ORRORE A BRESCIA, UCCIDE IL FIGLIO E POI SE LO MANGIA.

1

Maria Esposito, 39enne di Brescia, ha ucciso il figlio di 5 anni perché “piangeva e si lamentava” per poi divorarselo a morsi come in un film horror. Così al rientro a casa, Flavio Giavomelli, 42enne, padre del piccolo Mattia, si è ritrovato davanti a questa raccapricciante scena, la moglie a terra in un lago di sangue sopra il corpicino del figlio che presa da un raptus di follia stava riducendo Mattia a brandelli con dei morsi.

LA MAMMA SOFFRIVA DI DEPRESSIONE POST PARTUM Era in cura da uno specialista per depressione post partum che durava da anni, Maria Esposito, la donna di 39 anni accusata di avere ucciso e mangiato il figlio.

https://rainews24.live/2016/09/26/orrore-a-brescia-uccide-il-figlio-e-poi-se-lo-mangia/

Share /​ Condividi:

La verità sul referendum

La verità sul referendum

di Raniero La Valle *

Cari amici, 
poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?

Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.

Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali.
Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.

La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere
E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova.
Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairos non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.

Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.

Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.

Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.

Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.
Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.

L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.

Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.

Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum
La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.

Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.

Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà - quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio - la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.

Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.
Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.

Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose.
Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.

Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.
Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” [1] e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” [2].

Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.

La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.

Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?

C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.
Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.
Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.

Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale. E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.
Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.

Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un'altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-​​Ovest si sostituisce quella Nord-​​Sud.
Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.

I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.

Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.

E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.

[1] Eric Hobsbawm, Il Secolo breve (1914-​​1991: l'era dei grandi cataclismi), Rizzoli, Milano, 1995.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.

* Discorso tenuto il 16/​09/​2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/​09/​2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

(26 settembre 2016)


http://​temi​.repubblica​.it/​m​i​c​r​o​m​e​g​a​-​o​n​l​i​n​e​/​l​a​-​v​e​r​i​t​a​-​s​u​l​-​r​e​f​e​r​e​n​d​um/

Share /​ Condividi:

Scienziato Premio Nobel rivela: “La ricerca sul Cancro è in gran parte una frode.”

Scienziato Premio Nobel rivela: “La ricerca sul Cancro è in gran parte una frode.”

