Horwitz. Ma quei 100 mila dollari – e non di più – non bastavano né a fondare, né a mantenere una stabile “professorship”. Jerome avrebbe commentato: “la taglia di quel regalo, dati i profitti che erano derivati, mi ha fatto arrabbiare”. Ma solo “for a while”, per un po’.

Jimmy Walter

(1930 – 20 settembre 2012)

Musicista francese, jazzista a Parigi nei primi decenni del dopoguerra: suonava il piano, componeva, faceva l’accordatore, e l’accompagnatore di poeti, cantanti, attori. Nei cabaret e nei teatri. Aveva il dono della creazione immediata, e il destino ha stabilito che il suo nome anagrafico ricalcasse al contrario quello di un genio dell’intuizione: si chiamava Benjamin Walter, ma è evidente che non abbia usato questa coincidenza come un’insegna per far carriera. Ha scelto presto di essere “Jimmy”: suonava perfetto, all’americana, o semplicemente gli piaceva. Avrebbe accompagnato, fra gli altri, anche Billie Holiday. A poco più di 80 anni, parlando alla radio, faceva scorrere una voce non toccata dal tempo.

Parlava di un altro secolo, a Parigi – sessanta, settant’anni fa – e quel timbro da trentenne azzerava la distanza: fra chi oggi può rricordarsi del cabaret “Lapin agile” di Montmartre, o del doppio talento di Serge Reggiani (cantante e attore), o del genio multiplo di Boris Vian (che scriveva, traduceva, cantava e sceneggiava), e chi comprensibilmente non ne sa niente. Interrotto, ogni tanto e con molta grazia, dall’intervistatrice, Jimmy faceva una pausa (i musicisti bravi insegnano ad ascoltare il silenzio) riprendendo la memoria come gli veniva, o da dove voleva lui.
Ha raccontato soprattutto di Boris Vian: si erano incontrati nel 1954, e capiti. In una giornata, o poco più. «Mi dava i testi e ci lavoravo sopra. Per essere puntuale con me che abitavo a due chilometri da lui, era capace di tradurre in una notte un poliziesco americano. Così era più libero. Ridevamo in continuazione, un fou-​​rire, sempre. Anche se le nostre canzoni vendevano poco, e i suoi libri facevano fatica. Non parlava mai della sua malattia – un cuore troppo spesso – e non si immaginava quarantenne. Sarebbe morto a 39 anni».
Pausa brevissima, cioè silenzio dell’intervistatrice e dell’intervistato. Poi Jimmy Walter riprendeva, col suo registro da gioventù non bruciata: «Avevamo le stesse idee antisociali…». L’intervistatrice interviene: «Antisociali?». Risposta: “Sì, come degli anarchici passivi, senza bombe». Intervento ulteriore: «Vuol dire, anarchici pacifici, no?». Pausa fulminea, e risposta condiscendente: «Se proprio vuole…». Walter concludeva con una sua canzone – testo di Vian, naturalmente – parlandone, o citandone dei pezzi, senza musica. Si chiama “Sans Blague”, senza scherzi, o anche “davvero”. Oltre ad essere molto bella (e da ascoltare, se possibile) è un controcanto sicuro, anche antisociale.
Buono per tutti e in ogni tempo. Oggi in particolare. Questo è il testo, non tradotto in italiano, ma immediatamente comprensibile.
On lit tant de choses /​ Moi je ne sais plus /​ Le noir et le rose /​ Sont confondus
  On dit tant de choses /​ J’écoute plus rien /​ Toi, ça me repose /​ Et je me sens bien
  Sans blague /​ Est-​​ce que tu crois vraiment /​ Qu’on va s’aimer tout le temps /​ Ne mens pas
  Sans blague /​ C’est pas dans des romans /​ Que t’as trouvé tout ça /​ Dis le moi /​
  Parle /​ Répète encore une fois /​ Comment cela sera /​ Quand on vivra ensemble /​ Parle/​ A quoi cela ressemble /​ Deux amoureux d’un soir /​ Au bout de six mois /​
  Sans blague /​ Si le jour et la nuit /​ ça reste aussi joli /​ Je serai hereux /​ Sans blague
Si jamais ça ne finit /​ Emmène-​​moi dans ma vie /​ Avec toi

