La “bomba” chimica che minaccia Genova (e che nessuno vuole)

Men­tre pros­eguono i lavori di demolizione di ponte Moran­di, Gen­o­va si divide sul­la ques­tione del­lo sposta­men­to dei deposi­ti chimi­ci del quartiere di Multe­do. Tre le soluzioni al vaglio delle autorità, ma i comi­tati cit­ta­di­ni sono sul piede di guer­ra

È un momen­to chi­ave per la sto­ria di Gen­o­va. Men­tre gli occhi di tut­ti sono con­cen­trati sul relit­to di ponte Moran­di, di cui sono iniziati da pochi giorni i lavori di demolizione, una nuo­va — ma vec­chia — ques­tione rischia di spac­care i del­i­cati equi­lib­ri del­la cit­tà.

Si trat­ta dei deposi­ti chimi­ci delle soci­età Super­ba e Car­mag­nani, pre­sen­ti ormai da decen­ni tra le case del quartiere di ponente di Multe­do, già sede degli impianti di stoccag­gio di Por­to Petroli. Da anni i comi­tati locali lot­tano per lo sposta­men­to altrove di questi deposi­ti, nel miri­no dei cit­ta­di­ni per il ris­chio che rap­p­re­sen­tano in ter­mi­ni di inquina­men­to oltre che per pos­si­bili esplo­sioni legate al Por­to Petroli, dove arri­va e tran­si­ta l’oro nero diret­to nel­la Pia­nu­ra Padana gra­zie a un com­pli­ca­to sis­tema di tubi e con­dut­ture.

Not in my back yard

A dif­feren­za delle giunte prece­den­ti, il sin­da­co Buc­ci ha deciso di affrontare il prob­le­ma. Prob­le­ma che può essere risolto solo in un modo: spo­stan­do questi deposi­ti. Sì, ma dove? Come spie­ga Repub­bli­ca, sono tre le pos­si­bili soluzioni al vaglio del pri­mo cit­tadi­no gen­ovese, del gov­er­na­tore lig­ure Gio­van­ni Toti e dell’Autorità por­tuale: il car­bonile sot­to la Lanter­na, un’area del­la Valpol­cev­era di pro­pri­età di Ilva e il por­to di Voltri, estrema per­ife­ria di ponente. Ma, come sem­pre accade in questi casi, a prevalere è la log­i­ca del Nim­by.

Not in my back yard, non nel mio cor­tile. Neanche il tem­po di pre­sentare uffi­cial­mente le pro­poste per lib­er­are Multe­do che l’Autorità por­tuale gui­da­ta da Pao­lo Emilio Sig­nori­ni è sta­ta subis­sa­ta di e-mail di protes­ta prove­ni­en­ti dai quartieri poten­zial­mente coin­volti. Ma gli abi­tan­ti del Ponente non han­no tut­ti i tor­ti. Chi è gen­ovese sa bene che la cit­tà, nel sec­on­do dopoguer­ra, è sta­ta divisa in due tron­coni. Da un lato la zona di Lev­ante, ded­i­ca­ta a servizi e tur­is­mo. Dall’altro quel­la di Ponente, su cui sono state scar­i­cate le servitù: dis­car­i­capor­toautostrade tra le case eccetera. Si può spie­gare così la dichiarazione di guer­ra, a cui man­ca solo la fir­ma uffi­ciale, annun­ci­a­ta sui social dai vari comi­tati locali. A salire sulle bar­ri­cate anche il Munici­pio VII Ponente, uno dei pochi anco­ra con­trol­lati dal Pd e battagliero nel­la sua mag­gio­ran­za di sin­is­tra con­tro ogni “occu­pazione” del suo ter­ri­to­rio.

L’ipotesi Pra’ e la rabbia dei comitati

Soprat­tut­to dopo l’ultimo incon­tro tra Comune, Regione e Autorità Por­tuale, in cui è sta­ta prospet­ta­ta una quar­ta ipote­si: Pra’, il quartiere del pesto dop davan­ti al quale si staglia il cosid­det­to VTE (Voltri Ter­mi­nal Europa). L’idea, come scrive oggi Il Sec­o­lo XIX, sarebbe quel­la di “posizionare Car­mag­nani e Super­ba a Lev­ante del Ter­mi­nal con­tain­er real­iz­zan­do un riem­pi­men­to a mare”. Il vir­go­let­ta­to è del sin­da­co Buc­ci, che spie­ga: “La zona sarebbe quel­la accan­to al ses­to mod­u­lo del Vte, anco­ra tut­ta da costru­ire”. Il Comi­ta­to per Pra’ ha annun­ci­a­to battaglia. “Il quartiere è pron­to a scen­dere in stra­da, lo abbi­amo già fat­to e lo rifare­mo altre mille volte se nec­es­sario”, dichiara Arca­dio Naci­ni, figu­ra stor­i­ca del coor­di­na­men­to dei comi­tati del Ponente. Posizione con­di­visa anche dal Comi­ta­to Pegli Bene Comune dell’omonimo quartiere lim­itro­fo: “Dob­bi­amo far sen­tire la nos­tra voce”.

Intan­to, si sono ridotte le pos­si­bil­ità di trasferire i deposi­ti a Cornigliano nelle aree ex Ilva. Il Sec­o­lo spie­ga infat­ti che l’ipotesi non è anco­ra sta­ta del tut­to abban­do­na­ta, anche se sug­li stes­si spazi potrebbe essere real­iz­za­to un depos­i­to di Gpl (Gas petro­lio liq­ui­do). Una prospet­ti­va che, chiara­mente, viene respin­ta con forza dal comi­ta­to locale. Indus­tria vs. cit­ta­di­ni: chi la spun­terà?       

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Palermo, aggredisce e rapina donna in strada: fermato nigeriano

Nel­la tar­da ser­a­ta di ieri, un 18enne nige­ri­ano ha aggred­i­to una don­na che cam­mi­na­va da sola in stra­da e le ha sot­trat­to tele­fono e sol­di. Lo straniero è sta­to fer­ma­to poco dopo dai cara­binieri  Cam­mi­na­va tran­quil­la­mente lun­go via Abruzzi a Paler­mo quan­do improvvisa­mente è sta­ta sor­pre­sa da un nige­ri­ano che l’ha strat­to­na­ta con vio­len­za per sot­trar­le il tele­fono e dei sol­di che ave­va nel­la bor­sa.

Pro­tag­o­nista, suo mal­gra­do, del­la brut­ta dis­avven­tu­ra è sta­ta una don­na di 42 anni che nel­la tar­da ser­a­ta di ieri sta­va rien­tran­do a pie­di a casa.

La vit­ti­ma ha vis­to avvic­i­nar­si minac­ciosa­mente un gio­vane extra­co­mu­ni­tario, C.O., che dopo aver­la affer­ra­ta per un brac­cio e strat­to­na­ta, l’ha minac­cia­ta inti­man­dole di con­seg­narli il tele­fono. La don­na, nonos­tante la pau­ra, ha prova­to a rea­gire pre­gan­do il mal­vivente di las­cia­r­le lo smart­phone in cam­bio di 30 euro.

Il gio­vane, però, non si è las­ci­a­to con­vin­cere dal­la pro­pos­ta ed ha approf­itta­to dell’occasione per appro­pri­ar­si sia del tele­fono che dei con­tan­ti. Sod­dis­fat­to del bot­ti­no recu­per­a­to, lo straniero si è allon­tana­to di cor­sa.

