Le verità nascoste di Riina su National Geographic: “Sin da piccolo era di una ferocia inaudita” Foto

Lo speciale di National Geographic su Totò Riina ha tracciato un ritratto spietato dell'uomo, attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto. Tra le varie rivelazioni, quella sulla sua "ferocia inaudita", sin da giovane.

Le verità nascoste di Riina su National Geographic: “Sin da piccolo era di una ferocia inaudita”

Saranno due i protagonisti degli speciali in onda su National Geographic: prodotti da Stand By Me, sul canale andranno infatti in onda due ritratti inediti e dettagliati di personaggi discussi e iconici della nostra epoca, raccontati dalle persone che hanno avuto modo di frequentarli e di vivere accanto a loro.

Il primo è Totò Riina, il secondo Diego Armando Maradona. Riina: Le Verità Nascoste è andato in onda il 20 marzo alle 20:55, mentre lo speciale sul celebre calciatore verrà trasmesso a maggio.

La Belva, Totò ‘u curtu, il Capo dei capi. Sono tanti i soprannomi con i quali è stato ribattezzato negli anni Totò Riina, tra i boss mafiosi più feroci e spietati di sempre, protagonista di una guerra di mafia durata dal 1981 al 1983 nella quale in Sicilia furono uccise oltre 1000 persone.

Nato in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, a 13 anni perde il padre e il fratello nell’esplosione di una bomba. A 18 anni viene “combinato” ufficialmente in Cosa Nostra da Luciano Liggio e si fa subito riconoscere per la sua inaudita ferocia. A 19 anni finisce nel carcere dell’Ucciardone per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Ma è la strage di Viale Lazio, nel 1969, a portarlo agli onori della cronaca. Da quel momento la sua ascesa alla vetta di Cosa Nostra è continua e insanguinata. C’è lui dietro la morte dei magistrati Falcone e Borsellino e dietro le vendette ordite contro i pentiti del maxiprocesso palermitano, iniziato nel 1986.

Il 15 gennaio 1993 la sua vita di boss in latitanza si conclude con l’arresto che lo costringe a 25 anni di reclusione sotto il regime del 41 bis. Da quella condizione di carcere duro Riina non abdica mai davvero al suo ruolo di boss fino alla morte lo scorso 17 novembre.

 

Riina: Le verità nascoste ripercorre la vita di Riina attraverso le parole di chi l’ha combattuto, come Gian Carlo Caselli, ex procuratore della Repubblica di Palermo; Sergio Lari, procuratore generale di Caltanissetta; chi l’ha affiancato, come Gaspare Mutolo, suo autista e braccio destro; come il pentito Santino Di Matteo, il cui figlio fu rapito e poi sciolto nell’acido per indurlo a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci; e chi è stato vittima della sua ferocia comeTina Montinaro, moglie del caposcorta di Giovanni Falcone morto nell’attentato al giudice.

Protagoniste di questo speciale di National Geographic sono anche le parole dello stesso Riina attraverso l’audio inedito di un interrogatorio condotto dal procuratore Sergio Lari, in cui lo sentiamo ridere con malcelato orgoglio quando Lari gli riporta le parole di Vito Ciancimino che lo definisce un uomo “con un revolver al posto del cervello”.

https://​www​.funweek​.it

 

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Offrirono 35 miliardi al Ministro della Sanità Tina Anselmi. Lei rifiutò. Poi l’attentato…

MAFIA SANITARIA

  • del Professor Paolo De Bernardi

Corsi e ricorsi storici:

RICORDANDO LA STORIA CHE INSEGNA

Nel 1979, quando Tina Anselmi è ministro della Sanità, decide il ritiro dal mercato di migliaia di farmaci che una commissione tecnica ha appena giudicato inutili o addirittura pericolosi.

Da lì a poco, viene avvicinata da un esponente delle industrie farmaceutiche che le offre 35 miliardi di lire in valuta straniera presso una banca svizzera di sua scelta, affinché ritiri quel provvedimento.

Il mattino dopo, la Anselmi rende pubblico questo tentativo di corruzione. Trascorsi pochi giorni, la sua auto salta in aria. Per pura coincidenza e per pochi attimi di ritardo, la senatrice democristiana si salva.