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Alessandra Mussolini e la "canzone pedofila": assolta perché è parlamentare

Pubblicato  da Guido Del Duca

Nei giorni in cui si parla tanto del reato di diffamazione a mezzo stampa, grazie alla vicenda che coinvolge Alessandro Sallusti, un’altra storia di segno opposto fa capolino nelle cronache politiche. La riporta in un trafiletto Il Messaggero di oggi, e dà da pensare, oltre a far discutere sui privilegi che toccano ai nostri rappresentanti in Parlamento.
La vicenda è questa: nel 2009 Alessandra Mussolini rilasciò all’Unità un’intervista in cui se la prendeva con una canzone di Gino Paoli, Pettirosso, definendola “istigazione alla pedofilia” e dicendo testualmente “Quello è un testo pedofilo, sembra scritto da uno che conosce bene l’argomento”. Ne era seguita inevitabile la denuncia da parte del cantautore, ma ieri il tribunale di Roma non ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pubblico ministero, disponendo il non luogo a procedere per la nipote del duce. Perché? Perché la Mussolini è un parlamentare, e le opinioni di un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni sono insindacabili.
Effettivamente la Mussolini, in qualità di presidente della Commissione Infanzia, ha titolo a parlare di argomenti che riguardano quel settore, resta però da capire quanto in là possa spingersi. Perché un conto è criticare il contenuto di una canzone, e quello è diritto di critica, un altro definirla “istigazione alla pedofilia” (che quantomeno andrebbe provata), un altro ancora insinuare neanche troppo velatamente che chi l’ha scritta sembra “conoscere bene l’argomento”. Perché ci sono pochi dubbi sul fatto che questa sia una diffamazione e non un’opinione. Ma la Mussolini è una parlamentare, e quindi può dire ciò che le passa per la testa.
La vicenda dà molto da pensare soprattutto vista la contemporaneità con la vicenda Sallusti. In quel caso il direttore di un giornale rischia la galera per omesso controllo sul contenuto di un articolo di opinione ritenuto diffamatorio, mentre con questa decisione sembra sancirsi il principio per cui qualsiasi opinione espressa da un parlamentare sia insindacabile. Se questo principio fosse stato sancito con qualche settimana d’anticipo, Renato Farina (che è anch’egli parlamentare Pdl), avrebbe potuto confessare di aver scritto l’articolo diffamatorio, senza rischiare la galera e risparmiandola a Sallusti.

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Lo stomaco dell'anaconda

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Chi grida "Forza Grillo!", come una volta si gridava "Viva Zapata o Pancho Villa" non ha capito che è lui e solo lui l'artefice di un possibile cambiamento. Non deve votare per il MoVimento 5 Stelle, ma per sé stesso e se non rischierà nulla, se farà il guardone della politica nell'attesa di un nuovo vincitore, l'Italia rimarrà il Paese pietrificato degli ultimi 150 anni. E lui, come cittadino, non conterà mai uno, ma zero, il numero che contraddistingue chi resta alla finestra, chi non si impegna per la società in cui vive.
In Italia, come disse Ennio Flaiano, si accorre sempre in soccorso del vincitore, qui milioni di fascisti divennero democristiani e comunisti nel giro di una notte di aprile, nel 1945 a guerra perduta. E' un Paese senza colpe, che non processa mai sé stesso, che ha persino vinto la Seconda Guerra Mondiale dopo l'otto settembre, ma che senza l'intervento degli Alleati avrebbe oggi statue al duce in ogni piazza d'Italia. Che bombarda la Libia di Gheddafi subito dopo aver firmato un trattato di pace. Un Paese femmina, che ama l'uomo forte, si chiami Craxi, Berlusconi o Mussolini, ma che lo appende per i piedi alla prima tempesta. Una penisola di particolarismi, di familismi, di favori dati e ricevuti, di consorterie, di massonerie e mafie. Un cerchio magico formato da chi vive di Potere e da coloro che sopravvivono con le briciole che gli vengono lanciate sotto il tavolo. Milioni di persone partecipano al banchetto dello Stato da decenni, come a un ristorante che fornisce pasti gratis.
L'italiano vive in Italia da turista, come se fosse all'estero, come se la strada in cui abita, la città in cui è nato, lo Stato non gli appartenessero. Vive in un mondo a parte, con indifferenza, talvolta con la spocchia dell'osservatore che non si mette mai in gioco. Crede ai miracoli, che in questo strano Paese talvolta avvengono, e confida nella Divina Provvidenza mentre critica ferocemente le Istituzioni seduto in poltrona quando ascolta i talk show delle solite facce, a cui delega la sua vita, e dei soliti vuoti ritornelli che nessuno canta più. Questo Paese ha digerito tutto, dalle leggi razziali, al fascismo, alla P2, ai patti tra lo Stato e la mafia, alle stragi, alle morti dei suoi eroi da Borsellino ad Ambrosoli. Ha lo stomaco di un anaconda che digerisce un coccodrillo. Nessuno lo può aiutare, niente lo può cambiare, nulla lo può salvare, se prima non cambia sé stesso.
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Se la grammatica ti protegge dai vampiri

