Morto Armando Paglia, il re dei krapfen di Ostia (e di tutta Roma)

Morto Armando Paglia, il re dei krapfen di Ostia (e di tutta Roma)

È mor­to Arman­do Paglia: il re dei krapfen di Ostia, noto in tut­ta Roma, ave­va 77 anni. Las­cia la moglie Bruna e i figli Andrea, Alessio e Alessan­dro, che ave­va con­tin­u­a­to la tradizione di famiglia in un bar aper­to nel 1980.

Come ripor­ta Il Faro OnlineArman­do Paglia sof­fri­va di una pro­fon­da depres­sione. Col fratel­lo Amedeo ave­va inizia­to l’attività di barista nel 1965, a Roma, davan­ti allo sta­dio Flaminio. Due fratel­li così, uno roman­ista e uno laziale (Arman­do era quel­lo di fede bian­co­ce­leste), non pote­vano sfug­gire a Ful­vio Stinchel­li, il gior­nal­ista ‘pro­fes­sore’ de Il Mes­sag­gero. Nel 1980, i due fratel­li decis­ero di dividere le loro strade: Amedeo rilevò un bar a Cam­po de’ Fiori e Arman­do, invece, si era trasfer­i­to a Ostia, facen­dosi cedere il mar­chio da Dino Mazzi, stori­co pio­niere del krapfen a Roma.

Arman­do Paglia, infat­ti, rilevò il diri­gi­bile spara-krapfen di Mazzi, che si trova­va in piaz­za Anco Marzio. Bom­boloni rip­i­eni per tut­ti i gusti, un mito e un van­to per tut­ta Ostia, con tan­ti romani che si spingevano ver­so il lido solo per gustare i krapfen di Arman­do. Negli ulti­mi anni, Arman­do Paglia era sta­to fiac­ca­to nel fisi­co da una malat­tia e nel­la psiche da una forte depres­sione: a sos­ti­tuir­lo, dietro il ban­co e in pas­tic­ce­ria, il figlio Alessan­dro.

https://www.leggo.it/italia/roma/morto_armando_paglia_re_krapfen_di_ostia_di_tutta_roma-4037365.html

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Basket, morto il segretario generale della Fiba Patrick Baumann

Ave­va 51 anni. Era a Buenos Aires per assis­tere ai Giochi Olimpi­ci Gio­vanili

Basket, morto il segretario generale della Fiba Patrick Baumann

Patrick Bau­mann (afp)

BUENOS AIRES - Lut­to nel mon­do del bas­ket e del­lo sport in gen­erale. E’ mor­to Patrick Bau­mann, seg­re­tario gen­erale del­la Fiba, la Fed­er­azione inter­nazionale di bas­ket: una scom­parsa improvvisa, per un arresto car­dia­co all’età di 51 anni, men­tre si trova­va a Buenos Aires per assis­tere ai Giochi Olimpi­ci Gio­vanili. Nato a Basilea in Svizzera il 5 agos­to 1967, Bau­mann è sta­to gio­ca­tore e allena­tore di bas­ket pri­ma di intrapren­dere la car­ri­era di diri­gente sporti­vo. Era mem­bro del Comi­ta­to olimpi­co inter­nazionale ed è sta­to il ter­zo seg­re­tario gen­erale Fiba dopo Boris Stankovic e Rena­to William Jones.

Il pres­i­dente del­la Feder­bas­ket, Gio­van­ni Petruc­ci, uni­ta­mente al seg­re­tario gen­erale Mau­r­izio Bertea, al con­siglio fed­erale e a tut­ta la pal­la­cane­stro ital­iana, “si stringe attorno alla famiglia di Bau­mann per l’enorme e trag­i­ca perdi­ta”. Per ricor­dare la figu­ra di Bau­mann, Petruc­ci ha dis­pos­to che si ten­ga un min­u­to di silen­zio su tut­ti i campi, in tut­ti i cam­pi­onati.
https://www.repubblica.it/sport/basket/2018/10/14/news/basket_morto_il_segretario_generale_della_fiba_patrick_baumann-208939734/

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L’eredità di Tex Winter

CHICAGO BULLS

Dal Tri­an­go­lo alla lega­cy, cosa las­cia al bas­ket e alla NBA il leggen­dario coach appe­na scom­par­so?

Tex Win­ter se n’è anda­to gius­to un anno dopo l’uscita di sce­na uffi­ciale del­la sua crea­tu­ra. Nell’estate 2017 i New York Knicks, sep­a­ran­dosi da Phil Jack­son, san­cis­cono il defin­i­ti­vo tra­mon­to dell’attacco Tri­an­go­lo – noto anche con il nome orig­i­nario di Triple-Post Offense– dopo aver riget­ta­to il ten­ta­ti­vo di far­lo fun­zionare nel­la NBA di oggi.

Nell’ottobre 2018, mer­coledì 10, Morice Fredrick Win­ter, per tut­ti Tex, salu­ta questo mon­do a 96 pri­ma­vere nel­la sua casa di Man­hat­tan. Non “quel­la” Man­hat­tan, ma l’omonima cit­tad­i­na del Kansas in cui si era riti­ra­to a vivere e dove ha sede la Kansas State Uni­ver­si­ty, da lui allena­ta per quindi­ci anni.