A quel pun­to, la 42enne spaven­ta­ta si è mes­sa a urlare atti­ran­do l’attenzione di alcuneguardie giu­rate che, a loro vol­ta, han­no con­tat­ta­to il 112.

Sul pos­to sono giun­ti imme­di­ata­mente i cara­binieri del Nucleo radiomo­bile che, dopo aver ascolta­to la tes­ti­mo­ni­an­za del­la vit­ti­ma, si sono mes­si alla ricer­ca del rap­ina­tore. In breve tem­po, i mil­i­tari sono rius­ci­ti a rin­trac­cia­re lo straniero. Quest’ultimo, alla vista degli uomi­ni dell’Arma ha ten­ta­to la fuga ma è sta­to imme­di­ata­mente bloc­ca­to ed ammanet­ta­to.

L’immigrato, un 18enne nige­ri­ano, è sta­to sot­to­pos­to a rito diret­tis­si­mo con il giu­dice che ne ha con­va­l­ida­to l’arresto impo­nen­dogli, inoltre, l’obbligo di dimo­ra nel­la cit­tà di Paler­mo, con il divi­eto di uscire dal domi­cilio nelle ore not­turne.    -

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A VERHOFSTADT E’ PARTITO L’EMBOLO DI LNG. ILBURATTINOCONTE NON C’ENTRA

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Non so se qual­cun altro l’ha già scrit­to. La ragione del rab­bioso attac­co di Ver­hof­s­tadt a Con­te sta esat­ta­mente nelle sue parole dal min­u­to 0:34 al min­u­to 1:04 qui, ed è un embo­lo di gas LNG, piut­tosto raro fra gli umani, ma non fra quel­li come lui. Roba da tan­ti, ma tan­ti sol­di.

Al bel­ga sono rimasti piantati a metà tra­chea il Venezuela e Putin, e soprat­tut­to la mite posizione ital­iana su di essi. Per questo ci odia, e, ancor più di lui, ci odia la Exmar, che come avrete di cer­to let­to sui gior­nali è la Cor­po­ra­tion navale bel­ga che gli paga le par­celle men­tre sto lob­bista siede a fare il par­la­mentare europeo.

Una sto­ria mul­ti­m­il­iar­daria di LNG (gas nat­u­rale liq­ue­fat­to), le cui mag­giori com­parse sono: Un incon­tro dell’ottobre 2017 fra Putin e l’iraniano colos­so petro­lif­ero NIOC – Un con­trat­to anda­to in mal­o­ra l’anno prece­dente fra la Exmar e la canadese Pacif­ic Explo­ration & Pro­duc­tion Cor­po­ra­tion in Colom­bia – La Car­ribean FLNG, che è la mega chi­at­ta per la lavo­razione e il trasporto del LNG stra­p­a­ga­ta dal­la Exmar, che oltre­tut­to se la fece recap­itare dal­la Cina con l’ambizione di far­ci una mon­tagna di sol­di, ma rimas­ta pianta­ta ad arrug­ginir­si per via dei soprac­c­i­ta­to con­trat­to anda­to a vuo­to e anche di un sec­on­do con­trat­to anda­to a put­tane, poi grazi­a­ta all’ultimo dall’odierno arcin­e­mi­co lati­no amer­i­cano del Venezuela, cioè il Pres­i­dente argenti­no Macri – L’ENI che si lavo­ra il LNG di Maduro men­tre i bel­gi del­la Exmar schi­u­mano alla boc­ca per ved­er­lo mor­to.

Il Bel­gio è un Paese di sfi­gati, che dopo aver ammaz­za­to 11 mil­ioni di con­gole­si, per rimanere poi a mani vuote, cir­ca 130 anni fa (il cobal­to e il coltan, che oggi nell’IT e nel­la Smart TV-Smart Phones Indus­try val­go­no più dei dia­man­ti, se li sono pre­si i Kabi­la, l’americana Glen­core e gli israeliani), si sono dis­tin­ti di recente per aver avve­le­na­to i maiali di tutt’Europa con la diossi­na, e poi sono rimasti sfi­gati. Pos­sono vantare solo quel­la cloa­ca di polit­i­ca auto­crat­i­ca e infes­ta­ta di lob­bies che è Brux­elles, ma mica tan­to altro. La loro Exmar è dal 1981 che si è fat­ta un nome nel mon­do per i servizi di trasporto navale e di rigas­si­fi­cazione soprat­tut­to di gas nat­u­rale, che viene trasfor­ma­to in LNG. Ne van­no fieri, e che ci sia un Paese in UE che non solo gli pis­cia in tes­ta sug­li idro­car­buri con l’ENIma che è pure ‘ami­co’ di due gigan­ti odiosi per la Exmar nel busi­ness LNG come Rus­sia e Venezuela, bè, questo per Ver­hof­s­tadt e per le ambizioni smisurate di chi ce l’ha a bus­ta paga, la Exmar appun­to, è sta­to trop­po. Fra poche righe capirete il per­ché.

Tut­to il resto del­la sua spara­ta su Italia vs UE, immi­grazione, gran val­ori di Spinel­li, Ciampi e Boni­no, la reces­sione, i Pop­ulis­mi, sono sta­ti pretesti. Con­tano i sol­di, fol­low the mon­ey, eh?

Un po’ di back­ground in breve.

Dunque nel luglio 2017 i padroni di sto Ver­hof­s­tadt, la Exmar, si fa recap­itare dall’altra parte del piane­ta ques­ta mega chi­at­ta chia­ma­ta Car­ribean FLNG che ave­vano costru­ito a costi stratos­feri­ci nel­la sper­an­za di con­clud­ere un accor­do mul­ti mil­ionario con l’Iran. Ma nel novem­bre suc­ces­si­vo la Gazprom di Putin arri­va a Tehran, incon­tra la NIOC (la regi­na degli idro­car­buri ira­ni­ana) e di colpo tut­to per la Exmar va stor­to. L’Iran, si disse allo­ra, avrebbe usato altri vas­cel­li per il LNG, quel­li norve­g­e­si, e gli oleodot­ti rus­si dell’amico Vladimir. Questo aprì ulcere gas­triche in Bel­gio dove ci pas­sa­va un pal­lone da cal­cio, soprat­tut­to per­ché era la sec­on­da vol­ta che la super chi­at­ta del­la Exmar veni­va ces­ti­na­ta con mil­ioni di dol­lari di perdite: era suc­ces­so nel 2016 nel soprac­c­i­ta­to flop in Colom­bia in asso­ci­azione con la fal­li­ta canadese Pacif­ic Explo­ration & Pro­duc­tion Cor­po­ra­tion.

I padroni di Ver­hof­s­tadt ora han­no buchi con­tabili che si vedono dal­la Luna con sta mega chi­at­ta Car­ribean FLNG pianta­ta sul goz­zo men­tre altri si stan­no spar­tendo l’immane mer­ca­to del gas LNG. Putin è il tar­get N.1 dell’odio del­la Exmar, e non solo per la fac­cen­da dell’Iran del 2017, ma anche per­ché in tut­to l’affare Nord Stream 2 (il super gas­dot­to dal­la Rus­sia alla Ger­ma­nia) le mega chi­at­te del­la Exmar e tut­ti i suoi servizi aggiun­ti per il trasporto del gas LNG sono ovvi­a­mente tagliati fuori. La Cor­po­ra­tion bel­ga e il suo scagnoz­zo lob­bista Ver­hof­s­tadt sono impo­ten­ti con­tro Mosca in UE. Per ovvi motivi ‘l’amico del tuo nemi­co è il tuo nemi­co’, cioè tradot­to: l’Italia di Salvi­ni che è di casa in Rus­sia diven­ta ogget­to d’odio alla Exmar-Ver­hof­s­tadt. Ma non solo. C’è il Venezuela.