LIBRI

Il metodo Birattari per salvare l'italiano.

di Anna Madron
La grammatica è un gioco da ragazzi. Parola di Massimo Birattari, redattore, traduttore, consulente editoriale, ma soprattutto grande appassionato di scrittura (ha curato per il Corriere della Sera un corso in 24 volumi, Io scrivo), convinto che sia più facile scrivere bene che scrivere male, come recita anche il titolo di uno dei suoi libri più curiosi sull'uso della lingua italiana.
E come alla fine dimostra anche la sua ultima opera, pensata per gli alunni di elementari e medie, La grammatica ti salverà la vita, edizioni Feltrinelli Kids, manuale di sopravvivenza nel senso letterale del termine, visto che sbagliare un congiuntivo può costare la vita così come scambiare un soggetto per un complemento oggetto o appioppare incautamente a un verbo intransitivo la forma passiva.
UN MANUALE IN FORMA DI GIALLO. Succede a Villa Torcibudella, dove una classe di quinta elementare trascorre una settimana da brivido, ospite di un misterioso imprenditore interessato più a verbi, coniugazioni, complementi che al digestivo che produce al punto da organizzare per i suoi piccoli ospiti sette giorni di staffetta grammaticale che si riveleranno un incubo e insieme una gara mozzafiato, visto che a ogni errore commesso l'attacco di vampiri, fantasmi, lupi mannari e licantropi è assicurato.
Il racconto strizza l'occhio a Frankenstein e a Twilight e a tutte le creature delle tenebre immaginabili (e care ai teenagers) per difendersi dalle quali occorre saper usare la punteggiatura, non confondere un pronome con un aggettivo, destreggiarsi con la sintassi.
Missione possibile? «Credo di sì perchè i concetti si fissano più facilmente se l'apprendimento è anche divertente. Per questo ho pensato di dare al libro la veste del giallo, tenendo alta la suspence fino all'ultimo capitolo riservato al colpo di scena finale», risposte Birattari che in giro per le scuole elementari d'Italia ha incontrato più di 1.200 bambini ai quali ha parlato della grammatica come di un gioco che ha precise regole da rispettare, argomento affrontato anche nel libro precedente, Benvenuti a Grammaland, edito sempre da Feltrinelli.
«Qui però», ha spiegato, «l'obiettivo è più ambizioso, parlare non solo di grammatica, ma anche di sintassi per far capire alcuni concetti fondamentali, per riuscire a parlare e scrivere bene, nella consapevolezza che quello che si impara da piccoli non si scorda più».
SMS E MAIL STRAVOLGONO LA LINGUA. Nell'era degli sms, delle mail, dei neologismi inventati dagli adolescenti a loro (quasi) esclusivo uso e consumo, ma anche dell'ignoranza ostentata del mondo adulto, Birattari, laureato in Storia alla Normale di Pisa, lancia un appello per salvare la lingua italiana dalla sciatteria imperante. «Non sono un grammatico», precisa, «ma lo sono di fatto diventato lavorando con le case editrici e quindi con i libri degli altri. E ho imparato che la consapevolezza di ciò che non si sa è fondamentale e che il problema non è tanto l'errore ma il fatto di non rendersi conto di sbagliare». Insomma sbagliare è umano, perseverare e non dubitare di se stessi un po' meno, monito rivolto a tutti gli studenti italiani ai quali Birattari raccomanda chiarezza, semplicità, niente complicazioni sintattiche o lessico ridondante, quest'ultime fatiche inutili che non pagano e appesantiscono la scrittura come zavorre.
Ma l'ultimo Sos riguarda proprio la grammatica. «Impararla fa la differenza», conclude Birattari, «von Karajan diceva che è possibile non conoscere perfettamente un brano, ma se c'è la tecnica ci si può concentrare meglio sulla resa della musica».
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Alla Fiat che fugge ponte d’oro