Tra i due addii, è fin trop­po chiaro che quel­lo di Tex Win­ter, il più grande assis­tant coach di sem­pre, abbia fat­to sicu­ra­mente molto più rumore rispet­to al qua­si dimen­ti­ca­to abban­dono del sis­tema di gio­co da lui per­fezion­a­to, tan­to da scatenare gli imme­diati e affezionati mes­sag­gi di cor­doglio di due dei più gran­di inter­preti del­la sto­ria del gio­co, Michael Jor­dan e Kobe Bryant, entram­bi con­cor­di nel riconoscere a colui che con­sid­er­a­vano un eccel­lente inseg­nante e men­tore il ruo­lo chi­ave avu­to per le loro car­riere. Sono 9 i titoli com­p­lessivi vin­ti con Tex Win­ter nel­lo staff tec­ni­co.

Per­ché, anche se il Tri­an­go­lo ormai non è più in auge e ripro­por­lo tale e quale sarebbe un’operazione obi­et­ti­va­mente anacro­nis­ti­ca, niente potrà mai can­cel­lare il fat­to che questo sis­tema, con Phil Jack­son capo allena­tore, sia sta­to alla base di due delle più gran­di dinas­tie NBA: i Chica­go Bulls degli anni ’90 e i Los Ange­les Lak­ers degli anni 2000.

Epoche in realtà non così remote, ma che a guardar­le dai giorni odierni, sot­to l’aspetto del­lo stile di gio­co sem­bra­no lon­tane anni luce. Dove si cela, allo­ra, la lega­cy che un per­son­ag­gio come Tex Win­ter ha inevitabil­mente las­ci­a­to al bas­ket di oggi?

Tex Win­ter nel 2011 alla sua intro­duzione nel­la Hall of Fame / Cred­its to: Hoopshype.com.

Alle origini del Triangolo

Le radi­ci del Tri­an­go­lo van­no ricer­cate nell’essenza stes­sa del­la pal­la­cane­stro come sport di squadra: muover­si insieme sul cam­po e pas­sar­si il pal­lone, cer­can­do la posizione e la soluzione migliore per andare al tiro. Il Tri­an­go­lo come una nobile via, un tao per la creazione di un rap­por­to di asso­lu­to altru­is­mo e di con­tin­uo con­fron­to e scam­bio, in cui tut­ti i com­po­nen­ti si sen­tano coin­volti all’inseguimento di un tra­guar­do più grande.

Anco­ra, le sue orig­i­ni affon­dano in un’epoca lon­tana dal­lo star sys­tem dei tem­pi cor­ren­ti, per­vasa da una men­tal­ità che ten­de­va a met­tere rig­orosa­mente davan­ti a tut­to l’importanza dei fon­da­men­tali e l’autorità del coach come mae­stro e gui­da di gio­vani cam­pi­oni. Non è un caso, infat­ti, che una sig­ni­fica­ti­va porzione del­la car­ri­era di Tex, uno che ha allena­to per sessant’anni, si sia svilup­pa­ta a liv­el­lo uni­ver­si­tario (nonos­tante due sta­gioni, non esaltan­ti, alla gui­da degli Hous­ton Rock­ets tra 1972 e 1974), rag­giun­gen­do un pun­to di svol­ta soltan­to nel 1985, a 63 anni, quan­do l’amico Jer­ry Krause, conosci­u­to ai tem­pi di Kansas State e rimas­to fol­go­ra­to sul­la via del Tri­an­go­lo, diven­ta­to gen­er­al man­ag­er lo chia­ma ai Bulls gui­dati da Doug Collins e poi da Phil Jack­son.

Nel 1962, all’età di quarant’anni di cui già quindi­ci di espe­rien­za in panchi­na, Tex Win­ter dà alle stampe il libro The Triple-Post Offense in cui sono con­tenu­ti tut­ti i prin­cipi essen­ziali, e non solo, del suo sis­tema. In breve, si deve a Tex l’introduzione di ter­mi­ni ger­gali come mez­za ruo­ta o but­ton hook, tan­to per dare un’idea dell’importanza di questo testo. L’incipit recita così: “L’impostazione di sche­mi offen­sivi è fat­ta per creare buone oppor­tu­nità di fare cane­stro: lo scopo fon­da­men­tale di tut­ti gli attac­chi.

Due pagine del libro The Triple-Post Offense di Tex Win­ter (1962) / Cred­its to: NYTimes.com.

