Svizzera al referendum per mandare via gli immigrati italiani

IL 27 SETTEMBRE REFERENDUM PER RIDURRE I PERMESSI DI LAVORO

La svizzera si avvic­i­na al ref­er­en­dum del 27 set­tem­bre nel quale si chiede di diminuire i per­me­s­si di lavoro per gli immi­grati. Tra col­oro che gli svizzeri, almeno i sosten­i­tori del sì, non vor­reb­bero più tra le scat­ole, ci siamo noi ital­iani.

In Can­ton Tici­no sono infat­ti in molti che da tem­po chiedono lim­i­ti al numero di lavo­ra­tori ital­iani che ogni giorno pas­sano in mas­sa la fron­tiera per andare a lavo­rare nel­la Svizzera Ital­iana

Nel 2016 il par­ti­to di destra Udc e la lega dei Tici­ne­si ave­va por­ta­to avan­ti l’iniziativa ref­eredaria “Pri­ma i Nos­tri”. Il risul­ta­to fu un suc­ces­so con il 58% dei sì. La pre­sen­za dei lavo­ra­tori ital­iani nel Can­ton Tici­no è in aumen­to e l’insofferenza di molti cit­ta­di­ni svizzeri è cosa nota e ben rad­i­ca­ta. E con questo ref­er­en­dum, i tici­ne­si sono tor­nati a far sen­tire la pro­pria voce e sono vici­ni ad ottenere il risul­ta­to sper­a­to: pri­ma gli svizzeri, a casa l’Italiani.

Se vincesse il sì, molti ital­iani, che in Can­ton Tici­no sono cir­ca 62mila, sareb­bero costret­ti a fare le valige las­cia­re il paese. A rischiare di più sono col­oro che svol­go­no lavori meno qual­i­fi­cati, ma non solo. Per il set­tore terziario sarebbe un ter­re­mo­to. In gen­erale, la vit­to­ria del sì met­terebbe gli svizzeri in una sicu­ra situ­azione di man­can­za di man­od­opera, soprat­tut­to nel Can­ton Tici­no dove la dis­oc­cu­pazione è appe­na sopra il 2%, prati­ca­mente un val­ore nul­lo. I lavo­ra­tori che saran­no cac­ciati saran­no dif­fi­cil­mente rimpiaz­z­abili. Ma evi­den­te­mente il fas­tidio di aver a che fare con un ital­iano è peg­gio dell’idea di avere meno servizi nelle pro­prie cit­tà.

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Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari: tiriamo le somme

Come sapete, il 20 e 21 set­tem­bre si svolge un ref­er­en­dum con­fer­ma­ti­vo ex art. 138 del­la Cos­ti­tuzione sul­la legge cos­ti­tuzionale con­cer­nente “Mod­i­fiche agli arti­coli 56, 57 e 59 del­la Cos­ti­tuzione in mate­ria di riduzione del numero dei par­la­men­tari”.

Pos­to che votare è un dovere civi­co (art. 48 Cost.), vi ricor­do che non c’è quo­rum, quin­di l’astensione è irril­e­vante ai fini del risul­ta­to.

Cre­do pos­sa essere inter­es­sante un esame molto sem­plice ma – spe­ri­amo – pre­ciso degli argo­men­ti pro e con­tro più diret­ta­mente atti­nen­ti […] alla luce di un approc­cio alla Cos­ti­tuzione che inten­da “pren­der­la sul serio”, come dice Dworkin.

1. In pri­mo luo­go un rifer­i­men­to tem­po­rale: come si legge su Wikipedia, fu dagli anni Set­tan­ta che com­in­ciò ad essere agi­ta­to l’auspicio di una riduzione del numero dei par­la­men­tari. Dif­fi­cile non las­ciar cor­rere il pen­siero al par­a­dig­ma del­la gov­ern­abil­ità lan­ci­a­to dal­la Tri­lat­erale (qui, adden­dum) e da allo­ra dom­i­nante nei salot­ti, buoni o meno buoni che siano.

Questo scam­bio in Cos­tituente fra Ein­au­di, ovvi­a­mente favorev­ole alla riduzione, e Ter­raci­ni tende ad avval­o­rare molto i sospet­ti cir­ca la matrice anti­de­mo­c­ra­t­i­ca, e speci­fi­ca­mente neo-lib­erale, del provved­i­men­to ogget­to del ref­er­en­dum:

EINAUDIè d’accordo con l’onorevole Con­ti sul­la oppor­tu­nità di ridurre il numero dei mem­bri, sia del­la pri­ma Cam­era che del­la sec­on­da, anche per ragioni, che crede evi­den­ti, di tec­ni­ca leg­isla­ti­va. Difat­ti, quan­to più è grande il numero dei com­po­nen­ti un’Assemblea, tan­to più essa diven­ta inca­pace ad atten­dere all’opera leg­isla­ti­va che le è deman­da­ta. PRESIDENTE TERRACINIla dimin­uzione del numero dei com­po­nen­ti (per) la pri­ma Cam­era repub­bli­cana sarebbe in Italia inter­pre­ta­ta come un atteggia­men­to anti­de­mo­c­ra­ti­co, vis­to che, in effet­ti, quan­do si vuole diminuire l’importanza di un organo rap­p­re­sen­ta­ti­vo s’incomincia sem­pre col lim­i­tarne il numero dei com­po­nen­tioltre che le fun­zioni. Quin­di, se nel­la Cos­ti­tuzione si sta­bilisse la elezione di un Dep­u­ta­to per ogni 150 mila abi­tan­ti, ogni cit­tadi­no con­sid­er­erebbe questo atto di chirur­gia come una man­i­fes­tazione di sfidu­cia nell’ordinamento par­la­mentare.”

2. Ques­ta citazione con­tiene un’osservazione molto impor­tante: il rifer­i­men­to alle fun­zioni.

Benché essa sia diri­mente, e in fon­do banale, mi pare che nel dibat­ti­to ref­er­en­dario, as usu­al, la ques­tione abbia fat­to capoli­no solo spo­radica­mente: è chiaro che la riduzione del numero di voci che pos­sono accedere al Par­la­men­to, ovvi­a­mente per prime restereb­bero alla por­ta quelle fuori dal coro, qual­i­fi­ca la qual­ità del­la rap­p­re­sen­tan­za, ma uno svuo­ta­men­to delle com­pe­ten­ze dell’organo rap­p­re­sen­ta­ti­vo ne cos­ti­tu­isce un vul­nus esiziale.

Det­to nel modo più sem­plice pos­si­bile: di che rap­p­re­sen­tan­za par­liamo se il Par­la­men­to non decide più niente di impor­tante per­ché c’è il vin­co­lo ester­no? Soprat­tut­to nel­la let­tura delle norme pro­ce­du­rali si rischia di perdere il nes­so ermeneu­ti­co fra la dis­po­sizione e i prin­cipi gen­er­ali (ricor­do il sem­pre prezioso inseg­na­men­to di Ess­er), che ci sono e non pos­sono non esser­ci *sem­pre*, siano essi esplic­i­tati o meno.

Si capisce bene che un con­to è leg­gere le norme sul­la rap­p­re­sen­tan­za come se il loro scopo fos­se, poni­amo, assi­cu­rare la sem­plice rimozione paci­fi­ca dei gov­er­nan­ti (Pop­per) – qua­si che il cam­bi­a­men­to degli attori a copi­one invari­a­to cos­ti­tuisse chissà quale meta ambi­ta – o deci­sioni rapi­de o un aumen­to dell’“effi­cien­za”, qual­si­asi cosa pos­sa vol­er dire in questo con­testo (ci torno sopra più avan­ti ragio­nan­do del­la teo­ria delle scelte col­let­tive); ben diver­so l’atteggiamento di chi indi­vidui la ratio nell’esigenza di garan­tire la sovran­ità popo­lare “fon­da­ta sul lavoro”.

Per esem­pio, un vec­chio Mae­stro con­sid­er­a­va corol­lario delle fun­zioni ricon­ducibili alla rap­p­re­sen­tan­za l’esigenza che il Par­la­men­to avesse “la disponi­bil­ità-con­trol­lo delle risorse finanziarie sen­za vin­coli esterni od interni che non siano quel­li derivan­ti dal riconosci­men­to dei dirit­ti cos­ti­tuzional­mente garan­ti­ti.” (G. Fer­rara, Le forme di gov­er­no in G. Azzari­ti (a cura di), Quale rifor­ma del­la Cos­ti­tuzione?, Giap­pichel­li, Tori­no, 1999, pagg. 15–16).

Né dovrebbe essere mai dimen­ti­ca­to che all’epoca del Trat­ta­to di Roma, quan­do cer­ti sce­nari era­no anco­ra impens­abili, o almeno incon­fess­abili, fu solen­nemente promes­so che niente di sostanziale può sfug­gire al con­trol­lo dei Par­la­men­ti nazion­ali (qui, n. 5.1.).

2.1. Inutile dire quan­to il proces­so di inte­grazione abbia pro­ce­du­to in direzione esat­ta­mente con­traria alle promesse e alle diret­tive cos­ti­tuzion­ali, come viene, o almeno veni­va, placida­mente ammes­so anche su man­u­ali isti­tuzion­ali:

il trasfer­i­men­to alle isti­tuzioni comu­ni­tarie dei numerosi e impor­tan­ti poteri di cui si è sin qui dis­cus­so finisce col trasferire alle istanze inter­gov­er­na­tive che dan­no cor­po a quelle isti­tuzioni la stes­sa fun­zione d’indirizzo politi­co gen­erale, ren­den­do poi in buona parte vin­co­late le con­seguen­ti deter­mi­nazioni nazion­ali.