Cara­cas, come si sa, è un colos­so di idro­car­buri, ora ingab­bi­a­to dalle sanzioni Oba­ma-Trump, ma lo stes­so una miniera d’infinite ric­chezze anche di gas LNG. Infat­ti si sap­pia che, sor­pren­den­te­mente, uno del 10 mag­giori esporta­tori al mon­do di LNG è Trinidad & Toba­go nei Caraibi, ma la sua vera fonte è la com­pag­nia petro­lif­era di Sta­to di Cara­cas, la PDVSA. A Brux­elles gli ulcerati del­la Exmar stan­no solo a guardare tut­to quel ben di Dio in mano al “social­ista” Maduro, a cui loro non han­no sig­ni­fica­tivi acces­si, men­tre l’ENI sì, eccome. Sti ital­iani, di nuo­vo in mez­zo alle palle, eh? Allo­ra che si fa?

Bè, com’è noto, nell’America Lati­na esiste oggi un grup­po di nazioni total­mente a baci­apile di Wash­ing­ton che si chia­ma il Grup­po di Lima, e chi le capeg­gia? L’Argentina del Pres­i­dente Macri. E allo­ra, si dicono gli ulcerati del­la Exmar a Brux­elles, dove la piazz­i­amo sta emor­ra­gia di mil­ioni di dol­lari che si chia­ma super chi­at­ta Car­ribean FLNG? Eh, da un sign­or nes­suno mon­di­ale del gas LNG, cioè pro­prio da Macri, ma la rino­mini­amo Tan­go FLNG, gius­to per smus­sare un po’ le fig­urette di cac­ca del pas­sato. E giù a ingoiare mag­o­ni, loro e il loro servet­to Ver­hof­s­tadt.

Insom­ma, quel­lo che dove­va essere per i padroni di Ver­hof­s­tadt l’inizio di un busi­ness mul­ti mil­ionario nel 2016, finisce a far da car­ret­ta per il mediocre busi­ness del LNG in Argenti­na, men­tre è pro­prio l’Italia che osta­co­la l’appoggio dell’infame UE al golpe amer­i­cano in Venezuela che avrebbe aper­to ogni sin­go­lo rubi­net­to di petro­lio e gas LNG agli USA e ai Ver­hof­s­tadt-Exmar-Brux­elles per mano del cagno­li­no di Wash­ing­ton, Juan Guaidò. Poi Salvi­ni che striz­za l’occhio a Putin, quel­lo dei due mega cal­ci in culo alla Exmar e al suo prez­zo­la­to Ver­hof­s­tadt … dai, le ulcere di sti bel­gi non han­no ret­to.

Non so se serve sapere altro. Non cre­do. Ora sapete che sig­nifi­ca­va il bau-bau di sto cane da guin­za­glio.

Poi, lo rib­adis­co, Con­te non Con­ta in effet­ti una maz­za, ma con sta sto­ria i burat­ti­ni non c’entrano pro­prio per nul­la.

 

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Dal M5S alla Siria: gli intellettuali italiani non ne azzeccano una

DI ALBERTO NEGRI

tpi.it

Gli intel­let­tuali ital­iani, che scior­i­nano da anni edi­to­ri­ali su CorseraRepub­bli­ca e Stam­pa si pentono di avere vota­to i grilli­ni e si accor­gono che il Pd ha spi­ana­to loro la stra­da. Ora si sveg­liano improvvisa­mente e spalan­cano gli occhioni come son­nam­bu­li. Ma loro in questi anni dov’erano?

Dici­amo che per quan­to riguar­da la polit­i­ca estera sono degli incom­pe­ten­ti: han­no appog­gia­to tutte le più dev­as­tan­ti imp­rese degli amer­i­cani, com­pre­sa la guer­ra in Iraq nel 2003, e i raid in Lib­ia nel 2011. Sono dei son­nam­bu­li veri e pro­pri, con movi­men­ti e ges­tu­al­ità com­p­lesse ma sen­za averne asso­lu­ta­mente coscien­za.

I nos­tri intel­let­tuali, affet­ti da questo benig­no e inno­cente dis­tur­bo, han­no una carat­ter­is­ti­ca fon­da­men­tale: non ci bec­ca­no mai.

Pur non sapen­do nul­la di Siria, in cui mai han­no mes­so piede, si sono acco­dati per anni alla can­tile­na occi­den­tale e delle monar­chie asso­lutis­tiche del Gol­fo: “Bashar Assad se ne deve andare”. Sal­vo poi ammet­tere che la Rus­sia di Putin era diven­ta­ta un attore di pri­mo piano in Medio Ori­ente e accettare che Assad resti dov’è.

Se fos­se sta­to per loro, l’Isis e i jihadisti avreb­bero fat­to colazione sulle rovine di Dam­as­co: non si sono nep­pure accor­ti che i pas­daran ira­ni­ani e le milizie sci­ite han­no fer­ma­to il Califfa­to a set­tan­ta chilometri da Bagh­dad, pri­ma che gli amer­i­cani decidessero di fare la guer­ra ai jihadisti.

Si dicono por­ta­tori del­la cul­tura cris­tiana e occi­den­tale. Evi­tano persi­no di ammet­tere, ma forse non lo san­no nep­pure, che i cris­tiani in Siria sono sta­ti sal­vati dalle milizie sci­ite libane­si Hezbol­lah, le quali nat­u­ral­mente sono da con­sid­er­are dei “ter­ror­isti”. Pri­ma lo era­no anche i tale­bani ma da quan­do han­no avvi­a­to trat­ta­tive con Wash­ing­ton sono diven­tati la “guer­riglia”.

Devo dire che sul­la Siria o l’Iraq brilla­va neg­a­ti­va­mente anche la nos­tra diplo­mazia, per lo meno quel­la uffi­ciale, per­ché nei cor­ri­doi i diplo­mati­ci più infor­mati e accor­ti ave­vano idee diverse e più real­is­tiche, così come le han­no sull’Iran: soltan­to che non pos­sono esprimer­le per­ché sareb­bero imme­di­ata­mente tac­ciati di anti-amer­i­can­is­mo e persi­no di anti-semi­tismo.

I nos­tri diplo­mati­ci scrivono dalle loro sedi otti­mi rap­por­ti ma nes­suno li legge. E non sia mai che i loro reso­con­ti, basati sui fat­ti, non coin­ci­dano con la ver­sione uffi­ciale del­la sto­ria: ven­gono emar­ginati e mes­si da parte.

Gli intel­let­tuali del nos­tro Paese, che dovreb­bero in qualche modo sostenere la dis­cus­sione di idee un po’ diverse rispet­to a quelle orto­dosse, andate persi­no con­tro il nos­tro inter­esse nazionale come in Lib­ia, se ne stan­no di soli­to muti e allineati sulle posizioni atlantiste sen­za osare andare oltre.

Han­no cat­te­dre uni­ver­si­tarie e spazi sul­la stam­pa che non devono essere mes­si in dis­cus­sione: forse, a furia di bat­tere rib­at­tere, ci cre­dono pure nelle loro balzane idee sul mon­do. Il che è anche peg­gio del­la malafede, pro­prio non vogliono sforzarsi.