Comunque, dopo alcune settimane, viene rimossa dall’incarico.

Questo episodio è citato dal rimpianto Hans Ruesch nel suo Naked Emperess della Garzanti-​Milano.

La clamorosa corruzione del ministro della sanità De Lorenzo da parte della Smith-​Kline.

Passa una decina di anni e siamo nel 1990-​91.

La Smith-​Kline, del gruppo Beecham, unica produttrice mondiale del vaccino Energix B che pretende di prevenire l’epatite B, al fine di realizzare un piano di vaccinazioni garantito sulla pelle dei bambini italiani, versa in segreto, in banconote da 100 mila lire, la somma di 600 milioni di lire all’allora ministro della Sanità De Lorenzo.

Seicento milioni solo per apporre una firma di approvazione ministeriale per rendere non più facoltativa ma obbligatoria la vaccinazione antiepatite B. De Lorenzo viene preso con le mani nel sacco e finisce nelle carceri della Repubblica per diversi anni.

Fonte: De Bernardi

Offrirono 35 miliardi al Ministro della Sanità Tina Anselmi. Lei rifiutò. Poi l’attentato…

Placidi71

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Russia, giornalista muore cadendo dal balcone: indagava sui mercenari in Siria

Maksim Borodin, reporter investigativo di 32 anni, è morto domenica a causa delle cadute riportate tre giorni prima cadendo dal quinto piano del suo appartamento negli Urali. La polizia indaga per suicidio, ma la direttrice del giornale per cui lavorava la vittima parla di "circostanze sospette"

È giallo sulla morte di Maksim Borodin, giornalista russo di 32 anni che stava indagando sul ritrovamento di cadaveri di mercenari di Mosca in Siria. L’uomo, caduto giovedì dal balcone del suo appartamento al quinto piano di Ekaterinburg, negli Urali, non ha mai ripreso conoscenza ed è morto domenica a causa delle ferite. La polizia segue ufficialmente la pista del suicidio: “È improbabile che questa storia sia di natura criminale”, ha affermato il portavoce della polizia della regione russa di Sverdlovsk, aggiungendo che la porta dell’appartamento di Borodin era chiusa dall’interno e non c’è traccia di entrata forzata. Ma Polina Rumyantseva, la direttrice del giornale dove lavorava Borodin, il Novy Den, ha detto di non credere al suicidio e l’organizzazione Reporter senza frontiere ha parlato di “circostanze sospette”.

A marzo Borodin aveva scritto del ritrovamento di alcuni cadaveri, probabilmente di mercenari, mentre venivano trasportati in un villaggio siriano. Migliaia di mercenari sarebbero stati utilizzati in Siria e forniti da un’oscura società russa, probabilmente finanziata dall’oligarca Yevgeny Prigozhin, noto come lo “chef di Putin”. Si tratta di uno dei 13 russi indagati dal procuratore speciale degli Stati Uniti Robert Mueller nell’ambito dello scandalo Russiagate, accusati di aver finanziato “la fabbrica di troll” (disturbatori su internet) che avrebbero tentato di influenzare le elezioni presidenziali americane del 2016. I sospetti sulla morte del giornalista sono alimentati da un amico di Borodin, Vyacheslav Bashkov, che ha detto che l’uomo lo ha contatto alle 5 del mattino dell’11 aprile affermando che il suo edificio era circondato da “forze di sicurezza” con mimetiche e maschere per il viso. Un’ora dopo, tuttavia, Borodin lo richiamò dicendogli che si era sbagliato e che gli agenti di sicurezza stavano conducendo una specie di esercitazione.

https://​www​.ilfattoquotidiano​.it/​2​0​1​8​/​0​4​/​1​6​/​r​u​s​s​i​a​-​g​i​o​r​n​a​l​i​s​t​a​-​m​u​o​r​e​-​c​a​d​e​n​d​o​-​d​a​l​-​b​a​l​c​o​n​e​-​i​n​d​a​g​a​v​a​-​s​u​i​-​m​e​r​c​e​n​a​r​i​-​i​n​-​s​i​r​i​a​/​4​2​9​5​7​09/