In ques­ta prospet­ti­va la sep­a­razione (ide­ale) tra il piano gov­er­na­ti­vo comu­ni­tario e quel­lo inter­no finisce col rap­p­re­sentare lo scher­mo, pos­to dai gov­erni nazion­ali, non solo ai con­trol­li giuridi­co-cos­ti­tuzion­ali, ma anche a quel­li più stret­ta­mente politi­ci nei con­fron­ti del loro oper­a­to.”

(F. Sor­renti­no, Pro­fili cos­ti­tuzion­ali dell’integrazione comu­ni­taria, Giap­pichel­li, Tori­no, 1996, pag. 55).

Uno sta­to pato­logi­co la cui nor­mal­iz­zazione, a ben guardare, cos­ti­tu­isce la vera ratio di tut­to il con­tror­i­formis­mo cos­ti­tuzionale degli ulti­mi decen­ni.

La final­ità è quel­la di “rat­i­fi­care, cristal­liz­zan­dola in Cos­ti­tuzione, la sot­tomis­sione dei mas­si­mi organi di deci­sione polit­i­ca, cioè le Camere elet­tive (il nuo­vo Sen­a­to tra l’altro perde ques­ta con­no­tazione) ad un ind­i­riz­zo politi­co, quel­lo €uropeo, che non solo si for­ma al di fuori del ter­ri­to­rio e del­la volon­tà del popo­lo ital­iano, ma che diviene vin­colante al di là di qual­si­asi esi­to elet­torale (ren­den­do­lo per sem­pre irril­e­vante, finché fos­se in vig­ore ques­ta rifor­ma del­la Cos­ti­tuzione).” come dicem­mo in occa­sione del­lo scor­so ref­er­en­dum cos­ti­tuzionale (qui, n. 3).

Mutatis mutan­dis, ossia in for­ma un po’ più indi­ret­ta, il ragion­a­men­to di allo­ra res­ta del tut­to per­ti­nente per capire il sen­so pro­fon­do dell’odierna rifor­ma, il cui esi­to imme­di­a­to sarebbe di rat­i­fi­care “il caciquis­mo del sis­tema politi­co ital­iano”, come ha det­to effi­cace­mente Man­gia.

I restanti argo­men­ti del val­go­no poco, ma per com­pletez­za dedicherò loro un min­i­mo di atten­zione.

3. La cor­ruzione. Un ever­green che solo la sem­pre più pre­med­i­ta­ta igno­ran­za del­la sto­ria può con­sen­tire di pro­porre.

Come ricor­da Nadia Urbinati (Rap­re­sen­ta­tive Democ­ra­cy, The Uni­ver­si­ty of Chica­go Press, Chica­go e Lon­dra, 2006, pag. 220), che, al net­to del suo europeis­mo, dice parec­chie cose sen­sate, “gli Ate­niesi, le cui  giurie popo­lari era­no così numerose che neanche il cit­tadi­no più ric­co pote­va real­is­ti­ca­mente com­prar­si un verdet­to favorev­ole, era­no ben con­sapevoli del­la fun­zione pre­ven­ti­va del numero.”

Una delle poche ad aver ricorda­to ques­ta lezione stor­i­ca è sta­ta M. C. Pieva­to­lo, a cui ren­do volen­tieri mer­i­to:

Un par­la­men­to numeroso è col­let­ti­va­mente più forte, perfi­no se alcu­ni par­la­men­tari sono dis­posti a far­si com­prare e a las­cia­r­si inti­morire. È più dif­fi­cile – si sape­va già ad Atene 2500 anni fa – cor­rompere o spaventare i molti, anche se medioc­ri, che i pochi, perfi­no se migliori.” https://t.co/s8pi3uhI30

— M.Chiara Pieva­to­lo (@MCPievatolo) 30 agos­to 2020

4. Il risparmio. In ter­mi­ni mon­e­tari si par­la di spic­ci­oli (Info­da­ta, una fonte direi insospet­ta­bile di pop­ulis­mo, quan­tifi­ca la favolosa som­ma in 81, 6 mil­ioni l’anno, ben lo 0, 01% del PIL), ma il prob­le­ma sta nel man­i­co: non solo per­ché è insen­sato e orri­bil­mente ide­o­logi­co pen­sare di pot­er dare un prez­zo alla rap­p­re­sen­tan­za, ma anche per­ché sem­bra impos­si­bile far com­pren­dere – anche se nat­u­ral­mente pure la stu­pid­ità è un fat­to sociale, come dice­va Costan­zo Preve – la banale realtà che la spe­sa pub­bli­ca, com­pre­si ovvi­a­mente i vitu­perati stipen­di dei par­la­men­tari, è una com­po­nente pos­i­ti­va del PIL, quin­di una sua riduzione, sia pure solo del­lo 0, 01% del PIL, pro­dur­rebbe effet­ti di seg­no neg­a­ti­vo. Ovvero ter­mi­ni per­ti­nen­ti se rifer­i­ti alla con­tabil­ità pri­va­ta risul­tano fuor­vianti se trasfer­i­ti in quel­la pub­bli­ca sen­za adeguati caveat (se inter­es­sa un sem­plice ripas­so, ex mul­tis vi con­siglio questo post).

4.1. Meno puerile, anche se non nec­es­sari­a­mente meno ide­o­log­i­ca, un’argomentazione basa­ta sulle nozioni di effi­cien­za e cos­to delle deci­sioni del­la teo­ria delle scelte col­let­tive (Buchanan e Tul­lock): decidere richiede tem­po e risorse che potreb­bero essere imp­ie­gati altri­men­ti, rap­p­re­sen­ta quin­di un cos­to.

È evi­dente che con­sid­er­are l’esercizio del­la lib­ertà col­let­ti­va un cos­to impli­ca che il mas­si­mo di risparmio lo si con­seguirebbe con un’autocrazia: l’aberrazione util­i­tarista di con­sid­er­are la lib­ertà pri­va di val­ore intrin­seco, su cui in tan­ti han­no atti­ra­to l’attenzione, a par­tire da Kant per arrivare a Rawls e Sen, colpisce anco­ra.

Per non par­lare del tipo umano pre­sup­pos­to da mod­el­liz­zazioni che riten­gono di pot­er ridurre  ogni scelta a un cal­co­lo util­i­taris­ti­co, anche se “imparziale”: che cosa penserem­mo del­la seri­età morale di Anna Karen­i­na, si doman­da Scru­ton (On Human Nature, Prince­ton Uni­ver­si­ty Press, Prince­ton e Oxford, 2017, pag. 96), se la trovas­si­mo inten­ta a risol­vere il dilem­ma del­la scelta fra Vron­skij e Karenin attra­ver­so un cal­co­lo di util­ità di questo tipo: “meglio sod­dis­fare due per­sone gio­vani e sane, io e Vron­skij, che una più anziana per un fat­tore 2.5 a 1: quin­di vado con lui.”?

Di queste ed altre assur­dità che aleg­giano attorno al con­cet­to di effi­cien­za così come imp­ie­ga­to dall’economia ho fat­to cen­no qui, ma se non altro il rig­ore for­male dei mod­el­li li rende tal­vol­ta refrat­tari a un roz­zo impiego apolo­geti­co del­la situ­azione speci­fi­ca. Sì per­ché l’altra pos­ta neg­a­ti­va con­tem­pla­ta dal­la teo­ria, quel­la dal­lo scam­bio con la quale dipende l’efficienza dell’assetto deci­sion­ale, sono i c.d. costi esterni, ossia i costi che la deci­sione impone ai mem­bri del­la soci­età.

Qui bisogna essere molto chiari. Se ve lo state doman­dan­do, la rispos­ta è sì: un (fan­tomati­co) auto­crate illu­mi­na­to incar­nerebbe l’opzione otti­male del­la teo­ria: azzer­erebbe i costi del­la deci­sione e mas­simizzerebbe la fun­zione di util­ità dei sot­to­posti. Tan­to più si affer­ma che il benessere dei cit­ta­di­ni, par­don: sud­di­ti, dipende dalle inevitabili, ancorché impopo­lari, riforme, tan­to più si può sostenere che costi del­la deci­sione e costi esterni si ali­men­tano gli uni con gli altri “bloc­can­do” il paese in una situ­azione di letale “inef­fi­cien­za” del sis­tema rap­p­re­sen­ta­ti­vo. (Non cre­do che ques­ta inte­la­iatu­ra retor­i­ca suoni famil­iare solo a me…).

Non è un caso che Sal­vati, il neori­formista gal­lona­toaffac­ciasse anni fa l’esigenza se non di un dit­ta­tore illu­mi­na­to almeno di un suo equiv­a­lente fun­zionale (evi­den­te­mente la stra­da da Blair a Schmitt è molto più breve di quan­to pos­sa sem­brare):

Il dit­ta­tore illu­mi­na­to è una figu­ra mit­i­ca, una finzione. Ai tan­ti ingeneri isti­tuzion­ali che si affan­nano al capez­za­le del­la sec­on­da repub­bli­ca l’arduo com­pi­to di inventare un equiv­a­lente demo­c­ra­ti­co del benev­o­lent dic­ta­tor, che ren­da pos­si­bile la for­mazione di gov­erni autorevoli, capaci di affrontare mis­ure impopo­lari e di sosten­er­le nel lun­go peri­o­do.”

Come san­no, o almeno potreb­bero sapere, ormai anche i sas­si, questo equiv­a­lente fun­zionale, sia pure con qualche frizione che le riforme cos­ti­tuzion­ali e leg­isla­tive di seg­no deci­sion­ista sono appun­to chia­mate ad appi­anare, c’è già, ed è il vin­co­lo ester­no (qui l’inequivocabile tes­ti­mo­ni­an­za di Car­li); se tut­tavia vogliamo osare insin­uare che, per usare un del­i­ca­to eufemis­mo, tan­to benefi­co per i cit­ta­di­ni ital­iani esso non si sia riv­e­la­to, anche sen­za sco­modare Pla­tone (ma per­ché no?), ecco che i ter­mi­ni del­la ques­tione si prestano ad essere roves­ciati e le fan­tasie auto­cratiche dei nov­el­li Gran­di Inquisi­tori rib­al­tate.