Sull’Iran poi dan­no la mas­si­ma pro­va di asservi­men­to per­ché Teheran è con­sid­er­a­to il nemi­co numero uno non solo degli Usa ma anche di Israele e delle monar­chie petro­lif­ere. C’è da augu­rar­si che Fran­cia e Ger­ma­nia non si accodi­no alla con­feren­za anti-Iran volu­ta dagli Sta­ti Uni­ti che com­in­cia oggi in Polo­nia per­ché l’Italia è già pronta a inchi­nar­si a Wash­ing­ton.

Cosa fare­mo se un giorno gli Usa ci chiedessero le basi per bom­bar­dare l’Iran? Sarebbe questo un buon argo­men­to di anal­isi e dis­cus­sione ma prefe­ri­amo dis­cettare sul­la sorte di Maduro che sta a 10mila chilometri di dis­tan­za. Tan­to sap­pi­amo benis­si­mo che di lui sono altri a occu­parsene.

Mai che gli ven­ga in mente di chiedere un voto in Par­la­men­to, o per lo meno un dibat­ti­to, sul principe sau­di­ta Mohammed bin Salman, con­sid­er­a­to un assas­si­no anche dagli amer­i­cani del­la Cia. In Ara­bia Sau­di­ta non ci sono elezioni, è una monar­chia asso­lu­ta, pro­pri­età di una famiglia. Il principe Mohammed bin Salman, sec­on­do la Cia, è il man­dante dell’assassinio di Jamal Khashog­gi, oltre che respon­s­abile dei mas­sac­ri dei civili in Yemen. Per­ché non c’è un voto par­la­mentare con­tro questo crim­i­nale? Sem­plice: i sau­di­ti pagano il nos­tro silen­zio a colpi di commesse mil­i­tari.

A dare bas­to­nate a Maduro sono buoni tut­ti. Su questo principe tene­broso i nos­tri intel­let­tuali però non han­no niente da dire. Seguono una mas­si­ma aurea: non dis­tur­bare il manovra­tore, cioè il potere. Che non è soltan­to ital­iano ma soprat­tut­to amer­i­cano, atlanti­co, sau­di­ta, israeliano.

Han­no vota­to i grilli­ni o la Lega per­ché somigliano loro: ogni tan­to li assale come in un sopras­salto di feb­bre il briv­i­do del cam­bi­a­men­to ma al pri­mo spif­fero cor­rono a riparar­si sot­to le cop­erte del­la Nato. Parafrasan­do Lon­gane­si, i nos­tri intel­let­tuali sono come gli ital­iani, vogliono fare la riv­o­luzione ma con il per­me­s­so dei cara­binieri. In fon­do ce li meri­ti­amo.

 

Alber­to Negri

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Pedofilia, il Papa spreta l’arcivescovo McCarrick ​“Ridotto a stato laicale”

Ridot­to a “sta­to laicale” l’ex arcivesco­vo McCar­rick accusato di abusi su sem­i­nar­isti: era sta­to giu­di­ca­to colpev­ole con l’aggravante dell’abuso di potere   

Si trat­ta del pri­mo (ex) car­di­nale che nel giro di pochi mesi, da essere mem­bro del Col­le­gio car­di­nal­izio è sta­to spre­ta­to.

Lo ha decioso la Con­gregazione per la Dot­t­ri­na del­la Fede che l’11 gen­naio scor­so ha emana­to il decre­to con­clu­si­vo del proces­so penale a cari­co di Theodore Edgar McCar­rick, con il quale l’accusato “è sta­to dichiara­to colpev­ole dei seguen­ti delit­ti per­pe­trati da chieri­co: sol­lecitazione in Con­fes­sione e vio­lazioni del Ses­to Coman­da­men­to del Decal­o­go con minori e adul­ti, con l’aggravante dell’abuso di potere”. Per­tan­to gli è sta­ta impos­ta la pena del­la dimis­sione dal­lo sta­to cler­i­cale.

L’ex arcivesco­vo ha pre­sen­ta­to ricor­so, ma il 13 feb­braio la Ses­sione Ordi­nar­ia (Feria IV) del­la Con­gregazione per la Dot­t­ri­na del­la Fede ha deciso di con­fer­mare il decre­to del Con­gres­so. Ieri la deci­sione è sta­ta noti­fi­ca­ta a McCar­rick dopo che Papa Francesco ne ha riconosci­u­to la natu­ra defin­i­ti­va, il che non rende pos­si­bili ulte­ri­ori ricor­si.

Le prove con­tro McCar­rick, molesta­tore di sem­i­nar­isti, era­no schi­ac­cianti. In almeno tre casi si trat­ta­va di minoren­ni. Tut­to ha inizio nel set­tem­bre 2017, quan­do l’arcidiocesi di New York seg­nala alla San­ta Sede le accuse riv­olte a McCar­rick da un uomo che sostene­va di essere sta­to vio­len­ta­to negli anni Set­tan­ta quan­do era ado­les­cente. A quel puto il Papa ha dis­pos­to un’indagine, poi trasmes­sa alla Con­gregazione per la Dot­t­ri­na del­la Fede. Nel giug­no 2018 il car­di­nale seg­re­tario di Sta­to Pietro Parolin, su indi­cazione di Papa Francesco, ordi­na che McCar­rick non eserci­ti più pub­bli­ca­mente il suo min­is­tero sac­er­do­tale e il 28 luglio 2018 il prela­to si dimette dal Col­le­gio car­di­nal­izio.

Il 6 otto­bre 2018, un comu­ni­ca­to del­la San­ta Sede affer­ma con forza: “Sia gli abusi sia la loro cop­er­tu­ra non pos­sono essere più tollerati e un diver­so trat­ta­men­to per i Vescovi che li han­no commes­si o li han­no cop­er­ti rap­p­re­sen­ta infat­ti una for­ma di cler­i­cal­is­mo mai più accetta­bile”. E rib­adisce il “pres­sante invi­to” di Papa Francesco “a unire le forze per com­bat­tere la grave pia­ga degli abusi den­tro e fuori la Chiesa e per pre­venire che tali cri­m­i­ni vengano ulte­ri­or­mente per­pe­trati ai dan­ni dei più inno­cen­ti e dei più vul­ner­a­bili del­la soci­età.

Il caso McCar­rick era sta­to al cen­tro anche del­la let­tera di mon­sign­or Car­lo Maria Viganò, l’ex nun­zio negli Usa che in agos­to era arriva­to a chiedere per questo le dimis­sioni di Papa Francesco. Lo stes­so Viganò, per­al­tro, ave­va scrit­to che le autorità vat­i­cane sape­vano tut­to dal 2000. Dal prossi­mo 21 feb­braio (fino al 24) in Vat­i­cano si ter­rà l’Incontro — volu­to da Papa Francesco — sul­la pro­tezione dei minori con i pres­i­den­ti delle Con­feren­ze Epis­co­pali di tut­to il mon­do. Al cen­tro, il tema dell’”accountability”, la respon­s­abil­ità dei vescovi che dovran­no ren­dere con­to di cop­er­ture e abusi.  