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«È STATO LA MAFIA» di Marco Travaglio

L'immagine può contenere: 3 persone, vestito elegante e sMS

Quella di ieri, 20 aprile 2018, è una data storica, come la sentenza che l’ha segnata. La sentenza che chiude il processo di Norimberga allo Stato italiano. Riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda. E condanna per lo stesso reato – violenza o minaccia a corpo politico dello Stato – tanto gli uomini di mafia (Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, unici picciotti superstiti fra gli imputati dopo le morti di Provenzano e Riina) quanto gli uomini dello Stato (i capi del Ros Subranni, Mori e De Donno e l’inventore di Forza Italia Marcello Dell’Utri). La Corte di Assise di Palermo ha messo nero su bianco, in nome del Popolo Italiano (rappresentato da sei giudici popolari con la fascia tricolore), quello che noi del Fatto e pochi altri avevamo sempre detto e scritto sul patto neppure tanto occulto fra Stato e mafia che edificò la Seconda Repubblica sui cadaveri di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, degli uomini e donne delle scorte e dei 10 caduti inermi (più 30 feriti) nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Ma un conto sono le ricostruzioni giornalistiche, facili da spacciare per opinioni od ossessioni, un altro sono le sentenze, sia pur di primo grado.

Merito dei pm Ingroia, Di Matteo, Teresi, Delbene e Tartaglia che ci hanno creduto, contro tutto e contro tutti (capi dello Stato, governi, pezzi dell’Arma e dei Servizi, magistrati tremebondi o collusi, giuristi della mutua, storici senza memoria, giornalisti da riporto), fornendo alla Corte le prove non solo per accertare la verità processuale (sempre di molto inferiore a quella storica), ma anche per punirne i colpevoli. E merito dei giudici togati Alfredo Montalto e Stefania Brambille e di quelli popolari che per cinque anni non hanno mai piegato la schiena dinanzi a pressioni altissime e potentissime, e ieri hanno osato compiere fino in fondo il proprio dovere: rendere giustizia a un Paese dove – come diceva Leonardo Sciascia – “lo Stato non processa se stesso”. In attesa delle motivazioni, il dispositivo già consente di ricostruire come andarono le cose nel biennio nero 1992-’94, quando tutto sembrò cambiare e poi tutto tornò come prima. Anzi, peggio. È una ricostruzione che i nostri lettori conoscono bene, perché a noi bastano i fatti, le testimonianze, i documenti. Ora però c’è il timbro della Corte di Assise. E quelle verità indicibili, che tutti nei palazzi del potere conoscevano da anni ma non osavano ammettere, si possono dire. Con tanti saluti ai negazionisti e agli azzeccagarbugli. Ricordare come andarono le cose è utile non solo per capire la sentenza.

Ma anche per orientarsi nella crisi politica di questi giorni, che vede l’Italia – oggi come allora – in bilico fra speranze di cambiamento e pericoli di restaurazione. Nel gennaio del 1992 Salvatore Riina, “tradito” dai suoi referenti Andreotti & C. che non avevano bloccato le condanne dei boss al maxiprocesso in Cassazione, decise di “fare la guerra per fare la pace” con lo Stato, ricattandolo a suon di bombe e delitti politici. Uccise Lima, il “traditore”. Uccise Falcone, il simbolo del “maxi” e della svolta antimafia del governo Andreotti. Sbarrò al Divo Giulio la strada del Quirinale. E si mise in attesa. Risposero i vertici del Ros, la triade Subranni-​Mori-​De Donno: andarono a trattare con Vito Ciancimino perché facesse da tramite col Capo dei Capi le cui mani grondavano del sangue di Capaci. E continuarono a trattare dopo via d’Amelio. Sapremo dalla sentenza se i giudici hanno ritenuto provata l’ipotesi più probabile: e cioè che Borsellino sia stato assassinato a distanza così ravvicinata da Falcone perché indagava sui rapporti Mangano-Dell’Utri-B. e perché aveva saputo della Trattativa e stava per smascherarne gli autori. Sia come sia, è per questo che i tre carabinieri sono stati condannati insieme a Bagarella e Cinà: per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse ai mafiosi. E lo Stato si piegò. Prima con la mancata perquisizione del covo di Riina (arrestato, anzi venduto da Provenzano) da parte del Ros, che consentì ai picciotti dello Zu Binu di portar via indisturbati le carte dalla cassaforte. Poi con la rimozione degli uomini della linea dura (il ministro dell’Interno Scotti e il direttore del Dap Niccolò Amato, mentre il ministro della Giustizia Martelli se ne andò per Tangentopoli) per rimpiazzarli con quelli della linea molle (dal nuovo Guardasigilli Conso al nuovo capo del Dap Capriotti) che, pressati dal triplice messaggio stragista di Firenze, Milano e Roma fra maggio e luglio del ’93, revocarono il 41-​bis a ben 330 mafiosi detenuti. A riprova del fatto che le stragi pagavano e la Trattativa, lungi dal frenarle, le incoraggiava. Fu quello il primo di una lunga serie di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente.