Ovvero, se ci tro­vi­amo nel­la situ­azione descrit­ta da questo tweet di Banki­talia:

The emer­gency of #COVID19 hit the Ital­ian econ­o­my pro­found­ly: by mid-2020, #GDP had returned to the lev­el observed in ear­ly 1993. In per capi­ta terms, GDP dropped down to val­ues record­ed in the late 1980s. #Banki­talia Gov­er­nor Ignazio Vis­co.” https://t.co/HS9uSIjUuD@ESOF_eupic.twitter.com/fpgeSCRCf4

— Ban­ca d’Italia (@bancaditalia) 4 set­tem­bre 2020

ossia con un PIL tor­na­to al liv­el­lo del ’93 e un PIL pro-capite a quel­lo degli anni Ottan­ta (!), tante cose si pos­sono dire delle deci­sioni politiche a monte di questi stra­or­di­nari risul­tati, dal divorzio Tesoro-Ban­ca d’Italia all’unione ban­car­ia (qui un elo­quente regesto redat­to da Giac­chè), ma cer­to non che se ne sia dis­cus­so *trop­po*.

Lo sti­amo veden­do oggi col MES: se non è fila­to via sul vel­lu­to more soli­to, è sta­to gra­zie ad alcune voci fuori dal coro che han­no impos­to un min­i­mo di pub­bli­ca dis­cus­sione. Quin­di tut­to si può dire del­la rap­p­re­sen­tan­za meno che al suo alleg­ger­i­men­to fun­zionale si sia accom­pa­g­na­to quel­lo dei costi esterni: esat­ta­mente il con­trario.

(Nat­u­ral­mente, sia det­to en pas­sant, se pas­sas­si­mo il sis­tema deci­sion­ale comu­ni­tario al pet­tine delle teo­ria delle scelte pub­bliche ne uscirebbe come Kojak, come potete ver­i­fi­care leggen­do il libro di Majone. Ovvero l’intermittenza e stru­men­tal­ità dell’appello alla scien­za e ai suoi tec­ni­cis­mi gius­ti­fi­ca una vol­ta in più l’osservazione che sti­amo assis­ten­do non alla riv­ol­ta degli igno­ran­ti anti­sci­en­tifi­ci, ma al man­i­fes­tar­si “di un autori­taris­mo ger­ar­chico che non sarebbe altri­men­ti pos­si­bile esprimere in modo esplic­i­to con il vocabo­lario del­la polit­i­ca”come ha scrit­to il Pedante).

Più nel­lo speci­fi­co, Alber­to Bag­nai ci ha for­ni­to un vivace quadro di pri­ma mano delle pre­sunte lun­gag­gi­ni par­la­men­tari: “l’opposizione non può far perdere tem­po alla mag­gio­ran­za, e in par­ti­co­lare non lo ha fat­to col Cura Italia, tant’è che il provved­i­men­to è anda­to in Assem­blea col rela­tore (su quel­lo che è suc­ces­so dopo tac­cio per car­ità di Patria).”

5. Ulti­mo, anche per ordine di impor­tan­za, il fac­ciamo­come.

Qui la Algo­sti­no, al cui arti­co­lo vi rin­vio anche per altre ques­tioni tec­niche, è sta­ta impec­ca­bile, quin­di mi lim­i­to a citare lei:

L’Italia ha una per­centuale di numero dei dep­u­tati (cam­era bas­sa) ogni 100.000 abi­tan­ti pari a 1, iden­ti­ca al Reg­no Uni­to (1) e sim­i­le alla Fran­cia (0.9)[10], alla Ger­ma­nia (0.9)[11], ai Pae­si Bassi (0.9), alla Polo­nia (1.2), al Bel­gio (1.3)[12]. Non man­cano Pae­si che pre­sen­tano una per­centuale decisa­mente più alta, quali, per lim­i­tar­si a qualche esem­pio: Aus­tria (2.1), Dan­i­mar­ca (3.1), Gre­cia (2.8), Por­to­gal­lo (2.2), Svezia (3.4); per non citare Sta­ti con popo­lazioni e ter­ri­to­rio di dimen­sioni assai ridotte, come Slove­nia (4.4), Lussem­bur­go (10), Mal­ta (14.3)[13].

In caso di approvazione defin­i­ti­va del­la riforma[14], l’Italia si tro­verebbe ad avere una per­centuale pari a 0.7, la per­centuale più bas­sa fra gli Sta­ti mem­bri dell’Unione euro­pea (segui­ta dal­la Spagna, con 0.8).

Ora, fer­mo restando che i dati devono essere let­ti sen­za mis­conoscere il ruo­lo gio­ca­to dal­la loro con­tes­tu­al­iz­zazione e, quin­di, alla luce di vari­abili “isti­tuzion­ali”, come la for­ma di gov­er­no e il sis­tema elet­torale, così come di ele­men­ti di fat­to, quali la popo­lazione totale o le dimen­sioni del ter­ri­to­rio, quan­to det­to smen­tisce la vul­ga­ta che dipinge l’Italia come un Paese anom­alo per la ecces­si­va numerosità dei suoi par­la­men­tari.”

6. Insom­ma, e per con­clud­ere, la rifor­ma non serve ai fini indi­cati dai suoi pro­po­nen­ti ma ad altri. Ho già det­to quali ma lo ripeto con un’osservazione in ter­mi­ni più gen­er­ali: la cifra carat­ter­is­ti­ca di questo cupo inizio sec­o­lo è quel­lo di una sem­pre più pro­nun­ci­a­ta “regres­sione oli­garchi­ca”, nel sen­so di uno sposta­men­to ver­so l’alto dei ril­e­van­ti cen­tri deci­sion­ali, in forza del qualele deci­sioni politiche scivolano via dalle sedi più ampie e parte­ci­pate e si riti­ra­no in luoghi meno acces­si­bili, per lo più ris­er­vati a ristret­ti grup­pi oli­garchi­ci (S. Petruc­ciani, Democrazia, Ein­au­di, Tori­no, 2014, s. p.).

Una regres­sione che va facen­dosi ogni giorno più aper­ta­mente autori­taria e distopi­ca. Votare NO sig­nifi­ca, se non altro, non ren­der­si com­pli­ci di chi sta for­gian­do le nos­tre catene.

Fonte: Orizzonte48

Il grafi­co usato nell’incipit dell’articolo (e inti­to­la­to: Costi del­la polit­i­ca e costi del “Più Europa”) è trat­to da pag­i­na 15 del pdf “Agen­da Mon­ti vs ME-MMT”, a cura dell’Associazione MMT Italia. Tale doc­u­men­to è reperi­bile qui

Fac-sim­i­le del­la sche­da ref­er­en­daria.
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Fallece Rosaura Barahona, periodista y escritora mexicana

octubre 21, 2017

La escritora murió esta madrugada a cauda de una enfermedad pulmonar


Méx­i­co.- Rosaura Bara­hona Aguayo, peri­odista y escrito­ra mex­i­cana fal­l­e­ció la madru­ga­da de este sába­do a causa de una enfer­medad pul­monar.

La Uni­ver­si­dad Autóno­ma de Nue­vo León lamen­tó la noti­cia a través de su cuen­ta de Twit­ter; Bara­hona se dedicó a las letras durante casi trein­ta años, impar­tió cát­e­dra en las áreas de Cien­cias de la Comu­ni­cación y Letras en el Insti­tu­to Tec­nológi­co y de Estu­dios Supe­ri­ores de Mon­ter­rey.

rosaura-barahona

Escrito­ra y Peri­odista, Rosaura Bara­hona Aguayo. | Foto: Toma­da de Inter­net


Naci­da en la Ciu­dad de Méx­i­co en 1942, su trayec­to­ria peri­odís­ti­ca lo real­izó en colum­nas de diar­ios en la pren­sa mex­i­cana y para el diario La Pren­sa de Hon­duras.

Como escrito­ra pub­licó los libros; El pescador de estrel­las, ¿Por qué no Fer­los o Car­do?, Abecedario para niñas soli­tarias, Y ellos hicieron la his­to­ria: las famil­ias regiomon­tanas, Pupi­las de espe­jo y otros tex­tos.
 

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Cul­tura UANL

@CulturaUANL

Lamen­ta­mos pro­fun­da­mente la par­ti­da de la escrito­ra y peri­odista Rosaura Bara­hona. Nue­stro car­iño a su famil­ia, ami­gos y lec­tores.

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5:18 p. m. · 21 oct. 2017

Bush71

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Il cavo che scatena l’ira del Sultano

Esercitazioni Marina turca e americana (La Presse)


POLITICA
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Loren­zo Vita
20 SETTEMBRE 2020

I fon­dali del Mediter­ra­neo ori­en­tale sono al cen­tro di una dis­pu­ta di stra­or­di­nar­ia impor­tan­za. La Turchia di Recep Tayyip Erdo­gan ha deciso di uscire dal suo gus­cio ter­restre per provare, con la real­iz­zazione del­la dot­t­ri­na del Mavi Vatan, la Patria Blu, a ricostru­ire una sua forza marit­ti­ma e una sua proiezione in tut­to il baci­no del Mediter­ra­neo allarga­to. Lo scon­tro con la Gre­cia e con Cipro ha mostra­to a tut­ti la volon­tà di Ankara di imporre una pro­pria agen­da in quel set­tore di mare. E la nave per la ricer­ca Oruc Reis, scor­ta­ta da alcu­ni mezzi del­la flot­ta mil­itare tur­ca, ha rap­p­re­sen­ta­to la pun­ta di lan­cia di una nuo­va cam­pagna di raf­forza­men­to delle pretese del Sul­tano.