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Samir, primo jihadista italiano: “Così ho imparato a uccidere”

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Foto di Gabriele Mical­izzi, il fotografo ital­iano fer­i­to in Siria dall’Isis, di Samir Bour­gana, 24 anni, il pri­mo jihadista ital­iano del­lo Sta­to islam­i­co cat­tura­to dai cur­di delle Forze demo­c­ra­tiche siri­ane vici­no a Raqqa, nel nord est del Paese

Tall Abyad (Siria)  “Sono sta­to un ter­ror­ista, ma adesso è fini­ta e gra­zie a Dio sono anco­ra vivo. Spero un giorno ditornare a vivere nor­mal­mente in Italia con mia moglie ed i figli”. Si pre­sen­ta così il pri­mo jihadista ital­iano del­lo Sta­to islam­i­co cat­tura­to dai cur­di nel nord est del­la Siria. Samir Bougana, figlio di immi­grati maroc­chi­ni, ma cit­tadi­no del nos­tro Paese, è nato nel 1994 a Gavar­do in provin­cia di Bres­cia, un paese di 12.930 abi­tan­ti. Dopo lunghe trat­ta­tive le Forze demo­c­ra­tiche siri­ane, che l’hanno fat­to pri­gion­iero il 27 agos­to scor­so, con­ce­dono l’autorizzazione all’incontro. Un cur­do in  mimet­i­ca, kalash­nikov e cap­puc­cio in tes­ta, per non far­si riconoscere, lo sorveg­lia di con­tin­uo. Bas­so, sen­za il bar­bone islam­i­co di quan­do è sta­to pre­so, sem­bra dimes­so e chiede un tè quan­do arri­va ammanet­ta­to per l’intervista.

Mi sen­to lega­to al Paese dove sono nato e ci pen­so sem­pre – esor­disce il gio­vane tagliagole – Ancor più adesso che sono sta­to imp­ri­gion­a­to dai cur­di. Mi han­no det­to che forse ver­rò trasfer­i­to in Italia”. In realtà nes­suna nazione euro­pea vuole ripren­der­si gli oltre mille volon­tari stranieri del­la guer­ra san­ta cat­turati dai cur­di dopo la cadu­ta di Raqqa, stor­i­ca cap­i­tale del­lo Sta­to islam­i­co. Samir par­la bene l’italiano dopo avere fre­quen­ta­to “l’Itis, Isti­tu­to tec­ni­co indus­tri­ale fino al 2010” in provin­cia di Cre­mona. Al miliziano del­lo Sta­to islam­i­co si illu­mi­nano gli occhi quan­do ricor­da “gli ami­ci di Piade­na, dove ho vis­su­to per dieci anni e sono cresci­u­to con la squadra di cal­cio e la scuo­la”. Samir gio­ca­va come cen­tro­camp­ista del Gs Martel­li del paese lom­bar­do di appe­na 3417 ani­me. “Ho anco­ra dei par­en­ti in Italia: zie a Piade­na e in Sicil­ia. Non sape­vano che mi ero arruo­la­to nell’Isis. Solo i miei gen­i­tori ed i fratel­li era­no a conoscen­za”, sot­to­lin­ea Samir. La famiglia si spos­ta in Ger­ma­nia nel 2012 dove inizia la deri­va inte­gral­ista. “Quan­do ci siamo trasfer­i­ti ho inizia­to a fre­quentare delle moschee ed è scop­pi­a­ta la guer­ra in Siria – rac­con­ta l’italiano dell’Isis – Su inter­net segui­vo i video dis­cor­si degli sce­ic­chi sau­di­ti, che sostenevano fos­se un nos­tro dovere aiutare in qual­si­asi modo il popo­lo siri­ano”. Samir vive­va a Biele­feld, a soli 26 chilometri da Abu Walaa, un pred­i­ca­tore jihadista che reclu­ta­va com­bat­ten­ti per la Siria. Walaa era il men­tore di Anis Amri, il ter­ror­ista del mer­cati­no natal­izio di Berli­no scarcer­a­to dall’Italia nel 2015.

Samir sostiene di avere sen­ti­to par­lare solo del pred­i­ca­tore jihadista. “A fine 2013 tan­ti europei era­no arrivati in Siria – ricor­da – Vede­vo le immag­i­ni del­la guer­ra e delle vio­len­ze. A 19 anni mi sono det­to: lo fac­cio pure io”. Il con­tat­to è un muja­hed europeo che ver­rà ucciso in com­bat­ti­men­to. “Mi ha dato il numero di un siri­ano in Turchia. Ho  pre­so nor­mal­mente l’aereo da Dus­sel­dorf ad Istan­bul con mia moglie, Fat­ma Binol, tedesca di orig­i­ni turche – riv­ela – L’appuntamento era ad Anti­ochia nel sud del Paese. Ci ha car­i­ca­to in macchi­na por­tan­do­ci al con­fine. Era facile, non c’erano né polizia, né con­trol­li. Un altro con­tat­to ci ha accolti in Siria”.

A nord di Latakia, l’ultima zona anco­ra oggi in mano ai ribel­li jihadisti, “dei volon­tari tedeschi e france­si mi han­no invi­ta­to ad arruo­lar­mi nel­la briga­ta Jund al Sham (l’Esercito del Lev­ante lega­to ad Al Qai­da, Nda). Sono sta­to adde­stra­to a sparare con il kalash­nikov e ad usare altre armi e pis­tole”. L’istruttore è un ceceno e Samir con­fer­ma che “i com­bat­ten­ti più duri, fred­di e cat­tivi sono quel­li che ven­gono dal­la Rus­sia. Non han­no mis­eri­cor­dia”.

Nelle moschee “le prediche ci inci­ta­vano a uccidere gli infedeli così loro andran­no all’inferno e noi in Par­adiso”.
Ad un cer­to pun­to la ban­da di muja­hed­din europei si con­vince che “l’Isis è più forte, potente e sicuro per le nos­tre famiglie. Così ho deciso di andare con mia moglie a Raqqa. Una vol­ta arriva­to sono entra­to nel­lo Sta­to islam­i­co”.

Alla fine del 2014 “mi han­no manda­to a Deir Ezzor inquadra­to in un’unità rib­at (for­ti­fi­cazione di pri­ma lin­ea). Ero un solda­to dell’Isis e pat­tugli­a­vo le strade di notte”, spie­ga Samir, molto ret­i­cente sui com­bat­ti­men­ti. A Raqqa le moschee ampli­f­i­cano “i mes­sag­gi sul­la jihad, la guer­ra san­ta”. E nell’estate del 2014, quan­do Abu Bakr al Bagh­da­di, fon­da il Califfa­to a Mosul, il ter­ror­ista ital­iano è con­vin­to “che sta­vo facen­do la cosa gius­ta per­ché lo Sta­to islam­i­co era potente e con­ta­va su un ter­ri­to­rio impor­tante. La gente ci ringrazi­a­va”. Pazien­za se all’unica chiesa di Raqqa “ave­vano tolto la croce ed era sta­ta trasfor­ma­ta in una base”. E se le ese­cuzioni dei pri­gion­ieri sono pub­bliche e bru­tali. “All’inizio pen­sa­vo di aiutare la popo­lazione, che fos­se bel­lo – spie­ga Samir – Poi mi sono reso con­to di avere fat­to un grande errore”.

Sulle stra­gi jihadiste in Europa ricor­da con un sor­riset­to bef­far­do, che “dopo Brux­elles o Pari­gi ci mostra­vano i fil­mati degli atten­tati sui maxi scher­mi in piaz­za a Raqqa. E face­vano vedere anche i video delle ese­cuzioni. La gente sta­va lì a guardare con la moglie ed i figli”. Samir riv­ela che “lo Sta­to islam­i­co ci dava una casa e 150 dol­lari si stipen­dio. I sol­di arriva­vano dal con­tra­b­ban­do di petro­lio” con la Turchia. I capi delle falan­gi straniere sono tunisi­ni e sau­di­ti. A Raqqa “ho conosci­u­to due o tre (muja­hed­din, Nda) di orig­ine alge­ri­na e marocchi­na, che han­no vis­su­to per qualche anno in Italia e si sono arruo­lati nel­lo Sta­to islam­i­co”.