In pieno terremoto Mani Pulite, le elezioni del 1994 si avvicinavano, col rischio per l’Ancien Régime di un vero rinnovamento. Fu così che l’eterna politica mafiosa trovò in Dell’Utri, e dunque in Berlusconi, i suoi vindici e salvatori. Nel giugno ’92, subito dopo Capaci, Dell’Utri capì che i vecchi protettori del suo mondo di mezzo fra mafia e Fininvest stavano per defungere. E incaricò il consulente Ezio Cartotto, di studiare un partito della Fininvest. B. ne fu informato all’inizio del ’93, quando aveva già le aziende sull’orlo della bancarotta e sotto inchiesta, e tutti i manager indagati o in galera: mancava solo lui. Il Cavaliere sposò il progetto, che gli avrebbe risparmiato il crac e il carcere, portando in politica il patto personale e aziendale stipulato nel 1974 con i boss Bontate, Teresi, Di Carlo, Gaetano Cinà e Mangano. I dubbi delle “colombe” Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Maurizio Costanzo furono spazzate via dall’autobomba di via Fauro contro Costanzo, illeso per miracolo.

Mangano, sopravvissuto alla guerra tra la vecchia mafia palermitana e la nuova mafia corleonese perché detenuto, appena uscito si era salvato grazie al suo rapporto privilegiato con Marcello&Silvio. Infatti prima Riina e poi Provenzano lo mandarono spesso a Milano2 a fare la spola fra Dell’Utri e Cosa Nostra, per testare lo stato di avanzamento lavori di Forza Italia. Rassicurato, nell’autunno del ’93 lo Zu Binu sciolse il partitino regionale e secessionista “Sicilia Libera”, appena fondato da Cosa Nostra, per puntare tutto sul partitone di Silvio & Marcello. Poi, tra fine ’93 e inizio ’94, Mangano tornò più volte ad avvertire Dell’Utri e, per suo tramite, il neopremier Berlusconi che le stragi, bruscamente interrotte col fallimento e poi la revoca della mattanza di carabinieri allo stadio Olimpico a Roma, sarebbero riprese se il nuovo governo non avesse mantenuto i patti. Fu allora che Giuseppe Graviano, al bar Doney di via Veneto a Roma, confidò al suo killer Gaspare Spatuzza che B. e Dell’Utri “ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”.

Per questo anche Dell’Utri è stato condannato, pure lui in concorso col boss Bagarella: per aver portato il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra al suo amico premier (che ora puzza ufficialmente di mafia non solo come imprenditore, ma anche come politico e capo del governo). Cioè per aver traghettato il Grande Ricatto dalla Prima alla Seconda Repubblica. E condannato quest’ultima, con quell’indelebile peccato originale, a restare in mano a Cosa Nostra.

Ps. Si spera che ora i 5Stelle rinuncino definitivamente all’insano proposito di governare col concorso esterno di un partito nato dalla trattativa con la mafia. E prendano molto sul serio quella che ieri pareva l’ennesima battutaccia di B.: “I grillini li prenderei a pulire i cessi nelle mie aziende”. Siccome i bagni di Publitalia, negli anni 90, li pulivano le cooperative di due amici e delle tre figlie di Mangano, quella non è una battutaccia. È un messaggio.
(dal FQ del 21 aprile 2018)

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David Copperfield, svelato il trucco più famoso: spettatore chiede risarcimento

David Copperfield, svelato il trucco più famoso: spettatore chiede risarcimento.