L’attenzione si è chiara­mente con­cen­tra­ta sul gas e sui giaci­men­ti tra Cipro e l’isola di Cre­ta. Un tesoro cus­todi­to nelle acque del Mediter­ra­neo ori­en­tale cui si aggiunge la volon­tà tur­ca di rompere quelle linee di demar­cazione di con­fi­ni e di zone eco­nomiche che ad oggi, per Ankara, non han­no più sen­so. Moti­vazioni con­crete cui però si aggiunge una che forse non è così chiara né così imme­di­a­ta, ma che può avere ris­volti estre­mante ril­e­vante per la geopo­lit­i­ca regionale. Una ragione che riguar­da sì i fon­dali del Mediter­ra­neo, ma non le sue risorse, ben­sì quel­lo che ci pas­sa appe­na sopra: i cavi sot­tomari­ni.

Info­grafi­ca di Alber­to Bel­lot­to

I cavi sot­tomari­ni rap­p­re­sen­tano ele­men­ti tan­to fon­da­men­tali e nec­es­sari quan­to spes­so sconosciu­ti o comunque poco con­siderati nelle logiche di poten­za. Nes­suno pen­sa a queste infra­strut­ture strate­giche quan­do si pen­sa al mare, dal momen­to che spes­so sono “oscu­rate” da giaci­men­ti, gas­dot­ti o oleodot­ti. Ele­men­ti che risaltano subito, anche nei non addet­ti ai lavori, come pilas­tri di qual­si­asi strate­gia eco­nom­i­ca, polit­i­ca o mil­itare. Tut­tavia nel­la soci­età dei nos­tri giorni, che vive con un enorme flus­so di dati (in costante aumen­to), non bisogna dimen­ti­care che questi pas­sano anche e soprat­tut­to attra­ver­so questi “con­dot­ti”, che fisi­ca­mente trac­ciano delle rotte ben pre­cise. Inter­net è solo in apparen­za un’entità astrat­ta: per essere frui­ta dai Pae­si e dai cit­ta­di­ni ci sono cavi che pas­sano spes­so lun­go per­cor­si di migli­a­ia di miglia tra i fon­dali mari­ni degli oceani e dei mari più pic­coli, diven­tan­do veri e pro­pri pilas­tri del­la geopo­lit­i­ca.

Il Mediter­ra­neo ori­en­tale non fa eccezione nem­meno in questo. Ed è chiaro che il dinamis­mo tur­co e il suo suc­ces­si­vo iso­la­men­to si inquad­ra­no anche (se non esclu­si­va­mente) nel­la par­ti­ta dei cavi sot­tomari­ni. Basti ricor­dare che già a feb­braio la Mari­na di Cipro ave­va invi­a­to un Nav­tex per pro­teggere le attiv­ità di ricer­ca per la costruzione del cavo elet­tri­co sot­tomari­no Hvdc tra il con­ti­nente africano e l’Europa. Avver­ti­men­to cui risposte la Mari­na tur­ca con un altro di eguale misura che bloc­cò i lavori dell’inter­con­net­tore tra Africa Europa. E il moti­vo è che quel cavo pas­sa, spie­ga Start­mag, pro­prio nelle acque riven­di­cate dal­la Turchia come sua Zona eco­nom­i­ca esclu­si­va in base all’accordo con il gov­er­no libi­co. In par­ti­co­lare a inter­es­sare il Nav­tex furono i bloc­chi 6 e 7 del­la Zee cipri­o­ta, quel­li che Ankara riven­di­ca anche per le per­forazioni di gas. Ma che servireb­bero anche come area di svilup­po di un elet­trodot­to di fon­da­men­tale impor­tan­za strate­gi­ca per i Pae­si coin­volti nel­la par­ti­ta euro-mediter­ranea.

Il prob­le­ma si ripete ora anche per un altro cavo sot­tomari­no che potrebbe avere una enorme valen­za geopo­lit­i­ca. Ma ques­ta vol­ta nel cam­po delle tele­co­mu­ni­cazioni. In questi mesi, infat­ti, dovrebbe entrare in fun­zione uno dei prin­ci­pali prog­et­ti di svilup­po nel set­tore dei cavi sot­tomari­ni: il Quan­tum Cable. Par­al­le­lo all’interconnettore Europa-Africa già insidi­a­to dalle manovre di Erdo­gan, questo cavo potrebbe addirit­tura avere una ril­e­van­za polit­i­ca addirit­tura mag­giore rispet­to a quel­la dell’elettrodotto che corre par­al­le­lo nei fon­dali del Mediter­ra­neo ori­en­tale. Per­ché questo cavo sot­tomari­no avrebbe una capac­ità di 160 ter­abit al sec­on­do – un vero e pro­prio record nel trasfer­i­men­to dei dati – ma soprat­tut­to col­legherebbe pro­prio quei Pae­si che oggi rap­p­re­sen­tano i part­ner e i rivali del­la Turchia nel Mediter­ra­neo. Dal­la base in Israele, il prog­et­to del Quan­tum cable si svilup­pa da per migli­a­ia di chilometri fino a rag­giun­gere Bil­bao, in Spagna, con dira­mazioni che andran­no a Cipro, a Agios Dim­itrous in Gre­cia, rag­giungerà le coste ital­iane nei pres­si di Bari e anche la Fran­cia dalle par­ti di Mar­siglia. Un prog­et­to volu­to forte­mente da tut­to il bloc­co mediter­ra­neo vis­to che sec­on­do le anal­isi “sgancerebbe” il fronte Sud dell’Europa dal­la dipen­den­za dei mega cen­tri dati dell’Europa cen­trale e soprat­tut­to col­legherebbe di fat­to Medio Ori­ente, Europa mediter­ranea e Sta­ti Uni­ti (il cavo si unirà a uno già pre­sente sulle coste spag­nole che arri­va in Vir­ginia) esclu­den­do la Turchia da questo enorme flus­so di dati e di poten­za di trasmis­sione.

Il non esserne coin­volti non ha fat­to cer­to piacere ai turchi, vis­to che si trat­ta di un’infrastruttura strate­gia di por­ta­ta estrema­mente ril­e­vante. Un prog­et­to che por­ta le firme di Gre­cia e Fran­cia ma che soprat­tut­to viene vis­to come uno smac­co per un Paese che, in tutte le sue dif­feren­za di vedute, rimane pur sem­pre un mem­bro del­la Nato. E che non vede l’ora di pot­er sfruttare le tec­nolo­gie messe in mostra attra­ver­so ques­ta rete. Anche per non essere fat­to fuori da un’intricata rete di intel­li­gence e di con­di­vi­sione di infor­mazioni che inevitabil­mente pas­sa anche attra­ver­so la veloc­ità di questi cavi sot­tomari­ni. In questo sen­so, fa riflet­tere che le attiv­ità di ricer­ca per gli idro­car­buri di queste set­ti­mane abbiano coin­volto anche l’area in cui pas­sa il trac­cia­to del Quan­tum cable. Una coin­ci­den­za che non può definir­si solo una sug­ges­tione dal momen­to che una nave di ricer­ca per le per­forazioni marine può sicu­ra­mente essere dota­ta anche di ele­men­ti di “cac­cia” per questo tipo di infor­mazioni sui lavori nei fon­dali tra Cipro e Cre­ta. In un’epoca in cui il mon­do viag­gia con i dati inter­net, avere acces­so o meno a un cavo è un tema di ordine geopoliti­co al pari (o forse anche più) di un gas­dot­to o un oleodot­to.

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Celtic Frost, addio al cofondatore e bassista Martin Eric Ain


(https://www.obitpatrol.com)

Mar­tin Strick­er, nato negli Sta­ti Uni­ti ma divenu­to cele­bre in Svizzera con lo pseudon­imo di Mar­tin Eric Ain per aver dato vita nei pri­mi anni Ottan­ta insieme a Tom Gabriel Fis­ch­er alla met­al band dei Celtic Frost, è mor­to lo scor­so saba­to dopo essere sta­to col­pi­to da mal­ore: lo ripor­ta il sito elveti­co 20 Minuten, sec­on­do il quale l’artista sarebbe crol­la­to in segui­to a un attac­co car­dia­co lo scor­so 21 otto­bre men­tre, insieme a un ami­co, si trova­va su un tram, a Zuri­go.

Le sab­bie del tem­po non scor­rono mai, per un uomo immor­tale scom­par­so”, ha scrit­to di lui Fis­ch­er in un post appar­so sul suo blog uffi­ciale: “Sono molto col­pi­to dal­la scom­parsa di Mar­tin Eric Ain. Il nos­tro rap­por­to è sta­to molto com­p­lesso, e non pri­vo di con­flit­ti, ma le nos­tre vite sono legate a doppio filo dal 1982, quan­do ci incon­tram­mo la pri­ma vol­ta. La mia vita sarà dolorosa­mente incom­ple­ta adesso che è venu­ta meno la sua”.

Tra gli altri artisti uni­tisi vir­tual­mente al cor­doglio di Fis­ch­er sono da seg­nalare Char­lie Benante degli Anthrax, Nick Holmes dei Par­adise Lost, Michael Amott degli Arch Ene­my e i Cra­dle Of Filth.