Samir Bougana, in un video girato dai curdi dopo il suo arresto del 27 agosto scorso

Samir Bougana in un video gira­to dai cur­di dopo il suo arresto il 27 agos­to scor­so

A par­tire dal 2015 cam­bia tut­to. “Ti sveg­li­avi alla mat­ti­na e non sape­vi se arrivavi vivo a sera per i bom­bar­da­men­ti – spie­ga il jihadista di casa nos­tra – Gli amer­i­cani colpis­cono obi­et­tivi mirati come le basi o le case dei ribel­li, ma i rus­si no. Bom­bar­dano anche i mer­cati”.

In Siria la famiglia jihadista si allarga con tre figli: Isha, Abdul­lah e Zeinab, che ha solo un anno e mez­zo. “Le bombe più vicine sono arrivate dietro la casa alla fine del 2016 – rac­con­ta Samir – La pres­sione e il rumore era­no for­tis­si­mi. Il lam­po iniziale, il fumo e l’incendio mi han­no fat­to capire che dove­vo andarmene. Ave­vo pau­ra per l’incolumità del­la mia famiglia”. Samir sostiene di non avere parte­ci­pa­to alla battaglia di Raqqa, defin­i­ti­va scon­fit­ta del­lo Sta­to islam­i­co, ma di esser­si rifu­gia­to a Deir Ezzor, l’ultima sac­ca. “Alla fine c’era il caos. Tan­ti (muja­hed­din Nda) vol­e­vano tornare in Europa attra­ver­so la Turchia – spie­ga – Ave­vo il pas­s­apor­to ital­iano e pen­sa­vo di con­seg­n­ar­mi alla nos­tra ambas­ci­a­ta a Istan­bul. Sape­vo che sarei anda­to in pri­gione, ma non ave­vo altra scelta. Ricer­ca­to dal­la Ger­ma­nia e dall’Italia non pote­vo rimanere nascos­to” per sem­pre. Nell’agosto scor­so Samir e famiglia si affi­dano “ad un traf­fi­cante che vol­e­va 2mila dol­lari a per­sona per portar­ci in Turchia. Ma lo stes­so giorno ci ha con­seg­na­to alle forze curde vici­no a Raqqa. Lavo­ra­va per loro”.
L’obiettivo del ter­ror­ista è palese: “Spero di venire trasfer­i­to in Italia, dove la pri­gione è sicu­ra­mente migliore di quel­la dei cur­di”.  Adesso che è dietro le sbarre si dice “pen­ti­to di avere ader­i­to allo Sta­to islam­i­co”. E si rende con­to che non tornerà presto libero: “So che devo pagare per quel­lo che ho fatto”.http://www.occhidellaguerra.it/69350–2/

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La Cina sta conquistando i porti europei

A boy waves a Chinese flag as China's guided-missile frigate Handan (579) prepares to dock at the international port in Manila on January 17, 2019. - A Chinese naval task group, consisting of two frigates -- the Wuhu 539 and Handan 579 -- and a replenishment ship Dongpinghu (960) arrived at Manila's international port for a four-day goodwill visit. (Photo by TED ALJIBE / AFP)

Il com­mer­cio glob­ale potrebbe presto cam­biare rad­i­cal­mente. Anzi a ben vedere sta già mutan­do velo­ce­mente. La battaglia vio­len­ta tra Sta­ti Uni­ti e Cina su 5G e dazi com­mer­ciali, ha spes­so dis­tolto lo sguar­do su un’altra grande ques­tione: l’avanzamento del­la Nuo­va via del­la Seta ver­so l’Europa. Dopo il 2013, anno di pre­sen­tazione del mastodon­ti­co piano di infra­strut­ture volu­to dal pres­i­dente Xi Jin­ping, gli even­ti han­no inizia­to a pie­gar­si in direzione Pechi­no. E in questo dis­eg­no un ruo­lo di pri­mo piano spet­ta alle infra­strut­ture por­tu­ali. La Cina ha già mes­so le mani in buona parte dell’Oceano Indi­ano, come mostra la sua “col­lana di per­le”. Ma nel tem­po il Drag­one ha mes­so nel miri­no anche altri sno­di chi­ave del suo prog­et­to, come dimostra quel­lo che è suc­ces­so ai por­ti europei.

Nel set­tem­bre del 2017 il pres­i­dente del­la Com­mis­sione euro­pea Jean-Claude Junck­er lan­ciò l’idea di creare un mec­ca­n­is­mo comu­ni­tario per vagliare a fon­do gli inves­ti­men­ti prove­ni­en­ti dai pae­si extra-Ue, una sor­ta di dis­pos­i­ti­vo di sicurez­za volto ad evitare pesan­ti acqui­sizioni di poten­ze straniere, in pri­mo luo­go cine­si, di assett strate­gi­ci per l’Europa. Quel mec­ca­n­is­mo però non è anco­ra sta­to cre­ato, e sicu­ra­mente il dossier passerà in mano alla nuo­va Com­mis­sione che si indet­terà nel­la sec­on­da parte dell’anno, dopo il voto delle Europee di mag­gio. Intan­to però la sen­sazione è che i buoi siano già scap­pati.

Tut­to è inizia­to nel 2008 quan­do la Chi­na Ocean Ship­ping Com­pa­ny, azien­da di sta­to cinese che si occu­pa di trasporti, ha acquisi­to due ter­mi­nal del por­to gre­co del Pireo per una cifra intorno a 4,3 mil­iar­di di dol­lari e un usufrut­to esclu­si­vo per 35 anni. Negli anni suc­ces­sivi la com­pag­nia ha aumen­ta­to la sua parte­ci­pazione azionar­ia nell’Autorità por­tuale del­la cit­tà arrivan­do ad avere il con­trol­lo com­ple­to. Da quel momen­to la Cina ha spin­to l’acceleratore su acqui­sizioni e parte­ci­pazioni arrivan­do a met­tere la bandiera del­la Repub­bli­ca popo­lare in almeno 12 por­ti Ue. Numero che sale a 18 se si con­tano anche altri scali del Mediter­ra­neo, dal Maroc­co fino a Israele.

Quali sono le compagnie che si prendono tutto

Para­dos­salmente l’exploit gre­co è rimas­to iso­la­to per diver­si anni. Almeno fino al 2016 le com­pag­nie cine­si era­no molto pic­cole se com­para­te con i gran­di colos­si occi­den­tali che si occu­pano di logis­ti­ca, come ad esem­pio la danese A.P. Moller-Maer­sk. Ma tre anni fa Pechi­no ha accel­er­a­to il pas­so cre­an­do un mastodon­ti­co con­glom­er­a­to statale dal­la fusione di due com­pag­nie, la Chi­na Ocean Ship­ping e la Chi­na Ship­ping Com­pa­ny facen­do così nascere la COSCO: che si occu­pa di vari set­tori, dal­la nav­igazione, alla cantieris­ti­ca pas­san­do per la ges­tione por­tuale. Nel 2017 l’azienda ha inglo­ba­to per un cifra intorno ai 6 mil­iar­di di dol­lari un’altra rivale l’Orient Over­seas Inter­na­tion­al, diven­tan­do così la com­pag­nia più grande fuori dall’Europa.