“Tutti dovrebbero sapere che la ricerca sul cancro è in gran parte una frode, e che le principali organizzazioni di ricerca sul cancro sono abbandonate nei loro doveri alle persone che le sostengono.” (Fonte)
La citazione di cui sopra viene da Linus Carl Pauling, Dottore di Ricerca (Ph.D. – Phylosophy Doctor) e 2 volte vincitore del Premio Nobel per la Chimica (1901-​​1994). E’ considerato uno degli scienziati più importanti della storia! Egli fu uno dei fondatori della chimica quantistica e della biologia molecolare, e fu un’attivista per la pace. Venne invitato anche ad essere responsabile della divisione di Chimica del Progetto Manhattan, ma rifiutò. Egli fece anche moltissimi lavori in applicazioni militari, e praticamente fece e vide tutto quello che riguarda il mondo della scienza. In caso tu voglia saperne di più, una veloce ricerca su Google ti sarà sufficiente e di estremo aiuto.
Quest’uomo ovviamente conobbe la stragrande maggioranza delle informazioni che appartengono a questo argomento, ma non è l’unico esperto nel mondo a conoscere ed esprimere credenze simili.
Qui di seguito, per esempio, puoi leggere un’altra citazione che colpisce in modo duro in merito alla manipolazione e frode scientifica. Viene dalla Dott.ssa Marcia Angell, medico e Direttore, per lungo tempo, della rivista medica New England (NEMJ), considerata una delle più prestigiose riviste mediche di tutto il mondo.
“Non è semplicemente più possibile credere a gran parte della ricerca clinica che viene pubblicata, o fare affidamento sul giudizio dei medici di fiducia o delle linee guida mediche autorevoli. Non ho nessun piacere nel giungere a questa conclusione che ho raggiunto lentamente e con riluttanza durante i miei due decenni come Direttore della rivista medica New England.” (Fonte)
Purtroppo però l’elenco potrebbe continuare all’infinito…
Il Dottor John Bailer, che ha trascorso 20 anni nello staff del National Cancer Institute, ed è anche un ex redattore della sua rivista, ha dichiarato pubblicamente in una riunione dell’Associazione Americana per l’avanzamento della scienza: “La mia valutazione complessiva è che il programma nazionale di cancro deve essere giudicato un fallimento qualificato. La nostra ricerca sul cancro degli ultimi 20 anni è stata un totale fallimento.” (Fonte)
Ha anche accennato al fatto che il trattamento del cancro, in generale, è stato un fallimento totale!
Un altro punto interessante è il fatto che la maggior parte del denaro donato alla ricerca sul cancro è speso per la ricerca sugli animali, che da molti è stato considerato del tutto inutile. Ad esempio, nel 1981 il Dottor Irwin Bross, l’ex direttore del Sloan-​​Kettering Cancer Research Institute (il più grande istituto di ricerca sul cancro in tutto il mondo), ha dichiarato: “L’inutilità della maggior parte degli studi su modelli animali è meno noto. Ad esempio, la scoperta di agenti chemioterapici per il trattamento del cancro umano è ampiamente annunciato come un trionfo grazie all’uso di sistemi sugli animali. Tuttavia, in questo caso, queste esagerate rivendicazioni sono provenienti e garantite dalle stesse persone che ottengono i dollari federali per la ricerca sugli animali. Ci sono pochi elementi di fatto che potrebbero sostenere tali affermazioni. Praticamente tutti gli agenti chemioterapici che sono di valore nel trattamento del cancro umano sono stati trovati in un contesto clinico, piuttosto che in studi su animali.” (Fonte)
Oggi, curare le malattie e la malattia stessa ha un lato aziendale. E’ un’industria estremamente redditizia, ma solo quando è orientata verso il trattamento, per misure non preventive o per cure vere e proprie, e questo è un punto importante da considerare.
Un’altra citazione che si riferisce al punto di cui sopra è stata fatta dal Dottor Dean Burk, biochimico americano e chimico senior del National Cancer Institute. Il suo libro, “The Determination of Enzyme Dissociation Constants” (La determinazione delle costanti di dissociazione enzimatica), (Fonte), pubblicato sul Journal of American Chemical Society nel 1934, è uno dei documenti più frequentemente citati nella storia della biochimica.
“Quando hai il potere non devi dire la verità. Questa è una regola che è stato tramandata in questo mondo da generazioni. E ci sono moltissime persone che non dicono la verità quando sono al potere in posizioni amministrative.” (Fonte)
Egli ha anche affermato che: “Il fluoro provoca più morti per cancro rispetto a qualsiasi altro prodotto chimico. Esse sono solo alcune delle prove scientifiche e biologiche più esaustive che ho riscontrato durante i miei 50 anni nel campo della ricerca sul cancro.” (Fonte)
Nell’edizione del 15 Aprile 2015 del Lancet, un’importante rivista medica del Regno Unito, il caporedattore Richard Horton ha dichiarato: “Il caso contro la scienza è molto semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere dichiarata semplicemente falsa. La scienza ha preso una direzione verso il buio.” (Fonte)
Nel 2005, il Dottor John P.A. Ioannidis, attualmente professore di prevenzione delle malattie presso la Stanford University, ha pubblicato l’articolo più ampiamente accessibile nella storia della Public Library of Science (PLoS), dal titolo “Perché i risultati pubblicati sulla ricerca sono falsi”. Nel rapporto, ha dichiarato: “C’è sempre più preoccupazione che i risultati pubblicati delle più recenti ricerche siano falsi.”
Nel 2009, l’integrale centro del cancro dell’Università del Michigan, ha pubblicato un’analisi dove ha rivelato che gli studi popolari sul cancro sono falsi, e che non sono stati prodotti i risultati, derivanti dalla ricerca, a causa di conflitti di interesse. Hanno dichiarato che i risultati prodotti erano la conseguenza di ciò che avrebbe funzionato meglio per le aziende farmaceutiche. Dopo tutto, gran parte della ricerca sul cancro è finanziata direttamente da loro.
Ci sono così tante informazioni là fuori, e gran parte di esse provengono da persone che sono state direttamente coinvolte nel presente procedimento. Non ci sono davvero fonti credibili disposte ad affermare la verità, viviamo in un mondo di frode scientifica e manipolazione.
Tutto questo può essere attribuito alla “corporatocrazia” in cui viviamo oggi, dove gigantesche corporazioni di proprietà di un gruppo selezionato di persone d’élite, hanno sostanzialmente preso il controllo del pianeta e di tutte le sue risorse.
Questo è principalmente il motivo per cui così tante persone si stanno interessando e dirigendo verso trattamenti alternativi, oltre a concentrarsi sulla prevenzione del cancro. Molto di ciò che ci circonda quotidianamente è stato collegato al cancro. Dai pesticidi, agli OGM, ai prodotti cosmetici, ad alcuni “alimenti,” il fumo, e molto altro ancora. Questo è qualcosa che non viene mai veramente preso in considerazione e sottolineato, diamo per scontato che donare soldi in beneficenza farà scomparire il problema, trascurando il fatto che le loro pratiche commerciali sono altamente discutibili.
Detto questo, possiamo aggiungere che molte persone hanno avuto successo con trattamenti alternativi come l’olio di cannabis – combinato con una dieta crudista o anche incorporato in altri trattamenti terapici. Comunque, non dovremmo mai sentirci come se non ci fosse alcuna speranza per il futuro.
La posizione ufficiale sulla cannabis è un grande esempio dell’alta disinformazione di cui stiamo parlando. Le sue proprietà anti-​​tumorali sono state dimostrate per decenni, ma ovviamente non c’è nessuno studio clinico ancora in corso.
Vogliamo chiudere questo articolo con il video qui sotto. Esso ti fornirà un po’ di spunti di riflessione. L’ignoranza non è la risposta, e anche se queste informazioni possono sembrarti spaventose da considerare, non chiudere gli occhi, ma prendi sempre più consapevolezza e diffondi più che puoi queste informazioni, affinché sempre più persone possano venirne a conoscenza.
http://​sapereeundovere​.com/​s​c​i​e​n​z​i​a​t​o​-​p​r​e​m​i​o​-​n​o​b​e​l​-​r​i​v​e​l​a​-​l​a​-​r​i​c​e​r​c​a​-​s​u​l​-​c​a​n​c​r​o​-​e​-​i​n​-​g​r​a​n​-​p​a​r​t​e​-​u​n​a​-​f​r​o​de/
Share /​ Condividi:

Addio ad Herschell Gordon Lewis, il Padrino del Gore

Addio ad Herschell Gordon Lewis, il Padrino del Gore

Daniela Catelli

Addio ad Herschell Gordon Lewis, il Padrino del Gore

Ci dispiace tantissimo dare la notizia della morte, all'età di 87 anni, di Herschell Gordon Lewis, un vero e proprio precursore del genere successivamente etichettato come splatter e all'epoca - gli anni Sessanta - ancora chiamato Gore, da cui il suo soprannome, il Padrino del Gore.
Noi abbiamo scoperto i suoi film solo nei primi anni Novanta, attraverso pessime registrazione in videocassetta passate di mano in mano tra gli appassionati, e successivamente come meritavano, su grande schermo, grazie a una rassegna curata da Tim Lucas e dedicata ai Drive-​​In Movies al mai troppo compianto MystFest di Cattolica. Chi non li ha mai visti non può comprendere quanto fossero esagerati, divertenti, grandguignoleschi e artigianali e al tempo stesso intelligenti e divertenti.
Nato a Pittsburgh, Lewis era laureato in giornalismo ed era stato professore di letteratura inglese alla Pennsylvania University. Era in seguito diventato direttore di una radio e regista di filmati pubblicitari. Aveva iniziato la sua carriera cinematografica coi cosiddetti nudies, film erotici softcore ma dichiaratamente exploitation. Dopo cinque film del genere, nel 1963 la svolta con Blood Feast, considerato l'iniziatore del genere gore e destinato al pubblico giovanile dei drive-​​in. Graficamente espliciti e realizzati in modo totalmente artigianale, i suoi film erano anche densi di ironia, come il migliore, 2000 Maniacs, che racconta di quello che avviene a Pleasant Valley, una specie di Brigadoon sudista che ogni 100 anni si materializza e si vendica atrocemente su un gruppo di giovani turisti del Nord. Per questo film Lewis compose anche le divertenti canzoni.
Seguirono titoli come Color Me Blood RedSomething WeirdA Taste of BloodThe Gruesome Twosome. Nel 1970 aveva realizzato il metafilmico The Wizard of Gore e nel 1972 l'ultimo, semi parodistico, The Gore Gore Girls. Oltre agli horror si era cimentato anche in altri generi di exploitation, sfruttando temi come la ribellione giovanile e le gang di biker.
Aveva poi abbandonato il cinema e si era dedicato con successo agli affari, fino a tornare per un'ultima volta dietro la macchina da presa nel 2002 per dare un sequel a una delle sue creature, Blood Feast 2: All You Can Eat.
H.G. Lewis era anche un uomo di rara simpatia, uno di quegli eroi semisconosciuti di quei B-​​movies ultrapopolari, che hanno segnato il cinema di genere americano.
http://​www​.comingsoon​.it/​c​i​n​e​m​a​/​n​e​w​s​/​a​d​d​i​o​-​a​d​-​h​e​r​s​c​h​e​l​l​-​g​o​r​d​o​n​-​l​e​w​i​s​-​i​l​-​p​a​d​r​i​n​o​-​d​e​l​-​g​o​r​e​/​n​5​9​8​89/
Share /​ Condividi:

È MORTO HERSCHELL GORDON LEWIS, IL PADRE DEL CINEMA SPLATTER

È MORTO HERSCHELL GORDON LEWIS, IL PADRE DEL CINEMA SPLATTER

Scritto da Filippo Magnifico

Herschell Gordon Lewis è morto a 87 anni, dopo aver rivoluzionato il genere horror e aver lasciato un solco indelebile nell’affollato panorama del cinema di genere...

Herschell Gordon Lewis 01

Herschell Gordon Lewis è morto a 87 anni, dopo aver rivoluzionato il genere horror e aver lasciato un solco indelebile nell’affollato panorama del cinema di genere. Soprannominato “The Gorefather”, Herschell Gordon Lewis aveva creato nei primi anni ‘60 il generesplatter.
Impossibile riconoscergli altri meriti, il suo è stato un cinema di bassa lega, sottogenere dei B-​​movie, ma è altrettanto impossibile non riconoscere il ruolo fondamentale che ha avuto per il mondo della settima arte e, più nello specifico, per l’horror, portando sul grande schermo la violenza esplicita e puntando solo ed esclusivamente sullo shock visivo.
https://​blog​.screenweek​.it/​2​0​1​6​/​0​9​/​e​-​m​o​r​t​o​-​h​e​r​s​c​h​e​l​l​-​g​o​r​d​o​n​-​l​e​w​i​s​-​i​l​-​p​a​d​r​e​-​d​e​l​-​c​i​n​e​m​a​-​s​p​l​a​t​t​e​r​-​5​3​3​2​5​0​.​php

Share /​ Condividi:

Herschell Gordon Lewis: The Godfather of Gore amava Biancaneve

Herschell Gordon Lewis: The Godfather of Gore amava Biancaneve

Francesco Alò 

lewis banner

H.G.L. è un acronimo per i vecchi fan del primo splatter cinematografico degno di H.P.L. (Howard Philip Lovecraft) o H.G.W. (Herbert George Wells) per gli amanti della letteratura fantastica.
L’uomo che si è spento ieri all’età di 87 anni è stato un pioniere della settima arte sia per quanto riguarda l’erotismo che per quanto riguarda lo splatter, sottogenere del film horror letteralmente inventato da lui in compagnia del socio produttore David Friedman.
Da piccolo amò alla follia Biancaneve e i Sette Nani (1937), da ragazzino frequentava spasmodicamente i cinema di Pittsburgh nella Pennsylvania in cui era orgogliosamente nato e da giovane divenne un insegnante presso un college di Lingua e Letteratura Inglese. Di Pittsburgh come chi altro? Romero.
Insegnante di college come chi altro? Craven.
Alcuni nordamericani soffrono l’accademismo (come sono diversi da noi europei) e come Cravenscappò dal college per fare film erotici… Herschell Gordon Lewis la smise di insegnare… per fare filmerotici.
Solo… con dieci anni di anticipo rispetto al regista di Nightmare.
Si chiamavano all’epica nudies e mentre Russ Meyer faceva in 16mm L’Immorale Mr. Ties (1959),Herschell Gordon Lewis girava in 35mm The Adventures of Lucky Pierre (1961), softcore assai divertente e rozzissimo a livello fotografico su un uomo che vedeva tutti, soprattutto tutte, senza vestiti. L’eroe del film andava dallo psichiatra. Lewis andò invece in banca a depositare un bel gruzzoletto visti gli incassi positivi dopo i primi tentativi da produttore (The Prime Time e la sua prima regia Living Venus) poco redditizi per non dire fallimentari. Costato solo 7000 dollari, il film fu proiettato per nove settimane di seguito presso il Theater Capri di Chicago grazie alle manovre distributive di Lewis e del nuovo socio David Friedman.
Erano pionieri, indipendenti, lontani da Hollywood e, piuttosto inconsapevolmente, protagonisti di quella che sarebbe diventata la loro, e anche la nostra, Storia del Cinema. Dopo il primo erotismo esplicito in35mm (Lewis ci teneva a specificare che Meyer aveva usato il meno potente 16mm; le dimensioni contavano per lui) e il successo economico derivante da questa 2000 maniacsinnovazione nel campo dell’offerta cinematografica… Lewis e Friedman cominciarono a pensare a qualcosa di diverso, un po’ perché tanti loro colleghi si erano messi a fare sexploitation, un po’ perché Lewis rimase folgorato dopo una notte di visioni di gangster movie dove si moriva “male”. Cosa aveva capito?
La morte non era mai stata rappresentata graficamente al cinema. Voi vi metterete a ridere perché siete cinefili del 2016 ma all’epoca… la cosa era un tabù. Lewis pensò a voce alta: “E se inquadrassi le interiora del corpo? E se il sangue inondasse lo schermo?”. Con Friedman si misero a “fare”, letteralmente, il loro sangue. Andarono in un laboratorio cosmetico della Florida e tra alambicchi e strane sostanze chimiche, crearono un loro specifico miscuglio che poi usarono in altri film.
Blood Feast (1963) venne girato in quattro giorni. L’horror gotico vittoriano lasciò spazio alle psicopatologie coloratissimne e pop della contemporaneità anche se un antico culto egizio fu ancora quella scusa di esotismo ancora necessario per presentare l’horror al pubblico nordamericano.
Il concittadino di Pittsburgh Romero, cinque anni più tardi, avrebbe superato anche quell’ultimo ostacolo con il capolavoro La Notte Dei Morti Viventi (1968).
Ma tornando a Blood Feast… è stato il primo splatter della Storia Del Cinema e nel giro di due anniLewis aveva già caratterizzato il suo modus operandi: ampliare lo spettro espressivo sfruttando la non regolamentazione distributiva e censoria. Studiare la sua vita, come sempre capita nei casi dei pionieri della nostra arte preferita, significa studiare la Storia e la Società in cui questi sacri pazzi vissero e operarono.
All’epoca non esisteva la censura (“L’MPAA… l’abbiamo inventata noi!” ricordava ridendo Lewischiacchierando con lo storico e critico italiano Paolo Zelati) e quindi Lewis-​​Friedman, dopo essersi annoiati con la sexploitation, pensarono di andare a far vedere per la prima volta al grande pubblico interiora del corpo umano e fiotti di sangue.
Il successo fu clamoroso e di fatto… cambiò tutto.
Come molti rivoluzionari… anche Lewis, dopo lo scatto, senti la spossatezza dell’esploratore che ha aperto per altri il cammino in nuovi mondi. È maledettamente stancante. La sua filmografia risente, probabilmente, dello sforzo.
Di lui però non si possono non ricordare i divertentissimi 2000 Maniaci (1964), prototipo del filone America nascosta poi esaltato dal cinema di Tobe HooperShe-​​Devils on Wheels (1968) e The Wizard of Gore (1970; di fatto già autoreferenziale). Nel 1972 arriva il suo ultimo lungo da produttore e regista ovvero The Gore Gore Girls.
Sarebbe tornato nei 2000 come vecchio guru osannato e diventato di culto con il sequel Blood Feast 2: All U Can Eat (2002) e il meno convincente The Uh-​​oh Show (2009).
Paolo Zelati, che lo frequentò nei suoi ultimi anni di vita e autore del fondamentale libro-​​intervistaAmerican Nightmares (2014), aveva confidato di non aver amato particolarmente a metà 2000 la new wave del torture porn dello splat pack di RothAjaWan (il primo James Wan& Co.
Lui aveva sempre cercato, insieme all’amicone della Troma Lloyd Kaufman (papà artistico di James Gunn) e al suo allievo più folle e visionario John Waters, un approccio all’estremo e al viscerale il più possibile fantasioso, scanzonato e ironico.
In una parola: camp.
The Master of Gore era anche, e soprattutto, un buontempone.