Attivi in un pri­mo momen­to tra i 1984 e il 1993, quan­do ven­nero salu­tati dalle pla­tee inter­nazion­ali come nuove promesse del met­al estremo, i Celtic Frost tornarono in attiv­ità nel 2001, per pub­bli­care cinque anni dopo “Monothe­ist”, album che li vide spostar­si su atmos­fere più gotiche e sper­i­men­tali rispet­to alle prime pub­bli­cazioni, per poi scioglier­si defin­i­ti­va­mente nel 2008.

https://www.rockol.it/news-679876/celtic-frost-addio-al-cofondatore-e-bassista-martin-eric-ain

Barrella71

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Perché al privato serve lo Stato (e la grande impresa pubblica)

Thomas Fazi, Sovran­ità Popo­lare

Che moltissi­mi impren­di­tori pic­coli e medi vedano oggi lo Sta­to come un nemi­co è un dato di fat­to. È un sen­ti­men­to com­pren­si­bile, dato che le loro inter­azioni quo­tid­i­ane con lo Sta­to sono fat­te per­lop­iù di tasse e buro­crazia. Ma gli impren­di­tori com­met­tono un errore mador­nale nell’identificare il nemi­co nel­lo Sta­to tout court piut­tosto nelle speci­fiche politiche por­tate avan­ti da questo Sta­to. Per il sem­plice fat­to che, se è vero che oggi lo Sta­to è causa di molti dei loro mali, è altresì vero che solo lo Sta­to può risoll­e­vare le loro sor­ti. La soluzione, tut­tavia, non con­siste – come pen­sano prob­a­bil­mente molti impren­di­tori, che se lo sentono ripetere tut­ti i giorni da anni dalle veline liberiste che affol­lano le tri­bune politiche, nonché da prati­ca­mente tut­ti i par­ti­ti politi­ci dell’arco par­la­mentare – nel “las­cia­r­li lavo­rare” (o lais­sez-faire, come direb­bero i france­si), cioè in una sem­plice riduzione dell’opprimente inter­feren­za del­lo Sta­to nel­la vita eco­nom­i­ca delle imp­rese. L’idea che le tasse e la buro­crazia rap­p­re­senti­no il prin­ci­pale freno dell’economia ital­iana, e che basterebbe levare queste di mez­zo per­ché le imp­rese torni­no a volare – come ama ripetere Salvi­ni –, è sedu­cente (per­ché intu­iti­va) quan­to sbagli­a­ta.

Ora, è evi­dente che tutte le imp­rese benefi­cereb­bero da una riduzione delle tasse e/o da una sem­pli­fi­cazione del­la buro­crazia. Questo lo capirebbe anche un bam­bi­no. L’errore sta nel con­sid­er­are queste mis­ure suf­fi­ci­en­ti per rilan­cia­re l’economia. Basti pen­sare che, sec­on­do i dati del­la Ban­ca mon­di­ale, la pres­sione fis­cale sulle imp­rese negli ulti­mi otto anni è sce­sa di ben nove pun­ti, dal 68 al 59 per cen­to; nel­lo stes­so peri­o­do, nel­la clas­si­fi­ca inter­nazionale “Doing Busi­ness”, redat­ta sem­pre dal­la Ban­ca mon­di­ale, che cal­co­la la “facil­ità di fare impre­sa”, l’Italia è pas­sa­ta dal 78esimo al 58esimo pos­to. Qual­cuno ha nota­to gran­di balzi in avan­ti nell’economia nel peri­o­do in ques­tione? Appun­to.

La ver­ità è che il mer­ca­to, da sé, non è asso­lu­ta­mente in gra­do di assi­cu­rare la cresci­ta e lo svilup­po di un paese; al con­trario, il tes­su­to pro­dut­ti­vo di una nazione può fiorire solo lad­dove lo Sta­to inter­ven­ga atti­va­mente per creare un cir­co­lo eco­nom­i­co vir­tu­oso, soprat­tut­to nel bel mez­zo di una dev­as­tante crisi eco­nom­i­ca come quel­la che sti­amo attra­ver­san­do da mesi (anzi, da anni). Tan­to per com­in­cia­re, solo lo Sta­to, in quan­to attore “ester­no” al mer­ca­to, può sostenere, attra­ver­so la polit­i­ca di bilan­cio e in par­ti­co­lare la spe­sa pub­bli­ca (soprat­tut­to quel­la in dis­a­van­zo), quel­la vari­abile fon­da­men­tale per la cresci­ta e lo svilup­po del tes­su­to pro­dut­ti­vo che è la cosid­det­ta “doman­da aggre­ga­ta”, cioè la quan­tità di beni e servizi com­p­lessi­va­mente richi­es­ta dai sogget­ti eco­nomi­ci. Questo è par­ti­co­lar­mente vero in un momen­to di crisi, quan­do il set­tore pri­va­to (banche, imp­rese e famiglie) tende inevitabil­mente a ridurre la pro­pria spesa/domanda. Ed è ancor più vero per quei pae­si come il nos­tro in cui la cresci­ta è tradizional­mente traina­ta dal­la doman­da inter­na: basti pen­sare che la stra­grande mag­gio­ran­za del­la micro, pic­co­la e media impren­di­to­ria ital­iana (un buon 75–80 per cen­to delle imp­rese) vive di doman­da inter­na. In questi casi, è prati­ca­mente d’obbligo un bilan­cio pub­bli­co pri­mario (cioè al net­to del­la spe­sa per inter­es­si sul deb­ito) in dis­a­van­zo, in cui, cioè, il denaro immes­so nell’economia reale dal­lo Sta­to attra­ver­so la spe­sa pub­bli­ca sia supe­ri­ore al denaro sot­trat­to all’economia per mez­zo delle tasse.

Va da sé, però, che per fare questo – cioè per pot­er sostenere l’economia attra­ver­so la polit­i­ca di bilan­cio e i dis­a­vanzi pub­bli­ci in par­ti­co­lare – lo Sta­to deve con­trol­lare le leve dell’economia, a par­tire da quel­la mon­e­taria, da cui dipende la capac­ità di uno Sta­to di gestire il finanzi­a­men­to del deficit/debito pub­bli­co (attra­ver­so il con­trol­lo dei tas­si di inter­esse e la mon­e­tiz­zazione, all’occorrenza, del deficit/debito). Che è esat­ta­mente quel­lo a cui abbi­amo rin­un­ci­a­to aderen­do all’euro, met­ten­do la nos­tra polit­i­ca di bilan­cio nelle mani di chi con­trol­la l’emissione di mon­e­ta – la BCE – e dei mer­cati finanziari. Questo è il moti­vo per cui l’Italia, negli ulti­mi vent’anni, si è vista costret­ta, per una sceller­a­ta scelta delle sue clas­si diri­gen­ti, a perseguire una polit­i­ca di «aus­ter­ità fis­cale permanente­», deter­mi­nan­do così quel­la «caren­za cron­i­ca di doman­da interna­» che è alla radice del­la pluride­cen­nale stag­nazione eco­nom­i­ca del paese e del­la con­seguente crisi del­la nos­tra strut­tura pro­dut­ti­va. E che oggi impedisce allo Sta­to di rimet­tere in moto l’economia, anche solo attra­ver­so un taglio delle tasse (per­ché com­porterebbe un incre­men­to sig­ni­fica­ti­vo del deficit pub­bli­co), che non sarebbe comunque riso­lu­ti­vo, come det­to.

Pos­si­amo dunque ril­e­vare un inter­es­sante para­dos­so: l’“oppressione” statale denun­ci­a­ta da molti impren­di­tori è in realtà il sin­to­mo di uno Sta­to estrema­mente debole, pri­va­to del con­trol­lo delle prin­ci­pali leve di coman­do dell’economia, e dunque costret­to a perseguire politiche eterodi­rette strut­tural­mente depres­sive. Ne con­segue che ciò di cui avreb­bero bisog­no gli stes­si impren­di­tori, oltre che ovvi­a­mente i lavo­ra­tori, non è “meno Sta­to” ma “più Sta­to”: uno Sta­to cioè che recu­peri la piena sovran­ità polit­i­ca e il pieno con­trol­lo sul­la polit­i­ca eco­nom­i­ca, con­di­tio sine qua non per «spezza[re] la spi­rale infer­nale di deflazione, dis­oc­cu­pazione e deser­ti­fi­cazione indus­tri­ale» e per garan­tire un futuro di pros­per­ità e benessere per l’Italia, come ammoni­va un recente edi­to­ri­ale di Limes. Pec­ca­to che tra i prin­ci­pali sosten­i­tori dell’architettura eco­nom­i­ca euro­pea fig­uri pro­prio Con­find­us­tria, che in teo­ria dovrebbe difend­ere gli inter­es­si delle imp­rese ital­iane, ma che evi­den­te­mente ha a cuore solo «gli inter­es­si europeis­ti­ci di una cer­ta impren­di­to­ria, la grande impren­di­to­ria finanziariz­za­ta e multi­nazionale (anche se forse sarebbe meglio dire antinazionale), che pun­ta tut­to sulle esportazioni e pochissi­mo sul mer­ca­to rego­la­to dal­la doman­da inter­na».

La polit­i­ca di bilan­cio, però, non è l’unico stru­men­to attra­ver­so il quale lo Sta­to può sostenere il tes­su­to pro­dut­ti­vo di un paese. Il caso ital­iano rap­p­re­sen­ta un esem­pio da man­uale di come l’impresa pri­va­ta, soprat­tut­to quel­la pic­co­la e media, pos­sa ben­e­fi­cia­re del­la pre­sen­za di un sis­tema di gran­di imp­rese pub­bliche. Come è noto, le imp­rese pub­bliche, la mag­gior parte delle quali facen­ti capo all’IRI (Isti­tu­to per la ricostruzione indus­tri­ale, cre­ato nel 1933), furono uno dei pilas­tri di quel mod­el­lo di “econo­mia mista” pub­bli­co-pri­va­ta che carat­ter­iz­zò l’economia ital­iana nel peri­o­do che va dal sec­on­do dopoguer­ra fino alla fine degli anni Ottan­ta, e che fece dell’Italia, per oltre trent’anni, il paese d’Europa con la più ele­va­ta cresci­ta media. A questo suc­ces­so – dei cui frut­ti godette ovvi­a­mente anche l’impresa pri­va­ta – con­tribuirono in modo deter­mi­nante pro­prio le imp­rese pub­bliche.