Se ci si con­cen­tra solo sul­la ques­tione dei por­ti la COSCO non è nem­meno l’azienda cinese più grande. La Chi­na Mer­chants Port Hold­ings (CMPort) infat­ti muove anco­ra più mer­ci ed è impeg­na­ta in molti pun­ti strate­gi­ci come i ter­mi­nal di Sri Lan­ka, Gibu­ti e Brasile. A queste tre se ne unisce una terza la Qing­dao Port Inter­na­tion­al Devel­op­ment (QPI), che ha da poco inizia­to la sua cam­pagna di acqui­sizioni, in par­ti­co­lare in Italia.

Sia la COSCO le la CMPort han­no un van­tag­gio com­pet­i­ti­vo rispet­to alla con­cor­ren­za: pos­so accedere a linee di cred­i­to agevolate dalle banche statali e nel­lo speci­fi­co la COSCO può attin­gere a un fon­do spe­ciale mes­so a dis­po­sizione dal­la Ban­ca cinese di svilup­po cre­ato a pos­ta per sup­port­are la Nuo­va via del­la Seta.

porti cina europa

I porti sotto il controllo di Pechino

Frans-Paul van der Put­ten, esper­to di ques­tioni cine­si del Nether­lands Insti­tute of Inter­na­tion­al Rela­tions, ha spie­ga­to a For­eign pol­i­cy che questo modo di oper­are da un lato riduce la dipen­den­za di Pechi­no da ele­men­ti stranieri e dall’altro per­me­tte di aumentare l’influenza del­la Repub­bli­ca popo­lare al di là dei suoi con­fi­ni. Il per­cor­so par­ti­to dal­la Gre­cia ha avu­to modal­ità e svilup­pi diver­si, con fre­nate e accel­er­azioni, ma ha dis­eg­na­to le rotte che dovrebbe avere la Belt and Road Ini­tia­tive nei piani di Pechi­no.

Tut­to parte dal por­to di pri­mo sboc­co nel Mediter­ra­neo, quel­lo di Port Said in Egit­to, per poi virare ver­so l’hub del Pireo e dira­mar­si poi da un lato ver­so l’Adriatico, con Venezia (fres­ca di mem­o­ran­dum d’intesa pro­prio con lo sca­lo gre­co) e forse ver­so Tri­este. Dall’altro si arri­va ad latri scali chi­ave del Mediter­ra­neo set­ten­tri­onale. Il pri­mo è quel­lo gen­ovese di Vado Lig­ure fini­to per il 40% nelle mani di COSCO e per il dieci in quelle del­la QPI.

Poi spo­stan­do­ci ver­so ovest si tro­va Mar­siglia con il ter­mi­nale Euro­fos in mano per il 25% alla CMPort (che più a sud con­trol­la anche il 25% del por­to mal­tese di Marsaxlokk). Nel­la Spagna mediter­ranea il 51% del Noa­tum Con­tain­er Ter­mi­nal di Valen­cia è sot­to il con­trol­lo di COSCO che ha nord detiene anche il 40% del ter­mi­nal di Bil­bao. I pesci grossi in realtà sono tut­ti dis­tribuiti tra l’Atlantico e il Mare del Nord. In Fran­cia, Nantes, Le Havre e Dunkirk sono finite nel miri­no di CMPort che con­trol­la rispet­ti­va­mente il 25% dei pri­mi due e il 45% del­lo sca­lo affac­cia­to sul­la man­i­ca. COSCO ha invece mes­so nel miri­no Olan­da e Bel­gio. Pri­ma di tut­to pren­den­dosi il 35% del Euro­max Ter­mi­nal di Rot­ter­dam che è il pri­mo por­to in Europa per vol­ume di mer­ci smis­tate (Sec­on­do le prime stime nel 2018 avrebbe smis­ta­to qual­cosa come 14,5 mil­ioni di teu, l’unità di misura dei con­tain­er); poi aggiu­di­can­dosi il 20% del ter­mi­nal di Anver­sa (qui la CMPort si è pre­sa un 5%), ma soprat­tut­to acquisendo l’85% del por­to di Zee­brugge.

Strategia e influenza politica

Il piano di acqui­sizioni di Pechi­no segue una strate­gia abbas­tan­za sin­go­lare. COSCO in par­ti­co­lare pun­ta sug­li scali sec­on­dari, come ha mostra­to il Pireo, ma soprat­tut­to l’acquisizione di Zee­brugge. Il por­to bel­ga è sem­pre sta­to un ter­mi­nal sec­on­dario rispet­to alla vic­i­na Anver­sa e soprat­tut­to a Rot­ter­dam. Addirit­tura nel 2017 Maer­sk decise di las­cia­re lo sca­lo dec­re­tan­done il decli­no, ma l’anno suc­ces­si­vo suben­trarono i cine­si. Van der Put­ten ha rac­con­ta­to che per il momen­to la Cina, pur entran­do nei gran­di por­ti come nel sis­tema olan­dese, preferisce “con­cen­trare si sol­di int quel­li pic­coli per cer­care di far­li diventare più gran­di”. Strate­gia che ha paga­to, almeno in Gre­cia. Il por­to del Pireo, infat­ti, ha vis­to un aumen­to del traf­fi­co por­tuale espo­nen­ziale. Solo tra il 2016 e 2017 è aumen­ta­to del 10,5% men­tre in dieci anni, dal 2007 al 2017 l’aumento è sta­to del 195%.

Le conseguenze delle mosse cinesi

L’aumento dell’influenza ha inizia­to a spaventare diver­si Pae­si e leader europei, come dimostra­to dall’intervento di Junck­er. Ma la pro­pos­ta del­la Gold­en pow­er euro­pea si è are­na­ta anche a dimostrazione che il soft pow­er cinese inizia a far­si sen­tire. A met­ter­si di tra­ver­so è sta­ta infat­ti la Gre­cia, che per il momen­to più di tut­ti ha ben­e­fi­ci­a­to dell’infezione di liq­uid­ità eco­nom­i­ca prove­niente dal­la Cina. Non solo, anche altri provved­i­men­ti europei in con­trasto al colos­so asi­ati­co si sono are­nati per­ché Atene si met­te­va di tra­ver­so. È chiaro, ha det­to Tur­loch Mooney dell’IHS Mark­it a Npr: “Gli inves­ti­men­ti in infra­strut­ture sca­tu­ri­ti con la Nuo­va via del­la Seta porter­an­no con sé un mag­gior peso politi­co di Pechi­no”.

Un’influenza che potrebbe accud­ire in fron­ti già cal­di, come nel caso di Israele. Nel 2015 il Shang­hai Inter­na­tion­al Port Group ha infat­ti vin­to un appal­to del gov­er­no di Tel Aviv per acquisire il por­to di Haifa. In cam­bio di cir­ca 2 mil­iar­di di dol­lari il grup­po cinese potrà con­trol­lare lo sca­lo per 25 anni a par­tire dal 2021. Più di un anal­ista si è chiesto se la mossa non pos­sa com­pro­met­tere la sicurez­za nazionale. Quel­lo che è cer­to è che la cosa non va giù a Wash­ing­ton, che sot­to le spinte del con­sigliere per la sicurez­za nazionale John Bolton sta cer­can­do di fare pres­sioni per can­cel­lare l’intesa. Haifa è un pun­to di appog­gio fon­da­men­tale per la mari­na amer­i­cana che in quel lem­bo di mare si eserci­ta spes­so. L’apertura di una fil­iale cinese li costrin­gerebbe a las­cia­re il por­to, per­den­do così un por­to chi­ave in una regione del­i­ca­ta come il Medio Ori­ente.