Ora, se si chiede a un qual­si­asi guru di un qual­si­asi sport il cui nome sia indis­sol­u­bil­mente lega­to a uno stile di gio­co o a un sis­tema par­ti­co­lare, nel­la gran parte dei casi la rispos­ta sarà: “Non l’ho inven­ta­to io”. In effet­ti, Tex entra in con­tat­to con certe con­cezioni, che poi riela­bor­erà nel suo cre­do per­son­ale, nell’anno in cui gio­ca per la Uni­ver­si­ty of South­ern Cal­i­for­nia – la sta­gione 1946–47, all’indomani del­la sec­on­da guer­ra mon­di­ale in cui pres­ta servizio come pilota del­la Mari­na e l’ultima pri­ma di intrapren­dere la car­ri­era da allena­tore – agli ordi­ni di coach Justin “Sam” Bar­ry, che tra l’altro scom­pare improvvisa­mente tre anni più tar­di per un attac­co di cuore. Bar­ry ave­va instal­la­to nei Tro­jans un sis­tema di gio­co carat­ter­iz­za­to da adeguate spazia­ture tra i gio­ca­tori, chia­mati a com­piere tagli e pas­sag­gi sec­chi e rapi­di per sfal­dare la dife­sa. A sua vol­ta, Bar­ry ave­va desun­to alcu­ni pun­ti dal sis­tema di “attac­co incro­ci­a­to” di Wal­ter Mean­well, un inglese che ave­va allena­to Wis­con­sin dal 1911 al 1934.

Pas­sare un anno agli ordi­ni di Bar­ry è deci­si­vo per Tex, che diven­ta assis­tente a Kansas State nel 1947, a soli ven­ticinque anni: l’head coach Jack Gard­ner cer­ca qual­cuno che conosca quel modo di gio­care e Win­ter non si fa pre­gare.

Un gio­vane Tex Win­ter inseg­na il Tri­an­go­lo.

Il basket come altruismo e unità d’intenti

Rac­con­ta Win­ter nel libro Più di un gio­co scrit­to da Phil Jack­son e Charley Rosen: “Ero inter­es­sato al bas­ket in quan­to gio­co di squadra. Altru­is­mo. UnitàEro anche molto inter­es­sato all’idea di muo­vere uomi­ni e pal­la sem­pre con uno scopo pre­ciso. Una buona spaziatu­ra in modo che la dife­sa deb­ba fare trop­pa stra­da per rad­doppi­are e aiutare in modo effi­cace. Sovrac­carichi su un lato e rib­al­ta­men­ti rapi­di per bat­tere le difese. In ulti­ma anal­isi, tut­tavia, l’obiettivo era fare in modo che la pal­la arrivasse nelle mani di cer­ti gio­ca­tori nelle loro posizioni preferite sul cam­po. Più che un sis­tema, preferisco definir­lo una filosofia.”

Con la sua natu­ra di gio­co col­let­ti­vo, il Tri­an­go­lo vuole esaltare l’intelligenza ces­tis­ti­ca di un gio­ca­tore. Alla base ci sono con­cetti chi­ave come saper pas­sare, non restare mai fer­mi sen­za pal­la, leg­gere la dife­sa e scegliere la soluzione migliore tra pas­sag­gio, tiro, pen­e­trazione. Un attac­co che richiede e rende pos­si­bile il tran­si­to del gio­ca­tore in tutte le posizioni e lo chia­ma a seg­nare da posizioni diverse. Ad esem­pio, nel Tri­an­go­lo i cen­tri devono essere otti­mi pas­satori e anche tira­tori.

Il Tri­an­go­lo dei Chica­go Bulls nelle NBA Finals 1998.

Non è uno schema pre­ciso, di quel­li che l’allenatore chia­ma e devono essere pedis­se­qua­mente ese­gui­ti dal quin­tet­to sul par­quet. Si trat­ta di una serie di prin­cipi ispi­rati allo spir­i­to del bas­ket, che esigono piena padro­nan­za dei fon­da­men­tali, sen­so del­la posizione e un’elevatissima capac­ità di con­cen­trazione e per garan­tire un’esecuzione per­fet­ta, sapen­do sem­pre cosa fare a sec­on­da di dove si trovano pal­la e avver­sario. Il Tri­an­go­lo offre una plu­ral­ità di opzioni per evitare che si vada a tes­ta bas­sa con­tro la dife­sa schier­a­ta.

Se da un lato ci volle parec­chio per con­vin­cere Michael Jor­dan a fidar­si dei com­pag­ni e a sud­di­videre con loro le respon­s­abil­ità – è pro­prio tra lui e Tex il famoso sipari­et­to “There is no I in TEAM!”, “Yes, but there is in WIN!” – men­tre c’era chi rin­un­ci­a­va a pri­ori a capir­lo – sec­on­do Den­nis Rod­man il Tri­an­go­lo è “capire dov’è Michael e pas­sar­gli la pal­la” – Kobe Bryant ne ado­ra­va invece l’imprevedibilità: “Era dif­fi­cile gio­care con­tro di noi per­ché gli avver­sari non sape­vano mai cosa stava­mo per fare. Per­ché? Per­ché nem­meno noi sape­va­mo che cosa avrem­mo fat­to da un momen­to all’altro. Tut­ti leggevano e rea­gi­vano l’un l’altro. Erava­mo una grande orches­tra.

Cred­its to: UsaToday.com.

Come funziona il Triangolo

Par­lan­do in gen­erale, l’innovazione non risiede più di tan­to nell’avere un colpo di genio o un’idea a cui nes­suno ha mai pen­sato pri­ma, quan­to nell’abilità di affer­rare spun­ti e notare par­ti­co­lari da chi già c’era, per rielab­o­rare il tut­to in un nuo­vo mod­el­lo vin­cente, deter­mi­nan­do così un’evoluzione dell’intero sis­tema.