Anna Lombroso per il Simplicissimus
Un Paese dove l’ultimo ponte in ordine cronologico, quello di Calatrava – peraltro prossimamente e pudicamente offuscato dall’edificazione di un falansterio – risulta essere bello e impossibile, una macchina celibe che già tentenna, divorando soldi di manutenzione, quel Paese,dicevo, dovrebbe arrendersi al buonsenso. Ma sul Ponte dello Stretto non sventola bandiera bianca: ci informa la schizofrenica Repubblica – che sui temi ambientali dà un consenso intermittente al Governo Monti, proprio per non tradire del tutto le sue originarie battaglie, quelle di Cederna o di Argan – che Pietro Ciucci – uno dei più formidabili testimonial del conflitto di interessi, amministratore delegato di Anas, commissario governativo per il ponte e numero uno della Società Stretto di Messina, fondata negli anni Ottanta con il compito di progettare e realizzare l’opera – reclamando il carattere di priorità dell’opera, ha inviato un ricorso straordinario al Capo dello Stato, in cui considera di fatto illegittimo il definanziamento di 1,6 miliardi del progetto, deciso dal Cipe nel gennaio scorso.
A conferma così che la convezione che la società ha sottoscritto con lo Stato non è mai stata abrogata, è ancora attiva e se non si procede con il mostro è solo per mancanza di fondi.
Si sa che quando un manager richiama all’ordine, il governo, zelante, risponde: il Ministero dell’Ambiente – si, paradossalmente continua a chiamarsi così – ha riattivato nel luglio scorso l’iter della procedura di valutazione di impatto ambientale (Via), iniziata nove anni fa. Il Ministro dello Sviluppo – anche quello continua a chiamarsi così, nel paese leader del rigore senza crescita – senza attendere la necessaria Via ha indetto la conferenza dei servizi, cioè l’organismo di coordinamento incaricato di fornire tutte le autorizzazioni necessarie sul progetto definitivo per far partire l’opera.
Il definanziamento del Cipe era servito a zittire temporaneamente gli invertebrati alleati: perfino loro consideravano esagerato lo spirito di adattamento dei finti tecnici al visionario delirio di onnipotenza degli speculatori amici di Berlusconi.
E la causale della decisione del Cipe, a monte dell’esplosione dei costi, della scarsa trasparenza, delle procedure discutibili, dell’accertato danno ai territori, della mancanza dei collegamenti con la rete infrastrutturale, era ineccepibile e dovrebbe esserlo ancora: l’incubo di un Ponte sullo Stretto non si era mai dotato di un piano definitivo, che tanto un progetto della Fiat tramite Impregilo si presenta da sé e non ha bisogno di orpelli.
Nel frattempo il suo costo è lievitato dai 6,3 miliardi dell’aprile 2010 agli 8,5 del luglio 2011 (+34 per cento in un anno). In un dossier depositato l’8 settembre 2011, abborracciato come spesso succede quando c’è la Fiat di mezzo come progetto definitivo, mancherebbero sia il calcolo costi-​​benefici, sia il piano economico finanziario dell’opera (fonte WWF). E lo stesso Ciucci, forse per invogliare gli imprenditori disposti a investire in interventi di project financing, ha dichiarato nel novembre 2011 che fino ad allora, “aveva speso 283 milioni di euro, con un raddoppio in sei anni dei costi sostenuti nei precedenti 12”, come a dire che là circolano monete sonanti.
Niente spending review dunque su un intervento che lo stesso ministro Passera in un baleno di resipiscenza aveva dichiarato di non annoverare tra le opere fondamentali. E che nel frattempo, indisturbata, aveva succhiato risorse per mantenere l’impalcatura, foraggiare Impregilo e pagare penali, come raccontato con dovizia di particolari qui.