Come spie­ga l’economista Ugo Pagano dell’Università di Siena, il sis­tema cap­i­tal­is­ti­co pri­va­to ital­iano – per diverse ragioni iner­en­ti alla pecu­liare natu­ra del cap­i­tal­is­mo ital­iano, non ulti­mo la natu­ra familis­ti­ca e “dinas­ti­ca” di quest’ultimo, ovverosia l’assenza di sep­a­razione tra pro­pri­età e con­trol­lo delle imp­rese – è sem­pre sta­to carat­ter­iz­za­to da un «pato­logi­co nanis­mo», per ripren­dere un’espressione di Mar­cel­lo De Cec­co: sarebbe a dire che, sebbene le pic­cole e medie imp­rese abbiano sem­pre rap­p­re­sen­ta­to, da un lato, un pun­to di forza dell’economia ital­iana, dall’altro queste han­no sem­pre fat­i­ca­to a trasfor­mar­si in gran­di imp­rese, le quali ten­dono a inve­stire di più in ricer­ca e svilup­po e dunque a essere più inno­v­a­tive (e a esprimere una mag­giore doman­da di lavoro qual­i­fi­ca­to). A sup­plire a ques­ta debolez­za strut­turale del­la nos­tra econo­mia ci pen­sarono, nel dopoguer­ra, pro­prio le gran­di imp­rese pub­bliche.

Scrive Pagano: «Solo gra­zie a ques­ta com­ple­men­tar­ità fra sis­tema pub­bli­co e pri­va­to fu pos­si­bile fare diventare l’economia ital­iana uno dei cen­tri impor­tan­ti del sis­tema cap­i­tal­is­ti­co mon­di­ale. La for­mu­la ital­iana dell’ente pub­bli­co, che carat­ter­iz­za­va l’IRI e l’Eni, era sta­ta l’artefice del cosid­det­to mira­co­lo ital­iano. Essa cos­ti­tu­i­va una for­mu­la orig­i­nale che per­me­t­te­va a questi enti pub­bli­ci, dotati di autono­mia ammin­is­tra­ti­va, di perseguire il fine del­lo svilup­po indus­tri­ale medi­ante parte­ci­pazioni azionar­ie maggioritarie­». De Cec­co osser­va­va come:

Fino agli anni set­tan­ta l’industria pub­bli­ca viene ammi­ra­ta e pre­sa da esem­pio da altri pae­si; esprime fig­ure di man­ag­er, impren­di­tori di gran­di qual­ità, quali Oscar Sini­gal­lia, Enri­co Mat­tei, Gugliel­mo Reiss Romoli. Per molti anni il mod­el­lo ital­iano di econo­mia mista fun­ziona e l’imprenditore pub­bli­co è pro­tag­o­nista di bril­lan­ti imp­rese; ad esso si deve la strut­tura indus­tri­ale inno­v­a­ti­va nei set­tori del­la ener­gia (Eni), la costruzione delle autostrade, le reti tele­foniche e del gas, la dif­fu­sione del­la ener­gia elet­tri­ca in ogni parte d’Italia, lo svilup­po del­la siderur­gia a ciclo con­tin­uo.

In altre parole, notano Aldo Bar­ba e Mas­si­mo Pivet­ti, lo svilup­po dell’Italia nel dopoguer­ra, come quel­lo di altri pae­si, dovette molto al fat­to che le imp­rese pub­bliche, pro­prio per­ché non sub­or­di­nate alla mas­simiz­zazione del prof­it­to di breve peri­o­do ma ad obi­et­tivi sociali e nazion­ali di più lun­go peri­o­do, si fecero cari­co, «in tut­ti i set­tori di mag­gior rilie­vo, di grande parte degli inves­ti­men­ti ad alta inten­sità di cap­i­tale e par­ti­co­lar­mente ris­chiosi che gli impren­di­tori pri­vati non ave­vano trova­to con­ve­niente effet­tuare e che era tut­tavia nec­es­sario intrapren­dere per tenere il pas­so delle nazioni più indus­tri­al­iz­zate». A questo va aggiun­to che gli inves­ti­men­ti pub­bli­ci, e più in gen­erale l’arricchimento del­la matrice indus­tri­ale e infra­strut­turale ital­iana, deter­mi­na­vano un sig­ni­fica­ti­vo indot­to “a cas­ca­ta” su molte imp­rese pri­vate pic­cole e medie, facen­do da volano anche agli inves­ti­men­ti pri­vati.

1991: l’Italia diviene il quar­to Paese al mon­do per prodot­ti inter­no lor­do (PIL)

Date queste pre­messe, non sor­prende che lo sman­tel­la­men­to dell’apparato indus­tri­ale pub­bli­co ital­iano – nel cor­so degli anni Novan­ta, su impul­so del nuo­vo regime eco­nom­i­co post-Maas­tricht, furono com­ple­ta­mente pri­va­tiz­zate pres­soché tutte le soci­età del grup­po IRI, che sarebbe poi sta­to liq­uida­to nel­la sua interez­za nel 2002 –, lun­gi dall’aprire una fase nuo­va in cui l’iniziativa pri­va­ta si è assun­ta il ruo­lo di pro­motrice del proces­so di svilup­po – per­ché final­mente lib­era dall’oppressione del­la polit­i­ca e dunque capace di spri­gionare quegli “istin­ti ani­mali” del cap­i­tal­is­mo trop­po a lun­go repres­si, come recita­va la vul­ga­ta –, abbia invece fini­to per impov­erire la strut­tura indus­tri­ale ital­iana nel suo com­p­lesso, a dan­no anche del­la pic­co­la e media impre­sa pri­va­ta.

Oggi sap­pi­amo che non si è mate­ri­al­iz­za­ta nes­suna delle mag­ni­fiche e pro­gres­sive sor­ti delle pri­va­tiz­zazioni pre­sagite da Pro­di e dagli altri: mag­giore dinam­ic­ità, migliori prestazioni, riduzione dei costi dei servizi, ripresa dell’occupazione, aumen­to del­la pro­dut­tiv­ità ecc. Al con­trario, come ha affer­ma­to Pier­lui­gi Cioc­ca, vicedi­ret­tore gen­erale del­la Ban­ca d’Italia dal 1995 al 2006, dal 1992 (anno in cui è inizia­to lo sman­tel­la­men­to dell’IRI) «l’economia ital­iana ha conosci­u­to la peg­giore per­for­mance dal tem­po di Cavour. Lo stock di cap­i­tale si è eroso. Il pro­gres­so tec­ni­co è svan­i­to […]. È sta­to smen­ti­to chi ave­va pen­sato che la sos­ti­tuzione dell’impresa pri­va­ta all’impresa pub­bli­ca desse risul­tati migliori».

Le imp­rese pri­va­tiz­zate, la mag­gior parte delle quali sono finite nelle mani di spregiu­di­cati oli­garchi locali privi di qualunque visione impren­di­to­ri­ale, non han­no solo vis­to peg­gio­rare dras­ti­ca­mente il liv­el­lo dei servizi – basti pen­sare al caso dram­mati­co di Autostrade –, ma han­no anche smes­so di crescere e di inve­stire. Nel men­tre la pro­dut­tiv­ità, che dal 1981 al 1995 si era sit­u­a­ta in lin­ea con la media euro­pea, è crol­la­ta. Le pri­va­tiz­zazioni, scrive Pagano, han­no anche «ridot­to la doman­da di lavoro qual­i­fi­ca­to […] spin­gen­do gli ital­iani a cer­care all’estero quel tipo di lavori qual­i­fi­cati che le pic­cole imp­rese ital­iane non era­no in gra­do di offrire» e con­tribuen­do così «ad aumentare la cosid­det­ta fuga dei cervel­li».

Il risul­ta­to delle pri­va­tiz­zazioni, in altre parole, è sta­to di accel­er­are quel proces­so di dein­dus­tri­al­iz­zazione e di decli­no pro­dut­ti­vo-com­pet­i­ti­vo – e i rel­a­tivi effet­ti su pro­dut­tiv­ità, com­po­sizione del lavoro, forme ret­ribu­tive ecc. – che i fau­tori delle pri­va­tiz­zazioni (Draghi, Ciampi, Pro­di ecc.) aus­pi­ca­vano di vol­er arrestare con le pri­va­tiz­zazioni stesse. Appare chiaro, insom­ma, che «[u]na delle impor­tan­ti cause del decli­no ital­iano può essere fat­ta risalire all’abbandono del suo mod­el­lo di cap­i­tal­is­mo, basato sulle imp­rese pub­bliche», dice Pagano. A questo propos­i­to, così scrive­va De Cec­co nel 2014:

Se si vol­e­va dis­trug­gere l’industria ital­iana ci sono rius­ci­ti. Gli stu­di del­la Ban­ca d’Italia dimostra­no che al tem­po l’industria di Sta­to face­va ricer­ca per tut­to il sis­tema eco­nom­i­co ital­iano. Dopo le pri­va­tiz­zazioni, chi ha pre­so il pos­to dell’IRI, ad esem­pio, non l’ha volu­ta fare. Siamo rimasti sen­za un altro pilas­tro impor­tante del­la polit­i­ca indus­tri­ale, men­tre si con­tin­u­ano a fare solen­ni dis­cor­si sull’istruzione, sul­la ricer­ca o la cul­tura. In questi anni è sta­to dis­trut­to tut­to. Su questo non ci piove.