 David Copperfield è probabilmente l'illusionista più famoso al mondo, anche grazie al suo fidanzamento (durato ben sei anni) con la top model Claudia Schiffer. David Seth Kotkin, questo il suo vero nome, oggi 62enne, si è trovato a fare i conti con l'incubo di ogni mago: vedere svelati i propri trucchi. Ecco cosa è successo a Las Vegas e cosa è stato costretto a fare David.

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La piccola Noemi muore in culla a otto mesi: scoperta choc della madre

La piccola Noemi muore in culla a otto mesi: scoperta choc della madre

di Paola Treppo

PONTEBBA (Udine) - Tragedia in Alto Friuli dove è morta una bimba di 8 mesi, la piccola Noemi. A fare la tragica scoperta, questa mattina presto, venerdì 20 aprile, intorno alle 8, è stata la mamma che ha raggiunto la culla dove dormiva e ha notato subito che non respirava più. La famiglia, friulana, vive a Pontebba ed è molto conosciuta.

Inutili i soccorsi della equipe medica dell'elicottero decollato dalla elibase di Campoformido e dell'equipaggio di una ambulanza: per Noemi non c'era più nulla da fare se non decretare il decesso. Si tratterebbe di una morte bianca.

Ottenuto il nullaosta da parte del magistrato di turno della Procura della Repubblica di Udine, la salma di questo piccolo angelo è stata composta all'ospedale di Tolmezzo. L'autorità giudiziaria ha disposto l'autopsia. Lutto in paese dove la notizia si è diffusa in giornata suscitando vasto cordoglio.

Vicino alla famiglia, che ha altri due bimbi, due maschietti, l'intera comunità e l'amministrazione comunale retta dal sindaco Ivan Buzzi che di è recato a casa dei genitori per le condoglianze.

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Asifa, stuprata dal branco e uccisa a 8 anni: dopo l'orrore scoppia la rabbia sui social

Gli sviluppi del brutale stupro di gruppo e dell'uccisione di Asifa Bano, una bambina di otto anni, nello Stato di Jammu e Kashmir stanno generando sgomento e forti proteste attraverso i social network in India, dove le violenze sulle minorenni e sulle donne in generale sono una dura realtà quotidiana.

Il rapimento in gennaio della piccola musulmana a Khatua, e la sua uccisione da parte di un gruppo di indù, ha attratto per settimane l'attenzione delle cronache per le evidenti implicazioni interreligiose. Ma ora il caso è esploso anche sul piano politico dopo le forti polemiche suscitate anche dai tentativi di insabbiare un altro stupro, compiuto lo scorso anno nello Stato di Uttar Pradesh da un leader locale del partito di governo Bjp e da suo fratello ai danni di una giovane di 17 anni, attratta con l'inganno di una proposta di lavoro.

Le proteste di un gruppo di estrema destra indù a difesa del principale colpevole della violenza su Asifa in Kashmir, e i tentativi di impedire l'arresto del membro dell'assemblea parlamentare dell'Uttar Pradesh, Kuldeep Singh, hanno spinto il partito del Congresso, principale forza di opposizione a manifestare pubblicamente a New Delhi. Ma è la protesta sociale che si è estesa a livello nazionale con una copertura permanente delle proteste da parte di giornali, tv e radio e decine di migliaia di adesioni via Twitter per gli ashtag #StopSheldingRapists, #Khatua e #JusticeForAshifa.

 

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Stuprata e uccisa a 11 anni a un matrimonio: India sotto choc, lo stupratore è un parente degli sposi

Stuprata e uccisa a 11 anni a un matrimonio: lo stupratore è un parente degli sposi

Violentata e uccisa ad un matrimonio da un parente dello sposo, la vittima aveva solo 11 anni. Si tratta dell'ennesimo episodio di violenza su minorenni che ha sconvolto l'India, suscitando un'ondata di indignazione ed una vera e propria rivolta sociale su scala nazionale. Accade nello stato di Chhattisgarth, dove una bambina è stata stuprata e ammazzata e la polizia ha arrestato l'autore del crimine, un giovane di 25 anni, riferisce oggi l'agenzia di stampa Pti.