È che il Ponte ereditato da Berlusconi appaga i desideri di questo governo che lo intende come una cattedrale eretta alla sua religione, un pilastro della sua ideologia, un omaggio a quel gigantismo, a quella smania di grandezza e illimitatezza che è alla base della crisi. E risponde a quell’equilibrismo retorico che secondo il quale per riavviare la crescita lo Stato dovrebbe investire, soprattutto in grandi infrastrutture, in particolare in quelle di trasporto (vedi linea Torino-​​Lione, le preferite da sponsor politici e industriali. Tempo fa un certo professor Prud’homme dell’Università di Lione, prudente ma non poi troppo, ha condotto un’analisi che ha definito indiziaria sul rapporto tra la spesa in investimenti in infrastrutture di trasporto in 8 paesi europei e Pil. Pur auto denunciano la limitatezza dei dati e del campione, si è arrischiato a affermare che i risultati smentiscono il luogo comune che recita “più grandi investimenti in trasporti = più crescita economica”. E un Paese in difficoltà potrebbe trarre una lezione dalla storia: il Giappone: negli anni Novanta spese un’enorme quantità di denari pubblici in infrastrutture per rilanciare la crescita economica, con l’unico risultato di una spettacolare crescita del debito e di livelli di corruzione altrettanto spettacolari.
Anche Omero sonnecchia e anche Keynes prese delle solenni cantonate, oltre a quella di pensare che un giorno i ricchi avrebbero capito che non si può vivere di profitto per dedicarsi alle delizie della vita. E non è certo più tempo, se mai lo è stato, di “impiegare i disoccupati anche a scavar buche e riempirle”. Le Grandi Opere oltre a partecipare pesantemente alla voragine della spesa pubblica, creano poca occupazione, qualitativamente poco rilevante e per giunta lentamente. Creano poca occupazione, perché oggi nelle opere civili si fa quasi tutto a macchina (si pensi per esempio alle “talpe” per scavare tunnel). Il costo diretto del lavoro non supera il 25% dei costi totali. Non la creano rapidamente perché i cantieri durano 10 anni, e il “picco” di addetti necessari è spostato in là, quando si arriva ai lavori di finitura e messa in opera.
Ma al governo Monti le sue Piramidi interessano anche perché gli si addicono particolarmente quegli strumenti cari alla finanza creativa, iProject Bond e la “golden rule”, quelle “garanzie” europee sui prestiti (bond) che i privati possono fare per realizzare progetti, come la Tav, per scavare e riempire buche, pensati prima della crisi, di importo molto elevato e con orizzonti temporali molto lunghi. Garanzie su un futuro secondo le regole dei giocatori d’azzardo che non vogliono rischiare: così se poi l’opera si rivela scarsamente utile e avrà poco traffico, l’Europa, cioè ancora le casse pubbliche, pagheranno.
E siccome le Grandi Opere sono fondate, in genere, su non meno Grandi Previsioni e su ancora più gigantesche Grandi Patacche, si tratta di una pura e semplice speculazione che induce un ulteriore debito pubblico, mascherato e rimandato nel tempo.
Eppure la grande Tav europea perde pezzi: via Lisbona e via Kiev, niente Slovenia, Ungheria e Polonia, la Spagna non ha soldi. E l’alta velocità si conferma per Madrid il più grosso fattore di default producing.
È probabile ci sia un’indole suicida in governi schiavi di un modello economico che vuole curare la malattia con i suoi germi patogeni. E forse in previsione della sua fine vuole costruirsi i suoi monumenti funebri.