Tex Win­ter, rispet­to al gio­co di Sam Bar­ry noto come “cen­tro oppos­to” per la posizione iniziale del lun­go sul lato debole, intro­duce lo sposta­men­to del cen­tro al lato forte già nel­la situ­azione di parten­za, las­cian­do invece sul lato debole uno scam­bio di posizione tra la guardia e l’ala grande e imple­men­tan­do il tut­to con la creazione di un sis­tema di pas­sag­gi che por­tasse al movi­men­to coor­di­na­to dei gio­ca­tori.

Nel­la sua for­mu­lazione di base, la Triple-Post Offense prevede di occu­pare l’angolo sul lato forte dopo il pri­mo pas­sag­gio, nor­mal­mente attra­ver­so il taglio del­la point guard dal­la posizione di pun­ta dopo aver cedu­to pal­la all’ala pic­co­la, che ai Bulls era MJ. Si crea così un tri­an­go­lo – a propos­i­to, il gio­vanis­si­mo Tex a scuo­la era un mostro in geome­tria – i cui ver­ti­ci sono il cen­tro in post bas­so, la point guard in ango­lo e l’ala pic­co­la con la pal­la.

I Lak­ers eseguono il Tri­an­go­lo in una delle sue infi­nite opzioni.

Il tri­an­go­lo può essere cre­ato anche con il taglio del­la guardia rimas­ta sul lato debole o con l’uscita in ango­lo dell’ala grande o del­lo stes­so cen­tro: insom­ma, l’importante è crear­lo, per minac­cia­re la dife­sa da più pun­ti e se nec­es­sario, rib­altare la pal­la sul lato debole ed eseguire tagli e sposta­men­ti nec­es­sari per ricreare altri tri­an­goli. La squadra è così in gra­do di muover­si all’unisono e di con­seguen­za muo­vere la dife­sa por­tan­dola fuori equi­lib­rio, cre­an­do oppor­tu­nità di attac­co in base a ciò che la dife­sa con­cede.

Phil Jack­son viene nom­i­na­to capo allena­tore dei Bulls nel 1989, dopo due anni da assis­tente di Doug Collins, ele­men­to che non anda­va molto d’accordo con Tex Win­ter in quan­to allena­tore “di con­trol­lo” che orches­tra­va la squadra dal­la panchi­na chia­man­do lo schema di vol­ta in vol­ta. Un aspet­to che, sec­on­do la visione di Tex, non con­sen­ti­va ai gio­ca­tori di svilup­pare una pro­pria capac­ità di let­tura delle situ­azioni in cam­po.

I due più sem­pli­ci modi stan­dard per for­mare il Tri­an­go­lo. Dal libro Più di un gio­co di Phil Jack­son e Charley Rosen.

Tut­tavia, fon­da­men­tali per cementare il legame Tex-Phil sono le due esta­ti 1987 e 1988, in cui ai due è del­e­ga­to il com­pi­to di guidare i Bulls nel­la Sum­mer League di Los Ange­les. E’ lì che Tex Win­ter con­verte in via defin­i­ti­va Phil Jack­son al Tri­an­go­lo: il Mae­stro Zen ne plas­ma una ver­sione più evo­lu­ta del sis­tema di gio­co che ave­va assim­i­la­to quan­do gio­ca­va nei Knicks per Red Holz­man e alla Uni­ver­si­ty of North Dako­ta agli ordi­ni di Bill Fitch.

Alla vig­ilia del­la sta­gione 1990–91, quel­la che avrebbe por­ta­to il pri­mo tito­lo a Chica­go, Tex con­vince Phil a pas­sare allo schiera­men­to con due guardie, che con­sente di rib­altare il lato più facil­mente aumen­tan­do le pos­si­bil­ità di costruzione di tri­an­goli e la ver­sa­til­ità dei quin­tet­ti. E’ l’inizio di uno dei più avvin­cen­ti cicli di suc­ces­so nel­la sto­ria del­la NBA.

 

Cosa è rimasto del Triangolo?

La pro­fon­da riv­o­luzione tec­ni­ca e cul­tur­ale che la NBA con­tem­po­ranea sta tut­to­ra viven­do rende qua­si inap­plic­a­bile, ormai, il Tri­an­go­lo “duro e puro”.

Il sis­tema di Tex Win­ter è già di per sé dif­fi­cile da trasmet­tere con effi­ca­cia a una squadra: per arrivare alla sua com­ple­ta ese­cuzione può essere nec­es­saria un’intera sta­gione, se non di più, e oggi tut­to quel tem­po a dis­po­sizione non c’è, tra free agency sel­vagge, rapi­di esoneri di allena­tori e super­star desiderose di bru­cia­re le tappe per arrivare a gio­car­si il tito­lo in men che non si dica. La NBA è una play­ers’ league che non aspet­ta e dove la fedeltà alla maglia e al coach è un con­cet­to estrema­mente rel­a­ti­vo.