Il sovrintendente di polizia, Lal Umed Singh, ha precisato che il grave incidente è avvenuto mercoledì nel distretto di Kabirdham dove si stava celebrando un matrimonio. Il cadavere della piccola è stato rinvenuto ieri vicino ad un canale. La persona arrestata, un parente dello sposo, ha prelevato a forza la bambina dalla festa che si svolgeva in un villaggio portandola in aperta campagna. Dopo averla stuprata le ha fracassato il cranio con una pietra. Poi, come se nulla fosse accaduto, è tornata a festeggiare gli sposi.

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La trattativa Stato-​Mafia ci fu davvero: condannati vertici Ros, Dell'Utri e due boss. Assolto l'ex ministro Mancino Il pm: «Per Falcone e Borsellino»

La cosiddetta trattativa tra Stato e Mafia è esistita davvero: è una sentenza a dirlo, anche se non definitiva. La Corte di Assise di Palermo ha infatti condannato a pene comprese tra 8 e 28 anni di carcere gli ex vertici del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l'ex senatore Marcello Dell'Utri, Massimo Ciancimino e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà.

Assolto dall'accusa di falsa testimonianza l'ex ministro democristiano Nicola Mancino. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. Condannati tutti gli altri imputati. - «Sono sollevato. È finita la mia soffrenza anche se sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora», ha detto l'ex ministro Nicola Mancino che è stato assolto oggi dal reato di falsa testimonianza.

Davanti ad una fitta folla di cronisti all'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo è arrivata la sentenza per il processo sulla trattativa. Giornalisti e cameramen provenienti dall'Italia ma anche dall'Inghilterra e dalla Francia, erano nell'aula Bachelet per aspettare la decisione della Corte d'assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto.

Gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. A 12 anni, per lo stesso reato, è stato condannato l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, a 28 anni sempre per minaccia a corpo politico dello Stato, è stato condannato il capo mafia Leoluca Bagarella. Per lo stesso reato dovrà scontare 12 anni il bosso Antonino Cinà. L'ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni. Massimo Ciancimino, accusato in concorso in associazione mafiosa e calunnia dell'ex capo della polizia De Gennaro, ha avuto 8 anni.

LA "DEDICA" DEL PM «Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia». Lo ha detto Vittorio Teresi, il Pm del pool che ha istruito il processo sulla trattativa Stato-​mafia, dopo la lettura del dispositivo. «È stata confermata - ha aggiunto - la tesi principale dell'accusa che riguardava l'ignobile ricatto fatto dalla Mafia allo Stato a cui si sono piegati pezzi delle istituzioni». «È un processo - ha concluso - che andava fatto ad ogni costo».

Luigi Di Maio

@luigidimaio

La trattativa Stato-​mafia c’è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità.

DI MAIO: MUORE LA SECONDA REPUBBLICA  «La trattativa Stato-​mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». Lo scrive il capo politico del M5S Luigi Di Maio in un tweet.

DOVRANNO RISARCIRE LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno, ex ufficiali del Ros condannati oggi a pene pesanti nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-​mafia e accusati del reato di minaccia a Corpo politico dello Stato, sono stati dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici. Stessa pena accessoria per Marcello Dell'Utri che aveva la stessa imputazione. I 4 imputati, insieme ai boss Nino Cinà e Leoluca Bagarella, anche loro condannati per il medesimo reato, dovranno inoltre risarcire 10 milioni alla Presidenza del Consiglio costituita parte civile.

I danni per le altre parti civili, come la Regione siciliana, alcune associazioni antimafia e il Comune di Palermo, saranno liquidati separatamente. Massimo Ciancimino, imputato al processo per calunnia all'ex capo della Polizia De Gennaro è stato condannato a risarcire i danni alla persona offesa. Danni che verranno liquidati dal giudice civile. Ciancimino è stato assolto dall'imputazione di concorso in associazione mafiosa. Gli ex vertici del Ros sono stati assolti per le condotte relative al periodo successivo al 1993 contestate nei capi di imputazione. Il loro contributo alla cosiddetta trattativa si sarebbe fermato a quell'anno. Dell'Utri, al contrario, si sarebbe fatto portavoce delle minacce mafiose allo Stato, commettendo il reato di minaccia a Corpo politico dello Stato, dal 1993 in poi, specificatamente, ha precisato la corte, durante il governo Berlusconi.