http://​www​.tzetze​.it/​2​0​1​2​/​0​9​/​a​l​l​a​-​f​i​a​t​-​c​h​e​-​f​u​g​g​e​-​p​o​n​t​e​-​d​o​r​o​.​h​tml

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Achille Lauro sarebbe orgoglioso

Napoli il comune lancia una nuova “moneta”. Si chiama, molto fantasiosamente,Napo, ed è in realtà un buono sconto, cioè un sussidio ai commercianti, che il comune erogherà ai turisti ed ai cittadini napoletani che fanno “qualcosa di buono per Napoli”. E quest’ultimo criterio è piuttosto interessante.
Perché, a titolo di esempio, per usare le parole di Marco Esposito, assessore al Commercio ed alle Attività Produttive del comune, “fare qualcosa di buono” per Napoli vuol dire anche pagare le tasse. Ecco quindi premiato quello che dovrebbe essere uno spiacevole obbligo, e che diventa invece qualcosa da incentivare opportunamente. Ma ci sono anche altre categorie di comportamenti meritevoli, sempre con le parole di Esposito, che avvicinano il Napo al compenso per lavori socialmente utili:
«L’elemento caratterizzante del napo è che te lo devi in qualche modo meritarefacendo qualcosa di positivo per la città. Un turista che viene a Napoli si è meritato il napo, così come il napoletano che paga correttamente le tasse, che fa attività per il sociale o volontariato. Stiamo pensando a varie formule per premiare il senso civico dei cittadini»
La logica del buono sconto è lineare: i Napo possono essere spesi negli esercizi commerciali cittadini aderenti all’iniziativa, i cui titolari potranno pure utilizzare il buono sconto come “resto”. In tal modo il sussidio resta in circolazione entro la città, come si tende a fare ogni volta che si creano “monete” locali (cioè in tempo di crisi acuta), il cui scopo principale è quello di evitare “deflussi” di potere d’acquisto fuori dai confini della comunità locale.
In soldoni, si tratta semplicemente di spesa pubblica per sostenere la domanda locale, e come tale occorrerà valutare quale “moltiplicatore” riuscirà ad attivare. Sarebbe poi utile sapere quanta parte del bilancio comunale è stata destinata all’iniziativa, ed occorrerà comunque tenere gli occhi ben aperti sui beneficiari residenti di tali mance. Che dovrebbero, come detto fare qualcosa di più che “pagare le tasse” o “volontariato”. Non per essere i soliti cinici, ma il rischio di buttare nello sciacquone soldi pubblici è altissimo, in simili iniziative. Dai pacchi di pasta di Achille Lauro al Napo di De Magistris, la tradizione si innova ma si rispetta.
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Tumore: Harvard apre a Roma-​​ intervista al prof. P.P. Pandolfi, Harvard Boston

Intervista al prof. Pier Paolo Pandolfi, George C, Reisman Professor of Medicine-​​ professsor of pathology Harvard medical school-​​ Director of research Beth Israel Deaconess cancer center-​​ Director cancer genetics program-​​ Chief division of genetics department of medicine.

Un nuovo centro di ricerca contro i tumori nascerà a Roma in collaborazione con l' università di Harvard. E' già stato sviluppato un progetto di fattibilità per la ricerca che rappresenta un ponte tra il nostro Paese e gli Usa. L'obiettivo non è solo frenare la fuga di cervelli ma far sì che ne arrivino anche nella penisola. Ci sono finanziamenti bilaterali e si prevede una sede italiana e una statunitense. Il progetto è stato approvato dal CIPE lo scorso anno e si attende l'operatività con finanziamenti da parte del Ministero dell'Ambiente e sotto il patrocinio del Consiglio dei Ministri.

http://​www​.tzetze​.it/​2​0​1​2​/​0​9​/​v​i​d​e​o​-​r​i​c​e​r​c​a​-​t​u​m​o​r​e​-​h​a​r​v​a​r​d​-​a​p​r​e​-​a​-​r​o​m​a​-​-​i​n​t​e​r​v​i​s​t​a​-​a​l​-​p​r​o​f​-​p​p​-​p​a​n​d​o​l​f​i​-​h​a​r​v​a​r​d​-​b​o​s​t​o​n​.​h​tml
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