Para­dos­salmente, pro­prio le pri­va­tiz­zazioni han­no fini­to con il con­fer­mare le caren­ze del set­tore pri­va­to e i van­tag­gi rel­a­tivi delle imp­rese pub­bliche. Di fat­to, le uniche gran­di imp­rese che in questi anni han­no con­tin­uare a crescere, inno­vare e inve­stire sono quelle che, pur essendo state trasfor­mate in soci­età per azioni, sono rimaste sot­to il con­trol­lo del­lo Sta­to. Quest’ultimo, infat­ti, è anco­ra l’azionista di rifer­i­men­to delle due (di gran lun­ga) più gran­di imp­rese ital­iane (Eni ed Enel), e sono a con­trol­lo pub­bli­co sette fra le prime tredi­ci imp­rese dell’industria e servizi, non con­trol­late dall’estero, che oper­a­no in Italia. Se esclu­di­amo banche e assi­cu­razioni, il numero di parte­ci­pate pub­bliche sale a cinque su sette tra le aziende con i mag­giori fat­turati. I gran­di grup­pi di pro­duzione ad alto val­ore aggiun­to tec­no­logi­co pre­sen­ti nel listi­no di Piaz­za Affari sono, con poche eccezioni, tutte in parte di pro­pri­età del­lo Sta­to: Eni, Leonar­do, Fin­cantieri, Saipem, Snam, STMi­cro­elec­tron­ics. Insom­ma, «anche dopo gli anni Novan­ta lo Sta­to impren­di­tore è rius­ci­to a lim­itare i dan­ni del nanis­mo delle nos­tre imp­rese pri­vate», com­men­ta Pagano.

Alla luce di ciò, fan­no sor­rid­ere gli allar­mi lan­ciati da Con­find­us­tria in questi mesi sulle ter­ri­bili insi­die che si cel­ereb­bero dietro l’ingresso del­lo Sta­to nelle imp­rese, tema tor­na­to all’ordine del giorno (non solo in Italia) a segui­to del­la crisi deter­mi­na­ta dal­la pan­demia glob­ale, e che rap­p­re­sen­terebbe chissà quale minac­cia per “la lib­ertà d’impresa” e l’apparato pro­dut­ti­vo del paese. Al con­trario, dovrebbe essere ormai chiaro che la creazione di una nuo­va IRI, che si fac­cia cari­co innanz­i­tut­to di effet­tuare quegli inves­ti­men­ti in ricer­ca e svilup­po che i pri­vati non vogliono o non sono in gra­do di effet­tuare, trainan­do così il paese fuori dal­la “trap­po­la del­la medi­oc­rità” nel­la quale l’industria ital­iana è incas­tra­ta da vent’anni, sarebbe nell’interesse non solo del paese nel suo com­p­lesso, ma anche e soprat­tut­to delle pic­cole e medie imp­rese pri­vate, esat­ta­mente come è sta­to fino agli anni Novan­ta.

Con la dif­feren­za che, lad­dove nel 1933 il com­pi­to dell’IRI si lim­itò a suben­trare nel­la ges­tione di gran­di imp­rese fal­lite, oggi molte di queste andreb­bero cre­ate da zero, allargan­do la base pro­dut­ti­va del paese in set­tori avan­za­ti in cui oggi siamo dram­mati­ca­mente car­en­ti. Come scrive­va Cioc­ca qualche anno fa: «Men­tre nel 1933 lo Sta­to suben­trò in aziende che c’erano, oggi lo Sta­to dovrebbe creare le gran­di imp­rese che non ci sono. Ma la ques­tione si impor­rebbe qualo­ra i pri­vati man­cassero di assi­cu­rare al Paese una man­i­fat­tura com­pet­i­ti­va per­ché capace di pro­dut­tiv­ità dif­fusa».

È una sfi­da ambiziosa, ma deve con­fort­ar­ci il fat­to che sti­amo par­lan­do di un mod­el­lo, quel­lo dell’IRI e del­la cosid­det­ta “econo­mia mista” pub­bli­co-pri­va­ta, in cui per decen­ni siamo sta­ti un mod­el­lo per il mon­do intero. E qui arriv­i­amo a quel­lo che è forse il para­dos­so dei para­dos­si: quel “mod­el­lo ital­iano”, fonda­to sul­la com­mistione fra grande impre­sa (e ban­ca) pub­bli­ca e impre­sa pri­va­ta, che gli ascari del­la sec­on­da Repub­bli­ca han­no sman­tel­la­to qua­si per intero con la scusa che trat­tavisi di un mod­el­lo vetus­to e ret­ro­gra­do, è sta­to invece parzial­mente preser­va­to in pres­soché tutte le altre economie europee, basti pen­sare alla Fran­cia e alla Ger­ma­nia, e oggi il tema del­lo “Sta­to impren­di­tore” è ogget­to di un rin­no­va­to inter­esse a liv­el­lo mon­di­ale, alla luce dell’evidente fal­li­men­to del par­a­dig­ma neolib­erale. Insom­ma, a quan­to pare noi ital­iani non stava­mo indi­etro, stava­mo trop­po avan­ti. Quan­do lo capire­mo – e quan­do i nos­tri impren­di­tori (ma anche i lavo­ra­tori) capi­ran­no che lo Sta­to è un loro (poten­ziale) alleato, non un nemi­co – sare­mo final­mente pron­ti per ritornare al futuro.

Thomas FaziThomas Fazi è gior­nal­ista, sag­gista e tradut­tore, fra i più impor­tan­ti divul­ga­tori ital­iani del­la Mod­ern Mon­e­tary The­o­ry (MMT), scuo­la eco­nom­i­ca fon­da­ta dall’economista statu­nitense War­ren Mosler e dall’economista aus­traliano Bill Mitchell. Con quest’ultimo, Fazi ha scrit­to il vol­ume “Sovran­ità o bar­barie” (edi­to da Melte­mi Edi­tore) e insieme stan­no scriven­do un nuo­vo libro.°Fonte: Sovran­ità Popo­lare, riv­ista men­sile, numero di set­tem­bre 2020°

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C’è la possibilità che un colpo di stato ribalti il risultato elettorale di novembre, Trump e la stessa democrazia?

Matthew J.L. Ehret
strategic-culture.org

Il 20 mar­zo ave­vo pub­bli­ca­to un arti­co­lo inti­to­la­to Why Assume There will be a 2020 Elec­tion? [Per­ché pre­sup­porre che ci saran­no elezioni nel 2020?] dove paven­ta­vo la minac­cia esisten­ziale di un nuo­vo colpo di sta­to mil­itare da parte di Wall Street che, non solo invalid­erebbe il risul­ta­to elet­torale, ma impor­rebbe un nuo­vo infer­no fascista all’America e al mon­do intero.

In quell’articolo, ave­vo dis­cus­so l’importanza del­la deci­sione strate­gi­ca del gen­erale Smed­ley But­ler di smascher­are il com­plot­to di Wall Street volto a roves­cia­re il neoelet­to pres­i­dente Franklin Roo­sevelt, impeg­na­to all’epoca a lottare con­tro Wall Street, la City di Lon­dra e il caos cre­ato da questi finanzieri durante la Grande Depres­sione. La tes­ti­mo­ni­an­za di But­ler davan­ti al Con­gres­so ave­va pun­ta­to i riflet­tori su queste crea­ture nascoste nell’ombra e ave­va dato a FDR lo spazio per oper­are e il sosteg­no pub­bli­co nec­es­sario per fare guer­ra allo sta­to pro­fon­do dell’America, real­iz­zan­do allo stes­so tem­po, con il New Deal, un prodi­gioso risana­men­to del­la nazione.

Il 3 aprile, a quell’articolo ne era segui­to un’altro, inti­to­la­to Stand­ing on the Precipice of Mar­tial Law [Di fronte al bara­tro del­la legge marziale], che descrive­va in pro­fon­dità la sto­ria delle battaglie di John F.Kennedy con­tro lo sta­to pro­fon­do e il com­p­lesso indus­tri­ale mil­itare etero-diret­to da Lon­dra e anche come JFK avesse lavo­ra­to a stret­to con­tat­to con il reg­ista John Franken­heimer per ren­dere noti al popo­lo amer­i­cano questi intrighi, trasfor­man­do il libro 7 Days in May [7 giorni a mag­gio] in un film (purtrop­po usci­to solo dopo che era­no sta­ti usati altri mezzi per deporre il pres­i­dente). Quell’articolo trat­ta­va anche dei vari “sce­nari di piani­fi­cazione” del PNAC [Prog­et­to per un nuo­vo sec­o­lo amer­i­cano (Project for the New Amer­i­can Cen­tu­ry)] mes­si a pun­to più di un anno pri­ma dell’11 set­tem­bre 2001 e che ave­vano cod­i­fi­ca­to le basi per un nuo­vo tipo di colpo di sta­to in Amer­i­ca, con i pro­to­col­li di Cheney sul­la con­ti­nu­ità di gov­er­no, la notev­ole espan­sione delle infra­strut­ture per la guer­ra bio­log­i­ca ai sen­si del Bio-Shield Act, le guerre all’estero per i cam­bi di regime e le mis­ure da sta­to di polizia all’interno del­la stes­sa Amer­i­ca.

Il fat­tore Trump

Negli Sta­ti Uni­ti, dopo gli anni di con­tin­ua pen­e­trazione del­lo sta­to pro­fon­do segui­ti all’omicidio di JFK, un sor­pren­dente pres­i­dente nazion­al­ista, di nome Don­al Trump, era inaspet­tata­mente entra­to nell’Ufficio Ovale e, a soli due mesi dalle elezioni del 2020, la minac­cia di un nuo­vo colpo di sta­to mil­itare orga­niz­za­to dal­la finan­za inter­nazionale è più viva che mai.