http://​www​.badtaste​.it/​2​0​1​6​/​0​9​/​2​7​/​h​e​r​s​c​h​e​l​l​-​g​o​r​d​o​n​-​l​e​w​i​s​-​t​h​e​-​g​o​d​f​a​t​h​e​r​-​o​f​-​g​o​r​e​-​a​m​a​v​a​-​b​i​a​n​c​a​n​e​v​e​/​1​9​6​0​55/

Share /​ Condividi:

A27, SCHIANTO PRIMA DELLO SVINCOLO DEL PASSANTE: MUORE UN MOTOCICLISTA

1

di Andrea Zambenedetti
PREGANZIOL - Schianto mortale pochi minuti dopo le 13 in autostrada A27. L'impatto è avvenuto prima dello svincolo per il passante di Mestre. Per cause ancora in corso d'accertamento da parte della polizia stradale il conducente di uno scooter ha perso la vita. L'incidente è avvenuto lungo la corsia sud che da Treviso porta verso Venezia. Al lavoro 118 e vigili del fuoco oltre alla Polizia Stradale che dovrà ricostruire la dinamica del sinistro.

http://​leggo​.it/​n​e​w​s​/​i​t​a​l​i​a​/​i​n​c​i​d​e​n​t​e​_​a​2​7​_​p​a​s​s​a​n​t​e​_​m​e​s​t​r​e​_​m​u​o​r​e​_​m​o​t​o​c​i​c​l​i​s​t​a​-​1​9​9​3​0​2​6​.​h​tml

Share /​ Condividi:

Shimon Peres, una vita per il sogno della pace

Dal kibbutz agli accordi di Oslo, ma in Israele fu a lungo odiato

epa05559560 (FILE) A file picture dated 13 May 2014 shows Israeli President Shimon Peres during a joint news conference with Norway's Prime Minister Solberg (unseen) following their meeting in Oslo, Norway. According to reports, Israeli elder statesman Shimon Peres died on 28 September 2016 in Israel at the age of 93.  EPA/HAKON MOSVOLD LARSEN NORWAY OUT

epa05559560 (FILE) A file picture dated 13 May 2014 shows Israeli President Shimon Peres during a joint news conference with Norway's Prime Minister Solberg (unseen) following their meeting in Oslo, Norway. According to reports, Israeli elder statesman Shimon Peres died on 28 September 2016 in Israel at the age of 93. EPA/​HAKON MOSVOLD LARSEN NORWAY OUT