IL PM DI MATTEO: «DELL'UTRI TRAMITE BOSS-​CAV» «La sentenza dice che Dell'Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di cosa nostra e l'allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo». Lo ha detto il pm Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-​mafia, dopo la lettura del verdetto che ha condannato, tra gli altri, Marcello Dell'Utri per minaccia a Corpo politico dello Stato.«Il verdetto - ha aggiunto - dice che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico».

FI, «PRONTA QUERELA CONTRO DI MATTEO» «Forza Italia respinge con sdegno ogni tentativo di accostare, contro la logica e l'evidenza, il nome di Berlusconi alla vicenda della trattativa stato-​mafia. Il fatto che uno dei Pubblici Ministeri coinvolti nel processo - non a caso assiduo partecipante alle iniziative del Movimento Cinque Stelle - si permetta, nonostante questo, di commentare la sentenza adombrando responsabilità del Presidente Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede». Si legge in una nota di FI.

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Addio ad Avicii, il dj svedese è morto in Oman a 28 anni

Addio ad Avicii, il dj svedese è morto in Oman a 28 anni

Avicii

Il produttore e dj svedese Avicii, 28 anni, è stato trovato morto a Muscat, in Oman. Lo riferisce Variety e altri media, citando la portavoce dell'artista, Diana Baron. Avicii, all'anagrafe Tim Bergling, è stato un pioniere della Edm (Electronic Dance Movement). Ha vinto due MTV Music Awards, un Billboard Music Award e conquistato due nomination ai Grammy. Il suo successo più grande è stato "Le7els". La sua morte arriva a pochi giorni dalla sua nomination ai Billboard Music Award per il suo EP "Avicii (01).

Levels (da YouTube)

Da un anno e mezzo Avicii aveva deciso di ritirarsi dalle scene. Timido e introverso, il dj non nascondeva lo stress che gli procurava la dimensione live. E così, giovanissimo e in piena ascesa, dopo un ultimo concerto ad agosto del 2016, aveva preferito continuare a dedicarsi solo alla musica in studio. "Noi tutti raggiungiamo un punto nella vita e nella carriera in cui capiamo cosa è più importante per noi. Per me è creare musica. E' quello per cui vivo, quello per cui sento di essere nato. La fine dei live, non ha significato la fine di Avicii o della mia musica. Sono tornato nella dimensione dove tutto ha avuto un senso: lo studio. Il prossimo passo riguarderà il mio amore nel fare musica per voi. È l'inizio di qualcosa di nuovo. Spero che vi piaccia tanto quanto me", è la scritta che campeggia sul suo sito ufficiale.

In passato Avicii aveva sofferto di pancreatite acuta, in parte dovuta anche all'eccesso di alcol. Dopo l'asportazione della cistifellea e dell'appendicite nel 2014, aveva cancellato una serie concerti. Solo tre giorni fa, sui suoi profili social, ringraziava soddisfatto per la nomination ai Billboard Music Award conquistata con il suo EP "Avicii (01)", uscito lo scorso agosto.

In Italia è memorabile l'esibizione di Avicii all'Aquafan di Riccione nel 2013, in un concerto a cui parteciparono oltre 16mila persone, da tutt'Italia e per il 20% dall'estero. Dopo due ore esatte di show, Avicii ripartì con un jet privato per Ibiza.

 

Tra i tanti messaggi di cordoglio in rete, quello di David Guetta, il quale ha condiviso su Instagram una foto che li ritrae insieme.

 

 

Nel 2014 Wyclef Jean e Avicii insieme in un album per la campagna, lanciata nel 2006 da Bono e Bobby Shriver, per sensibilizzare sul tema della lotta all'Aids.

Caricamento del video di Twitter in corso

(ANSA)

 

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