Dal pun­to di vista tec­ni­co, i gio­ca­tori di oggi com­p­lessi­va­mente crescono con minor cura dei fon­da­men­tali e con una smo­da­ta abi­tu­dine al pick-and-roll, una situ­azione che il Tri­an­go­lo abor­risce nel nome del­la cir­co­lazione di pal­la. Sulle scelte offen­sive, poi, l’appoggio con­tin­uo in post bas­so e i tiri dal­la media sono con­sid­er­ate soluzioni a bas­sa effi­cien­za.

Questo è quan­to cer­ti­fi­ca­to dall’infelice espe­rien­za ai Knicks di Phil Jack­son come pres­i­dent of bas­ket­ball oper­a­tions, dura­ta poco più di tre sta­gioni per­den­ti, dal 2014 al 2017, in cui i gio­ca­tori sono arrivati pub­bli­ca­mente a rin­negare il Tri­an­go­lo. Tex Win­ter si era già riti­ra­to nel 2008, rima­nen­do come con­sulente ester­no dei Lak­ers che vin­cer­an­no i titoli NBA 2009 e 2010, gli ulti­mi tri­on­fi del Tri­an­go­lo.

Trac­ce di Tri­an­go­lo nell’attacco dei Gold­en State War­riors.

Cosa è rimas­to del­la Triple-Post Offense nel­la NBA di oggi? Per indi­vid­uare alcune trac­ce, l’esempio migliore viene dal­la franchi­gia che sta indelebil­mente seg­nan­do gli anni ’10: i Gold­en State War­riors di Steve Kerr, che guar­da caso quan­do ves­ti­va can­ot­ta e cal­zonci­ni face­va parte dei Bulls di Phil Jack­son. Kerr è un uomo di pro­fon­da intel­li­gen­za e aper­tu­ra men­tale, tali da com­pren­dere che da un lato è impos­si­bile rein­tro­durre il Tri­an­go­lo orig­i­nario, ma dall’altro si pos­sono ripro­porre alcu­ni det­tagli di quel­la filosofia, sep­pur alla veloc­ità del­la luce dell’attuale rit­mo NBA. Sec­on­do Kerr:

Un sac­co di cose che fac­ciamo qui agli War­riors sono svilup­pate par­tendo dalle cose che ho impara­to da Tex. Quel­lo che ha fat­to per me, la stra­da ver­so cui mi ha ind­i­riz­za­to e la pos­si­bil­ità che mi ha dato a Chica­go insieme a Phil Jack­son ha cam­bi­a­to la mia intera vita. Ho impara­to tan­tis­si­mo sul bas­ket da Tex. Il mio assis­tente Ron Adams mi ha det­to che sape­va più cose sul­la sto­ria del gio­co e sui suoi fon­da­men­tali di chi­unque avesse mai incon­tra­to in vita sua. Mi riten­go for­tu­na­to ad aver gio­ca­to per lui per cinque anni. E che vita che ha vis­su­to: un indi­vid­uo uni­co nel suo genere, che ha toc­ca­to tan­tis­sime vite.

E così, quan­do vedi­amo Cur­ry dar via la pal­la e uscire in ango­lo per una delle sue triple, ciò non può non ricor­dare una situ­azione base del Tri­an­go­lo. Esat­ta­mente come altri prin­cipi di gio­co che fan­no parte del­la con­cezione odier­na di pal­la­cane­stro che gli War­riors han­no esalta­to al mas­si­mo liv­el­lo pos­si­bile: l’enfasi ris­er­va­ta alle spazia­ture e alle let­ture del­la dife­sa, la neces­sità di avere una cop­pia di guardie in gra­do di seg­nare e di creare gio­co, il movi­men­to di pal­la attra­ver­so tut­ti e cinque i mem­bri del quin­tet­to, i cen­tri che di fat­to dirigono in gio­co su entram­bi i lati del cam­po, come Dray­mond Green.

 

La legacy di Tex Winter

La grande ered­ità di Tex Win­ter, tut­tavia, non risiede tan­to negli Xs & Os quan­to nell’approccio e nel­la dedi­zione al bas­ket. Il suo vero e pro­fon­do inseg­na­men­to las­ci­a­to ai pos­teri non è un play­book, ma l’idea sem­pre val­i­da che se vuoi arrivare in alto e vin­cere non ti bas­ta soltan­to il tal­en­to, ma devi lavo­rare instan­ca­bil­mente, curare i det­tagli, ris­er­vare impor­tan­za a ogni aspet­to del­la preparazione, non impor­ta se ti chi­a­mi Michael Jor­dan o Shaquille O’Neal. MJ ricor­da pro­prio questo:

Era sem­pre focal­iz­za­to sui det­tagli e sul­la preparazione ed era e un grande inseg­nante. Sono sta­to for­tu­na­to a gio­care per lui“. John Pax­son lo definisce “il migliore allena­tore di fon­da­men­tali nel­la sto­ria del gio­co. Un inno­va­tore che ave­va un ele­va­to stan­dard di come il bas­ket deve essere gio­ca­to ogni giorno”. Un mes­sag­gio ben recepi­to da uno come Kobe che nel­la sua pri­ma sta­gione insieme ha sedu­to con lui per guardare ogni min­u­to di ogni par­ti­ta: “Mi ha inseg­na­to come stu­di­are ogni det­taglio. Genio del bas­ket in ogni sen­so del­la paro­la.

Cred­its to: Yahoo! Sports.

Tex Win­ter vive­va per allenare, il suo mon­do era il cam­po da bas­ket. Gli inter­es­sa­va che una gio­ca­ta venisse ese­gui­ta cor­ret­ta­mente, non chi la eseguisse. Quin­di, non si face­va alcun prob­le­ma nel ripren­dere e cor­reg­gere anche le super­star del­la squadra ogni qual vol­ta lo rite­nesse nec­es­sario. In questi casi dice­va sem­pre che non sta­va crit­i­can­do, ma sta­va sem­plice­mente allenan­do.

Arriva­va a esasper­ar­si, in allena­men­to e in par­ti­ta, se qual­cuno non face­va le cose nel modo gius­to, non sop­por­ta­va la pigrizia. Phil Jack­son, d’altronde, sull’importanza del Tri­an­go­lo non solo come sis­tema di gio­co ma come lin­ea gui­da e filosofia ricor­da che “avere un insieme di prin­cipi chiara­mente defin­i­ti con cui lavo­rare riduce i con­flit­ti, per­ché rende meno sogget­ti­va qual­si­asi cor­rezione fat­ta al sin­go­lo gio­ca­tore. I gio­ca­tori capis­cono che il coach non li sta attac­can­do per­sonal­mente quan­do cor­regge un errore, ma sta sem­plice­mente cer­can­do di miglio­rarne la com­pren­sione del sis­tema.

Tex Win­ter viene ricorda­to come un coach di estrema pro­fes­sion­al­ità e come una per­sona sem­plice, diret­ta, ottimista, gen­tile, che ave­va una grande cura del­la pro­pria vita tan­to da man­ten­er­si luci­do e in eser­cizio fino a tardis­si­ma età. Senz’ombra di dub­bio è una di quelle fig­ure di coach leggen­dari, da John Wood­en a Gregg Popovich, che al di là dell’aspetto tec­ni­co sono tut­ti ricor­dati per un par­ti­co­lare di asso­lu­ta impor­tan­za: l’attenzione ai fon­da­men­tali e ai prin­cipi basi­lari del gio­co. Per­ché alla fine le imp­rese più gran­di partono sem­pre dal­la sem­plic­ità.

https://www.nbareligion.com/2018/10/16/eredita-tex-winter-triangolo-nba/
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Tex Winter

Tex WinterFred Win­ter, nato il 25 feb­braio 1922 in Texas, per tut­ti era Tex. E per oltre 40 anni ha for­gia­to le men­ti di coach e stelle del­la Nba mod­er­na. E’ mor­to nel­la notte ital­iana a 96 anni a Man­hat­tan, Kansas, la cit­tà di quel­la Kansas State dove nel 1947 ave­va com­in­ci­a­to la sua car­ri­era di coach e dove forgiò le sue idee riv­o­luzionar­ie. In Nba ha allena­to per un anno e mez­zo gli Hous­ton Rock­ets, tra il 1971 e il gen­naio 1973, sen­za trop­po suc­ces­so. Poi, nel 1985, è diven­ta­to assis­tente dei Chica­go Bulls, con cui ha costru­ito il suo mito col tri­an­go­lo, il sis­tema di gio­co inven­ta­to negli Anni Ses­san­ta e por­ta­to al suc­ces­so da quel­la mit­i­ca squadra.

http://www.totomorti.com/tmnews-tex-winter.htm

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Ezio Bardelli

Ezio BardelliE’ mor­to il 21 agos­to l’ex cal­ci­a­tore Ezio Bardel­li. Ave­va 88 anni. Portiere dota­to di dis­crete doti tec­niche e fisiche. Sopran­nom­i­na­to Ful­mine, è cresci­u­to nel vivaio del Milan con cui debut­tò in Serie A il 9 otto­bre 1949, in Pro Patria-Milan (2–4), e dis­pu­tatan­do 25 incon­tri in mas­si­ma serie dal 1949 al 1952; non scese tut­tavia in cam­po nell’annata 1950–1951, anno del quar­to scud­et­to rossonero. Ha gio­ca­to in mas­si­ma cat­e­go­ria anche con le maglie di Como, Cata­nia e Sam­p­do­ria, collezio­nan­do com­p­lessi­va­mente 179 pre­sen­ze in Serie A e 47 in Serie B.

http://www.totomorti.com/tmnews-ezio-bardelli.htm

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Enrique Balino

Enrique Balino E’ mor­to l’ex gio­ca­tore di bas­ket, nazionale urugua­iano, Enrique Bal­iño. Ave­va 90 anni. Con la sua nazionale ha vin­to la medaglia di bron­zo alle Olimpia­di di Helsin­ki del 1952 e due medaglie d’oro ai cam­pi­onati sudamer­i­cani nel 1949 e nel 1953.

http://www.totomorti.com/tmnews-enrique-balino.htm

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Chi era Paul Allen, il cofondatore di Microsoft morto a 65 anni

 

Musica, passione per la ricerca e speranza nelle forme di vita intelligenti. Ecco chi era Paul Allen, che ha cominciato testando pc

(Foto: only media use / David Patton / Vulcan)
(Foto: only media use / David Pat­ton / Vul­can)

Il des­ti­no nel pas­sato. Così andrebbe ricorda­to Paul Allen, cofonda­tore di Microsoft assieme al più noto Bill Gates. Allen ha tenu­to tes­ta a un lin­fo­ma non Hodgkin per più di 35 anni, tumore che non gli ha dato modo di restare anco­ra­to all’azienda con con­ti­nu­ità, doven­dosene allon­tanare per curar­si, ed è dece­du­to il 15 otto­bre.

Nonos­tante le dif­fi­coltà, ha guida­to l’azien­da di Red­mond per un breve peri­o­do, diven­tan­done poi con­sulente a par­tire dal 2000, restando però tra gli azion­isti di peso di Microsoft. Azien­da che ave­va fonda­to nel 1975 assieme a Bill Gates, conosci­u­to nel 1969 quan­do tes­ta­va hard­ware per la Com­put­er Cen­ter Cor­po­ra­tion, attiv­ità che ave­vano intrapre­so per potere maneg­gia­re com­put­er.

Paul Allen e Bill Gates (Foto: only media use / David Patton / Vulcan / Courtesy Lakeside school)
Paul Allen e Bill Gates (Foto: only media use / David Pat­ton / Vul­can / Cour­tesy Lake­side school)

Fedele al pro­gres­so e alle sue ricadute pos­i­tive per l’uomo, nel 1988 ha dato vita alla Paul G. Allen Fam­i­ly Foun­da­tion, nata per ammin­is­trare le ingen­ti don­azioni che face­va, più di un mil­iar­do di dol­lari con cui ha finanzi­a­to ricerche, ospedali, cen­tri spe­cial­is­ti­ci e movi­men­ti cul­tur­ali.

Benché il tumore impeg­nasse molte delle sue energie, l’attenzione e le pas­sioni di Allen non sono mai venute meno. Tra le sue imp­rese va ricor­da­ta la Space­ShipOne, l’azienda che ha finanzi­a­to e che, nel 2004, ha par­tori­to il pri­mo vei­co­lo spaziale com­ple­ta­mente finanzi­a­to da pri­vati in gra­do di rag­giun­gere lo spazio.

Tra le aziende che ha fat­to nascere figu­ra anche la Vul­can Inc., i cui fon­di di inves­ti­men­to han­no pre­mi­a­to le imp­rese attive nel­la dif­fu­sione di inter­net e del­la ban­da larga.

Giuditta Mosca di Giu­dit­ta Mosca

Chi era Paul Allen, il cofonda­tore di Microsoft mor­to a 65 anni

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Paul Allen

Paul Allen È mor­to il co-fonda­tore di Microsoft Paul Allen all’età di 65 anni, era un gran­dis­si­mo filantropo e un appas­sion­a­to di sport tan­to da possedere ben due team, uno di foot­ball amer­i­cano e uno di bas­ket. Ha per­so la sua battaglia dopo aver annun­ci­a­to che il can­cro del 2009 era tor­na­to a bus­sare, più forte di pri­ma. È mor­to a Seat­tle, la sua cit­tà natale e soprat­tut­to la cit­tà dove conobbe la sec­on­da mente di Microsoft, Bill Gates. I due si conob­bero nell’istituto pri­va­to di Lake­side School dove suc­ces­si­va­mente le strade dei due si divis­ero: Bill Gates scelse di andare a Har­vard men­tre Allen andò a stu­di­are all’università pub­bli­ca di Wash­ing­ton. La pas­sione per i com­put­er fu però pro­rompente, tan­to che abban­do­nati gli stu­di fon­darono insieme la Microsoft nel 1975 (Micro-soft). Il gran salto avvenne nel 1980, quan­do la Ibm chiese alla neo sco­ci­età di creare un sis­tema oper­a­ti­vo che si adat­tasse alle mac­chine che sta­vano per entrare in pro­duzione: i pri­mi per­son­al com­put­er. Questo bal­zo fece guadagnare mil­iar­di ai due, tan­to che suc­ces­si­va­mente entram­bi inve­stirono i loro sol­di nel­la filantropia.

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Truffa alle assicurazioni, 2.800 falsi incidenti e 100 euro ai testimoni: arrestati 18 avvocati a Napoli

Maxi truffa con 2.800 falsi incidenti: arrestati 18 avvocati

di Lean­dro Del Gau­dio

Pro­fes­sion­isti del­la truf­fa alle assi­cu­razioni, fin­ti tes­ti­moni e fas­ci­coli costru­iti a tavoli­no, in una vicen­da con­suma­ta all’ombra dei giu­di­ci di pace di Bar­ra e di Case­ma Garibal­di (non ci sono mag­is­trati coin­volti) e che appro­da­va a Mal­ta per oper­azioni di rici­clag­gio.

Sono diciot­to gli avvo­cati fini­ti ai domi­cil­iari al ter­mine di indagi­ni su false tes­ti­mo­ni­anze e false denunce. Una inchi­es­ta nata dall’azione cor­ag­giosa di denun­cia del con­siglio dell’ordine degli avvo­cati; otto espo­nen­ti del con­siglio dell’ordine han­no pre­so parte alle perqui­sizione.

Asso­ci­azione per delin­quere final­iz­za­ta alle truffe assi­cu­ra­tive final­iz­za­ta ai fal­si sin­istri, interi stu­di legali coin­volti al ter­mine del blitz Napo­le­tano (rib­a­di­amo: non c’è coin­vol­gi­men­to dei giu­di­ci di pace).

Migli­a­ia sono le false pro­ce­dure indi­vid­u­ate, con costi sociali enor­mi sui pre­mi assi­cu­ra­tivi. Asso­ci­azione per delin­quere, rici­clag­gio che avveni­va all’estero, attra­ver­so soci­età che ave­vano sede a Mal­ta: una orga­niz­zazione che ave­va sede all’estero e che era strut­tura­ta, ben altra cosa dal fenom­e­no oleografi­co rac­con­ta­to dal film «Così par­lò Bellav­ista». Ritrovati pc e sup­por­ti infor­mati­ci che han­no anco­ra den­tro ele­men­ti ritenu­ti utili alle indagi­ni. Inchi­es­ta coor­di­na­ta dai pm Ste­fano Capuano, Alessan­dra Con­ver­so, Sal­va­tore Prisco, sot­to la gui­da del procu­ra­tore aggiun­to Rosa Volpe, che han­no guida­to il lavoro degli uomi­ni del­la polizia munic­i­pale e dell’aliquota del­la guardia di finan­za del­la Procu­ra.

Dalle indagi­ni è spun­ta­to anche un tar­if­fario: cen­to euro a tes­ti­mo­ni­an­za; 2.800 sin­istri, 2.200 già iscrit­ti al ruo­lo, sec­on­do quan­to è emer­so da un anno di indagine; una truf­fa per mil­ioni di euro.

https://www.leggo.it/italia/cronache/napoli_truffa_assicurazioni_arrestati_18_avvocati_falsi_incidenti-4045469.html

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Manuel Careddu ucciso a 18 anni, «un piccone e una corda per ammazzarlo». E nel mirino c’era anche la mamma

Manuel ucciso a 18 anni, «un piccone e una corda per ammazzarlo». E nel mirino c'era anche la mamma

di Domeni­co Zur­lo

Un pic­cone e una cor­da per uccidere Manuel Cared­du, il 18enne di Macom­er scom­par­so e di cui si sta cer­can­do il cor­po in Sardeg­na, ucciso per un deb­ito di dro­ga di poche centi­na­ia di euro. I quo­tid­i­ani sar­di han­no pub­bli­ca­to oggi alcune frasi delle inter­cettazioni nel­la vicen­da del delit­to di Manuel, il cui cada­v­ere gli inquiren­ti stan­no cer­can­do sulle rive del Lago Omod­eo, nel­la zona di Oris­tano.

Alcu­ni ogget­ti uti­liz­za­ti, sec­on­do quan­to det­to nelle inter­cettazioni, sareb­bero una cor­da, anche se «trop­po grossa per stroz­zar­lo», ed un pic­cone «da nascon­dere sot­to la fel­pa». Spun­ta poi anche un’altra arma, una pis­to­la, che pote­va servire per elim­inare altre per­sone ritenute sco­mode, o per dife­sa per­son­ale: nel miri­no sarebbe fini­ta anche la mam­ma di Manuel, Fabi­o­la Balar­di, che sta andan­do avan­ti nel­la sua battaglia per sapere dove sono sta­ti sepolti i resti di suo figlio, scrive La Nuo­va Sardeg­na.

SCOMPARSO UN MESE FA, 5 GIOVANI IN CARCERE Manuel Cared­du, 18 anni, era scom­par­so l’11 set­tem­bre scor­so: per il suo pre­sun­to omi­cidio, cinque per­sone sono in carcere, tre ven­ten­ni e due minoren­ni di Ghi­larza e Abbas­an­ta. I cinque gio­vani sono accusati di omi­cidio pre­med­i­ta­to e occul­ta­men­to di cada­v­ere: il cor­po del gio­vane non è sta­to anco­ra trova­to, ma le autorità stan­no con­tin­uan­do le ricerche nel Lago Omod­eo tra Ghi­larza e Sod­dì. I tre ven­ten­ni, Chris­t­ian Fodde, Mat­teo Sad­da e Rinal­do Car­ta sono in carcere a Mas­sama, un ragazz­i­no minorenne di Ghi­larza è nel carcere mino­rile di Quar­tuc­ciu, men­tre la ragaz­za 17enne di Macom­er (res­i­dente ad Abbas­an­ta), uni­ca don­na coin­vol­ta, sarà trasferi­ta in un carcere mino­rile del­la Peniso­la.

https://www.leggo.it/italia/cronache/manuel_careddu_ucciso_sardegna-4042948.html

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