Nel­la sua con­feren­za stam­pa del Labor Day, Trump, che si è dis­tin­to come il pri­mo pres­i­dente dai tem­pi di Eisen­how­er ad aver cita­to sen­za mezzi ter­mi­ni il “com­p­lesso indus­tri­ale mil­itare,” ha lan­ci­a­to il guan­to di sfi­da dicen­do:

Biden … ha manda­to i nos­tri gio­vani a com­bat­tere in queste fol­li guerre sen­za fine. È uno dei motivi per cui i mil­i­tari. Non sto dicen­do che i mil­i­tari sono innamorati di me, i sol­dati lo sono. Quel­li al ver­tice del Pen­tagono prob­a­bil­mente non lo sono per­ché non vogliono fare altro che com­bat­tere delle guerre, in modo che tutte quelle fan­tas­tiche aziende che pro­ducono le bombe e gli aerei e tut­to il resto siano feli­ci. Ma sti­amo uscen­do da tutte queste guerre infi­nite … E ho det­to: ‘Va bene. Ripor­ti­amo a casa i nos­tri sol­dati. Ad alcune per­sone non piace tornare a casa. Ad alcune per­sone piace con­tin­uare a spendere sol­di.’ Una serie di spi­etati tradi­men­ti glob­al­isti, ecco quel­lo che è sta­to.”

Ques­ta affer­mazione dovrebbe essere pre­sa come un appel­lo ai patri­oti affinchè non si las­ci­no sfug­gire quel­la che è forse l’ultima pos­si­bil­ità per sal­vare la repub­bli­ca dal col­las­so ed evitare la terza guer­ra mon­di­ale.

Il 5 set­tem­bre, il colon­nel­lo Richard Black (ex sen­a­tore del­lo sta­to e avvo­ca­to mil­itare) nel cor­so di un sem­i­nario all’Istituto Schiller ave­va tenu­to una pre­sen­tazione, in cui met­te­va in guardia su tut­ta una serie di dichiarazioni di ex uffi­ciali mil­i­tari di alto ran­go che inci­ta­vano aper­ta­mente ad un colpo di sta­to mil­itare (il tenente colon­nel­lo Paul Yin­gling e John Nagl l’11 agos­to) o che esalta­vano le for­mazioni anar­chiche che minac­ciano di fare a pezzi la repub­bli­ca. Facen­ti parte di quest’ultimo grup­po, il colon­nel­lo Black ave­va cita­to l’ex Seg­re­tario alla Dife­sa, James Mat­tis, Col­in Pow­ell e il colon­nel­lo John Allen, che ave­vano mes­so in dub­bio l’autorità del pres­i­dente e dichiara­to pub­bli­ca­mente che Trump non avrebbe las­ci­a­to volon­tari­a­mente la Casa Bian­ca nel gen­naio 2021. In ogni caso, il vero moti­vo di queste pre­oc­cu­pazioni non proveni­va da prove reali e fat­tuali, ma, in realtà, dai “wargames sug­li sce­nari caoti­ci di novem­bre,” teoriz­za­ti dai think tank affil­iati a Soros/Clinton/Neoconservatori, come il Tran­si­tion Integri­ty Project (TIP), che ave­va gesti­to Event 201 pro­prio come uno sce­nario “immag­i­nario” da “giochi di guer­ra.”

In uno degli sce­nari di giug­no del TIP, Trump vince l’elezione popo­lare di novem­bre con una valan­ga di voti, ma, a causa del lento afflus­so dei voti che arrivano per cor­rispon­den­za, viene dichiara­to vinci­tore Biden, dopodichè Trump (sem­pre nel­la sim­u­lazione) sbar­ra le porte del­la Casa Bian­ca, rifi­u­tan­do di andarsene. Nel “gio­co” del TIP, Biden era inter­pre­ta­to nien­te­meno che da John Podes­ta. Di recente, ques­ta sim­u­lazione è sta­ta nuo­va­mente mes­sa in sce­na da un grup­po col­le­ga­to al DNC di nome Hawk­fish, finanzi­a­to da Michael Bloomberg, e pre­sen­ta­ta dall’agenzia Axios usan­do una ver­sione più sofisti­ca­ta di questo mod­el­lo com­put­er­iz­za­to, chia­ma­ta “Red Mirage” [Mirag­gio rosso].

Nel met­tere in guardia su un colpo di sta­to mil­itare, il colon­nel­lo Black ha dichiara­to: “Il rilas­cio coor­di­na­to di caus­ti­ci com­men­ti da parte di alti fun­zionari, insieme alla pub­bli­cazione di una let­tera invo­cante un colpo di sta­to mil­itare, è indice di un pro­fon­do sta­to di malessere all’interno del Pen­tagono e del­la nos­tra strut­tura cos­ti­tuzionale.”

Come rifer­i­to da RT, tra il 2008 e il 2018, 380 fun­zionari di alto ran­go del Pen­tagono, tra cui 25 gen­er­ali, 9 ammi­ragli, 43 luo­gote­nen­ti gen­er­ali e 23 vice ammi­ragli sono sta­ti assun­ti da aziende appal­ta­tri­ci del­la dife­sa … e questo è solo un esem­pio del poten­ziale tradi­men­to che prevale all’interno di ques­ta devi­a­ta strut­tura cos­ti­tuzionale.

Altre oper­azioni con il mar­chio Soros sono com­parse su moltepli­ci fron­ti per garan­tire la mas­si­ma insta­bil­ità in vista delle elezioni. Al di là delle ovvie oper­azioni di matrice anar­chi­ca in atto nelle strade del­la stes­sa Amer­i­ca, un grup­po anar­chico finanzi­a­to da Soros con sede in Cana­da, denom­i­na­to Adbusters/Blackspot Col­lec­tive e che riven­di­ca il mer­i­to di aver coor­di­na­to Occu­py Wall Street nel 2010, ha promes­so un “Lay Siege to the White House” [Asse­dio alla Casa Bian­ca] di 60 giorni, offen­si­va che inizierà il 17 set­tem­bre. Il pedi­gree bri­tan­ni­co-canadese di questo gesto con­tin­ua la lun­ga tradizione di oper­azioni anti-USA, che van­no dal com­plot­to di Aaron Burr per la “seces­sione del nord” con il Cana­da del 1804, agli assas­sinii etero-diret­ti da Mon­tre­al di Abra­ham Lin­coln e di John Kennedy, per citarne solo alcu­ni.

Come pun­tu­al­iz­za­to da Whit­ney Webb nel­la sua eccel­lente val­u­tazione di ques­ta oper­azione: “altri mem­bri conosciu­ti del TIP includono David Frum (the Atlantic), William Kris­tol (Project for a New Amer­i­can Cen­tu­ry, The Bul­wark), Max Boot (the Wash­ing­ton Post), Don­na Brazile (ex DNC), John Podes­ta (ex diret­tore del­la cam­pagna Clin­ton 2016), Chuck Hagel (ex Seg­re­tario alla Dife­sa), Reed Galen (co-fonda­tore del Lin­coln Project) e Norm Orn­stein (Amer­i­can Enter­prise Insti­tute).

Sec­on­do quan­to scrit­to dal­la Webb nel suo arti­co­lo e come ave­vo doc­u­men­ta­to nel mio “Stand­ing on the Precipice of Mar­tial Law” dell’aprile 2020, i nuovi pro­to­col­li sul­la “con­ti­nu­ità di gov­er­no” creati a feb­braio per affrontare l’inevitabile rot­tura dei mec­ca­n­is­mi di gov­er­no dell’America durante l’emergenza COVID sono tut­ti anco­ra in vig­ore. È sta­ta sta­bili­ta una cate­na di coman­do par­al­lela che fa rifer­i­men­to al guer­ra­fondaio gen­erale dei Marines Ter­rance O’Shaughnessy (capo sia del NORTHCOM che del NORAD) e i mem­bri di questo gov­er­no par­al­le­lo atten­dono solo il momen­to di scen­dere nei bunker sca­v­ati a 650 metri sot­to una mon­tagna a Cheyenne, in Col­orado, per “aspettare che pas­si la crisi del COVID-19. ”

I tra­di­tori legati al com­p­lesso indus­tri­ale mil­itare e gli altri ide­olo­gi unipo­lar­isti filo-NATO fra le fila dei mil­i­tari sono sen­za dub­bio desiderosi di agire e, a meno che Trump e i suoi fidati alleati (che sono pochi e lon­tani tra loro) non siano in gra­do di com­piere manovre stra­or­di­nar­i­a­mente cre­ative e rapi­de in tan­dem con i loro poten­ziali alleati nell’Alleanza Mul­ti­po­lare, allo­ra potrem­mo già aver per­so le sper­anze di sal­vare la repub­bli­ca e, in sen­so più ampio, di evitare una guer­ra mon­di­ale.

Matthew J.L. Ehret

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2020/09/16/will-military-coup-undo-november-elections-trump-and-republic-itself/

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Lech Ordon

Lech Ordon (24 Novem­ber 1928, Poz­nań – 21 Octo­ber 2017, War­saw) was a Pol­ish actor.

In 1948, he grad­u­at­ed from The Alek­sander Zel­werow­icz Nation­al Acad­e­my of Dra­mat­ic Art in War­saw, at the time locat­ed in Łódź. He was known for his roles in Let­ters to San­ta, Der Schim­mel­re­it­er, and in Mis­ter Blot’s Acad­e­my.

In Decem­ber 2008, on the occa­sion of 90th anniver­sary of the Pol­ish Union of Stage Actors, he was award­ed the Medal for Mer­it to Cul­ture – Glo­ria Artis.[1]


Lech Ordon in 2013

Death
Ordon died on 21 Octo­ber 2017 at the age of 88.[2]
Fil­mog­ra­phy
A Mat­ter to Set­tle (1953)
War­saw Pre­miere (1961)
Ref­er­ences

“Jubileusz 90-lecia ZASP MKiDN — 2008”. Mkidn.gov.pl. Retrieved 22 Octo­ber 2017.


“Zmarł aktor Lech Ordon”. Rp.pl. Retrieved 22 Octo­ber 2017.

Exter­nal links
Lech Ordon on IMDb 

https://en.wikipedia.org/wiki/Lech_Ordon

Mladic71
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