Negli ulti­mi 10–15 anni la Cina ha lavo­ra­to molto per cer­care di espan­dere la sua influen­za, in par­ti­co­lare lavo­ran­do alla pro­pria mari­na. In questo sen­so la strate­gia di pen­e­trazione dei por­ti è sta­ta la chi­ave di vol­ta. Pechi­no ha mostra­to di adottare una prospet­ti­va roves­ci­a­ta rispet­to a quel­la amer­i­cana. Ha sem­pre lavo­ra­to per creare pri­ma scali com­mer­ciale e poi, in un sec­on­do momen­to quel­li mil­i­tari. Come avvenu­to in Gibu­ti ad esem­pio. Sec­on­do diver­si anal­isti è alta­mente improb­a­bile che al momen­to Pechi­no sia inten­zion­a­ta a creare piattaforme mil­i­tari nel Mediter­ra­neo, ma la sua capac­ità di influire è un fat­to. E le prossime mosse, soprat­tut­to in Gre­cia e Italia, mostr­eran­no quale sarà la trai­et­to­ria intrapre­sa nel Vec­chio con­ti­nente. http://www.occhidellaguerra.it/cina-porti-europei/

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Morto l’attore Bruno Ganz

Aveva 77 anni

Bruno Ganz

L’attore svizze­ro Bruno Ganz è mor­to a Zuri­go a 77 anni. Lo scrive la Dpa citan­do il suo man­age­ment.

Tra le sue pel­li­cole più famose ‘Il Cielo sopra Berli­no’ e ‘Pane e Tuli­pani’.

Magis­trale la sua inter­pre­tazione di Hitler nel film ‘La Cadu­ta’.

LA SCENA FINALE DEL FILM

(ANSA)

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Le regioni pretendono maggiore autonomia? Si regionalizzi il debito pubblico

Le regioni pretendono maggiore autonomia? Si regionalizzi il debito pubblicoGiuseppe Masala

Che poi la soluzione è sem­plice: se le regioni pre­tendono mag­giori autonomie si pren­dano mag­giori respon­s­abil­ità. Auto­mati­ca­mente si region­al­izzi il Deb­ito Pub­bli­co. Tutte le regioni si pren­dano la loro quo­ta di deb­ito pub­bli­co in rap­por­to al pro­prio Pil regionale.  Pri­ma Ban­ca Anton­vene­ta (sot­to MPS), poi Vene­to Ban­ca e Pop. Vicen­za. Solo il sal­vatag­gio di queste ultime due è costa­to 20 mil­iar­di che tut­to sis­tema paese man­gia­pane a tradi­men­to merid­ion­ali com­pre­si è sta­to chiam­a­to a ripa­gare in osse­quio al sacrosan­to dovere di sol­i­da­ri­età. Bene. Se sol­i­da­ri­età non c’è, non ci sia per nes­suno. E ci sarebbe anche tan­to da dire sull’operosità di quelle terre; sai, se il sis­tema ban­car­io lì ti finanzia tut­to men­tre da altre parte c’è la lesina (vuoi un mil­ione di euro? Bene, me ne devi dare due in garanzia più un oncia di carne dal­la tua cos­cia) non è che da una parte c’è bravu­ra e dall’altra inca­pac­ità. Ma las­ci­amo stare. Niente con­tro nes­suno, ma i dis­cor­si da bar han­no stufa­to.

Chi ha dato ha dato (il sud) e chi ha avu­to ha avu­to (il nord), ma da domani si region­al­izzi il deb­ito pub­bli­co.

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È morto Bruno Ganz, volto del cinema tedesco

È morto Bruno Ganz,  volto del cinema tedesco

(ansa)

L’attore, di orig­ine svizzera, ave­va 77 anni. È sta­to l’angelo del ‘Cielo sopra Berli­no’ di Wen­ders e Hitler nel film ‘La cadu­ta’. In Italia ha gira­to ‘Pane e tuli­pani’ con Sol­di­ni e ‘La fine è il mio inizio’ nei pan­ni di Tiziano Terzani

È mor­to la scor­sa notte a Zuri­go Bruno Ganz. L’attore di orig­ine svizzera ave­va 77 anni. Lo ha reso noto il suo man­ag­er, come ripor­ta il quo­tid­i­ano tedesco Die Zeit. Ave­va inizia­to la sua car­riere nel teatro e ave­va lavo­ra­to con reg­isti come Peter Zadek e Claus Pey­mann. Pas­sato al grande scher­mo, era diven­ta­to uno dei volti più noti del cin­e­ma tedesco. Indi­men­ti­ca­bili le sue inter­pre­tazioni dell’angelo nel Cielo sopra Berli­no di Wim Wen­ders, e più di recente di Adolf Hitler asser­raglia­to nel bunker del­la Can­cel­le­ria nel film La cadu­ta di Oliv­er Hirsch­biegel, usci­to nel 2004.

Nato a Zuri­go il 22 mar­zo del 1941, Bruno Ganz arri­va in Ger­ma­nia nel 1962 dove ha i suoi pri­mi ingag­gi al Junges The­ater Göt­tin­gen e al The­ater am Goethe­p­latz di Bre­ma. Nel 1967 conosce Peter Stein con cui real­iz­za numerosi prog­et­ti teatrali. In segui­to è assun­to allo Schaus­piel­haus di Zuri­go e lavo­ra con pres­ti­giosi reg­isti teatrali come Peter Zadek, Peter Stein, Claus Pey­mann, Klaus Michael Grüber, Luc Bondy e Dieter Dorn.

Dal­la metà degli anni Set­tan­ta si fa conoscere al grande pub­bli­co inter­pre­tan­do numerosi film, tra cui L’amico amer­i­cano e Il cielo sopra Berli­no di Wim Wen­ders. Nel 2004 inter­pre­ta Adolf Hitler nel film La cadu­ta prodot­to da Bernd Eichinger. La sua stra­or­di­nar­ia inter­pre­tazione gli vale una nom­i­na­tion al Pre­mio del cin­e­ma europeo nel 2004. Nel 2010 ha rice­vu­to l’European Film Acad­e­my Life­time Achieve­ment Award.

Ganz è noto e apprez­za­to per la sua parte­ci­pazione a numerose pro­duzioni nazion­ali e inter­nazion­ali. Diver­si film che ha inter­pre­ta­to gli sono val­si il Pre­mio del cin­e­ma svizze­ro. Nel 2000 ha gira­to con Sil­vio Sol­di­ni Pane e tuli­pani per il quale nel 2001 gli è sta­to asseg­na­to il Pre­mio del cin­e­ma svizze­ro come miglior inter­prete. Nel 2006 ha recita­to in Vitus del reg­ista Fre­di M. Mur­er, che ha rice­vu­to il Pre­mio del cin­e­ma svizze­ro come miglior lun­gome­trag­gio nel 2007. Nel 2011 è pro­tag­o­nista, insieme a Elio Ger­mano, del film La fine è il mio inizio, trat­to dal libro del gior­nal­ista-scrit­tore Tiziano Terzani. Nel 2017 gli è sta­to attribuito il Pre­mio d’onore del cin­e­ma svizze­ro, riconosci­men­to alla car­ri­era.

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2019/02/16/news/e_morto_bruno_ganz-219270103/

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