Shimon Peres

Sfavillante icona internazionale della politica israeliana in questo secolo, Shimon Peres - scomparso oggi a 93 anni per le conseguenze di un ictus che lo aveva colpito due settimane fa - aveva dovuto misurarsi in precedenza con decenni di avversità. Sul suo capo pareva incombesse una maledizione degli Dei. Come nel supplizio di Tantalo, in numerose occasioni era stato in procinto di assumere la guida del Paese. Poi puntualmente un evento imprevedibile lo aveva invece respinto nel baratro.
La carriera politica dell'uomo che a lungo è stato il più avversato di Israele e che solo in vecchiaia ha toccato record inauditi di popolarità iniziò di fatto nell'azienda agricola laburista di Ben Shemen, dove Shimon Perski (questo il nome che nel 1923 aveva ricevuto nella natia Polonia) cominciò a farsi le ossa. Il giovane era sveglio, e fu presto notato dagli emissari di David Ben Gurion, il futuro fondatore dello Stato. Mentre i suoi coetanei versavano il sangue nella guerra di indipendenza (1948-​​49), Peres era impegnato all'estero ad acquistare le armi per loro. Un incarico importante a livello nazionale, ma la macchia di "imboscato" gli restò addosso per mezzo secolo. A 30 anni, Peres era direttore generale del ministero della Difesa. Da quella posizione seguì la guerra nel Sinai del 1956, condotta da Tzahal assieme con inglesi e francesi. Con questi ultimi gettò allora le basi per la costruzione della centrale atomica di Dimona (Neghev). Da 'falco' laburista seguì Ben Gurion: prima all'opposizione e poi, nel 1967, nel governo di unità nazionale. Nella Guerra dei sei giorni avrebbe potuto essere ministro della Difesa: ma l'incarico fu affidato a Moshe Dayan. Sette anni dopo, a seguito della cruenta guerra del Kippur, Dayan e la premier Golda Meir furono defenestrati da proteste popolari. Per Peres, un nuovo appuntamento con la Storia. Ma qualcuno si ricordò che a Washington c'era il brillante ambasciatore Yitzhak Rabin, che acquisì così la leadership laburista.
Negli anni 1974-​​77 Peres (da ministro della Difesa) mal sopportò la premiership di Rabin, e gli procurò non pochi fastidi autorizzando le prime colonie ebraiche ideologiche in Cisgiordania. Nel 1977 Rabin scivolò su una buccia di banana: la rivelazione di un conto in banca in dollari lasciato improvvidamente attivo dalla moglie Lea negli Stati Uniti. Le dimissioni di Rabin gli aprirono un varco insperato: ma il 17 maggio 1977, a sorpresa, il leader della destra nazionalista Menachem Begin si aggiudicò le elezioni, dopo decenni di opposizione. Nelle piazze, il proletariato sefardita aizzato dalla retorica di Begin lo vituperava come 'figlio di madre araba'. Solo nel 1984 Peres avrebbe strappato la nomina di premier: ma a metà, in rotazione col conservatore Yitzhak Shamir (Likud). In quegli anni il 'falco' laburista stava infatti trasformandosi in 'colomba'. Nel 1992 Rabin riuscì a riportare i laburisti al potere e dietro le quinte Peres manovrò sapientemente per dar vita agli accordi di Oslo: la gloria andò però al suo rivale di partito, con cui spartì il premio Nobel per la pace. Nel novembre 1995 Peres e Rabin erano assieme ad una manifestazione per la pace a Tel Aviv. Dietro le quinte, c'era in agguato un terrorista ebreo: questi lasciò che Peres passasse indisturbato e poi abbatté a pistolettate Rabin. Ma ancora una volta la maledizione degli Dei era per lui in agguato. Nelle politiche del 1996 la vittoria di Peres era data per scontata: invece sul filo di lana prevalse il debuttante Benyamin Netanyahu (Likud).
Anche la carica di capo dello Stato fu difficile da raggiungere. In un primo tentativo gli fu infatti preferito il candidato del Likud, Moshe Katzav. Solo nel 2007, Peres divenne presidente e riconosciuto come icona di Israele nel mondo. Aveva iniziato la carriera aiutando i coloni: ma con gli accordi di Oslo era diventato il principale fautore di un accordo di pace con i palestinesi. La 'coabitazione' con il premier Netanyahu è stata per lui spesso motivo di cruccio, alla luce delle profonde divergenze. Ma in Israele era ormai diventato un punto di riferimento obbligato: non solo i capi di Stato, ma anche i leader religiosi, gli intellettuali, gli scienziati e gli artisti di passaggio da Gerusalemme non perdevano mai occasione per un incontro con lui da cui in genere emergevano ancora più colmi di considerazione per la sua figura. "Voglio - disse in una delle ultime interviste - che il nostro Paese si basi sì su radici storiche molto profonde, ma anche che sia proiettato verso il futuro, verso i successi della scienza".

(ANSA)

Share /​ Condividi: